mercoledì 24 agosto 2016

Morire di fica. Cesare Pavese, le donne e il sacrificio

Cesare Pavese sulla spiaggia di Varigotti
«Nella vita succede a tutti d’incontrare una troia. A pochissimi, di conoscere una donna amante e onesta. Su cento, 99 sono troie».
Così Pavese in una memorabile annotazione del 5 febbraio 1938[*]. Ave, Cesare. Non può essere dimenticato quel che le donne fecero al Nostro, in termini di tradimenti e umiliazioni: il suo suicidio rappresenta ancora un atto d’accusa contro la miseria di un certo universo femminile.

Le interpretazioni che si danno al tragico gesto sono di per sé indicative delle idolatrie dei tempi: se le astuzie dell’amour-passion hanno spinto i critici (succubi involontari di tale mania) a vedere nei fallimenti sentimentali il martirio volontario dell’artista in cerca di ispirazione (ma Pavese fu sempre scettico su queste ubbie pseudoromantiche: «Hai avuto la fortuna di conoscere una vacca eccezionale […]. Qualunque would-be poeta pagherebbe a peso d’oro quest’esperienza, e ti lamenti?» [16 giugno 1938]), oggi, a causa della mentalità predominante, diventa impossibile contemplare, anche nel modo più edulcorato possibile, una qualche responsabilità muliebre.

Si ricorre quindi sempre più frequentemente all’accusa di misoginia, con l’alibi che fu il Poeta il primo a incolparsi, liquidando da sé il proprio supplizio interiore («Misogino eri e misogino resti», 26 gennaio 1938) e offrendo il destro agli esegeti, che non credettero possibile cavarsela così a buon mercato. Insomma, contro le donne non si può più dire una sola parola, e di conseguenza sarebbe da incoscienti rivangare[1]; all’occorrenza basti qualche pagina del diario, magari scelta tra le più sferzanti, quelle che non smettono di mordere e rimordere:
«La sola circostanza in cui una donna è inferiore a se stessa, dev’essere proprio soltanto quando ha le mestruazioni. Chi conosce bene il calendario mensile di costei, sa sempre da che parte prenderla. Che è anche un doppio senso sporco – tanto meglio» (26 aprile 1936).

«Una donna che non sia una stupida, presto o tardi trova un uomo sano e lo riduce a un rottame. Ci riesce sempre» (3 agosto 1937).

«Che in amore chiodo cacci chiodo, sarà vero per le donne, per le quali il problema è appunto come trovare un altro chiodo da ficcarsi in cavità, ma per gli uomini che di chiodo non ne hanno che uno, è meno vero» (12 ottobre 1937).

«Le donne mentono, mentono sempre e ad ogni costo. E non c’è da stupirsi: hanno la menzogna nei genitali stessi. Chi saprà mai quando una donna ha goduto?» (15 gennaio 1938).

«Non c’è idea più sciocca che credere di conquistare una donna offrendole lo spettacolo del proprio ingegno. […] Tutt’al più si può conquistarla in questo modo, quando l’ingegno appaia un mezzo di acquistare potenza, ricchezza, considerazione – valori di cui per riflesso la donna, lasciatasi conquistare, godrebbe anche lei» (31 agosto 1940).

«Nessuna donna fa un matrimonio d’interesse: tutte hanno l’accortezza, prima di sposare un milionario, d’innamorarsene» (14 aprile 1941).
Certo è difficile astrarre una dimensione “sentimentale” dell’Autore da tutto il resto: anche dietro alla ricerca ossessiva della “donna sbagliata”[2], c’è una visione del mondo ben precisa, che lo contempla nelle vesti di “nato schiavo”[3], fallito dalla nascita, impossibilitato a unirsi alla donna e, attraverso di essa, ricongiungersi alla vita.
Il mondo è infatti dominato dagli olimpici: «Tu non sei nato olimpico e mai lo sarai: i tuoi sforzi sono inutili. Perché chi ha ceduto una sola volta al tumulto, può sempre cedere un’altra. Problema d’ingegneria: ogni ponte ha una portata di là dal quale non regge» (15 gennaio 1938).
La categoria degli “olimpici” include Shakepeare e Goethe (per motivi su cui non è qui opportuno soffermarsi[4]), gli “uomini d’azione”, le donne répandues (un’espressione che indica tutte quelle che fanno vita sociale, ovvero “troieggiano”[5]), e generalmente, gli stronzi[6], anche quelli che hanno successo nella più ristretta delle cerchie (e le donne, di conseguenza, sono anch’esse stronzi [sic], ovvero “uomini d’azione”[7]).
“Olimpici” sono altresì i compagni e le compagne che confermano «l’impossibilità di comunione umana», attestando così che «ci sono servi e padroni, non ci sono uguali» (15 ottobre 1940). Per Pavese, di regola, «gli dèi sono gli altri, gli individui autosufficienti e sovrani, visti dall’esterno» (6 gennaio 1946).
Sopraffatto dalla spietata dicotomia che crede di aver individuato, il Poeta sancisce per se stesso l’impossibilità di conquistare una donna come «spregevole scotto da pagarsi all’Armonia prestabilita» (24 gennaio 1938), e «il solito marasma di una passione» come «pura legge del mio mito» (23 giugno, 1946).
Un destino da s-figato in senso etimologico, come quello del protagonista di uno dei racconti di Feria d’agosto (“Le case”), al quale viene fatto credere che un giorno sarebbe arrivata anche per lui l’età in cui «le donne ti corrono dietro», ma che infine rimane solo e passa le domeniche invidiando gli amici sposati.

All’epoca non esisteva l’espressione “morto di fica”, ma chissà in quante menti saranno balenate formule riconducibili al medesimo concetto. Non che lo scrittore, ancora una volta, fosse ignaro della sua condizione («Siamo sinceri. Se ti comparisse davanti Cesare Pavese e parlasse e cercasse di fare amicizia, sei sicuro che non ti sarebbe odioso?» [6 maggio 1938]): le pagine conclusive del diario sono uno spietato resoconto della sua immaturità («Battito, tremore, infinito sospirare. Possibile alla mia età?» [9 marzo 1950]; «Nulla. Non scrive nulla. Potrebbe esser morta» [22 marzo 1950]; «Al primo assalto dell’“inquieta angosciosa” [Afrodite], sono ricaduto nella sabbia mobile» [17 agosto 1950]). Un’immaturità il cui rovescio rappresenta “tutto”, come recita la dedica alla Dowling («Ripeness is all», dal Re Lear) dell’ultimo romanzo La luna e i falò. Nemmeno lei, manifestazione estrema della Dea, gli permise di diventare “grande”.

Perché non c’è salvezza, in tutto questo? Al di là dell’arte, per le urgenze meno poetiche Pavese avrebbe potuto facilmente trovare una soluzione. A mali estremi, estremi rimedi, come lui stesso trovò modo di osservare: «Chi gli piace sborare in fica, paghi» (17 aprile 1946).
Negli ultimi tempi era persino diventato alquanto scettico sulle qualità rigenerative del sesso (ennesima “astuzia” dell’amore-passione):
«In fondo, il piacere di chiavare non supera quello di mangiare. Se il mangiare fosse impedito come l’altro, sarebbe nata tutta un’ideologia, una passione del mangiare, con norme cavalleresche. Quell’estasi che dicono − il vedere, il sognare quando chiavi − non è nulla di più che il piacere di addentare una nespola o un grappolo d’uva. Se ne può fare a meno» (5 dicembre 1949)[8].
Dal punto di vista anagrafico, Pavese aveva appena varcato le soglie del Parti des hommes de quarante ans di Charles Péguy, quello in cui il diradarsi delle erezioni mattutine avrebbe permesso all’artista il congiungimento definitivo con le sue muse. Se i tormenti sessuali del Nostro non avessero rappresentato i sintomi di un’insanabile disperazione, egli si sarebbe trovato persino “avvantaggiato”; a leggere i diari però si comprende bene il perché una risoluzione del genere lo avrebbe disgustato[9]: lo scrittore non può infatti mostrarsi “possibilista” sull’opportunità di sublimare la sua impotenza in arte[10], poiché per lui non avere una donna significa essere totalmente separati dalla vita e dunque anche dalle potenze ispiratrici: «Tutto potrai avere dalla vita, meno che una donna ti chiami il suo uomo. E finora tutta la vita era fondata su questa speranza» (4 gennaio 1938)[11].

Oggi che nessuno ha più niente da perdere, la spregiudicatezza interpretativa obbliga a porre la domanda più scomoda di tutte: perché Pavese sacrificò se stesso e non una delle novantanove troie in cui ebbe la sfortuna di imbattersi?
Il Poeta pone la questione in termini di dilemma, optando prevedibilmente per il suicidio: «È concepibile che si ammazzi una persona per contare nella sua vita? E allora è concepibile che ci si ammazzi per contare nella propria» (16 gennaio 1938).
Nei suoi scritti tuttavia ricorre con insistenza anche la smania di “regolare i conti” con l’universo femminile. Non soltanto a livello di confessioni private («Vederli abbracciarsi e spogliarsi e sapere come fanno, cosa si dicono, fino a che punto arrivano. Non è questo lo stato mentale in cui si commettono i delitti?» [26 gennaio 1938]; «Un altro – chiunque – a quest’ora l’avrebbe già uccisa» [26 marzo 1938]), ma anche come topos letterario (e tipicamente pavesiano) della connivenza tra sesso e morte. In un passaggio de Il diavolo sulle colline (1948), per esempio, scrive:
«Pieretto si mise a parlare del sangue. Disse che il gusto dell’intatto e del selvaggio era gusto di spargere il sangue. “Si fa all’amore per ferire, per spargere sangue,” spiegò. “Il borghese che si sposa e pretende una vergine, vuole cavarsi anche lui questa voglia…”».
La tematica si connette alla necessità di “sverginare” tutta la terra, compito spettante ai sacrificatori, siano essi i borghesi, i “selvaggi”, o persino gli americani, che «nemmeno in un deserto ti lasciano in pace». Quest’ultima citazione viene dal capolavoro terminale La luna e i falò (1950), nel quale sesso sangue e sacrificio si compenetrano in pagine ispiratissime:
«Adesso sapevo perché ogni tanto sulle strade si trovava una ragazza strangolata in un’automobile, o dentro una stanza o in fondo a un vicolo. Che anche loro, questa gente, avesse voglia di buttarsi sull’erba, di andare d’accordo coi rospi, di essere padrona di un pezzo di terra quant’è lunga una donna, e dormirci davvero, senza paura? Eppure il paese era grande, ce n’era per tutti. C’erano donne, c’era terra, c’era denari. Ma nessuno ne aveva abbastanza, nessuno per quanto ne avesse si fermava, e le campagne, anche le vigne, sembravano giardini pubblici, aiuole finte come quelle delle stazioni, oppure incolti, terre bruciate, montagne di ferraccio. Non era un paese che uno potesse rassegnarsi, posare la testa e dire agli altri: “Per male che vada mi conoscete. Per male che vada lasciatemi vivere”. Era questo che faceva paura. Neanche tra loro non si conoscevano; traversando le montagne si capiva a ogni svolta che nessuno lì si era mai fermato, nessuno le aveva toccate con le mani. Per questo un ubriaco lo caricavano di botte, lo mettevano dentro, lo lasciavano per morto. E avevano non soltanto la sbornia, ma anche la donna cattiva. Veniva un giorno che uno per toccare qualcosa, per farsi conoscere, strozzava una donna, le sparava nel sonno, le rompeva la testa con una chiave inglese».
Anche gli “olimpici” potevano comunque uccidersi (e uccidere) per amore, senza tradire la propria condizione di eletti: un caso che colpì l’Autore fu quello di un compagno di scuola, il Baraldi, «giovane d’altri tempi, innamorato da romanzo eroico, bello e coraggioso, ch’io amo quasi come fossi una donna» (scrive in un diario giovanile nel 1926), che si suicidò assieme alla fidanzata (e Pavese commenta: «Ho un dispetto terribile di non essermi deciso prima di lui»).
Suicidarsi per amore tuttavia per Pavese rimane una debolezza, qualcosa che di solito fanno «le sartine deluse [che] tappano porte e finestre e, acceso carbone, si stendono su letto a rendere lo spirito» (da una lettera alla sorella del novembre 1935); come afferma uno dei personaggi femminili di Tra donne sole (1949): «Solamente le serve o le sartine vogliono uccidersi dopo una notte d’amore»[12].

Al “sacrificio” di una donna egli avrebbe potuto persino dare un significato magico, come quel Mastro Manole della leggenda romena che, murando viva la propria moglie nel monastero che sta erigendo, gli conferisce un’anima «attraverso un sacrificio umano di fondazione, una morte violenta» (così Mircea Eliade).
Tramite un siffatto rituale Pavese sarebbe riuscito (ovviamente dal suo punto di vista, che però non era soltanto il “suo” ma caratteristico di un vasto milieu culturale) non solo a sverginare la terra (e così “ereditarla”), ma anche a entrare in quella “vita stupenda” da cui si sentiva “tagliato fuori”[13].

Pavese avrebbe potuto quindi usufruire di potenti impulsi culturali, ideologici e financo “religiosi”, per compiere un omicidio. Sarebbe ingenuo pensare che le élites con cui venne a contatto si sarebbero ritratte inorridite, invece di provvedere a giustificarlo (come del resto fanno regolarmente quando il “sacrificio” è di loro gradimento[14]).
Se non lo fece, e perché fu realmente una vittima, e parlarne oggi come se una presunta misoginia (o qualsiasi altro nuovo “peccato”) lo rendesse automaticamente carnefice, è un modo per martirizzarlo un’altra volta, e per sempre.

[*] Tutte le citazioni, tranne dove indicato, sono tratte da Il mestiere di vivere. 

[1] È per questo che risulta ancora penosissimo discutere dell’argomento; per qualche accenno, rimando al mio Cesare Pavese e l’arte della seduzione.

[2] Un difetto che lui stesso si riconosce in una lettera a Fernanda Pivano dell’ottobre 1940, scritta in forma di auto-analisi: «Una volta che sarà innamorato, Pavese farà esattamente ciò che gli detta la sua indole e che è appunto ciò che non va fatto». Come afferma anche Cesare Segre nell’introduzione al diario: «Sembra che Pavese si rivolga sempre a donne che, in modo diverso, sono le meno adatte a realizzare il tipo di unione che lui vagheggia». Questo però conferma quanto appena accennato sulla tendenza dei critici a colpevolizzare il Poeta, mantenendo un rispettoso silenzio sull’atteggiamento che le donne tennero nei suoi confronti. 

[3] «Dimentichi sempre che sei nato schiavo. Ti pare sempre di ricevere dei torti. Ma può uno schiavo ricevere dei torti?» 20 febbraio 1938); «Hai l’anima dello schiavo, non del santo» (12 aprile 1947). 

[4] Come scrive Marziano Guglielminetti, curatore del diario, l’aggettivo non va inteso «[nel senso] usuale di “serenità classica”, che tutt’al più coinvolge il solo Goethe». Gli olimpici sarebbero quei poeti che patiscono giudiziosamente le passioni più sconvolgenti e restano immuni dai tumulti interiori: «I grandi poeti sono rari come i grandi amanti. Non bastano le velleità, le furie e i sogni; ci vuole il meglio: i coglioni duri. Che si chiama altresì l’occhio olimpico» (17 novembre 1937). 

[5] «Chiavando si chiava e basta – una donna ha tutto da perdere; ma, troieggiando, si gode coi sensi, si asservisce l’uomo, si trionfa del suo desiderio, si cresce di valore sessuale e si sa che domani, volendo, si potrà sempre fottere. Cosa che per l’uomo, non è altrettanto sicura» (19 gennaio 1938). 

[6] Pavese non usa mai l’espressione “stronzo” probabilmente perché all’epoca la parola non veniva utilizzata nella stessa accezione odierna, che è poi quella che più si addice a quanto egli voleva significare. Come infatti osserva Vittorio Sgarbi (L’arte di insultare, Panorama, 22 febbraio 2010), «In realtà “stronzo!” non è un insulto perché non presuppone una inferiorità del destinatario; non è una condizione, una natura stabile, una sostanza come le definitive “merda”, “coglione”: definitive e diminutive. “Stronzo” è una condizione transitoria, non un attributo. “Stronzo” è qualcuno che fa il bene proprio e il male altrui. È uno intelligente, abile, furbo che, per difendere i propri interessi, non guarda in faccia a nessuno. D’altra parte vale anche nella sfera amorosa. La stessa donna, generosa con l’uno e restia con l’altro, nello stesso momento, è buona per l’uno e “stronza” per l’altro». 

[7] «Le donne hanno una profonda fondamentale indifferenza per la poesia. Somigliano in questo agli uomini d’azione – le donne sono tutti uomini d’azione –» (14 ottobre 1940). 

[8] Non che il cinismo servisse realmente a lenire il dolore di antiche ferite: «Il colpo basso che ti ha dato Tina [Pizzardo, la prima donna amata, che si è sposata con un altro mentre lui era al confino] lo porti sempre nel sangue. Hai fatto tutto per incassarlo, l’hai perfino scordato, ma non serve scappare. Lo sai che sei solo? Lo sai che non sei nulla? Lo sai che ti lascia per questo? Serve a qualcosa parlare? Serve a qualcosa dirlo? Hai veduto, non serve a niente. Perché s’interessa di un tisico? Per la fica la fica la fica– oh Pavese» (7 dicembre 1945).
È facile immaginare che persino nel caso in cui lo scrittore avesse presentato l’audace allitterazione conclusiva come traduzione ideale del Rose is a rose is a rose is a rose di Gertrude Stein, ciò non avrebbe fatto che rimandare la “morte per fica” solo di qualche anno, fino a che Pavese, inesorabile con se stesso, non si sarebbe accorto che anche la volgarità, tradotta in arte, rappresenta una via di fuga, un espediente. 

[9] Tanto per citare: «Quell’uomo che eiacula troppo rapidamente, sarebbe meglio non fosse mai nato. È un difetto per cui vale la pena uccidersi» (27 settembre 1937); «Se non si è uomo, se non si possiede la potenza di quel membro, se si deve passare tra donne senza potere pretendere, come si può farsi forza e reggere?» (23 dicembre 1937). 

[10] L’argomento è stato fatto oggetto di eccessive speculazioni: rispetto a quanto viene insinuato a mezza voce, la vicenda da cui scaturiscono i Dialoghi con Leucò è al contempo più semplice e più complessa di come viene talvolta presentata. Se è vero infatti che quei dialoghi potrebbero essere interpretati alla luce di una sola frase di Jung, «Gli Dei sono diventati malattie» (che peraltro ci risparmia la lettura dell’opera omnia di James Hillman), non si può dimenticare che si sta comunque parlando di arte, non di una diagnosi – e ciò comporta sempre la possibilità di “scamparla”. 

[11] Questa ossessione insegue Pavese ovunque, persino quando si trova agli arresti. Come scrive alla sorella (15 febbraio 1936) per rincuorare un amico scrittore, geloso del suo successo: «Consola Sturani, che è avvilito di fronte ai miei trionfi, e digli che preferirei essere, come lui, a letto con la moglie, piuttosto che aver scritto questo libro, che pure terrà duro, quando di tutti i miei coetanei nessun sentirà più nemmeno la puzza».
Ripensando alle osservazioni dello scrittore riguardanti il sesso (v. supra), bisogna forse ipotizzare che l’impotenza gli fosse particolarmente gravosa proprio perché essa acuiva l’ossessione per ciò non avrebbe mai potuto ottenere (cfr. quanto afferma il 16 ottobre 1938: «Non si desidera di godere. Si desidera sperimentare la vanità di un piacere, per non esserne più ossessionati»). 

[12] Al contrario, il suicidio in sé è visto come manifestazione di forza e risolutezza: «Perché non si cerca la morte volontaria, che sia affermazione di libera scelta, che esprima qualcosa? Invece di lasciarsi morire? Perché? Per questo. Si rimanda sempre la decisione sapendo – sperando – che un altro giorno, un’altra ora di vita potrebbero essere affermazione, espressione di un’ulteriore volontà che, scegliendo la morte, escluderemmo. Perché insomma – parlo di me – si pensa che ci sarà sempre tempo. E verrà il giorno della morte naturale. E avremo perso la grande occasione di fare per una ragione l’atto più importante di tutta la vita» (30 novembre 1937). 

[13] Come scrisse in una delle ultime lettere (all’ennesima donna…): «Posso dirti, amore, che non mi sono mai svegliato con una donna mia al fianco, che chi ho amato non mi ha mai preso sul serio, e che ignoro lo sguardo di riconoscenza che una donna rivolge a un uomo?». 

[14] Col senno di poi, potremmo interpretare la conventio ad excludendum di alcune “agenzie culturali” nei confronti di Pavese come il segnale che il suo “sacrificio” sia stato, dalla loro prospettiva, niente affatto efficace.

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