venerdì 26 agosto 2016

Cesare Pavese e l’arte della seduzione


«Pavese era patologico perché le cose che scriveva le prova qualsiasi maschio. E in effetti si è suicidato». Un lettore ha voluto commentare così i miei ultimi pezzi dedicati al grande Cesare. Posso condividere solo in minima parte il suo giudizio, non perché abbia chissà quale idolatria intellettuale da difendere, ma perché esistono condizioni oggettive, indipendenti da fisime individuali, che lo hanno spinto al suicidio.

In primo luogo, le donne: come gli hanno rotto i coglioni le donne, a nessuno mai. I critici, non potendo ammetterlo, preferiscono imputare a Pavese una misogina di stampo ontologico (o addirittura etnico, “da piemontese”), oppure ipotizzare una volontà di martirio che lo avrebbe spinto a scegliere sempre la donna “sbagliata” (come afferma Cesare Segre nell’introduzione al diario: «Sembra che Pavese si rivolga sempre a donne che, in modo diverso, sono le meno adatte a realizzare il tipo di unione che lui vagheggia»).
Lo scrittore era in effetti consapevole di vivere un dramma da “servetta”, da “sartina”, ma non riusciva in alcun modo a evitarlo: «Se è vero che a tutti capiti così, come mai i vecchi non han tutti facce stravolte, indemoniate, macellate, spaccate, e sono invece così tranquilli? L’unica cosa chiara è perché i morti si putrefacciano. Con tutto quel veleno nel corpo» (diario del 28 aprile 1936).
Alla sorella, nel febbraio 1936, scrisse: «Qualcuno dirà che sono un rompiballe, ma siccome io le balle me le sono rotte da un pezzo, trovo giusto romperle anche a voi».

È perciò difficile inquadrare il suicidio di Pavese nella giusta prospettiva biografica, se è proibito parlar male delle gatte morte in cui ebbe la sfortuna di imbattersi (anche perché queste hanno non solo eredi molto permalosi, ma anche difensori d’ufficio permanenti appostati nel sottobosco culturale italiano, che darebbero chissà che per bruciare il granello di incenso al conformismo imperante).
Qualche parola però va detta. A cominciare dalla sua prima infatuazione, “Milly” (al secolo Carolina Mignone): se negli anni ’20, all’epoca in cui Pavese se ne innamorò, la Milly, soubrette di successo, non degnò nemmeno di uno sguardo quell’«ombra occhialuta chiusa che la segue dappertutto», nel dopoguerra invece si reinventò cantante impegnata e musa strehleriana. Dimmi che uno non si deve incazzare. Allora aveva ragione Cesare, quando diceva che «non c’è idea più sciocca che credere di conquistare una donna offrendole lo spettacolo del proprio ingegno. […] Tutt’al più si può conquistarla in questo modo, quando l’ingegno appaia un mezzo di acquistare potenza, ricchezza, considerazione – valori di cui per riflesso la donna, lasciatasi conquistare, godrebbe anche lei» (31 agosto 1940).

Poi c’è Tina Pizzardo, il grande amore della sua vita, «lei che mi ha fottuto» (28 aprile 1936): prima lo compromette facendo recapitare a casa sua le lettere dell’antifascista Bruno Maffi, e poi, appena Pavese viene arrestato e confinato, si sposa con un altro...
Se lo scrittore finì per disperare della possibilità di “piantarsi nel mondo”, fu anche perché questa donna gli sputtanò l’esistenza (togliendo anche dignità alla sua militanza politica, ridotta alla sbandata di un “pesce”, un fessacchiotto): «Non riusciremo mai a piantarci nel mondo (un lavoro, una normalità, è chiaro). […] non conquisteremo mai una donna (né un uomo), è chiaro […]. Non ci innamoreremo mai di una di quelle idee per cui si accetta di morire, è chiaro […]. Non avremo mai il coraggio di ammazzarci, è chiaro» (23 marzo 1938; alla fine il coraggio lo trovò, ma solo per l’ultima parte).
Peraltro il tradimento si verifica nelle condizioni peggiori per il Poeta, senza che nemmeno la prigione e il confino servano a “distrarlo”: in manette per il trasferimento da Regina Coeli a Brancaleone, ripete il suo nome «a ogni urto di ruota». Quando si incontrano per l’ultima volta, lei gli propone di “restare amici”, facendo di Pavese il primo friendzonato di tutti i tempi: «Come ha potuto sperare che, ammazzando un uomo, se ne acquisti l’amicizia?» (5 gennaio 1938).
Sono cose che oggi fanno sorridere, ma egli fu uno dei primi uomini a vivere un’esperienza del genere nella contemporaneità (su questo punto tornerò più avanti).

Segue Fernanda Pivano, sulla quale in verità non c’è molto da dire: per Pavese è solo «un altro calcio» (17 ottobre 1940). Lo scrittore le tira diverse stoccate[1] (ma le più crudeli le riserva sempre contro se stesso) in una serie di lettere risalenti agli ultimi mesi del 1940: «Pavese ha il dono di trasformare verso se stesso in vamp ragazze che non se lo sognavano neppure». Come dargli torto? Non c’è molto da aggiungere (soprattutto perché la Pivano gode della simpatia di quei numerosi e potenti adepti ai quali accennavamo poco prima).

Ancor meno dirò sulla successiva, la “mitologica” Bianca Garufi. Dopo che le donne gli hanno sputtanato la vita (Pizzardo) e il mestiere (Pivano[2]), la Garufi provvede a compromettergli l’arte.
I Dialoghi con Leucò, una delle opere meno riuscite del Poeta, lo lasciano «come un fucile sparato» (27 giugno 1946). Per non impantanarsi nelle «nefandezze totemiche e ancestrali» e impedire alla sua estetica di spappolarsi tra realismo socialista e deliri junghiani, Pavese dovrà esaurirsi in un’attività intensissima, che lo sfiancherà anche dal punto di vista mentale (per un’analisi più approfondita della vicenda, cfr. Di Dio o della mamma. Sotie pavesiana).

L’atto finale del supplizio («Chiodo scaccia chiodo. Ma quattro chiodi fanno una croce», 16 agosto 1950) è rappresentato da Constance Dowling: anche su di lei è utile mantenere un penoso silenzio; si può appena dire che probabilmente fu l’unica a potersi permettere movenze da vamp e, fra tutte le femmine in cui incappò Pavese, di certo la sola per la quale valesse la pena farla finita: non una mediocre intellettuale che si atteggia a mangiatrice di uomini, ma il simbolo della “salute”, della selvatichezza americana (del resto solo lei avrà l’onestà di andarsene prematuramente, coi barbiturici).

Volendo, in conclusione, accettare per buona l’idea che Pavese fosse un “pesce”, un povero fesso, per giunta brutto, goffo, impotente e psicopatico, o che il suo suicidio avesse le stesse motivazioni di quello tentato da Renato Pozzetto ne Il ragazzo di campagna, dovremmo tuttavia tenere in conto anche il contesto sociale e culturale in cui egli si trovò a operare.
Prendendola alla lontana, pare che nessuno si sia mai chiesto come mai, a partire da Giacomo Leopardi, la letteratura italiana si sia riempita di “morti di fica”. A mio parere ciò dipende dal fatto che alla fine del XVIII, con la rivoluzione francese, la figura dell’intellettuale cambia radicalmente il suo statuto e contribuisce alla formazione di una nuova classe dominante. La cultura diventa un mezzo per (ri)nobilitarsi ideologicamente. Se nella generazione precedente Leopardi avrebbe potuto seguire le orme del padre o diventare un illustre cardinale, ora il progetto di vita, almeno per le classi agiate, è radicalmente mutato: è attraverso la “cultura” che si conquista il proprio posto in società. Con il romanticismo tale tendenza, ormai consolidata, si depoliticizza per assolutizzarsi (in effetti è proprio a questa corrente intellettuale che Pavese imputa di aver “creato” l’intellettuale moderno, che si muove «nella contrapposizione fra vita e conoscenza» [5 novembre 1942]).
Ai tempi di Pavese, poi, la ricomposizione dello iato tra arte e vita (necessità prodotta proprio dall’emergere della figura dell’intellettuale in quanto tale, senza altre determinazioni), sembra a un passo dall’essere raggiunta non soltanto grazie alle possibilità offerte dalla società di massa, dall’industria culturale e dal divismo letterario, ma anche dalla rinnovata investitura politica conferita dal comunismo, che in particolare in Italia si presenta nelle forme di un “romanticismo per le masse”. Tanto che non sembra assurdo credere che la fama ottenuta dallo scrittore piemontese (che per lui non significava assolutamente nulla: «Nel mio mestiere dunque sono re. […] Nella mia vita sono […] disperato e perduto» [17 agosto 1950]), per Leopardi avrebbe forse rappresentato un accettabile compromesso tra arte e vita.

Tralasciando pure tali ipotesi storico-culturali, pensiamo semplicemente a come un individuo quale Pavese potesse trovarsi nella società del dopoguerra, non molto differente nel rappresentare un’epoca “transitoria” come la nostra (ma di quel tipo di transizione che non passa mai).
Nell’ambito del costume, per esempio, esisteva una sola forma di unione riconosciuta socialmente (il matrimonio), ma diverse tipologie di convivenza che ne inficiavano l’esclusività: si era già agli albori di quella “liberazione” che avrebbe mandato fuori di testa quelli impossibilitati (per motivi morali, personali, sociali o anche materiali) a parteciparvi.
Ci si domanda come un uomo dell’epoca avrebbe resistito a quattro rifiuti consecutivi. Non che i suicidi per amore fossero rari, soprattutto nelle Langhe (dove si verificarono quelle che Furio Jesi definisce «periodiche ed endemiche forme di malattie di morte»), ma da Pavese, chissà perché, i critici si aspettano ancora un surplus di “modernità” che pochi uomini oggi potrebbero permettersi (per non dire delle donne).

Quindi, pur essendo Pavese “patologico”, “tarato” (metaforicamente o meno), esistono elementi oggettivi, indipendenti dalla sua volontà, che contribuirono al disastro: non semplici “fattori scatenanti”, esasperati come tali solo dall’individuo malato, ma una tragedia che colpì collettivamente il mondo maschile italiano[3], e della quale persino oggi è ancora prematuro parlare.

[1] «Fernanda scambia per qualità virili, delle deliziose e in lei irresistibili qualità femminili. Fernanda crede che gli uomini siano nati per l’azione, e cerca di imitarli. Crede che siano esseri utilitari e pratici, e cerca di imitarli. Crede che tendano a organizzarsi e vivere “socialmente” e cerca di imitarli. Succede invece che i veri uomini non sono attivi ma contemplativi, non sono pratici ma sognatori dell'azione, non sono “sociali” ma – almeno i migliori – sono solitari. Potrà succedere così, che sposi – il più tardi possibile – un pupazzo, magari un’aquila, che non sa che cosa sia la solitudine – virtù essenzialmente maschile – e proprio per questo non s’accorge del tesoro che ha in casa» (lettera del 20 ottobre 1940). 

[2] Perché Pavese, in cambio dell’ennesimo “calcio”, si mise completamente in gioco per farle ottenere quel posto  privilegiato nella cultura italiana, che poi la Pivano avrebbe conservato per tutta la vita. 

[3] Questa “tragedia colletiva” ha forse indirettamente a che fare anche con i disturbi sessuali di Pavese, se sono veri i giudizi dello psicologico Paul Watzlawick sul “maschio latino”: «Se il latin lover viene esportato negli Stati Uniti o in Scandinavia, si creeranno quasi inevitabilmente dei problemi nei rapporti con le donne. Egli corteggerà e assedierà come di consueto le bellezze locali, le quali lo prenderanno sul serio. A questo però non è preparato, perché secondo le regole della sua arte avrebbero dovuto respingerlo oppure tenerlo a bada con la promessa della prima notte di nozze. [...] Simili problemi angustiano il mondo maschile italiano, essendosi le donne italiane notevolmente emancipate negli ultimi decenni. Prima, l’italiano si sentiva spinto dalla sua stessa mascolinità a comportarsi in maniera passionale. C’era poco rischio, perché di solito si veniva respinto efficacemente. [...] Il problema è che oggi le donne sono notevolmente più disponibili e il numero dei pazienti affetti da impotenza è in forte aumento. Comportarsi abitualmente in modo virile e passionale è privo di pericoli fino a quando si può fare affidamento sul fatto che la partner assuma il “giusto” atteggiamento complementare e perciò respinga con materna benevolenza» (P. Watzlawick, Istruzioni per rendersi infelici, Feltrinelli, 1984, pp. 93-94).
Nel caso specifico, l’impotenza pavesiana potrebbe esser stata aggravata anche dall’insopportabile ambiguità tra l’apparente disponibilità che le donne odierne manifestano in pubblico e la ritrosia selettiva che poi invece adottano nel privato, perpetuando così la pratica di utilizzare il sesso come strumento di potere.
Infine, da una prospettiva meno cinica, la disperazione per l’incapacità di avere un rapporto sessuale si lega anche all’impossibilità di “costruire una vita” con un individuo di sesso femminile senza l’“ipoteca” del congiungimento carnale (che porta poi lo scrittore a giudicare le donne come assetate di sesso): «Nessuno – nemmeno gli uomini – ti danno un’occhiata se non hai quella potenza che irradia. E le donne ti dicono “che importa? Ecc.” ma sposano un altro. E sposarsi vuol dire costruire una vita. E tu non te la costruirai mai» (25 dicembre 1937).

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