venerdì 15 luglio 2016

Poliglottismo e vanità


Una delle più colossali figuracce della storia televisiva mondiale rimane quella di Ziad Fazah, un signore libanese che riuscì a farsi inserire nel volume del “Guinness dei Primati” come il più grande poliglotta di tutti i tempi (autocertificando la sua conoscenza di cinquantotto lingue), ma che messo alla prova nella trasmissione cilena Viva el lunes (1997) dimostrò di sapere, a parte l’arabo (sua madrelingua) giusto un po’ di spagnolo, qualche parola in finlandese e nulla più.

In una recente intervista riportata da “Wikipedia”, egli ha dichiarato che quella specie di quiz fu una “trappola”, in quanto la produzione, cogliendolo di sorpresa, non gli avrebbe lasciato il tempo di prepararsi. Ora, se le domande non fossero state di una semplicità imbarazzante, avremmo potuto credergli, poiché è noto che per gli iperpoliglotti non vale l’Hic Rhodus hic salta, e a chi attesta di parlare più di 5 lingue è sempre necessario un periodo più o meno lungo (da una settimana a tre mesi) per “recuperare” quella lasciata in fondo ai cassetti della memoria.
Tuttavia, per fare solo un esempio, chi dice di conoscere il russo (anche solo come “lingua di riserva”) non può non saper rispondere a una domanda come Какой сегодня день недели? [“Che giorno della settimana è oggi?”]. A dirla tutta una frase del genere sarebbe stato in grado di capirla pure chi avesse sfogliato per qualche minuto uno di quei corsi di apprendimento rapido, perché сегодня [”oggi”] è una delle prime parole che si incontrano, dato che viene utilizzata per presentare le irregolarità nella pronuncia (infatti si legge “sivodnja” e non “segodnja”).

Esiste, è vero, la possibilità che Fazah sia andato completamente in confusione, poiché persino uno come Iván Zamorano (che essendo un calciatore giustamente non sa nulla), è riuscito non solo a capire che il testo in persiano è un inno nazionale, ma addirittura a indovinare che la domanda greca avesse qualcosa a che fare col Cile (στη Χιλή) nonostante la pronuncia fosse difficilmente intuibile (“Khilì” con l’aspirata). A volte basta un po’ di savoir-faire per millantare: per esempio, il signore che gli pone le domande in persiano, l’esploratore e documentarista Abdullah Omidvar, riesce subito ad accattivarsi la simpatia dell’uditorio affermando di saper parlare una cinquantanovesima lingua, il “Papalapapiricoipi” (con riferimento a un classico della cultura televisiva cilena) e poi ha gioco facile nell’umiliare immediatamente il tristo Fazah, che da quel momento entrerà nella storia del crasso umorismo nazionale come “El Polidiota”.

Non vorrei filosofeggiare troppo sulla natura del poliglottismo, chiamando ancora in causa il classico desiderio di riconoscimento, tuttavia molto spesso tale tendenza si riscontra soprattutto in chi vive ai margini dell’establishment intellettuale, o proviene addirittura da un contesto sottoculturale: un caso da manuale è quello dell’afroamericano Moses McCormick, che ha iniziato a studiare compulsivamente le lingue per superare i suoi complessi di inferiorità (generati da circostanze individuale e sociali, in quanto studente mediocre, americano e nero: si veda questo video).
Bisogna perciò mantenere un minimo di habitus da intellettuale per non ridursi a un fenomeno da baraccone; ciò vale pure per chi presta la sua immagine a imbarazzanti corsi di self-help: come ho già scritto, non sarebbe meglio riprendersi la proprio dignità cercando un lavoro vero?