sabato 16 luglio 2016

Vogliamo i figli di puttana!


Per festeggiare il fallimento del golpe militare del 15 luglio 2016, oggi mi concederò il lusso di non leggere giornali né assisterò ai vari “speciali” televisivi. Già ieri sera seguendo fino a tarda notte la Rai e Sky sono andato in overdose di coglionerie (anche perché quando la rete nazionale TRT Türk ha ripreso le trasmissioni mi sono addormentato); ora sinceramente ne ho avuto abbastanza [*].

I giornalisti possono scrivere quello che vogliono, probabilmente qualcuno avrà già trovato il modo di accusare Erdoğan di essersi fatto l’autogolpe per aumentare il proprio consenso. Tuttavia il loro capodanno fantozziano è finito per l’appunto in anticipo, e ora dovranno farsene una ragione (tutti gli altri invece continuino pure a coltivare quel nuovo ramo della letteratura fantastica che è la geopolitica).

In realtà questo evento conferma tutte le paranoie degli ultimi mesi (e anni) del leader turco, che col senno di poi non aveva torto nell’insistere a tutti i costi per una riforma presidenzialista (io l’ho criticato per essersi sbarazzato di Davutoğlu, ma a dirla tutta è infinitamente preferibile qualsiasi “golpe di palazzo” rispetto alla solita sortita militarista).

In ogni caso sarà difficile capire come sia andata realmente: l’unica cosa certa è che questo bubbone prima o poi doveva scoppiare. Non sembra assurdo credere che le formazioni golpiste abbiano agito approfittando del caos creato dall’attentato di Nizza: del resto a prendere l’iniziativa sono stati i gradi inferiori, senza l’appoggio dei generali. Anche l’atteggiamento degli Stati Uniti, da un iniziale “attendismo” durato qualche ora a un risoluto appoggio al “governo democraticamente eletto”, dimostra l’approssimazione con cui i militari si sono mossi. Certamente qualche amico americano avrà fatto il tifo per i colonnelli, come rivela la dichiarazione dell’ex ambasciatore all’ONU John Bolton («Se Erdoğan prevarrà ci sarà un’accelerazione dei tentativi di islamizzazione che egli sta perpetrando»), ma pare che ai piani alti abbiano avuto l’intelligenza di non aprire un nuovo fronte o scatenare un’altra guerra civile. Comunque è evidente che dalle parti di Washington il presidente turco non è molto amato, non solo per la recente riconciliazione con la Russia, ma anche per il ruolo che Ankara pretende all’interno della NATO: Erdoğan ha più volte fatto capire che è finito il tempo in cui la Turchia veniva considerato il “parente povero” dell’Alleanza.

Perciò sembra alla fine che gli unici ad aver sperato fortemente in questo golpe, a parte uno sparuto gruppo di colonnelli che pare abbia preso ispirazione dal famoso film con Tognazzi, siano stati proprio gli italiani. Non solo i giornalisti, purtroppo (che almeno sono pagati per mentire), ma anche persone che all’apparenza sembravano normodotate. Penso che per molti sia arrivato il momento di farsi un esame di coscienza: da dove nasce tutto questo feticismo per i colonnelli altrui? Che senso ha spellarsi le mani quando un Paese viene trasformato in una caserma o in una prigione? Si tratta solo di Schadenfreude? Oppure, sempre per usare paroloni tedeschi, di Selbsthass (la turcofobia come estensione dell’auto-razzismo italiota oltre i confini nazionali)?
Inutile richiamarsi al realismo: la politica dei “figli di puttana”, per prendere a prestito l’espressione con cui Roosevelt definì il dittatore nicaraguense Somoza, non ha proprio nulla della Realpolitik invocata dagli analisti d’assalto. È un metodo odioso che guarda caso mai accetteremmo di saggiare sulla nostra pelle (credo nemmeno se al governo ci fosse l’odiato S.B.): anche in questo, lo ammetto a malincuore, il popolo turco ha dimostrato una dignità infinitamente superiore a quello italiano. Invece di accogliere in lacrime i “salvatori della patria” per antipatia verso Erdoğan, i turchi hanno difeso la democrazia tutti assieme: è una grande prova di civiltà dalla quale dovremmo prendere esempio (almeno per rispetto delle centinaia di morti e feriti).

Per quel che mi riguarda, dopo un’iniziale ritrosia a contattare i miei amici di Istanbul, poiché conosco la loro riservatezza, nonché una certa insofferenza verso la “spettacolarizzazione” di qualsiasi evento politico, mi sono deciso infine a sentire sia gli “erdoganiani” che i “kemalisti”. Mi ha fatto piacere udire nuovamente queste voci simili a miagolii, questa lingua che assomiglia a una serie di equazioni. Mentre i simpatizzanti dell’AKP si sono dimostrato ovviamente tranquillissimi, «Neden korkuyorsun? Hiçbirşey olmayacak! Cumhurbaşkanımızın yanındayız!» [“Di che ti spaventi? Non succederà nulla! Noi stiamo col nostro presidente!”], da parte dei “kemalisti” (il termine è ormai abusato, ma credo si possano definire così quelli con le gigantografie di Atatürk in casa) ho invece percepito un’inedita apprensione. Addirittura un’amica, evidentemente agitata, dopo avermi detto una frase che difficilmente riuscirò a dimenticare, «Bizde seni kendimizden biri olarak görüyoruz» [“Noi ti vediamo come uno dei nostri”], mi ha invitato a pregare per loro («Bizim için dua et»). Concedetemi un pizzico di vanagloria. Sonu iyi biten herşey iyidir. [**]

L’avversione diffusa per la “soluzione golpista” potrebbe essere un indice del fatidico spirito dei tempi: questi militari sembrano in effetti spuntati dalle tenebre degli anni ’70, con addosso quella puzza di ciclostilato e di mandorle amare che in Italia qualcuno aveva fiutato nei pressi di Piazza Fontana. Se avessero preso il potere, la Turchia sarebbe ritornato un Paese povero, semirurale, insignificante dal punto di vista politico e culturale. Chissà quali “cure”, dopo il “golpe democratico” (così i giornali definirono l’avvento al potere di Al-Sisi in Egitto) avrebbero dovuto sperimentare i turchi: arresti, torture, fucilazioni, coprifuoco… Evidentemente non hanno gradito la gentile offerta di salvarsi dall’islamizzazione (o dall’ottomanesimo, o dal sultanismo), e hanno provveduto a respingere i figli di puttana al mittente.

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[*] Mi ero ripromesso di non leggere i giornali, ma questa merita un accenno: Antonio Ferrari del “Corriere” è riuscito a sostenere nello stesso giorno e sullo stesso quotidiano due tesi contrapposte: nel primo articolo, Lo Stato laico e le mani dell’esercito, dopo aver elogiato tra le righe gli “amati militari”, ha paragonato Erdoğan a “un Ceausescu anticomunista” e gli ha augurato di fare la stessa fine; nel secondo pezzo, un’intervista (Chi c’è dietro il “golpe fasullo”), ha avanzato invece la tesi dell’auto-golpe, vantando “fonti credibili e preziosissime” che gli avrebbero suggerito l’idea della “sceneggiata”. Questo è il giornalismo italiano (purtroppo c’è anche chi ha fatto di peggio, ma stendiamo un velo pietoso).

[**] Vorrei precisare che questo “campione” decisamente esiguo, essendo composto solo da otto persone, ha comunque un certo valore rappresentativo, nello stesso modo in cui lo avrebbe avuto il parere di un lettore de l’Unità riguardo all’incarico di Presidente del Consiglio conferito a Mario Monti nel 2011.

lunedì 11 luglio 2016

Tempo per gli animali di allucinare, tempo per noi...


Qual era quel filosofo che sosteneva che dèi e animali vivono in perfetto equilibrio e quindi non hanno bisogno di ricercare l’ebbrezza? Non ricordo, ma mi sembra che questo concetto emerga spesso nella storia del pensiero occidentale (Epicuro, Hume, Nietzsche: uno di questi tre sicuramente l’ha detto). In parole povere, gli animali non si ubriacano perché non ne hanno alcuna necessità: la tendenza a intossicarsi e alterare la propria coscienza è esclusiva dell’essere umano. Poi salta fuori il video di uno scoiattolo che si ubriaca con frutta o verdura fermentata, e ogni preconcetto crolla all’istante. A questo aggiungiamo anche i cinquemila bovini del Kansas (City?) che vengono soppressi ogni anno perché quando scoprono le erbette inebrianti diventano tossicomani (l’ho letta su Focus), oppure i pettirossi americani che mangiano le bacche del caprifoglio fino a stordirsi, o ancora le formiche sanguinee che “mungono” i gorgoglioni per gustare la loro inebriante essudazione, una specie di latte talmente tossico che finisce per distruggere l’intera vita del formicaio (sempre Focus).

Alla maggior parte di noi, le immagini di una scimmia o un elefante che barcollano provocano un attacco di risa irrefrenabile. I motivi sono innumerevoli, e del resto l’uomo ride anche dei propri simili quando inciampano o si tirano una martellata sul dito. Tuttavia, nel caso degli animali, la risata dovrebbe esser mista a un senso di tristezza, nel constatare come la creazione tenda tutta intera verso l’auto-distruzione. Se nemmeno un essere di puro istinto può resistere a questa spinta, allora ci restano pochissime speranze. Aveva forse ragione Cornelio Fabro, a commuoversi per le bestie che «senza loro colpa pagano la conseguenza del peccato originale».

A parte le indispensabili informazioni rinvenute su Focus, ho trovato interessanti anche gli studi dello psicofarmacologo Ronald K. Siegel, riassunti nel volume Intoxication: Life in Pursuit of Artificial Paradise (1989). Oltre i babbuini che saccheggiano le piantagioni di tabacco e le renne che vengono radunate grazie alla loro dipendenza dall’amanita muscaria, l’esempio più eclatante è quello degli elefanti: essi si ubriacano con i frutti fermentanti degli alberi di marula e il loro comportamento da ebbri ricorda quello degli esseri umani (andatura irregolare, difficoltà a controllare i movimenti della proboscide e delle orecchie). Per “testare” le sue osservazioni, Siegel ha confinato per un mese un gruppo di elefanti in uno spazio ristretto e li ha fatti bere... Non stupisce che le sue ricerche siano state contestate da alcuni ricercatori di Bristol nel 2006, ma la predilezione degli elefanti per i frutti fermentati è stata osservata, oltre che in Africa, anche nel Bengala e in Indonesia con i durian.

Il dato ci conferma ancora una volta che l’intera creazione tende all’ottundimento; i motivi però rimangono oscuri.

Operazione Keelhaul

«Fra gli atti più eminenti e infami compiuti al fine di placare Stalin vi fu l’Operazione Keelhaul. Fra gli accordi stipulati a Yalta nel 1945 vi era pure quello di rimandare in Russia tutti i russi liberati dalle truppe britanniche o americane che erano stati prigionieri in campi di concentramenti tedeschi, così come i prigionieri di guerra americani e britannici liberati dai russi sarebbero stati restituiti ai loro Paesi di origine. A differenza, tuttavia, dei prigionieri inglesi e americani, quelli russi non avevano alcuna intenzione di tornare in patria. Si ricorse perciò alla forza e all’inganno. Alcun russi avevano accettato d’indossare uniformi tedesche per liberare il proprio Paese dalla tirannia di Stalin e, sebbene questa loro scelta possa spiacere a qualche lettore, non è tanto più difficile da capire rispetto alla scelta di Churchill di allearsi con l’assassino di massa Stalin contro Hitler. I soldati russi provarono a liberare il proprio paese dal comunismo. Roosevelt e, poi, Truman, per ingraziarsi Stalin, tradirono almeno un milione di russi anticomunisti consegnandoli nelle mani del dittatore sovietico.
[…] L’Operazione Keelhaul non riguardò solo l’Europa, dove si trovava la maggior parte dei prigionieri russi, ma fu messa in atto anche in terra americana. A metà del 1945, a Fort Dix, nel New Jersey, tra i prigionieri di guerra ve ne erano circa 200 di nazionalità sovietica. Al momento della cattura portavano uniformi tedesche. Erano stati fatti prigionieri con la solenne promessa che in nessunissima circostanza sarebbero stati rimpatriati in Unione Sovietica, dove li aspettava una morte certa. […]
[A Seattle] a questi uomini era stato ordinato, pistole alla mano, d’imbarcarsi sulla nave sovietica. Di fronte alla veemente resistenza di costoro, si era presa le decisione di portarli temporaneamente a Fort Dix.
A Fort Dix fu poi fatto un altro tentativo di rimpatriare forzatamente questi uomini in Unione Sovietica. Storditi con gas lacrimogeni, furono portati a forza a bordo di un’imbarcazione sovietica, dove, mezzi intontiti, lottarono comunque con tutte le loro forze arrivando a danneggiare i motori e a far sì che i vascello non fosse più idoneo a proseguire la navigazione. Alla fine, a un sergente venne l’idea di drogare i prigionieri correggendo il loro caffè con barbiturici. Nello stato di sonno comatoso indotto dalla droga gli uomini furono finalmente ricondotti in Unione Sovietica» 
(Thomas E. Woods Jr, Guida politicamente scorretta alla storia degli Stati Uniti d’America, tr. it. M. Brunetti, D’Ettoris Editori, 2009, pp. 254-256)

domenica 10 luglio 2016

Ars longa vita brevis. Musica e morte nel 2016

La prima metà del 2016 è stata caratterizzata da una vera e propria “moria” di artisti. Per menzionare solo quelli che sono stati ricordati dai miei contatti Facebook in questi mesi: David Bowie (10 gennaio), Franco Citti (14 gennaio), Alan Rickman (14 gennaio), Ettore Scola (19 gennaio), Abe Vigoda (il “Tessio” del Padrino, 26 gennaio), Glenn Lewis Frey (chitarrista e tastierista degli Eagles, 18 gennaio), Paul Kantner (cantante dei Jefferson Airplane, 28 gennaio), Black (autore della celebre “Wonderful Life”, 26 gennaio), Frank Finlay (30 gennaio), George Kennedy (28 febbraio), Aldo Ralli (6 marzo), Keith Emerson (10 marzo), Riccardo Garrone (14 marzo), Paolo Poli (25 marzo), Dennis Davis (uno dei batteristi di Bowie, 6 aprile), Tony Conrad (9 aprile), Prince (21 aprile), Lino Toffolo (17 maggio), Nick Menza (batterista dei Megadeth, 21 maggio), Giorgio Albertazzi (28 maggio), Bud Spencer (27 giugno), Michael Cimino (2 luglio), Abbas Kiarostami (4 luglio).

Cosa può essere accaduto?
L’ipotesi più verosimile è che gli Illuminati in accordo con la Giudeo-massoneria internazionale abbiano deciso che la “festa è finita” e che l’umanità, dopo essersi goduta il baccanale, deve ora prepararsi a un’era di oscurità senza più film né canzoni.
Nessuno tuttavia ha avuto (almeno finora) il coraggio di formulare questa tesi: se fino a pochi mesi fa i “teorici del complotto” riuscivano a tenere il passo (catalogando la morte di qualsiasi celebrità, da Philip Seymour Hoffman a Robin Williams, sotto la voce Illuminati blood sacrifices), oggi anche loro sono stati travolti dagli eventi, tanto è vero che un accenno di dietrologia si è potuto apprezzare solamente al principio della falcidia, con i retroscena sulla morte di Bowie “pianificata” tramite eutanasia come un copione perfetto (del resto persino le leggende metropolitane sui «cantanti morti [che] nun so’ mmorti veramente» non hanno avuto il tempo di attecchire: l’ultimo ad aver goduto di tale “privilegio” mi pare sia stato Michael Jackson nel lontano 2009).

Un’ipotesi più macabra della precedente è che esista anche per le celebrità un fenomeno simile all’Effetto Werther, il quale è descritto dagli psicologi in questi termini: «Subito dopo un suicidio da prima pagina, aumenta vertiginosamente la frequenza di suicidi nelle zone dove il fatto ha avuto grande risonanza. […] Dai dati anagrafici e anamnestici, appare un’impressionante similarità tra la condizione del primo, “famoso” suicida, e quella di coloro che si erano successivamente suicidati, ossia se il suicida famoso era anziano, aumentavano i suicidi di anziani, se il suicida apparteneva a un certo ceto sociale o professione, aumentavano i suicidi in quei determinati ambienti» (G. Nardone - P. Watzlawick, L’arte del cambiamento, Ponte alle Grazie, Firenze, 1990, p. 68).

Lasciando però da parte le panzane, veniamo a qualcosa di più concreto (e anche cinico, per certi versi): l’impressione di “moria” non potrebbe derivare dal fatto che negli ultimi decenni non sono comparsi talenti in grado di competere con quelli sbocciati approssimativamente dal dopoguerra fino agli anni ’90?
Una sensazione inconscia di tutto ciò mi pare emerga dalle commemorazioni da social network, che nonostante l’inevitabile tendenza al sarcasmo tipica dell’era internettiana (avrete sentito anche voi la battutina «Sono un artista ma per fortuna non sono famoso»), non sembra che questa volta abbiano registrato lo snobismo tipico dello “sfigato medio”, colui che negli anni passati aveva dato invece il meglio di sé, arrivando a esprimere concetti quali «Preferisco ricordare Mario Verdone invece che Michael Jackson» (26 giugno 2009) e «Preferisco ricordare Giorgio De Rienzo che Amy Winehouse» (23 luglio 2011). Non so se poi l’abbinamento critico/celebrità si sia ripetuto negli anni: ripensandoci, è dal 2011 che mi sono imposto di non frequentare più sfigati (nemmeno su Facebook), quindi la mia impressione può esser stata influenzata da tale circostanza (non voglio nemmeno prendere in considerazione l’eventualità di esser diventato lo “sfigato d’osservazione” di qualcuno senza accorgermene…).

Provando a confinare il discorso esclusivamente all’ambito musicale, mi domando se queste morti non colpiscano particolarmente per la consapevolezza indistinta che una certa ars non è poi così longa: può sembrare paradossale che il concetto di “musica che muore col suo creatore” si presenti nell’epoca della riproducibilità tecnica (anche se, seguendo la celebre tesi del Benjamin, ciò non dovrebbe affatto apparire contraddittorio), ma proviamo a pensare, per esempio, al contrasto tra il concerto organizzato dai russi a Palmira e quello dei Rolling Stones a l’Havana.

Nessuna persona sana di mente può aver percepito come “sacrilego” il fatto che a interpretare le opere di Prokof’ev fossero altri dal compositore stesso; al contrario, se i cubani avessero voluto sentire a tutti i costi la musica dei Rolling Stones, ma quelli non fossero stati disponibili (magari perché anche loro “vittime” di questo 2016!), non si riesce neppure a immaginare cosa sarebbe successo qualora gli americani avessero mandato a eseguire i pezzi più famosi non dico una cover band, ma anche solo un gruppo allo stesso livello (almeno “storico”) di Jagger e compari: a quel punto, per evitare la guerra, sarebbe stato meglio trasmettere degli ologrammi, come recentemente è stato fatto proprio con Michael Jackson (di questo passo l’esperienza di un concerto assomiglierà sempre più a L’invenzione di Morel).

Tutto ciò accade soprattutto per la distanza incolmabile tra il “classico” e il “moderno” (persino quando ridotto a “modernariato”) che esiste ancora a livello di immaginario collettivo (nonostante tutti i tentativi messi in atto per superarla). Si tratta di un contrasto dal carattere quasi “mimetico” che si produsse quando la musica classica europea decise di “suicidarsi” attraverso la dodecafonia e l’atonalismo, lasciando le sue “armi migliori” (tonalità, ritmo) al rock e al pop, che le sfruttarono fino alle più imbarazzanti semplificazioni.
Ciò è talmente vero che gli unici nei confronti dei quali tale dicotomia sembra perdere un minimo di ascendente sono i Queen, che pur sopravvivendo dal 1991 in una sorta di limbo, si sono concessi il lusso di ingaggiare un cantante poco più che trentenne senza subire processi per “blasfemia”. Che l’abbiano passata liscia proprio perché, agli occhi delle masse, essi partecipano più degli altri all’archetipo di quel che è considerato “il classico”?

Infine, l’ultima ipotesi, forse la meno convincente, è che il fatto stesso che qualcuno consideri incredibile una moria di individui che, per quanto talentuosi e straordinari, avevano comunque ampiamente superato il mezzo del cammin di nostra vita, è di per sé un sintomo del fatidico spirito dei tempi. Mi sembra che questo stato d’animo abbia qualcosa a che fare col connubio sempre più forte tra arte e morte che il terrorismo nell’ultimo anno è riuscito a imporre, seppur “desublimandolo” (se così si può dire) e per certi versi anche democratizzandolo. Non parlo solo di Charlie Hebdo e del concerto degli Eagles of Death Metal al Bataclan, ma anche di tutto il Jihad Cool ruotante attorno al radicalismo islamizzato.
Dato che ho dimenticato di farlo quando aveva ancora senso, colgo ora l’occasione per segnalare la dedica dell’adorabile Cecily Strong del Saturday Night Live alle vittime degli attentati parigini (in ogni caso una rappresentazione icastica -e pure gradevole- del genius saeculi):

mercoledì 6 luglio 2016

Sympathy for the Stalin

D. LOSURDO, Stalin. Storia e critica di una leggenda nera, Carocci, Roma, 2008

«Quando Kaganovič propone [a Stalin] di sostituire la dizione di marxismo-leninismo con quella di marxismo-leninismo-stalinismo, il leader a cui è rivolto tale omaggio risponde: “Vuoi paragonare il cazzo con la torre dei pompieri”»
Mettiamo subito le mani avanti: recensire un libro del genere senza perdere la faccia è praticamente impossibile, poiché stroncarlo equivarrebbe a negare ogni valore alla ricerca storica (che ovviamente può essere anche revisionista), mentre il più blando degli apprezzamenti finirebbe per assomigliare a un’indebita apologia del dittatore sovietico (o direttamente a una Apologia del Bolscevismo, come il titolo di uno scritto di Guido De Ruggiero del 1922).

In verità al “Piccolo Padre” gli encomi non sono mancati, anche se solo una piccola parte dei sostenitori ha fatto in tempo a pentirsi. Sicuramente il più singolare dei panegirici rimane quello di Alcide De Gasperi, pronunciato a un intervento al Teatro Brancaccio nel luglio del 1944:
«Quando vedo che mentre Hitler e Mussolini perseguitavano degli uomini per la loro razza, e inventavano quella spaventosa legislazione antiebraica che conosciamo e vedo contemporaneamente i russi composti di 160 razze cercare la fusione di queste razze superando le diversità esistenti fra l’Asia e l’Europa, questo tentativo, questo sforzo verso l’unificazione del consorzio umano, lasciatemi dire: questo è cristiano, questo è eminentemente universalistico nel senso del cattolicesimo».
Volendo sorvolare sul paragone (surreale) col cattolicesimo, rimane arduo giustificare i toni del leader democristiano senza un adeguato inquadramento storico: sarebbe infatti ingiusto pensare che De Gasperi non fosse sincero quando esprimeva tali apprezzamenti per Stalin, e non interpretasse quindi un sentimento all’epoca diffuso.

L’interpretazione dominante tuttavia resta quella di Stalin e Hitler come due facce della stessa medaglia: per questo Losurdo, più che occultare le malefatte del tiranno bolscevico, si preoccupa in primis di metterle a confronto con quelle dell’imperialismo anglosassone. Da questo punto di vista, il libro assomiglia quasi a un supplemento di Controstoria del liberalismo (2005). La tecnica usata è appunto la stessa: la comparazione tra i crimini contro l’umanità di entrambe le parti serve a ridimensionare le simbologie “mostruose” inconsciamente utilizzate per descrivere quell’incubo che ci ostiniamo a chiamare Storia. Il problema è che tale impostazione è suscettibile di varie critiche, tra le quali la più diretta e ovvia è questa: gli orrori del comunismo non andrebbero riconosciuti come tali, indipendentemente da quello che hanno combinato Inghilterra e America?

La risposta chiaramente è “Sì”, ma d’altro canto bisogna ammettere che su tali argomenti si preferisce sempre stendere un velo pietoso: se, per esempio, uno storico osasse affrontare le figure di Churchill e Roosevelt come quella di Stalin, come minimo riceverebbe una tirata d’orecchie, e non solo in senso metaforico (considerando le leggi sul revisionismo che gli stati europei si apprestano a varare).
Se è vero poi che la storia la scrivono i vincitori, è per giunta un paradosso che la figura di Stalin venga ancora studiata attraverso la lente della propaganda. Ovviamente non si tratta, ripeto, di giustificare qualsiasi militanza “stalinista” oggi, ma di accettare l’operazione storica di Losurdo nello stesso modo in cui si accolgono i volumi di Robert Conquest – un personaggio al quale Losurdo dedica alcune pagine del libro, riportando certe sue imbarazzanti affermazioni sulla superiorità della “comunità di lingua inglese” e del fondamento etnico “anglo-celtico” (cfr. Il secolo delle idee assassine, Mondadori, Milano, 2001, pp. 275, 307).

Stalin è tra i vincitori, e ciò è innegabile – anche se lui stesso in privato ammetteva che senza la potenza industriale americana non ce l’avrebbe mai fatta (p. 328). Per porla in altri termini: per il tributo di sangue, il dispiegamento immane di forze e il “genio strategico” (riconosciutogli da De Gasperi!), il vincitore materiale è lui. L’affermazione è pesante, ma fa il paio con quella che vorrebbe la vittoria degli anglo-americani come conseguenza di un intervento divino: levato di mezzo Stalin, in effetti, la ricostruzione storica è costretto ad appigliarsi al “preternaturale” per giustificare un podio dei vincitori composto esclusivamente da Roosevelt e Churchill. Sono convinto che, se ne avessero la possibilità, gli storici taglierebbero il leader sovietico dalla foto di Yalta nello stesso modo in cui egli eliminava Trotskij, Kamjenev e Ježov dalle immagini di propaganda del regime.

(Alexander Lobanov)
Stalin ha vinto perché è riuscito a portare a livelli sovrumani la produzione bellica nazionale, a spostare le industrie all’interno del territorio per metterle al riparo dall’attacco nemico, a risvegliare gli spiriti patriottici con tutto l’armamentario simbolico della Santa Madre Russia minacciata dall’orda maledetta (come fa il verso di un inno alla guerra santa sovietica). Non si può quindi semplicemente affermare che il progetto hitleriano era intrinsecamente malvagio e che la mano di Dio ha aiutato gli anglo-americani a spazzarlo via per sempre; si tratta di una favola che con la fine della Guerra Fredda dovrebbe esser messa da parte. Soprattutto ora che, con i nuovi attriti tra Washington e Russia, la storia sembra ripetersi: su questo punto il libro, nonostante sia stato scritto otto anni fa, ha ancora qualcosa da dire.

L’affermazione che, senza Stalin, non esisterebbe una coscienza nazionale ucraina, può sembrare assurda solo all’apparenza: le fonti storiche dimostrano che Stalin fece molto per rendere l’Ucraina indipendente (una testimonianza insospettabile la si trova nei rapporti dei diplomatici fascisti). Attraverso il commissario del popolo Lazar Kaganovič (di origine ebraica), Stalin promosse l’ucrainizzazione di quella parte dell’impero sovietico, favorendo la lingua e l’alfabetizzazione, ed erigendo statue al poeta nazionale Taras Ševčenko. Fa specie scoprire che all’epoca questa politica trovò una fortissima resistenza da parte dei russofoni e che anche Anton Denikin, storico generale dell’Armata Bianca, si rifiutava di ammettere l’esistenza del popolo ucraino (in continuità con la tradizione autocratica zarista).

Al di sopra di tutti questi bei discorsi incombe l’Holodomor, il genocidio per fame che gli ucraini subirono dal 1929 al 1933. Losurdo non lo nega, ma tenta di attribuirlo all’ideologia “sviluppista” che animò l’URSS: durante la sua esistenza l’impero sovietico non ebbe remore a sacrificare milioni di persone per passare “dall’aratro di legno alla pila atomica”. Almeno a parole, non c’è nessun intento di sterminio: può sembrare un’annotazione ingenua, ma a quel tempo rivendicare l’annientamento di interi popoli in nome della Ragion di Stato non creava alcun problema di coscienza. Se pensiamo al modo in cui gli inglesi giustificarono le carestie in Irlanda e nel Bengala come strumento di dominio, o come gli americani promossero la tortura dei prigionieri tedeschi durante la guerra (perché “ogni bambino biondo nasconde un piccolo Führer”), possiamo allora stupirci delle numerose dichiarazioni d’amicizia di Stalin verso il popolo ucraino. Ben diverse sono le affermazioni di Hitler, che nelle Conversazioni a tavola auspicava lo sterminio dell’80-90% degli ucraini e l’assoggettamento del restante 10% della popolazione alla nuova razza dei signori. Gli ucraini che oggi rimpiangono il nazismo, incoraggiati da anni dalla stampa occidentale (soprattutto quella “progressista”!), dovrebbero domandarsi se con una vittoria del Führer sarebbe rimasto nell’intero universo un solo pezzo di terra chiamato “Ucraina” (il “liberatore” fu abbastanza chiaro su questo: «Si può intraprendere la germanizzazione del suolo, giammai degli uomini»).

Lasciando per un attimo da parte questa intricatissima questione, vorrei precisare ancora che a me non disturba affatto che l’Holodomor venga definito “olocausto”, anzi auspico che non si smetta mai di parlarne. Quello che invece mi disturba (pur non provando alcuna simpatia verso il comunismo) è il fatto che in settant’anni una delle dittature più spietate non sia riuscita a estirpare ogni orgoglio nazionale. Anche in questo caso, o si cerca una spiegazione storicamente plausibile oppure si tira in ballo la provvidenza. E se gli stati dell’URSS fossero stati davvero delle repubbliche, e non soltanto colonie? Oggi queste nazioni sono comprensibilmente intolleranti verso le minoranze russe al loro interno, ma tale difficile convivenza non è mai degenerata nei massacri da ex-Jugoslavia (almeno finora).

Nell’ipotesi assurda che gli Stati Uniti facessero la fine dell’URSS, è difficile pensare che il Texas o la California possano trasformarsi in breve tempo in due nazioni dalle caratteristiche etnico-culturali ben definite: da costa a costa l’homo americanus è sempre lo stesso, e il mormone e il newyorchese si assomigliano molto di più che non il ceco e il polacco. Saranno stati poco furbi, i russi? È probabile, ma tornando a Stalin la sua volontà di favorire i “localismi” in senso opportunistico (anticolonialista e antitedesco) è esplicita. Quanto accaduto dopo il 1989 dimostra che non fu soltanto propaganda.
Il fatto che le nuove repubbliche nate dal crollo sovietico poi non ne vogliano sentir parlare, è soprattutto dovuto alle dinamiche con cui si costruisce una identità nazionale: è più facile fondare i valori collettivi contro un nemico comune che non su vaghi ideali. Dopo vent’anni però tutte le complicazioni passate in secondo piano rispetto a un’indipendenza piombata dal cielo stanno emergendo sul confine imperiale. Indipendentemente dalle interpretazioni che si possono dare alla figura di Stalin, come uno dei rappresentanti della tradizione autocratica russa o come leader mondiale del comunismo, come negazione assoluta di Lenin oppure un fedele prosecutore della sua opera, l’Occidente (o quel che si definisce tale) dovrebbe far tesoro delle esperienze passate.

sabato 2 luglio 2016

Ramazan (e altre turcherie)

A giugno avevo abbastanza tempo libero per mettermi in contatto con le amiche di Istanbul; tuttavia non avevo calcolato che quest’anno il Ramazan cade proprio nel mese di haziran: ecco perché invece di aiutarmi con la lingua, le turche hanno preferito dirozzarmi sui sacri principi dell’Islam. Non è stato tempo sprecato, anzi a dirla tutta mi è piaciuto, seppur in modo indiretto, partecipare a queste liturgie (ignote dal punto di vista “ortopratico”, ma non spirituale).

Ho provato a parlarne anche con la Giovane Turca (qui mi rivolgo solo ai lettori iniziati), ma con lei è difficile discutere di Islam dato che ha un’immagine stereotipata degli europei (persino degli italiani) e ci considera sostanzialmente come franchi ignoranti e barbari.
Per dire: quando le ho chiesto se era cominciato il Ramazan in Turchia, lei mi ha deriso ricordandomi che il “mese sacro” viene celebrato da tutti i musulmani del mondo. Il che è assolutamente vero (in Italia non ce ne siamo accorti perché, grazie al cielo, le scuole sono già chiuse), ma aiutatemi a dire quel che non posso... (masticazzi?)
Per farla breve, ogni discorso sulla religione con la Giovane Turca assomiglia più o meno all’indimenticabile scena di Che bella giornata in cui Checco Zalone domanda ai suoi interlocutori se “abitano in Islam”:


Con le altre invece ho potuto parlare più tranquillamente, per esempio, del numero di rekât (rak’a) aggiuntive della terâvih (tarawih) da fare a seconda della prescrizione stabilita da ogni scuola giuridico-religiosa. Non vorrei ora improvvisarmi anche islamologo, tuttavia da queste conversazioni ho avvertito appunto l’essenza “ortopratica” del culto maomettano a cui accennano gli studiosi: forse si tratta di una semplificazione o di una visione riduttiva, ma è un dato di fatto che il vero “discorso su Dio” attinente all’Islam non è la teologia, ma il diritto. Da qui poi muove la dimensione politica di questa religione, risalente ai tempi in cui il Profeta guidò la comunità. Non è stato quindi possibile affrontare un vero e proprio discorso sulla “sostanza” di tale fede, ma soltanto su gesti e precetti: non posso dire, da cattolico, che mi sia sgradito questo trionfo dell’esteriorità in tempi di interiorizzazione coatta (lato sensu)...