sabato 16 luglio 2016

Vogliamo i figli di puttana!


Per festeggiare il fallimento del golpe militare del 15 luglio 2016, oggi mi concederò il lusso di non leggere giornali né assistere ai vari “speciali” televisivi. Già ieri sera seguendo fino a tarda notte la Rai e Sky sono andato in overdose di coglionerie (anche perché quando la rete nazionale TRT Türk ha ripreso le trasmissioni mi sono addormentato); ora sinceramente ne ho avuto abbastanza [*].

I giornalisti possono scrivere quello che vogliono, probabilmente qualcuno avrà già trovato il modo di accusare Erdoğan di essersi fatto l’autogolpe per aumentare il proprio consenso. Tuttavia il loro capodanno fantozziano è finito per l’appunto in anticipo, e ora dovranno farsene una ragione (tutti gli altri invece continuino pure a coltivare quel nuovo ramo della letteratura fantastica che è la geopolitica).

In realtà questo evento conferma tutte le paranoie degli ultimi mesi (e anni) del leader turco, che col senno di poi non aveva torto nell’insistere a tutti i costi per una riforma presidenzialista (io l’ho criticato per essersi sbarazzato di Davutoğlu, ma a dirla tutta è infinitamente preferibile qualsiasi “golpe di palazzo” rispetto alla solita sortita militarista).

In ogni caso sarà difficile capire come sia andata realmente: l’unica cosa certa è che questo bubbone prima o poi doveva scoppiare. Non sembra assurdo credere che le formazioni golpiste abbiano agito approfittando del caos creato dall’attentato di Nizza: del resto a prendere l’iniziativa sono stati i gradi inferiori, senza l’appoggio dei generali. Anche l’atteggiamento degli Stati Uniti, da un iniziale “attendismo” durato qualche ora a un risoluto appoggio al “governo democraticamente eletto”, dimostra l’approssimazione con cui i militari si sono mossi. Certamente qualche amico americano avrà fatto il tifo per i colonnelli, come rivela la dichiarazione dell’ex ambasciatore all’ONU John Bolton («Se Erdoğan prevarrà ci sarà un’accelerazione dei tentativi di islamizzazione che egli sta perpetrando»), ma pare che ai piani alti abbiano avuto l’intelligenza di non aprire un nuovo fronte o scatenare un’altra guerra civile. Comunque è evidente che dalle parti di Washington il presidente turco non è molto amato, non solo per la recente riconciliazione con la Russia, ma anche per il ruolo che Ankara pretende all’interno della NATO: Erdoğan ha più volte fatto capire che è finito il tempo in cui la Turchia veniva considerato il “parente povero” dell’Alleanza.

Perciò sembra alla fine che gli unici ad aver sperato fortemente in questo golpe, a parte uno sparuto gruppo di colonnelli che pare abbia preso ispirazione dal famoso film con Tognazzi, siano stati proprio gli italiani. Non solo i giornalisti, purtroppo (che almeno sono pagati per mentire), ma anche persone che all’apparenza sembravano normodotate. Penso che per molti sia arrivato il momento di farsi un esame di coscienza: da dove nasce tutto questo feticismo per i colonnelli altrui? Che senso ha spellarsi le mani quando un Paese viene trasformato in una caserma o in una prigione? Si tratta solo di Schadenfreude? Oppure, sempre per usare paroloni tedeschi, di Selbsthass (la turcofobia come estensione dell’auto-razzismo italiota oltre i confini nazionali)?
Inutile richiamarsi al realismo: la politica dei “figli di puttana”, per prendere a prestito l’espressione con cui Roosevelt definì il dittatore nicaraguense Somoza, non ha proprio nulla della Realpolitik invocata dagli analisti d’assalto. È un metodo odioso che guarda caso mai accetteremmo di saggiare sulla nostra pelle (credo nemmeno se al governo ci fosse l’odiato S.B.): anche in questo, lo ammetto a malincuore, il popolo turco ha dimostrato una dignità infinitamente superiore a quello italiano. Invece di accogliere in lacrime i “salvatori della patria” per antipatia verso Erdoğan, i turchi hanno difeso la democrazia tutti assieme: è una grande prova di civiltà dalla quale dovremmo prendere esempio (almeno per rispetto delle centinaia di morti e feriti).

Per quel che mi riguarda, dopo un’iniziale ritrosia a contattare i miei amici di Istanbul, poiché conosco la loro riservatezza, nonché una certa insofferenza verso la “spettacolarizzazione” di qualsiasi evento politico, mi sono deciso infine a sentire sia gli “erdoganiani” che i “kemalisti”. Mi ha fatto piacere udire nuovamente queste voci simili a miagolii, questa lingua che assomiglia a una serie di equazioni. Mentre i simpatizzanti dell’AKP si sono dimostrato ovviamente tranquillissimi, «Neden korkuyorsun? Hiçbirşey olmayacak! Cumhurbaşkanımızın yanındayız!» [“Di che ti spaventi? Non succederà nulla! Noi stiamo col nostro presidente!”], da parte dei “kemalisti” (il termine è ormai abusato, ma credo si possano definire così quelli con le gigantografie di Atatürk in casa) ho invece percepito un’inedita apprensione. Addirittura un’amica, evidentemente agitata, dopo avermi detto una frase che difficilmente riuscirò a dimenticare, «Bizde seni kendimizden biri olarak görüyoruz» [“Noi ti vediamo come uno dei nostri”], mi ha invitato a pregare per loro («Bizim için dua et»). Concedetemi un pizzico di vanagloria. Sonu iyi biten herşey iyidir. [**]

L’avversione diffusa per la “soluzione golpista” potrebbe essere un indice del fatidico spirito dei tempi: questi militari sembrano in effetti spuntati dalle tenebre degli anni ’70, con addosso quella puzza di ciclostilato e di mandorle amare che in Italia qualcuno aveva fiutato nei pressi di Piazza Fontana. Se avessero preso il potere, la Turchia sarebbe ritornato un Paese povero, semirurale, insignificante dal punto di vista politico e culturale. Chissà quali “cure”, dopo il “golpe democratico” (così i giornali definirono l’avvento al potere di Al-Sisi in Egitto) avrebbero dovuto sperimentare i turchi: arresti, torture, fucilazioni, coprifuoco… Evidentemente non hanno gradito la gentile offerta di salvarsi dall’islamizzazione (o dall’ottomanesimo, o dal sultanismo), e hanno provveduto a respingere i figli di puttana al mittente.

giovedì 14 luglio 2016

Un approccio alla lingua malgascia


Solitamente quando devo approcciare un idioma a partire da zero, vado alla ricerca dei prestiti linguistici e mi “aggancio” a quelli per poter già comprendere qualcosa nell’immediato. Per quanto riguarda il malgascio, l’esercizio appare facilitato non solo dai numerosi prestiti dal francese e dall’inglese, ma soprattutto dalla sua appartenenza al sottogruppo maleo-polinesiano della famiglia austronesiana, assieme all’indonesiano e al malese (che in parte già conosco). Sembra in effetti che il malgascio sia “africano” solo per ragioni geografiche, non linguistiche.

Per esempio, nella frase Manasa ny tanako amin’ny savony aho [“Mi lavo le mani col sapone”], si può riconoscere “tanako” dal malese tangan [“mano”] e savony dal francese savon. Gli altri elementi sono facilmente identificabili: manasa [“lavare”] è il verbo (la struttura della lingua è verbo-oggetto-soggetto); aho è quindi il soggetto (“io”); tanako [“mani”] è il plurale di tanana; ny è l’articolo determinativo; amin sta per “con”.

Un altro esempio: Manoratra taratasy amin’ny penina ny mpianatra[“Lo studente scrive una lettera con la penna”]. Il soggetto, sempre alla fine della sentenza, è “lo studente” [ny mpianatra] che scrive [man-oratra, prefisso per formare il verbo + prestito dal malese surat, “lettera”], una lettera [taratasy, stessa radice di “carta” giunta attraverso il malese “kertas”, prestito arabo (qarṭās) di un prestito greco (khartes)] con la penna [amin’ny penina, “con” + prestito dall’inglese pen].

Un ultimo esempio, dalla pagina della Wikipedia malgascia dedicata all’Italia, che consta di una sola riga: I Italia dia firenena iray any Eoropa. I Roma, izay tanàna ngeza indrindra ao Italia no renivohiny. “L’Italia è una nazione dell’Europa. Roma, che è la città più grande dell’Italia, è la capitale”. Iè l’articolo per i nomi propri (presumo che il soggetto sia a inizio di frase per motivi “enciclopedici”); iray= “una”; any = “in”; izay = “che”; tanana = “città”; ngeza indrindra = “più grande”; renivohiny= “capitale”.

Per il momento ho trovato un ottimo compendio in questo articolo del linguista Matt Pearson, che nonostante definisca il malgascio «a language of the Philippine type» (?) e si dedichi esclusivamente al prefisso t-, offre comunque diversi rudimenti. Non mi stupisce, per citare un caso, scoprire che in tale idioma sia presente un abbozzo di aspetto verbale («T-marking is something like perfective marking on verbs in languages like Russian and Chamorro»), come nell’esempio che segue (illuminante se si tiene appunto in considerazione il prefisso t-):

Nikapa hazo tamin’ny famaky ah [“Ho tagliato il legno con l’accetta”]
Nikapa hazo amin’ny famaky ah [“Ero solito tagliare il legno con l’accetta”]

Il verbo è in entrambi i casi al passato (lo indica il prefisso n-, ché al presente sarebbe mikapa), ma l’aggiunta della t- alla preposizione amin [“con”] dà un senso di unicità all’azione, mentre la sua assenza indica, per dirla col linguista, «that the speaker was in the habit of cutting wood with an axe».

Chiudiamo infine con un proverbio che riassume la filosofia del fihavanana malgascio (forse traducibile con solidarietà): «Aleo very tsikalakalam-bola toy izay very tsikalakalam-pihavanana», ovvero “Meglio perdere un po’ di denaro che perdere un’amicizia”.

Alla prossima lezione. Veloma!

martedì 12 luglio 2016

Contegno con gl’indigeni dell’Africa Orientale Italiana

«L’Abissino (sotto questo nome s’intendono i tigrini, gli amara, gli scioani e altre popolazioni che con essi convivono) è di carattere chiuso, molto orgoglioso, volubile e, come tutti gli orientali, dissimulatore e accorto parlatore. Il Gálla e il Sidáma sono in generale di carattere più aperto, generosi, facili all’entusiasmo, ma deboli di volontà, mutevoli e indolenti. Il Somalo è in generale d’intelligenza sveglia, generoso, ma anche spesso indolente e dissimulatore. In generale, tutti coloro che sono venuti a contatto con gl’italiani riconoscono la nostra superiorità e i vantaggi della nostra civiltà; e soprattutto i giovani accolgono con gioia le novità che l’Italia porta dovunque, imparano con sorprendente rapidità l’italiano e sono pronti a lavorare e progredire. Tutti hanno un senso acuto della giustizia e dell’autorità. Gl’Italiani con il loro carattere umanissimo e con l’istintiva penetrazione psicologica, hanno già stabilito un equilibrio nei rapporti con gl’indigeni: non altezzosità e separazione assoluta, ma superiorità e comprensione. Occorre trattare con giustizia e bontà, ma senza debolezza; saper diffidare è buona regola; troppa familiarità è fuori luogo.
Gli Eritrei e i Somali sono orgogliosi di appartenere da gran tempo all’Italia e di aver contribuito alla conquista dell’Impero; ascari e dubat godono di grande prestigio in tutta l’Africa Orientale Italiana. Essi si considerano, di fronte agli abissini, quasi pari agl’Italiani e loro naturali collaboratori. Di questo spirito e dei loro meriti, riconosciuti solennemente dal Governo Fascista, è doveroso tener conto nel trattare con loro; scambiarli per etiopici sarebbe grave offesa e ingiustizia.
Sono noti i provvedimenti presi dal Governo Fascista per la difesa della razza e per evitare la formazione di un deprecabile meticciato» 
(Consociazione Turistica Italiana, Guida dell’Africa Orientale Italiana, Milano, 1938, pp. 19-20)

Le lingue dell’Africa Orientale Italiana

«Nei maggiori centri dell’Eritréa e della Somália, l’italiano è compreso pressoché da tutti e l’uso si va diffondendo rapidamente negli altri Governi. Nei maggiori centri e lungo le strade dell’Impero etiopico si trova facilmente chi può servire in qualche modo da interprete.
L’Africa Orientale Italiana è un mosaico di lingue e dialetti svariatissimi. Le lingue più diffuse sono l’amarico, già lingua ufficiale dell’Impero negussita, parlato dagli abissini propriamente detti nello Scióa e nell’Amára; il tigrè e il tigrái parlati nell’Eritréa; il sáho e il dáncalo; l’orómo o gálla, parlato nella varietà dei suoi dialetti dalle popolazioni galla dallo Harár a Gambéla e dal Nilo Azzurro al confine Sud; il sidáma, che pure comprende una varietà notevole di dialetti, parlati dai Sidáma dalle sorgenti dell’Uébi Scebéli a Dembidóllo; il sómalo, parlato in Somália e nella parte Sud-Est del Governo dello Harár; l’agáu, parlato in parte dell’Eritréa e parte dell’Amára; l’harári, parlato in Harár; l’arabo, compreso e usato nei porti e da molti commercianti, lo suahíli, parlato nella Somália meridionale, ecc.
[…] Alla grandissima varietà delle genti corrisponde altrettanta varietà di linguaggi. Gli abissini (ivi compresi le popolazioni tigrè dell’Eritréa) parlano 3 lingue semitiche principali derivate del gheèz, antica lingua ancora usata nella liturgia copta; il tigrè, parlato nel Nord e nel Nord-Ovest dell’Eritréa (Massáua, Habáb, Chéren); il tigrái o tigrignà che è la lingua dell’altopiano eritreo e del Tigrài; l’amárico, già lingua ufficiale dell’Impero etiopico, parlata dagli Amára e dagli Scioani e diffusa dai dominatori scioani e amara nei principali centri anche del Sud e Sud-Ovest. Il gheèz e le sue derivazioni tigrè, tigrài e amárico hanno uno speciale alfabeto, molto decorativo, che ebbe origine dal sudarabico; ecco comprende attualmente 37 segni basilari, con 214 modificazioni per esprimere vocali.
Pure di origine semitica sono il guraghé, parlato dalle omonime genti a Sud dell’Auásc, tra il lago Zuai e il fiume Ómo, e l’harari (Haràr città), che usa l’alfabeto arabo. L’arabo è del resto parlato in tutte le località costiere e abbastanza conosciuto, specialmente nel Sud-Est e nell’Est, sia per l’influenza dell’islamismo, sia per i rapporto commerciali.
L’oromo o galla, è parlato dalle popolazioni omonime in vari dialetti raggruppati in: dialetti orientali (Arússi e zona di Haràr); dialetti Tulamà (Scióa); dialetti Méccia (Gímma, Límmu, Gúma, Liecà, Nónno). Si scrive con caratteri latini.
Sidáma parlano linguaggi divisi, come le popolazioni, in 4 gruppi: dialetti Sidáma orientalidell’Omocentrali o Iamma o Giangerò, occidentali o Gónga; i linguaggi più diffusi sono l’uolamo, parlato sulle due rive dell’Ómo, e il caffino.
L’agáu comprende numerosi dialetti parlati nell’Amára e nell’Eritréa, spesso riservati ai rapporti familiari, mentre nei rapporti esterni è usato l’amarico o il tigrai delle popolazioni circostanti. Sembra che il dialetto agáu del Quarè o quaresà sia la lingua della religione Falascià. Il begia è parlato dalle genti begia nel Nord dell’Eritréa, ma tende a essere sopraffatto dal tigrè. Il saho è la lingua dei Sáho (Teora, Assaorta, Miniferi, ecc.) stanziati a Sud della ferrovia Massáua-Ghinda fino alla Dancália; l’afár dáncalo è parlato dai dancali.
Il sómalo, pure appartenente al gruppo cuscitico, è il linguaggio di gran lunga prevalente nella Somália Italiana, parlato pure nella parte Sud ed Est dello Haràr; esso comprende 3 gruppi di dialetti: dialetti Daròd, parlati nella Migurtínia, nella parte Nord e centrale di Óbbia e nell’Oltregiúba; dialetti Hauìa, parlati nella parte meridionale della regione di Óbbia, in tutto il medio bacino dell’Uébi Scebéli e a Ovest dell’Uébi nella regione del Galgiàl; dialetti Dighìl, parlati tra Uébi e Giúba e sul basso Uébi a valle dei dialetti Hauìa. Sarebbero poi ancora conservati in Somália linguaggi di cacciatori Uabóni e Uasánie; il bravano è un linguaggio bantù, così come il bagiuni (isole Bagiuni), affine al suahili.
Linguaggi negri bantù sembrano quelli dei Berta e dei Gunza del Béni Sciangùl, e sulla riva destra dell’Abbài. Linguaggi nilotici sono quelli dei gruppi nilotici dei Bária e Cunáma, dei Nuer, Iámbo, Miechèn, Turcána, Bácco, Cónso, ecc.» 
(Consociazione Turistica Italiana, Guida dell’Africa Orientale Italiana, Milano, 1938, pp. 26-27, 83)

Quando l’integrazione funziona

Bubaker Abd el Gaden Tuhati, quando russava sotto le palme e presso i pozzi dell’oasi di Zarur, bambino color cioccolata, non avrà certo previsto la bella avventura della sua giovinezza che lo ha portato a trovare in Italia una patria amorevole, né tanto meno avrà previsto l’ora di apoteosi che questa mattina ha vissuta in una delle più insigni chiese della nostra città, a tu per tu con un cardinale e al cospetto di autorità, di personalità e di cittadini in gran numero. Se una curiosità intenerita non manca mai di nascere al passaggio di qualche battezzando che vada al tempio nella sua nuvoletta di velo bianco o durante le funzioni del battesimo, la cui significativa bellezza appare evidente anche oltre i simboli del rito che possono sembrare oscuri ai profani, era naturale che la curiosità si manifestasse con fervore eccezionale, dopo l’annuncio delle funzioni di oggi che avrebbero aperto le porte della fede a un giovane arabo venticinquenne e a quattro fratelli torinesi, il più “grande” di sedici anni e il più piccolo di cinque.
Ancor prima dell’inizio della funzione, infatti, la chiesa di San Carlo si è stipata di fedeli e alle otto e mezzo, entrando dalla porta maggiore, il cardinale arcivescovo mons. Fossati, si è trovato a passare fra due fitte ali di popolo. Dinanzi all’altare maggiore erano stati disposti alcuni banchi, parati di damaschi cremisi. Quivi si sono disposte le autorità tra le quali il gen. Perol, in rappresentanza del segretario federale Andrea Gastaldi, il seniore Macchione, che rappresentava il console generale Oddone Mazza, i consoli Galbiati e Donegani, il seniore Bassanese, il quale, come è noto, fu per il giovane arabo un affettuoso fratello maggiore, e numerosi membri dell’aristocrazia. In cornu Epistolae ha preso posto mons. Fossati, in cornu Evangelii si sono raccolti, sotto il loro labaro nero, i rappresentanti dell’Associazione nazionale combattenti coloniali.
I battezzandi sostavano intanto sulla soglia della chiesa secondo la legge che vieta agli infedeli l’accesso ai templi. Sulla porta che dalla navata di destra immette nella sacrestia il giovane Bubaker e i quattro fratelli Massimo, Ebe, Giovanni e Leonardo Enrico stavano inginocchiati e alle loro spalle si raggruppavano i padrini e le madrine fra i quali, per l’Arabo, il seniore Bassanese e la signora Livia Bassanese.
Prima d’iniziare la funzione l’arcivescovo ha vestito i paramenti della penitenza: piviale viola e mitra gialla, poi si è avvicinato al gruppo dei battezzandi, la cui emozione traspariva dai volti, mentre i loro occhi seguivano i lenti gesti del presule.
A uno a uno guardandoli con paterna amorevolezza, l’arcivescovo li ha interrogati: secondo le leggi del rito, fra il pastore e gli aspiranti alla fede, si è intrecciato un dialogo lento e suggestivo. «Che cosa chiedi alla Chiesa di Dio?», domandava il presule. «Fede», rispondevano gli interrogati. Poi il pastore ha rivolto altre domande, ha illuminato il significato del rito, ha esposto ai battezzandi i nuovi doveri che essi avrebbero dovuto adempiere per essere degni della fede e delle sue beatitudini. Infine, levatosi in piedi, con atto solenne, ha soffiato tre volte sul loro viso, imponendo allo spirito immondo di uscire dai loro cuori e di lasciare il posto allo Spirito Santo e tracciando sul loro corpo alcuni segni di croce accompagnati dalla preghiera: «Ti segno la fronte perché tu accetti la croce del Signore; ti segno le orecchie perché tu oda i divini precetti; ti segno gli occhi perché tu veda la carità di Dio; ti segno le narici perché esse sentano l’odore della soavità di Cristo; ti segno la bocca perché essa dica parola di vita; ti segno il petto perché il tuo cuore creda in Dio; ti segno le spalle perché tu accetti il giogo della sua servitù». Infine con un più ampio segno di croce ha concluso: «Nel nome del Padre, del Figliolo e dello Spirito Santo segno tutto il tuo corpo affinché tu possa conseguire la vita eterna e vivere nei secoli dei secoli».
Compiuta in tal modo, per tutti e cinque i battezzandi, la prima parte del rito, l’arcivescovo ha dimesso i paramenti della penitenza indossando quelli battesimali, bianchi e argentei, e si è avviato dietro la croce astile, insieme con il clero e i catecumeni, verso il fonte lustrale. Nel tempio carico d’ori e di porpore, fra le lapidi e i monumenti che vi ricordano le glorie passate la folla si è preparata ad assistere al rito con una emozione che si rivelava dal suo silenzio e dalla sua immobilità. Ed ecco presso il fonte battesimale il giovane arabo dal bel volto animoso e i suoi quattro compagni. Le frasi del rito risuonava chiaramente. Alle domande del celebrante non rispondeva questa volta le voci dei padrini e delle madrine come nei riti consueti quando il battezzando non è davvero in grado di rispondere spontaneamente. Le affermazioni di rinuncia e di fede erano naturalmente pronunciate dai catecumeni stessi con serena sicurezza tanto che il loro dialogo con il presule cresceva a poco a poco in fervore e in tono, acquistando un indicibile fascino, un senso di sincerità profonda, di realtà viva e presente, nonostante l’antichità remota delle formule e l’arcaica nobiltà del latino liturgico.
Le cinque teste sono state asperse con l’acqua lustrale. «Ego te baptizo in nomine Domini…», ha detto l’arcivescovo, e, caso singolare nelle cronache dei battesimi, alla sua voce non ha risposto il vagito del battezzato sorpreso dalla tiepida e lieve aspersione; come pure al sapore del sale avvicinato alle labbra non hanno risposto lamentose proteste. Subito dopo il prelato e i nuovi cattolici sono ritornati all’altare maggiore dove Bubaker, che d’ora innanzi si chiamerà Giovanni, ha ricevuto il sacramento della Cresima e dell’Eucaristia.
Celebrata la messa, l’arcivescovo ha quindi rivolto ai cinque battezzati paterne parole. Dinanzi al tempio intanto altra folla s’era accalcata e all’uscita del giovane arabo gli ha improvvisato una dimostrazione di simpatia.
Giovanni Abd el Gaden Tuhati ha sorriso, ha salutato con la mano, poi si allontanato attorniato da un gruppo di fascisti, compagni suoi nella fede che anch’egli da anni professa, con ammirevole dedizione per l’Italia di Mussolini. 
(Suggestivo rito a Torino per il battesimo di Abd el Gaden Tuhati, “Corriere della Sera”, Martedì 7 Marzo 1933 – Anno XI, edizione del pomeriggio)

lunedì 11 luglio 2016

Tempo per gli animali di allucinare, tempo per noi...


Qual era quel filosofo che sosteneva che dèi e animali vivono in perfetto equilibrio e quindi non hanno bisogno di ricercare l’ebbrezza? Non ricordo, ma mi sembra che questo concetto emerga spesso nella storia del pensiero occidentale (Epicuro, Hume, Nietzsche: uno di questi tre sicuramente l’ha detto). In parole povere, gli animali non si ubriacano perché non ne hanno alcuna necessità: la tendenza a intossicarsi e alterare la propria coscienza è esclusiva dell’essere umano. Poi salta fuori il video di uno scoiattolo che si ubriaca con frutta o verdura fermentata, e ogni preconcetto crolla all’istante. A questo aggiungiamo anche i cinquemila bovini del Kansas (City?) che vengono soppressi ogni anno perché quando scoprono le erbette inebrianti diventano tossicomani (l’ho letta su Focus), oppure i pettirossi americani che mangiano le bacche del caprifoglio fino a stordirsi, o ancora le formiche sanguinee che “mungono” i gorgoglioni per gustare la loro inebriante essudazione, una specie di latte talmente tossico che finisce per distruggere l’intera vita del formicaio (sempre Focus).

Alla maggior parte di noi, le immagini di una scimmia o un elefante che barcollano provocano un attacco di risa irrefrenabile. I motivi sono innumerevoli, e del resto l’uomo ride anche dei propri simili quando inciampano o si tirano una martellata sul dito. Tuttavia, nel caso degli animali, la risata dovrebbe esser mista a un senso di tristezza, nel constatare come la creazione tenda tutta intera verso l’auto-distruzione. Se nemmeno un essere di puro istinto può resistere a questa spinta, allora ci restano pochissime speranze. Aveva forse ragione Cornelio Fabro, a commuoversi per le bestie che «senza loro colpa pagano la conseguenza del peccato originale».

A parte le indispensabili informazioni rinvenute su Focus, ho trovato interessanti anche gli studi dello psicofarmacologo Ronald K. Siegel, riassunti nel volume Intoxication: Life in Pursuit of Artificial Paradise (1989). Oltre i babbuini che saccheggiano le piantagioni di tabacco e le renne che vengono radunate grazie alla loro dipendenza dall’amanita muscaria, l’esempio più eclatante è quello degli elefanti: essi si ubriacano con i frutti fermentanti degli alberi di marula e il loro comportamento da ebbri ricorda quello degli esseri umani (andatura irregolare, difficoltà a controllare i movimenti della proboscide e delle orecchie). Per “testare” le sue osservazioni, Siegel ha confinato per un mese un gruppo di elefanti in uno spazio ristretto e li ha fatti bere... Non stupisce che le sue ricerche siano state contestate da alcuni ricercatori di Bristol nel 2006, ma la predilezione degli elefanti per i frutti fermentati è stata osservata, oltre che in Africa, anche nel Bengala e in Indonesia con i durian.

Il dato ci conferma ancora una volta che l’intera creazione tende all’ottundimento; i motivi però rimangono oscuri.

domenica 10 luglio 2016

Ars longa vita brevis. Musica e morte nel 2016

La prima metà del 2016 è stata caratterizzata da una vera e propria “moria” di artisti. Per menzionare solo quelli che sono stati ricordati dai miei contatti Facebook in questi mesi: David Bowie (10 gennaio), Franco Citti (14 gennaio), Alan Rickman (14 gennaio), Ettore Scola (19 gennaio), Abe Vigoda (il “Tessio” del Padrino, 26 gennaio), Glenn Lewis Frey (chitarrista e tastierista degli Eagles, 18 gennaio), Paul Kantner (cantante dei Jefferson Airplane, 28 gennaio), Black (autore della celebre “Wonderful Life”, 26 gennaio), Frank Finlay (30 gennaio), George Kennedy (28 febbraio), Aldo Ralli (6 marzo), Keith Emerson (10 marzo), Riccardo Garrone (14 marzo), Paolo Poli (25 marzo), Dennis Davis (uno dei batteristi di Bowie, 6 aprile), Tony Conrad (9 aprile), Prince (21 aprile), Lino Toffolo (17 maggio), Nick Menza (batterista dei Megadeth, 21 maggio), Giorgio Albertazzi (28 maggio), Bud Spencer (27 giugno), Michael Cimino (2 luglio), Abbas Kiarostami (4 luglio).

Cosa può essere accaduto?
L’ipotesi più verosimile è che gli Illuminati in accordo con la Giudeo-massoneria internazionale abbiano deciso che la “festa è finita” e che l’umanità, dopo essersi goduta il baccanale, deve ora prepararsi a un’era di oscurità senza più film né canzoni.
Nessuno tuttavia ha avuto (almeno finora) il coraggio di formulare questa tesi: se fino a pochi mesi fa i “teorici del complotto” riuscivano a tenere il passo (catalogando la morte di qualsiasi celebrità, da Philip Seymour Hoffman a Robin Williams, sotto la voce Illuminati blood sacrifices), oggi anche loro sono stati travolti dagli eventi, tanto è vero che un accenno di dietrologia si è potuto apprezzare solamente al principio della falcidia, con i retroscena sulla morte di Bowie “pianificata” tramite eutanasia come un copione perfetto (del resto persino le leggende metropolitane sui «cantanti morti [che] nun so’ mmorti veramente» non hanno avuto il tempo di attecchire: l’ultimo ad aver goduto di tale “privilegio” mi pare sia stato Michael Jackson nel lontano 2009).

Un’ipotesi più macabra della precedente è che esista anche per le celebrità un fenomeno simile all’Effetto Werther, il quale è descritto dagli psicologi in questi termini: «Subito dopo un suicidio da prima pagina, aumenta vertiginosamente la frequenza di suicidi nelle zone dove il fatto ha avuto grande risonanza. […] Dai dati anagrafici e anamnestici, appare un’impressionante similarità tra la condizione del primo, “famoso” suicida, e quella di coloro che si erano successivamente suicidati, ossia se il suicida famoso era anziano, aumentavano i suicidi di anziani, se il suicida apparteneva a un certo ceto sociale o professione, aumentavano i suicidi in quei determinati ambienti» (G. Nardone - P. Watzlawick, L’arte del cambiamento, Ponte alle Grazie, Firenze, 1990, p. 68).

Lasciando però da parte le panzane, veniamo a qualcosa di più concreto (e anche cinico, per certi versi): l’impressione di “moria” non potrebbe derivare dal fatto che negli ultimi decenni non sono comparsi talenti in grado di competere con quelli sbocciati approssimativamente dal dopoguerra fino agli anni ’90?
Una sensazione inconscia di tutto ciò mi pare emerga dalle commemorazioni da social network, che nonostante l’inevitabile tendenza al sarcasmo tipica dell’era internettiana (avrete sentito anche voi la battutina «Sono un artista ma per fortuna non sono famoso»), non sembra che questa volta abbiano registrato lo snobismo tipico dello “sfigato medio”, colui che negli anni passati aveva dato invece il meglio di sé, arrivando a esprimere concetti quali «Preferisco ricordare Mario Verdone invece che Michael Jackson» (26 giugno 2009) e «Preferisco ricordare Giorgio De Rienzo che Amy Winehouse» (23 luglio 2011). Non so se poi l’abbinamento critico/celebrità si sia ripetuto negli anni: ripensandoci, è dal 2011 che mi sono imposto di non frequentare più sfigati (nemmeno su Facebook), quindi la mia impressione può esser stata influenzata da tale circostanza (non voglio nemmeno prendere in considerazione l’eventualità di esser diventato lo “sfigato d’osservazione” di qualcuno senza accorgermene…).

Provando a confinare il discorso esclusivamente all’ambito musicale, mi domando se queste morti non colpiscano particolarmente per la consapevolezza indistinta che una certa ars non è poi così longa: può sembrare paradossale che il concetto di “musica che muore col suo creatore” si presenti nell’epoca della riproducibilità tecnica (anche se, seguendo la celebre tesi del Benjamin, ciò non dovrebbe affatto apparire contraddittorio), ma proviamo a pensare, per esempio, al contrasto tra il concerto organizzato dai russi a Palmira e quello dei Rolling Stones a l’Havana.

Nessuna persona sana di mente può aver percepito come “sacrilego” il fatto che a interpretare le opere di Prokof’ev fossero altri dal compositore stesso; al contrario, se i cubani avessero voluto sentire a tutti i costi la musica dei Rolling Stones, ma quelli non fossero stati disponibili (magari perché anche loro “vittime” di questo 2016!), non si riesce neppure a immaginare cosa sarebbe successo qualora gli americani avessero mandato a eseguire i pezzi più famosi non dico una cover band, ma anche solo un gruppo allo stesso livello (almeno “storico”) di Jagger e compari: a quel punto, per evitare la guerra, sarebbe stato meglio trasmettere degli ologrammi, come recentemente è stato fatto proprio con Michael Jackson (di questo passo l’esperienza di un concerto assomiglierà sempre più a L’invenzione di Morel).

Tutto ciò accade soprattutto per la distanza incolmabile tra il “classico” e il “moderno” (persino quando ridotto a “modernariato”) che esiste ancora a livello di immaginario collettivo (nonostante tutti i tentativi messi in atto per superarla). Si tratta di un contrasto dal carattere quasi “mimetico” che si produsse quando la musica classica europea decise di “suicidarsi” attraverso la dodecafonia e l’atonalismo, lasciando le sue “armi migliori” (tonalità, ritmo) al rock e al pop, che le sfruttarono fino alle più imbarazzanti semplificazioni.
Ciò è talmente vero che gli unici nei confronti dei quali tale dicotomia sembra perdere un minimo di ascendente sono i Queen, che pur sopravvivendo dal 1991 in una sorta di limbo, si sono concessi il lusso di ingaggiare un cantante poco più che trentenne senza subire processi per “blasfemia”. Che l’abbiano passata liscia proprio perché, agli occhi delle masse, essi partecipano più degli altri all’archetipo di quel che è considerato “il classico”?

Infine, l’ultima ipotesi, forse la meno convincente, è che il fatto stesso che qualcuno consideri incredibile una moria di individui che, per quanto talentuosi e straordinari, avevano comunque ampiamente superato il mezzo del cammin di nostra vita, è di per sé un sintomo del fatidico spirito dei tempi. Mi sembra che questo stato d’animo abbia qualcosa a che fare col connubio sempre più forte tra arte e morte che il terrorismo nell’ultimo anno è riuscito a imporre, seppur “desublimandolo” (se così si può dire) e per certi versi anche democratizzandolo. Non parlo solo di Charlie Hebdo e del concerto degli Eagles of Death Metal al Bataclan, ma anche di tutto il Jihad Cool ruotante attorno al radicalismo islamizzato.
Dato che ho dimenticato di farlo quando aveva ancora senso, colgo ora l’occasione per segnalare la dedica dell’adorabile Cecily Strong del Saturday Night Live alle vittime degli attentati parigini (in ogni caso una rappresentazione icastica -e pure gradevole- del genius saeculi):

venerdì 8 luglio 2016

Piccioni prima dei droni

da “Fotografare”, novembre 1987
In un servizio del 1987 sullo spionaggio fotografico, la rivista Fotografare scrisse che la “Doppel-Sport Panoramic Camera” impedisce al piccione di volare e che dunque le testimonianze di un suo utilizzo durante la Prima guerra mondiale furono tutte inventate. Non so da quali fonti trassero la loro convinzione, ma in realtà questo tipo di tecnologia venne realmente utilizzata sia nella Prima che nella Seconda guerra mondiale. L’invenzione si deve a Julius Neubronner (1852–1932), uno speziale tedesco che riuscì dopo tanti sforzi e debiti a unire le sue più grandi passioni: i piccioni e la fotografia.



La pagina di Wikipedia sull’argomento, decisamente esaustiva (“Pigeon photography“) ci informa anche di un tentativo fallimentare condotto dai servizi segreti americani: «La CIA sviluppò una macchina fotografica per piccioni a batteria [...], ma i dettagli sul suo impiego utilizzo sono ancora secretati. Indiscrezioni suggeriscono che la fotocamera venne usata negli anni ’70 su dei piccioni liberati dagli aerei, ma che l’esperimento si rivelò un fallimento».




La sezione fotografica di Wikipedia  anche alcune immagini scattate proprio dai piccioni:

Predatori innaturali



Per chi non fosse falco o montone, c’è sempre la Drone Survival Guide:

giovedì 7 luglio 2016

Manual de zoología fantástica (adenda)

«De ahora en adelante procura que los que vengan a jugar conmigo, no tengan corazón.»
(Oscar Wilde, The Birthday of the Infanta)
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El elefante derribado


El 16 de marzo de 1819 en Venecia la gendarmería austriaca derribó a cañonazos un elefante indio que había matado a su joven domador y había provocado una ola de pánico entre los venecianos, alcanzado a derribar la puerta de una iglesia. A esta tragedia se refieren dos libros, L’elefanticidio in Venezia dell’anno 1819 de Pietro Bonmartini y L’Elefanteide de Pietro Buratti.

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La perra de Putin


Konni [en ruso Конни] (1999-2014), también conocida como Connie, fue una hembra de Labrador Retriever perteneciente a Vladimir Putin que fue autorizada a participar en las reuniones entre el presidente ruso y los líderes del mundo.
En el 21 de enero de 2007 la perra entró en la habitación donde se llevaban a cabo las negociaciones entre Putin y Merkel y la canciller le tuvo miedo (ya que sofre de cinofobia).
Muchos acusaron Putin de haber violado las leyes internacionales que prohíben las peleas de perros.

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La rana de nueve patas


En Oklahoma en el 1985 fue encontrada una rana de nueve patas en las proximidades de una instalación nuclear. Por mucho tiempo en los años 80 las aguas residuales radiactivas fueron utilizadas da las explotaciones agrícolas del área (cf. M. D. Lemonick Environment: Making Fertilizer from What?, “Time Magazine”, 30 novembre 1987).

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Las palomas fotógrafas
 

En 1907 el boticario alemán Julius Neubronner acomodó una cámara de luz miniatura en el pecho de una paloma con ayuda de una coraza de aluminio. Esas palomas tomaron las primeras fotografías aéreas de la historia durante la Primera Guerra Mundial. La CIA intentó un nuevo experimento en los años 70, pero sin éxito



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Salchicha


“Salchicha”, en griego Λουκάνικος, era uno de los muchos perros callejeros que acompañen a las protestas griegas: parece haberse muerto de un ataque al corazón causado por los gases lacrimógenos (cf. “The Guardian”, “Euronews”). En realidad, no se sabe si “Salchicha” es un nombre referido a un solo perro, o a un “perro colectivo”, un tótem animal.
De todos modos, es sorprendente que en esta Unión Europea los animales muestren más valor que los hombres.


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El manatí-sirena


El manatí, también conocido como “vaca marina”, es uno de los animales más subestimados: por siglos, los hombres han creído ver en ellos las legendarias sirenas. Hasta el día de hoy, muchas peliculas caseras valoradas como evidencias, en realidad muestran solamente la cola de estos animales, cuyos movimientos sinuosos hacen pensar de estar en presencia de una rubia con dos conchas como sujetador.

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Delfines parteros
 
El tribunal supremo israelí  prohíbe a seis mujeres inglesas
de dar a luz en el parque marino de Eilat (septiembre de 1993)
El nacimiento humano asistido por delfines es una moda desarrollada en los últimos años. Según los científicos, esta es probabilmente la peor idea posible, porque los delfines son una especie muy agresiva.
El mito del “delfín amigo” nació en los años de la contracultura americana: por ejemplo, el “psiconauta” John C. Lilly decía que hablaba con los delfines tomando LSD (pero sus experimentos, financiados por la NASA, no tuvieron éxito).

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Los lobos hablantes


Un grupo de cientificos americanos (siempre los mismos) ha clasificado los aullidos de los lobos en 21 “dialectos” (Wolves have accents too…, “Daily Mail”, 8 fevrero 2016).
Según el coordinador del grupo de investigación, Arik Kershenbaum de la Universidad de Cambridge, los lobos hablan como los delfines: «Si reduces la velocidad del silbido de un delfin, eso suena come un aullido de lobo».

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La ardilla borracha


Hay muchos vídeos de ardillas borrachas en YouTube: generalmente se embriagan con fruta o verdura fermentadas. Pero no son los únicos animales que se intoxican: cada año 5000 bovinos de Kansas se sacrifican porque han contraído una dependencia da hierbas alucinógenas; los petirrojos se comen las bayas de la madreselva; las hormigas sanguinas que “ordeñan” los áfidos para disfrutar de una especie de leche excitante.
El psicofarmacólogo Ronald K. Siegel (en Intoxication: Life in Pursuit of Artificial Paradise, 1989) enumera diversas categorías de animales en riesgo de toxicomanía: babuinos que saquean las plantaciones de tabaco, los renos que adoran la amanita muscaria y los elefantes que comen la fruta fermentada del árbol de marula.

Constatamos que toda la creación, por alguna razón misteriosa, tiende a l’autodestrucción; como decía un filósofo italiano: «Pobres bestias, que sin culpa pagan las consecuencias del pecado original».

mercoledì 6 luglio 2016

Sympathy for the Stalin

D. LOSURDO, Stalin. Storia e critica di una leggenda nera, Carocci, Roma, 2008

«Quando Kaganovič propone [a Stalin] di sostituire la dizione di marxismo-leninismo con quella di marxismo-leninismo-stalinismo, il leader a cui è rivolto tale omaggio risponde: “Vuoi paragonare il cazzo con la torre dei pompieri”»
Mettiamo subito le mani avanti: recensire un libro del genere senza perdere la faccia è praticamente impossibile, poiché stroncarlo equivarrebbe a negare ogni valore alla ricerca storica (che ovviamente può essere anche revisionista), mentre il più blando degli apprezzamenti finirebbe per assomigliare a un’indebita apologia del dittatore sovietico (o direttamente a una Apologia del Bolscevismo, come il titolo di uno scritto di Guido De Ruggiero del 1922).

In verità al “Piccolo Padre” gli encomi non sono mancati, anche se solo una piccola parte dei sostenitori ha fatto in tempo a pentirsi. Sicuramente il più singolare dei panegirici rimane quello di Alcide De Gasperi, pronunciato a un intervento al Teatro Brancaccio nel luglio del 1944:
«Quando vedo che mentre Hitler e Mussolini perseguitavano degli uomini per la loro razza, e inventavano quella spaventosa legislazione antiebraica che conosciamo e vedo contemporaneamente i russi composti di 160 razze cercare la fusione di queste razze superando le diversità esistenti fra l’Asia e l’Europa, questo tentativo, questo sforzo verso l’unificazione del consorzio umano, lasciatemi dire: questo è cristiano, questo è eminentemente universalistico nel senso del cattolicesimo».
Volendo sorvolare sul paragone (surreale) col cattolicesimo, rimane arduo giustificare i toni del leader democristiano senza un adeguato inquadramento storico: sarebbe infatti ingiusto pensare che De Gasperi non fosse sincero quando esprimeva tali apprezzamenti per Stalin, e non interpretasse quindi un sentimento all’epoca diffuso.

L’interpretazione dominante tuttavia resta quella di Stalin e Hitler come due facce della stessa medaglia: per questo Losurdo, più che occultare le malefatte del tiranno bolscevico, si preoccupa in primis di metterle a confronto con quelle dell’imperialismo anglosassone. Da questo punto di vista, il libro assomiglia quasi a un supplemento di Controstoria del liberalismo (2005). La tecnica usata è appunto la stessa: la comparazione tra i crimini contro l’umanità di entrambe le parti serve a ridimensionare le simbologie “mostruose” inconsciamente utilizzate per descrivere quell’incubo che ci ostiniamo a chiamare Storia. Il problema è che tale impostazione è suscettibile di varie critiche, tra le quali la più diretta e ovvia è questa: gli orrori del comunismo non andrebbero riconosciuti come tali, indipendentemente da quello che hanno combinato Inghilterra e America?

La risposta chiaramente è “Sì”, ma d’altro canto bisogna ammettere che su tali argomenti si preferisce sempre stendere un velo pietoso: se, per esempio, uno storico osasse affrontare le figure di Churchill e Roosevelt come quella di Stalin, come minimo riceverebbe una tirata d’orecchie, e non solo in senso metaforico (considerando le leggi sul revisionismo che gli stati europei si apprestano a varare).
Se è vero poi che la storia la scrivono i vincitori, è per giunta un paradosso che la figura di Stalin venga ancora studiata attraverso la lente della propaganda. Ovviamente non si tratta, ripeto, di giustificare qualsiasi militanza “stalinista” oggi, ma di accettare l’operazione storica di Losurdo nello stesso modo in cui si accolgono i volumi di Robert Conquest – un personaggio al quale Losurdo dedica alcune pagine del libro, riportando certe sue imbarazzanti affermazioni sulla superiorità della “comunità di lingua inglese” e del fondamento etnico “anglo-celtico” (cfr. Il secolo delle idee assassine, Mondadori, Milano, 2001, pp. 275, 307).

Stalin è tra i vincitori, e ciò è innegabile – anche se lui stesso in privato ammetteva che senza la potenza industriale americana non ce l’avrebbe mai fatta (p. 328). Per porla in altri termini: per il tributo di sangue, il dispiegamento immane di forze e il “genio strategico” (riconosciutogli da De Gasperi!), il vincitore materiale è lui. L’affermazione è pesante, ma fa il paio con quella che vorrebbe la vittoria degli anglo-americani come conseguenza di un intervento divino: levato di mezzo Stalin, in effetti, la ricostruzione storica è costretto ad appigliarsi al “preternaturale” per giustificare un podio dei vincitori composto esclusivamente da Roosevelt e Churchill. Sono convinto che, se ne avessero la possibilità, gli storici taglierebbero il leader sovietico dalla foto di Yalta nello stesso modo in cui egli eliminava Trotskij, Kamjenev e Ježov dalle immagini di propaganda del regime.

(Alexander Lobanov)
Stalin ha vinto perché è riuscito a portare a livelli sovrumani la produzione bellica nazionale, a spostare le industrie all’interno del territorio per metterle al riparo dall’attacco nemico, a risvegliare gli spiriti patriottici con tutto l’armamentario simbolico della Santa Madre Russia minacciata dall’orda maledetta (come fa il verso di un inno alla guerra santa sovietica). Non si può quindi semplicemente affermare che il progetto hitleriano era intrinsecamente malvagio e che la mano di Dio ha aiutato gli anglo-americani a spazzarlo via per sempre; si tratta di una favola che con la fine della Guerra Fredda dovrebbe esser messa da parte. Soprattutto ora che, con i nuovi attriti tra Washington e Russia, la storia sembra ripetersi: su questo punto il libro, nonostante sia stato scritto otto anni fa, ha ancora qualcosa da dire.

L’affermazione che, senza Stalin, non esisterebbe una coscienza nazionale ucraina, può sembrare assurda solo all’apparenza: le fonti storiche dimostrano che Stalin fece molto per rendere l’Ucraina indipendente (una testimonianza insospettabile la si trova nei rapporti dei diplomatici fascisti). Attraverso il commissario del popolo Lazar Kaganovič (di origine ebraica), Stalin promosse l’ucrainizzazione di quella parte dell’impero sovietico, favorendo la lingua e l’alfabetizzazione, ed erigendo statue al poeta nazionale Taras Ševčenko. Fa specie scoprire che all’epoca questa politica trovò una fortissima resistenza da parte dei russofoni e che anche Anton Denikin, storico generale dell’Armata Bianca, si rifiutava di ammettere l’esistenza del popolo ucraino (in continuità con la tradizione autocratica zarista).

Al di sopra di tutti questi bei discorsi incombe l’Holodomor, il genocidio per fame che gli ucraini subirono dal 1929 al 1933. Losurdo non lo nega, ma tenta di attribuirlo all’ideologia “sviluppista” che animò l’URSS: durante la sua esistenza l’impero sovietico non ebbe remore a sacrificare milioni di persone per passare “dall’aratro di legno alla pila atomica”. Almeno a parole, non c’è nessun intento di sterminio: può sembrare un’annotazione ingenua, ma a quel tempo rivendicare l’annientamento di interi popoli in nome della Ragion di Stato non creava alcun problema di coscienza. Se pensiamo al modo in cui gli inglesi giustificarono le carestie in Irlanda e nel Bengala come strumento di dominio, o come gli americani promossero la tortura dei prigionieri tedeschi durante la guerra (perché “ogni bambino biondo nasconde un piccolo Führer”), possiamo allora stupirci delle numerose dichiarazioni d’amicizia di Stalin verso il popolo ucraino. Ben diverse sono le affermazioni di Hitler, che nelle Conversazioni a tavola auspicava lo sterminio dell’80-90% degli ucraini e l’assoggettamento del restante 10% della popolazione alla nuova razza dei signori. Gli ucraini che oggi rimpiangono il nazismo, incoraggiati da anni dalla stampa occidentale (soprattutto quella “progressista”!), dovrebbero domandarsi se con una vittoria del Führer sarebbe rimasto nell’intero universo un solo pezzo di terra chiamato “Ucraina” (il “liberatore” fu abbastanza chiaro su questo: «Si può intraprendere la germanizzazione del suolo, giammai degli uomini»).

Lasciando per un attimo da parte questa intricatissima questione, vorrei precisare ancora che a me non disturba affatto che l’Holodomor venga definito “olocausto”, anzi auspico che non si smetta mai di parlarne. Quello che invece mi disturba (pur non provando alcuna simpatia verso il comunismo) è il fatto che in settant’anni una delle dittature più spietate non sia riuscita a estirpare ogni orgoglio nazionale. Anche in questo caso, o si cerca una spiegazione storicamente plausibile oppure si tira in ballo la provvidenza. E se gli stati dell’URSS fossero stati davvero delle repubbliche, e non soltanto colonie? Oggi queste nazioni sono comprensibilmente intolleranti verso le minoranze russe al loro interno, ma tale difficile convivenza non è mai degenerata nei massacri da ex-Jugoslavia (almeno finora).

Nell’ipotesi assurda che gli Stati Uniti facessero la fine dell’URSS, è difficile pensare che il Texas o la California possano trasformarsi in breve tempo in due nazioni dalle caratteristiche etnico-culturali ben definite: da costa a costa l’homo americanus è sempre lo stesso, e il mormone e il newyorchese si assomigliano molto di più che non il ceco e il polacco. Saranno stati poco furbi, i russi? È probabile, ma tornando a Stalin la sua volontà di favorire i “localismi” in senso opportunistico (anticolonialista e antitedesco) è esplicita. Quanto accaduto dopo il 1989 dimostra che non fu soltanto propaganda.
Il fatto che le nuove repubbliche nate dal crollo sovietico poi non ne vogliano sentir parlare, è soprattutto dovuto alle dinamiche con cui si costruisce una identità nazionale: è più facile fondare i valori collettivi contro un nemico comune che non su vaghi ideali. Dopo vent’anni però tutte le complicazioni passate in secondo piano rispetto a un’indipendenza piombata dal cielo stanno emergendo sul confine imperiale. Indipendentemente dalle interpretazioni che si possono dare alla figura di Stalin, come uno dei rappresentanti della tradizione autocratica russa o come leader mondiale del comunismo, come negazione assoluta di Lenin oppure un fedele prosecutore della sua opera, l’Occidente (o quel che si definisce tale) dovrebbe far tesoro delle esperienze passate.

martedì 5 luglio 2016

Operation Keelhaul

“Among the most egregious and shameful examples of placating Stalin was Operation Keelhaul. As part of the Yalta agreement of 1945, Russian prisoners of war liberated from German camps by British or American troops were returned to Russia, just as American and British POWs liberated by the Russians were returned to Russia, just as American and British POWs liberated by the Russians were returned to their respective countries. But unlike British and American prisoners, the Russian prisoners did not want to go home. They would have to be coerced or tricked into doing so. Some Russians had donned German uniforms and fought to rid their country of Stalin: many more had sympathized with those who did so.
Although this decision might disturb some readers, it is certainly no more difficult to understand than Churchill’s decision to side with the mass-murdering Stalin against Hitler. The Russian soldiers tried to free their country of Communism. And in order to ingratiate themselves to Stalin, FDR and then Truman betrayed at least a million anti-Communist Russians by delivering them into the hands of the Soviet dictator.
Repatriation of Russian POWs turned out to be a ghastly and grisly process. Some of the men simply committed suicide rather than return. The world hardly knew what was happening, though details managed to trickle out here and there.
Operation Keelhaul was not confined to Europe, where most of the Russian prisoners were; it was also carried out on American soil. About 200 Soviet nationals were among the prisoners of war at Fort Dix. New Jersey, in mid-1945; they had been in German uniform when Americans captured
them. They were taken prisoner with the solemn promise that under no circumstances would they be repatriated to the Soviet Union, where they faced certain death. That promise was betrayed so that the American president might be faithful to Uncle Joe. These men, according to historian Julius Epstein. ‘had already experienced the determination of American military authorities to violate the Geneva Conventions [an international declaration pertaining to the treatment of prisoners of war] and the traditional American right of political asylum.’ Epstein was referring to an incident in Seattle in which these mon had been ordered at gunpoint to board a Soviet ship. When the prisoners offered intense resistance, the decision was made to ship them to Fort Dix for the time being.
At Fort Dix another attempt was made to return the men to the Soviet Union by force. They were tear-gassed and forced aboard a Soviet ship, at which point the stunned men fought with all their strength, and even began to damage the ship’s engines to the point at which the vessel was no longer seaworthy. Finally, a sergeant came up with the idea of drugging the prisoners, which he did by spiking their coffee with barbiturates. In the coma-like sleep that the drugs induced, the men were finally returned to the Soviet Union.”
(«Fra gli atti più eminenti e infami compiuti al fine di placare Stalin vi fu l’Operazione Keelhaul. Fra gli accordi stipulati a Yalta nel 1945 vi era pure quello di rimandare in Russia tutti i russi liberati dalle truppe britanniche o americane che erano stati prigionieri in campi di concentramenti tedeschi, così come i prigionieri di guerra americani e britannici liberati dai russi sarebbero stati restituiti ai loro Paesi di origine. A differenza, tuttavia, dei prigionieri inglesi e americani, quelli russi non avevano alcuna intenzione di tornare in patria. Si ricorse perciò alla forza e all’inganno. Alcun russi avevano accettato d’indossare uniformi tedesche per liberare il proprio Paese dalla tirannia di Stalin e, sebbene questa loro scelta possa spiacere a qualche lettore, non è tanto più difficile da capire rispetto alla scelta di Churchill di allearsi con l’assassino di massa Stalin contro Hitler. I soldati russi provarono a liberare il proprio paese dal comunismo. Roosevelt e, poi, Truman, per ingraziarsi Stalin, tradirono almeno un milione di russi anticomunisti consegnandoli nelle mani del dittatore sovietico.
[…] L’Operazione Keelhaul non riguardò solo l’Europa, dove si trovava la maggior parte dei prigionieri russi, ma fu messa in atto anche in terra americana. A metà del 1945, a Fort Dix, nel New Jersey, tra i prigionieri di guerra ve ne erano circa 200 di nazionalità sovietica. Al momento della cattura portavano uniformi tedesche. Erano stati fatti prigionieri con la solenne promessa che in nessunissima circostanza sarebbero stati rimpatriati in Unione Sovietica, dove li aspettava una morte certa. […]
[A Seattle] a questi uomini era stato ordinato, pistole alla mano, d’imbarcarsi sulla nave sovietica. Di fronte alla veemente resistenza di costoro, si era presa le decisione di portarli temporaneamente a Fort Dix.
A Fort Dix fu poi fatto un altro tentativo di rimpatriare forzatamente questi uomini in Unione Sovietica. Storditi con gas lacrimogeni, furono portati a forza a bordo di un’imbarcazione sovietica, dove, mezzi intontiti, lottarono comunque con tutte le loro forze arrivando a danneggiare i motori e a far sì che i vascello non fosse più idoneo a proseguire la navigazione. Alla fine, a un sergente venne l’idea di drogare i prigionieri correggendo il loro caffè con barbiturici. Nello stato di sonno comatoso indotto dalla droga gli uomini furono finalmente ricondotti in Unione Sovietica») 
(Thomas E. Woods Jr, The Politically Incorrect Guide to American History, Regnery Publishing, Washington DC, 2004; tr. it Guida politicamente scorretta alla storia degli Stati Uniti d’America, cur. M. Brunetti, D’Ettoris Editori, 2011, pp. 254-256)

lunedì 4 luglio 2016

Churchill pittore

«Al Grotto, all’insegna della barca sulla riva del Ceresio tra la Basilichetta di S. Maurizio (a Darno) e Osteno, nel settembre 1945 venne per tre giorni di fila Winston Churchill; piantò il cavalletto, spremette i colori sulla tavolozza e dipinse la Valsolda che in quel punto si dispiega tutta all’occhio dell’osservatore da Oria a Cima.
L’oste raccolse diligentemente i mozziconi degli avana che lo statista inglese andava fumando durante il lavoro. Ma Churchill non era lì, come portava la stampa, per riposo o per svago di dilettante. Era lì con uno scopo di ben altro genere: era alla ricerca del famoso carteggio Mussolini nel quale si trovavano le lettere di approvazione e di ammirazione scritte dal grande statista al Duce nei primi anni del regime.
Benché i suoi uomini dei servizi segreti perlustrassero tutta la valle da Porlezza a Bene Lario e a Menaggio dove Mussolini si era trattenuto alla vigilia della cattura e dell’uccisione, non si trovò lo sconcertante epistolario e Churchill lasciò quasi subito o i luoghi. Quarant’anni fa e più io suggerii al sindaco del comune di Valsolda di introdurre, per tramite dell’ambasciata inglese a Roma, una domanda alla famiglia Churchill perché ricercasse tra le cose di casa il quadretto della Valsolda e ne facesse dono al comune che lo avrebbe conservato nella sala della giunta comunale. Non se ne fece nulla. Ma io fisso in questo Zibaldone la memoria del fatto al quale sarà del tutto dileguata tra pochi anni»
(Romano Amerio, Zibaldone, n. 566, 4 settembre 1968)
PS: Dal sito fmboschetto, un’interessante “ucronia” di Enrica S.
«La vacanza italiana di Churchill. Nel settembre 1945, subito dopo essere stato sconfitto alle elezioni da Clement Attlee, Winston Churchill si concesse una vacanza sul Lago di Como, ufficialmente per riprendersi dalle fatiche della campagna elettorale: armato di cavalletto, tavolozza e pennello, in molti lo videro impegnato a dipingere suggestivi panorami lacustri. Ma durante quel viaggio l’ex Primo Ministro prese alloggio in una sede del SOE, lo Special Operations Executive, cioè una branca dei servizi segreti inglesi; fu scortato da 26 uomini del Quarto Reggimento Ussari della Regina, un’unità di intelligence specializzata nella cattura di criminali di guerra nazifascisti; si presentò con un nome di copertura, “Colonnello Warden”, che utilizzava quando doveva svolgere personalmente attività informative “sul campo”; ed incontrò personaggi sospetti come il Tenente Colonnello Luigi Villani, ex partigiano che aveva avuto un ruolo importante negli ultimi giorni di Mussolini. Il sospetto è che il trionfatore della Seconda Guerra Mondiale volesse impossessarsi delle due valige che erano state sequestrate a Benito Mussolini al momento del suo arresto a Dongo, e che secondo molti contenevano tra l’altro un imbarazzante carteggio epistolare tra il leader inglese e il dittatore italiano: carteggio che, se fosse venuto allo scoperto, avrebbe coperto di fango Churchill e troncato la sua carriera politica. Ora, che accade se Churchill arriva tardi e alcuni partigiani consegnano quell’incredibile carteggio alla stampa, facendo scoppiare uno scandalo senza precedenti?»

A meeting with Stalin

President Roosevelt liked my plan of going to Moscow, and Stalin sent me a cordial invitation. […] We alighted on Moscow on the afternoon of October 9, and were received very heartily and with full ceremonial by Molotov and many high Russian personages. At 10 o’clock that night we held our first important meeting in the Kremlin. It was agreed to invite the Polish Prime Minister, M. Romer, the Foreign Minister and M. Grabsch, a grey bearded and aged academician of much charm and quality, to Moscow at once.
[…] The moment was apt for business, so I said: “Let us settle about our affairs in the Balkans. Your armies are in Rumania and Bulgaria We have interests, missions and agents there. Don’t let us get at cross purposes in small ways. So far as Britain and Russia are concerned, how would it do for you to have 90% predominance in Rumania, for us to have 90% of the say in Greece, and go fifty-fifty about Yugoslavia?” While this was being translated I wrote out on a half-sheet of paper:
Rumania (Russia 90%, the others 10%); Greece (Great Britain in accord with USA 90%, Russia 10%); Yugoslavia (50-50); Hungary (50-50); Bulgaria (Russia 75%, the others 25%). I pushed this across to Stalin, who had by then heard the translation. There was a slight pause. Then he took his blue pencil and made a large tick upon it, and passed it back to us. It was all settled in no more time than it takes to set down. Of course we had long and anxiously considered our point, and were only dealing with immediate war-time arrangements. All larger questions were reserved on both sides for what we then hoped would be a peace table when the war was won. After this there was a long silence. The pencilled paper lay in the centre of the table. At length I said, “Might it not be thought rather cynical if it seemed we had disposed of these issues, so fateful to millions of people, in such an offhand manner? Let us burn the paper?”“No. you keep it” said Stalin. 
[«Al presidente Roosevelt piacque il mio piano di recarmi a Mosca, e Stalin mi aveva inviato un cordiale invito. [...] Arrivammo a Mosca nel pomeriggio del 9 ottobre, accolti calorosamente con tutti i crismi del cerimoniale da Molotov e altre illustri personalità russe. Alle 10 di quella sera abbiamo tenuto la nostra prima importante riunione al Cremlino. È stato deciso di invitare immediatamente a Mosca il primo ministro polacco, M. Romer, il ministro degli esteri e M. Grabsch, un accademico dalla barba grigia e dal grande carisma.
[...] Il momento sembrava appropriato per gli affari, così ho detto: “Mettiamoci d’accordo sui Balcani. I vostri eserciti sono in Romania e in Bulgaria. Laggiù abbiamo interessi, missioni e agenti. Non fateci prendere decisioni unilaterali. Per quanto riguarda la Gran Bretagna e la Russia, cosa pensate di questa proposta: voi vi tenete il 90% della Romania, noi ci teniamo il 90% della Grecia, e spartirci a metà la Jugoslavia?”. Mentre le mie parole venivano tradotte, scrivevo su un foglietto di carta:
Romania (Russia 90%, gli altri 10%);
Grecia (Gran Bretagna in accordo con USA 90%, Russia 10%);
Jugoslavia (50-50);
Ungheria (50-50);
Bulgaria (Russia 75%, gli altri 25%).
Passai poi il foglietto a Stalin, che aveva già ascoltato la traduzione. Ci fu una brevissima pausa. Prese la penna, vi fece un segno sopra e ce lo restituì. Avevamo impiegato meno tempo a prendere la decisione che a trascriverla.
Ovviamente avevamo ponderato a lungo le nostre richieste, e al momento ci stavamo accordando solo su problemi immediati, imposti dal tempo di guerra. Le questioni più spinose erano invece rimandate al tavolo di pace che speravamo sarebbe scaturito dalla nostra vittoria in guerra. Dopodiché ci fu un lungo silenzio. Il foglio appuntato giaceva al centro del tavolo. Alla fine dissi: “Non sembra un po’ cinico aver preso queste decisioni, fatidiche per milioni di persone, in un modo così improvvisato? Che facciamo, bruciamo la carta?”
“No, la tenga lei”, disse Stalin.»] 
(Winston Churchill, “The Advertiser”, 7 Novembre 1953)

sabato 2 luglio 2016

Ramazan (e altre turcherie)

A giugno avevo abbastanza tempo libero per mettermi in contatto con le amiche di Istanbul; tuttavia non avevo calcolato che quest’anno il Ramazan cade proprio nel mese di haziran: ecco perché invece di aiutarmi con la lingua, le turche hanno preferito dirozzarmi sui sacri principi dell’Islam. Non è stato tempo sprecato, anzi a dirla tutta mi è piaciuto, seppur in modo indiretto, partecipare a queste liturgie (ignote dal punto di vista “ortopratico”, ma non spirituale).

Ho provato a parlarne anche con la Giovane Turca (qui mi rivolgo solo ai lettori iniziati), ma con lei è difficile discutere di Islam dato che ha un’immagine stereotipata degli europei (persino degli italiani) e ci considera sostanzialmente come franchi ignoranti e barbari.
Per dire: quando le ho chiesto se era cominciato il Ramazan in Turchia, lei mi ha deriso ricordandomi che il “mese sacro” viene celebrato da tutti i musulmani del mondo. Il che è assolutamente vero (in Italia non ce ne siamo accorti perché, grazie al cielo, le scuole sono già chiuse), ma aiutatemi a dire quel che non posso... (masticazzi?)
Per farla breve, ogni discorso sulla religione con la Giovane Turca assomiglia più o meno all’indimenticabile scena di Che bella giornata in cui Checco Zalone domanda ai suoi interlocutori se “abitano in Islam”:


Con le altre invece ho potuto parlare più tranquillamente, per esempio, del numero di rekât (rak’a) aggiuntive della terâvih (tarawih) da fare a seconda della prescrizione stabilita da ogni scuola giuridico-religiosa. Non vorrei ora improvvisarmi anche islamologo, tuttavia da queste conversazioni ho avvertito appunto l’essenza “ortopratica” del culto maomettano a cui accennano gli studiosi: forse si tratta di una semplificazione o di una visione riduttiva, ma è un dato di fatto che il vero “discorso su Dio” attinente all’Islam non è la teologia, ma il diritto. Da qui poi muove la dimensione politica di questa religione, risalente ai tempi in cui il Profeta guidò la comunità. Non è stato quindi possibile affrontare un vero e proprio discorso sulla “sostanza” di tale fede, ma soltanto su gesti e precetti: non posso dire, da cattolico, che mi sia sgradito questo trionfo dell’esteriorità in tempi di interiorizzazione coatta (lato sensu)...