sabato 16 luglio 2016

Vogliamo i figli di puttana!


Per festeggiare il fallimento del golpe militare del 15 luglio 2016, oggi mi concederò il lusso di non leggere giornali né assisterò ai vari “speciali” televisivi. Già ieri sera seguendo fino a tarda notte la Rai e Sky sono andato in overdose di coglionerie (anche perché quando la rete nazionale TRT Türk ha ripreso le trasmissioni mi sono addormentato); ora sinceramente ne ho avuto abbastanza [*].

I giornalisti possono scrivere quello che vogliono, probabilmente qualcuno avrà già trovato il modo di accusare Erdoğan di essersi fatto l’autogolpe per aumentare il proprio consenso. Tuttavia il loro capodanno fantozziano è finito per l’appunto in anticipo, e ora dovranno farsene una ragione (tutti gli altri invece continuino pure a coltivare quel nuovo ramo della letteratura fantastica che è la geopolitica).

In realtà questo evento conferma tutte le paranoie degli ultimi mesi (e anni) del leader turco, che col senno di poi non aveva torto nell’insistere a tutti i costi per una riforma presidenzialista (io l’ho criticato per essersi sbarazzato di Davutoğlu, ma a dirla tutta è infinitamente preferibile qualsiasi “golpe di palazzo” rispetto alla solita sortita militarista).

In ogni caso sarà difficile capire come sia andata realmente: l’unica cosa certa è che questo bubbone prima o poi doveva scoppiare. Non sembra assurdo credere che le formazioni golpiste abbiano agito approfittando del caos creato dall’attentato di Nizza: del resto a prendere l’iniziativa sono stati i gradi inferiori, senza l’appoggio dei generali. Anche l’atteggiamento degli Stati Uniti, da un iniziale “attendismo” durato qualche ora a un risoluto appoggio al “governo democraticamente eletto”, dimostra l’approssimazione con cui i militari si sono mossi. Certamente qualche amico americano avrà fatto il tifo per i colonnelli, come rivela la dichiarazione dell’ex ambasciatore all’ONU John Bolton («Se Erdoğan prevarrà ci sarà un’accelerazione dei tentativi di islamizzazione che egli sta perpetrando»), ma pare che ai piani alti abbiano avuto l’intelligenza di non aprire un nuovo fronte o scatenare un’altra guerra civile. Comunque è evidente che dalle parti di Washington il presidente turco non è molto amato, non solo per la recente riconciliazione con la Russia, ma anche per il ruolo che Ankara pretende all’interno della NATO: Erdoğan ha più volte fatto capire che è finito il tempo in cui la Turchia veniva considerato il “parente povero” dell’Alleanza.

Perciò sembra alla fine che gli unici ad aver sperato fortemente in questo golpe, a parte uno sparuto gruppo di colonnelli che pare abbia preso ispirazione dal famoso film con Tognazzi, siano stati proprio gli italiani. Non solo i giornalisti, purtroppo (che almeno sono pagati per mentire), ma anche persone che all’apparenza sembravano normodotate. Penso che per molti sia arrivato il momento di farsi un esame di coscienza: da dove nasce tutto questo feticismo per i colonnelli altrui? Che senso ha spellarsi le mani quando un Paese viene trasformato in una caserma o in una prigione? Si tratta solo di Schadenfreude? Oppure, sempre per usare paroloni tedeschi, di Selbsthass (la turcofobia come estensione dell’auto-razzismo italiota oltre i confini nazionali)?
Inutile richiamarsi al realismo: la politica dei “figli di puttana”, per prendere a prestito l’espressione con cui Roosevelt definì il dittatore nicaraguense Somoza, non ha proprio nulla della Realpolitik invocata dagli analisti d’assalto. È un metodo odioso che guarda caso mai accetteremmo di saggiare sulla nostra pelle (credo nemmeno se al governo ci fosse l’odiato S.B.): anche in questo, lo ammetto a malincuore, il popolo turco ha dimostrato una dignità infinitamente superiore a quello italiano. Invece di accogliere in lacrime i “salvatori della patria” per antipatia verso Erdoğan, i turchi hanno difeso la democrazia tutti assieme: è una grande prova di civiltà dalla quale dovremmo prendere esempio (almeno per rispetto delle centinaia di morti e feriti).

Per quel che mi riguarda, dopo un’iniziale ritrosia a contattare i miei amici di Istanbul, poiché conosco la loro riservatezza, nonché una certa insofferenza verso la “spettacolarizzazione” di qualsiasi evento politico, mi sono deciso infine a sentire sia gli “erdoganiani” che i “kemalisti”. Mi ha fatto piacere udire nuovamente queste voci simili a miagolii, questa lingua che assomiglia a una serie di equazioni. Mentre i simpatizzanti dell’AKP si sono dimostrato ovviamente tranquillissimi, «Neden korkuyorsun? Hiçbirşey olmayacak! Cumhurbaşkanımızın yanındayız!» [“Di che ti spaventi? Non succederà nulla! Noi stiamo col nostro presidente!”], da parte dei “kemalisti” (il termine è ormai abusato, ma credo si possano definire così quelli con le gigantografie di Atatürk in casa) ho invece percepito un’inedita apprensione. Addirittura un’amica, evidentemente agitata, dopo avermi detto una frase che difficilmente riuscirò a dimenticare, «Bizde seni kendimizden biri olarak görüyoruz» [“Noi ti vediamo come uno dei nostri”], mi ha invitato a pregare per loro («Bizim için dua et»). Concedetemi un pizzico di vanagloria. Sonu iyi biten herşey iyidir. [**]

L’avversione diffusa per la “soluzione golpista” potrebbe essere un indice del fatidico spirito dei tempi: questi militari sembrano in effetti spuntati dalle tenebre degli anni ’70, con addosso quella puzza di ciclostilato e di mandorle amare che in Italia qualcuno aveva fiutato nei pressi di Piazza Fontana. Se avessero preso il potere, la Turchia sarebbe ritornato un Paese povero, semirurale, insignificante dal punto di vista politico e culturale. Chissà quali “cure”, dopo il “golpe democratico” (così i giornali definirono l’avvento al potere di Al-Sisi in Egitto) avrebbero dovuto sperimentare i turchi: arresti, torture, fucilazioni, coprifuoco… Evidentemente non hanno gradito la gentile offerta di salvarsi dall’islamizzazione (o dall’ottomanesimo, o dal sultanismo), e hanno provveduto a respingere i figli di puttana al mittente.

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[*] Mi ero ripromesso di non leggere i giornali, ma questa merita un accenno: Antonio Ferrari del “Corriere” è riuscito a sostenere nello stesso giorno e sullo stesso quotidiano due tesi contrapposte: nel primo articolo, Lo Stato laico e le mani dell’esercito, dopo aver elogiato tra le righe gli “amati militari”, ha paragonato Erdoğan a “un Ceausescu anticomunista” e gli ha augurato di fare la stessa fine; nel secondo pezzo, un’intervista (Chi c’è dietro il “golpe fasullo”), ha avanzato invece la tesi dell’auto-golpe, vantando “fonti credibili e preziosissime” che gli avrebbero suggerito l’idea della “sceneggiata”. Questo è il giornalismo italiano (purtroppo c’è anche chi ha fatto di peggio, ma stendiamo un velo pietoso).

[**] Vorrei precisare che questo “campione” decisamente esiguo, essendo composto solo da otto persone, ha comunque un certo valore rappresentativo, nello stesso modo in cui lo avrebbe avuto il parere di un lettore de l’Unità riguardo all’incarico di Presidente del Consiglio conferito a Mario Monti nel 2011.

venerdì 15 luglio 2016

Poliglottismo e vanità


Una delle più colossali figuracce della storia televisiva mondiale rimane quella di Ziad Fazah, un signore libanese che riuscì a farsi inserire nel volume del “Guinness dei Primati” come il più grande poliglotta di tutti i tempi (autocertificando la sua conoscenza di cinquantotto lingue), ma che messo alla prova nella trasmissione cilena Viva el lunes (1997) dimostrò di sapere, a parte l’arabo (sua madrelingua) giusto un po’ di spagnolo, qualche parola in finlandese e nulla più.

In una recente intervista riportata da “Wikipedia”, egli ha dichiarato che quella specie di quiz fu una “trappola”, in quanto la produzione, cogliendolo di sorpresa, non gli avrebbe lasciato il tempo di prepararsi. Ora, se le domande non fossero state di una semplicità imbarazzante, avremmo potuto credergli, poiché è noto che per gli iperpoliglotti non vale l’Hic Rhodus hic salta, e a chi attesta di parlare più di 5 lingue è sempre necessario un periodo più o meno lungo (da una settimana a tre mesi) per “recuperare” quella lasciata in fondo ai cassetti della memoria.
Tuttavia, per fare solo un esempio, chi dice di conoscere il russo (anche solo come “lingua di riserva”) non può non saper rispondere a una domanda come Какой сегодня день недели? [“Che giorno della settimana è oggi?”]. A dirla tutta una frase del genere sarebbe stato in grado di capirla pure chi avesse sfogliato per qualche minuto uno di quei corsi di apprendimento rapido, perché сегодня [”oggi”] è una delle prime parole che si incontrano, dato che viene utilizzata per presentare le irregolarità nella pronuncia (infatti si legge “sivodnja” e non “segodnja”).

Esiste, è vero, la possibilità che Fazah sia andato completamente in confusione, poiché persino uno come Iván Zamorano (che essendo un calciatore giustamente non sa nulla), è riuscito non solo a capire che il testo in persiano è un inno nazionale, ma addirittura a indovinare che la domanda greca avesse qualcosa a che fare col Cile (στη Χιλή) nonostante la pronuncia fosse difficilmente intuibile (“Khilì” con l’aspirata). A volte basta un po’ di savoir-faire per millantare: per esempio, il signore che gli pone le domande in persiano, l’esploratore e documentarista Abdullah Omidvar, riesce subito ad accattivarsi la simpatia dell’uditorio affermando di saper parlare una cinquantanovesima lingua, il “Papalapapiricoipi” (con riferimento a un classico della cultura televisiva cilena) e poi ha gioco facile nell’umiliare immediatamente il tristo Fazah, che da quel momento entrerà nella storia del crasso umorismo nazionale come “El Polidiota”.

Non vorrei filosofeggiare troppo sulla natura del poliglottismo, chiamando ancora in causa il classico desiderio di riconoscimento, tuttavia molto spesso tale tendenza si riscontra soprattutto in chi vive ai margini dell’establishment intellettuale, o proviene addirittura da un contesto sottoculturale: un caso da manuale è quello dell’afroamericano Moses McCormick, che ha iniziato a studiare compulsivamente le lingue per superare i suoi complessi di inferiorità (generati da circostanze individuale e sociali, in quanto studente mediocre, americano e nero: si veda questo video).
Bisogna perciò mantenere un minimo di habitus da intellettuale per non ridursi a un fenomeno da baraccone; ciò vale pure per chi presta la sua immagine a imbarazzanti corsi di self-help: come ho già scritto, non sarebbe meglio riprendersi la proprio dignità cercando un lavoro vero?

giovedì 14 luglio 2016

Fortuyn e gli F-35

Fortuyn e gli F-35
(Le JSF de Fortuyn, “Dedefensa”, 30 giugno 2002)

Il quotidiano olandese “Volkstrant” ha pubblicato alcune interessanti rivelazioni sulle circostanze in cui il partito di Pim Fortuyn, il leader populista-libertario assassinato il 6 maggio 2002, appoggiò l’ingresso dei Paesi Bassi nel programma Joint Strike Fighter.
L’omicidio non ha interrotto le elezioni olandesi, che si sono tenute il 15 maggio in un clima decisamente insolito.
Il “Guardian” di Londra, nell’edizione del 28 giugno [2002], ha pubblicato a sua volta le rivelazioni del quotidiano olandese a proposito di Mat Herben, il successore di Pim Fortuyn. Herben sarebbe un agente del Ministero della Difesa (ovvero dei servizi segreti olandesi) infiltrato nel partito di Fortuyn con lo scopo principale di scongiurare la sua opposizione all’entrata dei Paesi Bassi nel programma JSF/F-35.
Broos Schnez, membro del comitato di selezione nato per valutare l’ingresso di Herben nel partito di Fortuyn, ha dichiarato al quotidiano olandese: «La scoperta ci ha sconvolto. I cittadino olandesi devono conoscere la disonestà di questa persona. È un vecchio funzionario della difesa col compito di infiltrare il partito e obbligarlo a votare per l’acquisto degli F-35, una scelta che ci ha sempre trovati contrari. Gli ho già consigliato di trovarsi un buon avvocato per difendere la sua reputazione, ma lui non ha fatto nulla, e questo è un atteggiamento molto sospetto».
Tra le altre cose, il “Guardian” aggiunge:
«Alcuni colleghi di Fortuyn hanno dichiarato al principale quotidiano olandese Volkstrant che Herben, 49 anni, ha lavorato per l’ufficio stampa del Ministero della Difesa e ha fatto strada nel partito attraverso i ricatti. Questi collaboratori sostengono anche che Herben potrebbe essere un infiltrato messo lì per assicurare a chi di dovere l’appoggio del partito avrebbe al piano di 200 miliardi di dollari voluto dagli USA per la costruzione di un nuovo caccia stealth.
La prima azione del nuovo parlamento è stata quella di stanziare 800 milioni di dollari per il progetto F-35. Tutti i 24 membri della Lista Fortuyn si sono uniti agli altri due partiti di governo nel voto favorevole al progetto, nonostante il partito e il suo fondatore si fossero opposti fino all’ultimo. La votazione ha fatto tirare un sospiro di sollievo al complesso militar-industriale americano, anche perché le riserve del governo precedente di sinistra avevano reso incerta la partecipazione olandese al progetto.
I sospetti sollevati dai collaboratori di Fortuyn sono confermati da alcune email, pubblicate sempre dal Volkstrant, inviate da Herben prima dell’assassinio di Fortuyn per convincere il partito a cambiare opinione e sostenere il progetto F-35. Il giornale riporta le dichiarazioni di cinque componenti di un comitato di selezione del precedente partito di Fortuyn, Leefbaar Nederland, che avevano esaminato Herben in gennaio, i quali affermano che quest’ultimo aveva provato a ricattarli con la minaccia di divulgare informazioni false sulla tossicodipendenza di Fortuyn» (A. Osborn, Fortuyn’s successor ‘is security plant’,  “Guardian”, 28 giugno 2002). 
Le rivelazioni pubblicate dal Vokstrant esasperano un clima reso già pesante dai recenti fatti accaduti nei Paesi Bassi, ovvero il successo del partito di Fortuyn, il suo assassinio, e il modo in cui l’Olanda è entrata nel programma JSF. Alcune informazioni trapelate obbligano a fare dei collegamenti tra questi diversi casi. Riportiamo di seguito un passaggio di un articolo sulla situazione dei Paesi Bassi pubblicato l’11 maggio 2002 dal giornalista Henk Ruyssenaars sul sito della “Foreign Press Foundation”, dedicato proprio alle opinioni di Fortuyn sulla partecipazione olandese al programma JSF: 
«L’ambasciatore degli Stati Uniti, le forze armate olandesi e il Joint Strike Fighter (JSF).
La posta in gioco è la possibilità di accumulare enormi profitti. Nelle situazioni d’emergenza contano poco le leggi, i diritti umani e la libertà di parola. Sul tavolo, insieme a molte altre offerte, abbiamo: un accordo multimilionario per l’ordinazione di aerei Joint Strike Fighter (che all’Olanda nemmeno servirebbero). Il professor Fortuyn è stato ucciso lunedì 6 maggio 2002. Il giorno prima l’ambasciatore statunitense in Olanda, Clifford Sobel, assieme ad alcuni “analisti” americani e a dei generali olandesi, ha incontrato Fortuyn per parlare dell’affare JSF. Dal momento che Fortuyn aveva la vittoria assicurata alle elezioni, il suo voto sarebbe stato decisivo. Egli avrebbe risposto all’ambasciatore americano e alla delegazione che, visti i problemi attuali dell’economia olandese, quei miliardi sarebbe serviti per altri problemi urgenti, come il finanziamento della sanità, dell’educazione, del trasporto pubblico ecc…
Precedentemente Fortuyn aveva dichiarato (anche nel suo programma politico) la volontà di smantellare l’Aeronautica e parte dell’esercito, per concentrare tutte le risorse nella Marina Militare. Per le persone in uniforme, questa non sarebbe stata una grande idea. Per Fortuyn, sarebbe stato l’ultimo giorno di vita» 
Le informazioni pubblicate da Volkstrant suggeriscono alcune domande:
1) Quale effetto avranno queste rivelazioni sulla formazione del nuovo governo olandese? Il Guardian dice che dopo la loro pubblicazione «Il futuro del partito politico lasciato dall’assassinio di Fortuyn è incerto». Il Partito di Fortuyn è coinvolto nel processo di creazione del nuovo governo.
2) Quali saranno gli effetti sulla questione JSF nei Paesi Bassi? […] Attualmente, osserviamo l’evoluzione dei laburisti del Partij van de Arbeid, che quando erano al governo non vollero prendere una decisione chiara sugli F-35, ma una volta passati all’opposizione si sono dichiarati apertamente ostili al programma.
3) Quali saranno gli sviluppi sul mercato dei caccia da combattimento? Il caso olandese è il secondo, dopo il caso degli F-15K della Corea del Sud, a dimostrare come questo mercato è soggetto a infiltrazioni sospette. In aggiunta, possiamo domandarci quale sarà l’impatto sulle relazioni transatlantiche, dal momento che questa evoluzione verso interventi “concreti” coinvolge anche i mercati di Paesi alleati, obbligandosi a una scelta a senso unico. Ma una tale domanda lascia supporre la possibilità di un cambiamento della posizione europea in tale tipo di relazione, il che resta improbabile.

Мы Русские


Žanna Bitchevskaija
“Мы Русские”
(Noi russi)

martedì 12 luglio 2016

Per le strade di Mosca

L’amico Andrea mi manda qualche video dalle strade di Mosca.


Il primo, girato a Piazza del Palazzo (в Санкт-Петербурге), testimonia le prodezze di un anonimo menestrello alle prese con Кукушка dei Kino; si tratta di un pezzo che molti hanno scoperto grazie a Enjoykin, lo youtuber russo che lo ha reinterpretato abbinandolo a una scena dal film splatter Зелёный слоник [“L’elefante verde”].
La canzone ha un significato speciale per gli ammiratori dei Kino (un gruppo che ha fatto la storia del rock alternativo sovietico), poiché rappresenta il canto del cigno del leader Viktor Tsoj deceduto in un incidente d’auto in Lettonia nel 1990.


Песен еще ненаписанных, сколько?
Скажи, кукушка, пропой.
В городе мне жить или на выселках,
Камнем лежать или гореть звездой?
Звездой.

Солнце моё - взгляни на меня,
Моя ладонь превратилась в кулак,
И если есть порох - дай огня.
Вот так...

Кто пойдет по следу одинокому?
Сильные да смелые
Головы сложили в поле в бою.
Мало кто остался в светлой памяти,
В трезвом уме да с твердой рукой в строю,
В строю.

Где же ты теперь, воля вольная?
С кем же ты сейчас
Ласковый рассвет встречаешь? Ответь.
Хорошо с тобой, да плохо без тебя,
Голову да плечи терпеливые под плеть,
Под плеть.
Canzoni ancora da scrivere, ma quante?
Dimmelo, cuculo, cantale.
Dovrei vivere in città o nei sobborghi,
giacere come un sasso o brillare come una stella, una stella?

Sole mio, guardami
La mia mano è diventata un pugno
e se c'è polvere, dai fuoco
Così si fa...

Chi seguirà il sentiero solitario?
Il forte e il coraggioso
ha lasciato la testa sul campo di battaglia
Sono pochi quelli che rimangono nel ricordo
Con la mente lucida e la mano ferma nei ranghi, nei ranghi

Dove sei adesso, libera volontà?
Con chi sei adesso, mentre accogli l’alba gentile? Rispondi.
Si sta bene con te, ma si sta male senza te.
La testa e le spalle così pazienti sotto la frusta, la frusta

Il secondo video proviene invece direttamente da Gorkij Park (come lo chiamiamo noi italiani, anche se il nome ufficiale sarebbe Центральный парк культуры и отдыха имени Горького).
Un poeta di strada recita versi di Dimitrij Bykov [Дмитрий Быков], un autore che spesso organizza letture pubbliche di classici, come col progetto “Cittadino poeta” [Гражданин поэт], peraltro smaccatamente anti-putiniano (!). Questi versi però parlano di donne e pare trattarsi dell’iniziativa personale di un amante deluso, o di un semplice уличный музыкант.


…Во всех моих женщинах были твои черты,
[Va vsekh maikh ženshcinakh byli tvoi cirty]

и это с ними меня мирило.
[i eta s nimi minja mirila]

Пока ты там, покорна своим страстям,
[Paka ty tam, pakorna svaim strastjam]

летаешь между Орсе и Прадо,
[letajesh’ meždu Orse i Prado]

я, можно сказать, собрал тебя по частям.
[Ja, možno skazat’, sabral tibja po cistjam]

Звучит ужасно, но это правда.
[Zvucit užasna, na eta pravda]

Одна курноса, другая с родинкой на спине,
[Odna kurnosa, drugaja s rodinkoj na spine]

третья умеет все принимать как данность.
[tret’ja umeyet vse prinimat’ kak dannast’]

Одна не чает души в себе, другая - во мне
[Odna ne ciajet dushi v sebe, drugaja - vo mne]

(вместе больше не попадалось.)
[vmeste bol’she nje popadalos’]

Одна, как ты, со лба отдувает прядь,
[Odna, kak ty, so lba otduvajet prjad’]

другая вечно ключи теряет,
[drugaja vechno kljuci tirjajet]         

а что я ни разу не мог в одно все это собрать
[a chto ja ni razu ne mog v adno vse eta sobrat’]

так Бог ошибок не повторяет.
[tak Bokh ashibok ne povtarjajet]

И даже твоя душа, до которой ты
[I daže tvoja dusha, da katoroj ty]

допустила меня раза три через все препоны…
[dapustila minja raza tri cerez vse prepony…]
…Tutte le mie donne hanno le tue caratteristiche,


e così riesco a sopportarle.


Mentre tu sei laggiù, schiava delle tue passioni,                     

volando tra l’Orsay e il Prado


Posso quasi dire di averti riunita in pezzi.


È orribile, ma è la verità.


Una col naso a patata, l’altra con un neo sulla schiena,

una terza che dà tutto per scontato.


Una che adora se stessa, un’altra – [che adora] me,


Non ci incontriamo più.       


Una, proprio come te, che si soffia il ciuffo dalla fronte

Un’altra che perde sempre le chiavi,


ma non potrò mai radunarle tutte in una




perché Dio non ripete gli errori.


E persino la tua anima, con la quale tu


Mi hai permesso tre volte di superare gli ostacoli...

lunedì 11 luglio 2016

Manual de zoología fantástica (adenda)

«De ahora en adelante procura que los que vengan a jugar conmigo, no tengan corazón.»
(Oscar Wilde, The Birthday of the Infanta)
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El elefante derribado


El 16 de marzo de 1819 en Venecia la gendarmería austriaca derribó a cañonazos un elefante indio que había matado a su joven domador y había provocado una ola de pánico entre los venecianos, alcanzado a derribar la puerta de una iglesia. A esta tragedia se refieren dos libros, L’elefanticidio in Venezia dell’anno 1819 de Pietro Bonmartini y L’Elefanteide de Pietro Buratti.

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La perra de Putin


Konni [en ruso Конни] (1999-2014), también conocida como Connie, fue una hembra de Labrador Retriever perteneciente a Vladimir Putin que fue autorizada a participar en las reuniones entre el presidente ruso y los líderes del mundo.
En el 21 de enero de 2007 la perra entró en la habitación donde se llevaban a cabo las negociaciones entre Putin y Merkel y la canciller le tuvo miedo (ya que sofre de cinofobia).
Muchos acusaron Putin de haber violado las leyes internacionales que prohíben las peleas de perros.

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La rana de nueve patas


En Oklahoma en el 1985 fue encontrada una rana de nueve patas en las proximidades de una instalación nuclear. Por mucho tiempo en los años 80 las aguas residuales radiactivas fueron utilizadas da las explotaciones agrícolas del área (cf. M. D. Lemonick Environment: Making Fertilizer from What?, “Time Magazine”, 30 novembre 1987).

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Las palomas fotógrafas
 

En 1907 el boticario alemán Julius Neubronner acomodó una cámara de luz miniatura en el pecho de una paloma con ayuda de una coraza de aluminio. Esas palomas tomaron las primeras fotografías aéreas de la historia durante la Primera Guerra Mundial. La CIA intentó un nuevo experimento en los años 70, pero sin éxito



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Salchicha


“Salchicha”, en griego Λουκάνικος, era uno de los muchos perros callejeros que acompañen a las protestas griegas: parece haberse muerto de un ataque al corazón causado por los gases lacrimógenos (cf. “The Guardian”, “Euronews”). En realidad, no se sabe si “Salchicha” es un nombre referido a un solo perro, o a un “perro colectivo”, un tótem animal.
De todos modos, es sorprendente que en esta Unión Europea los animales muestren más valor que los hombres.


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El manatí-sirena


El manatí, también conocido como “vaca marina”, es uno de los animales más subestimados: por siglos, los hombres han creído ver en ellos las legendarias sirenas. Hasta el día de hoy, muchas peliculas caseras valoradas como evidencias, en realidad muestran solamente la cola de estos animales, cuyos movimientos sinuosos hacen pensar de estar en presencia de una rubia con dos conchas como sujetador.

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Delfines parteros
 
El tribunal supremo israelí  prohíbe a seis mujeres inglesas
de dar a luz en el parque marino de Eilat (septiembre de 1993)
El nacimiento humano asistido por delfines es una moda desarrollada en los últimos años. Según los científicos, esta es probabilmente la peor idea posible, porque los delfines son una especie muy agresiva.
El mito del “delfín amigo” nació en los años de la contracultura americana: por ejemplo, el “psiconauta” John C. Lilly decía que hablaba con los delfines tomando LSD (pero sus experimentos, financiados por la NASA, no tuvieron éxito).

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Los lobos hablantes


Un grupo de cientificos americanos (siempre los mismos) ha clasificado los aullidos de los lobos en 21 “dialectos” (Wolves have accents too…, “Daily Mail”, 8 fevrero 2016).
Según el coordinador del grupo de investigación, Arik Kershenbaum de la Universidad de Cambridge, los lobos hablan como los delfines: «Si reduces la velocidad del silbido de un delfin, eso suena come un aullido de lobo».

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La ardilla borracha


Hay muchos vídeos de ardillas borrachas en YouTube: generalmente se embriagan con fruta o verdura fermentadas. Pero no son los únicos animales que se intoxican: cada año 5000 bovinos de Kansas se sacrifican porque han contraído una dependencia da hierbas alucinógenas; los petirrojos se comen las bayas de la madreselva; las hormigas sanguinas que “ordeñan” los áfidos para disfrutar de una especie de leche excitante.
El psicofarmacólogo Ronald K. Siegel (en Intoxication: Life in Pursuit of Artificial Paradise, 1989) enumera diversas categorías de animales en riesgo de toxicomanía: babuinos que saquean las plantaciones de tabaco, los renos que adoran la amanita muscaria y los elefantes que comen la fruta fermentada del árbol de marula.

Constatamos que toda la creación, por alguna razón misteriosa, tiende a l’autodestrucción; como decía un filósofo italiano: «Pobres bestias, que sin culpa pagan las consecuencias del pecado original».

Piccioni prima dei droni

da “Fotografare”, novembre 1987
In un servizio del 1987 sullo spionaggio fotografico, la rivista Fotografare scrisse che la “Doppel-Sport Panoramic Camera” impedisce al piccione di volare e che dunque le testimonianze di un suo utilizzo durante la Prima guerra mondiale furono tutte inventate. Non so da quali fonti trassero la loro convinzione, ma in realtà questo tipo di tecnologia venne realmente utilizzata sia nella Prima che nella Seconda guerra mondiale. L’invenzione si deve a Julius Neubronner (1852–1932), uno speziale tedesco che riuscì dopo tanti sforzi e debiti a unire le sue più grandi passioni: i piccioni e la fotografia.



La pagina di Wikipedia sull’argomento, decisamente esaustiva (“Pigeon photography“) ci informa anche di un tentativo fallimentare condotto dai servizi segreti americani: «La CIA sviluppò una macchina fotografica per piccioni a batteria [...], ma i dettagli sul suo impiego utilizzo sono ancora secretati. Indiscrezioni suggeriscono che la fotocamera venne usata negli anni ’70 su dei piccioni liberati dagli aerei, ma che l’esperimento si rivelò un fallimento».




La sezione fotografica di Wikipedia  anche alcune immagini scattate proprio dai piccioni:

Predatori innaturali



Per chi non fosse falco o montone, c’è sempre la Drone Survival Guide:

Finanziamenti per Allevamento Lumache

Email appena ricevuta: rispetto assoluto per chi fa questo mestiere, ma… fanno sul serio, sì:



Zoofilia

«[…] Il sodalizio [animalista] più antico [d’Italia], l’Associazione zoofila, fu fondato a Torino, nel 1871, niente meno che da Giuseppe Garibaldi in persona. […] Poi entrò in scena Leonard Hawksley. Era un londinese benestante che aveva intrapreso una carriera scientifica e venne in vacanza in Italia negli ultimi anni [dell’Ottocento]. Sbalordito dal “modo in cui gli italiani mancavano di rispetto alle loro bestie”, Hawksley decise di stabilirsi in Italia e… agire. Suo padre, su tutte le furie, gli tagliò i viveri per un certo periodo. Imperterrito, Hawksley cominciò a organizzare società di assistenza nelle grandi città e nel 1899 fondò la Lega italiana per la protezione degli animali. […] Per sensibilizzare i visitatori al problema, tappezzò una parete del suo ufficio romano con una agghiacciante collezione di riproduzioni di trappole per animali.
Visse in Italia per 30 anni, e ai suoi detrattori che gli chiedevano se la causa degli animali nel nostro Paese meritasse davvero tanta attenzione da parte di un suddito di sua maestà britannica, egli rispondeva che “gli animali non hanno nazionalità”. Non c’è da stupirsi che – in seguito alle sue proteste per il sovraccarico e la denutrizione dei cavalli – sia stato aggredito 38 volte da carrettieri e cocchieri che, almeno in otto diverse occasioni, tentarono di fargli la pelle. Una aggressione particolarmente grave gli provocò la perdita di un occhio. Ma Hawksley perseverò, ottenendo esemplari condanne per crudeltà verso le bestie e la confisca di strumenti di tortura. Fra i suoi tanti nemici ci fu anche la Camorra napoletana, che lo minacciò di morte. Ma poi, in un acceso diverbio, Hawksley perse la pazienza e, strappata una frusta dalle mani di un emissario della Camorra, ne spezzò il manico sulla testa dell’incauto. Imrpessionato dalla decisa reazione dell’inglese, il camorrista dimenticò la sua ira e passò ad un atteggiamento di deferente rispetto, ordinando ai suoi scagnozzi di lasciare per sempre in pace Hawksley.
In un’altra occasione, Hawksley, mentre viaggiava a bordo di una nave lungo le coste italiane, notò una mucca che si dibatteva in mare e chiese al capitano di fermare la nave e di salvare la bestia. Il capitano rispose con una scrollata di spalle. Spogliandosi e gettandosi in mare, Hawksley urlò: “Se non vuole salvare una bestia, si sentirà obbligato a salvare un uomo”. Il comandante fermò la nave e, si racconta, trasse in salvo uomo e bovino» 
(A. Wasiqullah, In difesa degli animali, “Selezione dal Reader’s Digest”, Maggio 1981, pp. 96-97).

domenica 10 luglio 2016

“Pregate per me” (Papa Francesco copia Nasrallah?)



Ars longa vita brevis. Musica e morte nel 2016

La prima metà del 2016 è stata caratterizzata da una vera e propria “moria” di artisti. Per menzionare solo quelli che sono stati ricordati dai miei contatti Facebook in questi mesi: David Bowie (10 gennaio), Franco Citti (14 gennaio), Alan Rickman (14 gennaio), Ettore Scola (19 gennaio), Abe Vigoda (il “Tessio” del Padrino, 26 gennaio), Glenn Lewis Frey (chitarrista e tastierista degli Eagles, 18 gennaio), Paul Kantner (cantante dei Jefferson Airplane, 28 gennaio), Black (autore della celebre “Wonderful Life”, 26 gennaio), Frank Finlay (30 gennaio), George Kennedy (28 febbraio), Aldo Ralli (6 marzo), Keith Emerson (10 marzo), Riccardo Garrone (14 marzo), Paolo Poli (25 marzo), Dennis Davis (uno dei batteristi di Bowie, 6 aprile), Tony Conrad (9 aprile), Prince (21 aprile), Lino Toffolo (17 maggio), Nick Menza (batterista dei Megadeth, 21 maggio), Giorgio Albertazzi (28 maggio), Bud Spencer (27 giugno), Michael Cimino (2 luglio), Abbas Kiarostami (4 luglio).

Cosa può essere accaduto?
L’ipotesi più verosimile è che gli Illuminati in accordo con la Giudeo-massoneria internazionale abbiano deciso che la “festa è finita” e che l’umanità, dopo essersi goduta il baccanale, deve ora prepararsi a un’era di oscurità senza più film né canzoni.
Nessuno tuttavia ha avuto (almeno finora) il coraggio di formulare questa tesi: se fino a pochi mesi fa i “teorici del complotto” riuscivano a tenere il passo (catalogando la morte di qualsiasi celebrità, da Philip Seymour Hoffman a Robin Williams, sotto la voce Illuminati blood sacrifices), oggi anche loro sono stati travolti dagli eventi, tanto è vero che un accenno di dietrologia si è potuto apprezzare solamente al principio della falcidia, con i retroscena sulla morte di Bowie “pianificata” tramite eutanasia come un copione perfetto (del resto persino le leggende metropolitane sui «cantanti morti [che] nun so’ mmorti veramente» non hanno avuto il tempo di attecchire: l’ultimo ad aver goduto di tale “privilegio” mi pare sia stato Michael Jackson nel lontano 2009).

Un’ipotesi più macabra della precedente è che esista anche per le celebrità un fenomeno simile all’Effetto Werther, il quale è descritto dagli psicologi in questi termini: «Subito dopo un suicidio da prima pagina, aumenta vertiginosamente la frequenza di suicidi nelle zone dove il fatto ha avuto grande risonanza. […] Dai dati anagrafici e anamnestici, appare un’impressionante similarità tra la condizione del primo, “famoso” suicida, e quella di coloro che si erano successivamente suicidati, ossia se il suicida famoso era anziano, aumentavano i suicidi di anziani, se il suicida apparteneva a un certo ceto sociale o professione, aumentavano i suicidi in quei determinati ambienti» (G. Nardone - P. Watzlawick, L’arte del cambiamento, Ponte alle Grazie, Firenze, 1990, p. 68).

Lasciando però da parte le panzane, veniamo a qualcosa di più concreto (e anche cinico, per certi versi): l’impressione di “moria” non potrebbe derivare dal fatto che negli ultimi decenni non sono comparsi talenti in grado di competere con quelli sbocciati approssimativamente dal dopoguerra fino agli anni ’90?
Una sensazione inconscia di tutto ciò mi pare emerga dalle commemorazioni da social network, che nonostante l’inevitabile tendenza al sarcasmo tipica dell’era internettiana (avrete sentito anche voi la battutina «Sono un artista ma per fortuna non sono famoso»), non sembra che questa volta abbiano registrato lo snobismo tipico dello “sfigato medio”, colui che negli anni passati aveva dato invece il meglio di sé, arrivando a esprimere concetti quali «Preferisco ricordare Mario Verdone invece che Michael Jackson» (26 giugno 2009) e «Preferisco ricordare Giorgio De Rienzo che Amy Winehouse» (23 luglio 2011). Non so se poi l’abbinamento critico/celebrità si sia ripetuto negli anni: ripensandoci, è dal 2011 che mi sono imposto di non frequentare più sfigati (nemmeno su Facebook), quindi la mia impressione può esser stata influenzata da tale circostanza (non voglio nemmeno prendere in considerazione l’eventualità di esser diventato lo “sfigato d’osservazione” di qualcuno senza accorgermene…).

Provando a confinare il discorso esclusivamente all’ambito musicale, mi domando se queste morti non colpiscano particolarmente per la consapevolezza indistinta che una certa ars non è poi così longa: può sembrare paradossale che il concetto di “musica che muore col suo creatore” si presenti nell’epoca della riproducibilità tecnica (anche se, seguendo la celebre tesi del Benjamin, ciò non dovrebbe affatto apparire contraddittorio), ma proviamo a pensare, per esempio, al contrasto tra il concerto organizzato dai russi a Palmira e quello dei Rolling Stones a l’Havana.

Nessuna persona sana di mente può aver percepito come “sacrilego” il fatto che a interpretare le opere di Prokof’ev fossero altri dal compositore stesso; al contrario, se i cubani avessero voluto sentire a tutti i costi la musica dei Rolling Stones, ma quelli non fossero stati disponibili (magari perché anche loro “vittime” di questo 2016!), non si riesce neppure a immaginare cosa sarebbe successo qualora gli americani avessero mandato a eseguire i pezzi più famosi non dico una cover band, ma anche solo un gruppo allo stesso livello (almeno “storico”) di Jagger e compari: a quel punto, per evitare la guerra, sarebbe stato meglio trasmettere degli ologrammi, come recentemente è stato fatto proprio con Michael Jackson (di questo passo l’esperienza di un concerto assomiglierà sempre più a L’invenzione di Morel).

Tutto ciò accade soprattutto per la distanza incolmabile tra il “classico” e il “moderno” (persino quando ridotto a “modernariato”) che esiste ancora a livello di immaginario collettivo (nonostante tutti i tentativi messi in atto per superarla). Si tratta di un contrasto dal carattere quasi “mimetico” che si produsse quando la musica classica europea decise di “suicidarsi” attraverso la dodecafonia e l’atonalismo, lasciando le sue “armi migliori” (tonalità, ritmo) al rock e al pop, che le sfruttarono fino alle più imbarazzanti semplificazioni.
Ciò è talmente vero che gli unici nei confronti dei quali tale dicotomia sembra perdere un minimo di ascendente sono i Queen, che pur sopravvivendo dal 1991 in una sorta di limbo, si sono concessi il lusso di ingaggiare un cantante poco più che trentenne senza subire processi per “blasfemia”. Che l’abbiano passata liscia proprio perché, agli occhi delle masse, essi partecipano più degli altri all’archetipo di quel che è considerato “il classico”?

Infine, l’ultima ipotesi, forse la meno convincente, è che il fatto stesso che qualcuno consideri incredibile una moria di individui che, per quanto talentuosi e straordinari, avevano comunque ampiamente superato il mezzo del cammin di nostra vita, è di per sé un sintomo del fatidico spirito dei tempi. Mi sembra che questo stato d’animo abbia qualcosa a che fare col connubio sempre più forte tra arte e morte che il terrorismo nell’ultimo anno è riuscito a imporre, seppur “desublimandolo” (se così si può dire) e per certi versi anche democratizzandolo. Non parlo solo di Charlie Hebdo e del concerto degli Eagles of Death Metal al Bataclan, ma anche di tutto il Jihad Cool ruotante attorno al radicalismo islamizzato.
Dato che ho dimenticato di farlo quando aveva ancora senso, colgo ora l’occasione per segnalare la dedica dell’adorabile Cecily Strong del Saturday Night Live alle vittime degli attentati parigini (in ogni caso una rappresentazione icastica -e pure gradevole- del genius saeculi):

giovedì 7 luglio 2016

Churchill pittore

«Al Grotto, all’insegna della barca sulla riva del Ceresio tra la Basilichetta di S. Maurizio (a Darno) e Osteno, nel settembre 1945 venne per tre giorni di fila Winston Churchill; piantò il cavalletto, spremette i colori sulla tavolozza e dipinse la Valsolda che in quel punto si dispiega tutta all’occhio dell’osservatore da Oria a Cima.
L’oste raccolse diligentemente i mozziconi degli avana che lo statista inglese andava fumando durante il lavoro. Ma Churchill non era lì, come portava la stampa, per riposo o per svago di dilettante. Era lì con uno scopo di ben altro genere: era alla ricerca del famoso carteggio Mussolini nel quale si trovavano le lettere di approvazione e di ammirazione scritte dal grande statista al Duce nei primi anni del regime.
Benché i suoi uomini dei servizi segreti perlustrassero tutta la valle da Porlezza a Bene Lario e a Menaggio dove Mussolini si era trattenuto alla vigilia della cattura e dell’uccisione, non si trovò lo sconcertante epistolario e Churchill lasciò quasi subito o i luoghi. Quarant’anni fa e più io suggerii al sindaco del comune di Valsolda di introdurre, per tramite dell’ambasciata inglese a Roma, una domanda alla famiglia Churchill perché ricercasse tra le cose di casa il quadretto della Valsolda e ne facesse dono al comune che lo avrebbe conservato nella sala della giunta comunale. Non se ne fece nulla. Ma io fisso in questo Zibaldone la memoria del fatto al quale sarà del tutto dileguata tra pochi anni»
(Romano Amerio, Zibaldone, n. 566, 4 settembre 1968)

mercoledì 6 luglio 2016

Stalin aveva un cuore

Le memorie della cantante lirica che il “piccolo padre” voleva sposare
(P. Valentino, “Corriere della Sera”, 13 settembre 1992)

«Vera Alexandrovna, sono geloso come un bambino. Tutte le volte che voi abbracciate un Otello, un Radames, vorrei saltare sulla scena e picchiarli. Vera Alexandrovna, sono solo e intorno a me non vedo che cani rabbiosi. Ho il cuore a pezzi per voi. Vera Alexandrovna, siate mia, sposatemi!».
Pochi penserebbero, non parliamo poi di crederci, che a fare una tale dichiarazione d’amore sia stato proprio Josif Vissarionovitch Stalin. Ma Vera Alexandrovna Davydova, celebre soprano del Bolscioi negli anni ’30, sostiene che è proprio così. Il “piccolo padre dei popoli”, l’uomo responsabile dello sterminio di milioni di persone, fu perdutamente innamorato di lei. E quando venne respinto, contrariamente alle sue abitudini, accettò la sconfitta in amore: pur continuando a vivere nell’incubo di essere arrestati, a Vera e al marito Dmitrij non fu torto un capello. Anche Stalin aveva un cuore? Sì, giura l’ex cantante, al punto di non temere il ridicolo e di apparire goffo e impacciato nell’unica occasione in cui aprì il suo cuore alla bella Vera. «Quella sera – racconta l’anziana signora alla rivista “Giornalismo” – una macchina mi aspettava all’uscita del teatro. «Andiamo in visita», disse un donna vestita di nero. Alla guida c’era un generale. Mi portarono alla dacia, grande, piena di specchi, molto chic. Stalin mi aspettava in cima alle scale: “Finalmente il momento che ho atteso tanto”, mi disse baciandomi la mano. Tutti dicevano che era terribile, crudele, rude. Io lo trovai molto a modo, un vero gentiluomo». Il dittatore, continua la signora, le offrì del denaro per suo figlio. Lei lo rifiutò con sdegno. Poi venne la dichiarazione d’amore. Vera Davydova descrive la sua risposta: «Iosif Vissarionovitch, ma voi siete Stalin, il nostro padre, il nostro dio. Se volete verserò tutto il mio sangue per voi. Ma non posso mentirvi, io amo un uomo solo: mio marito Dmitrij Mtchelidze». Il racconto della donna continua. Stalin, signore sì ma fino a un certo punto, la strinse a sé e le diede un bacio lungo e appassionato. «Non so dove presi le forze ma riuscii ad allontanarlo», precisa Vera Davydova. Giocarono anche a bigliardo, quella sera. Poi, accompagnandola sull’uscio di casa, Stalin le appoggiò la pelliccia sulle spalle e «diede un ultimo bacio al collo di visone». Non successe nulla. Lo rivide, tremante di paura, a un’altra prima. Ma il dittatore non fece una piega: «Allora, come sta? Tutto è andato molto bene», le disse dopo il concerto. La storia non ebbe alcun seguito ma la famiglia di Vera visse nell’angoscia di essere arrestata in massa. Il figlio di Vera, nella stessa rivista, chiosa le confessioni della madre dando del bugiardo agli autori di un libro apparso lo scorso anno, nel quale il soprano viene descritto come l’amante di Stalin: «Quell’incontro non ebbe seguiti», ribadisce.

lunedì 4 luglio 2016

Operazione Keelhaul

«Fra gli atti più eminenti e infami compiuti al fine di placare Stalin vi fu l’Operazione Keelhaul. Fra gli accordi stipulati a Yalta nel 1945 vi era pure quello di rimandare in Russia tutti i russi liberati dalle truppe britanniche o americane che erano stati prigionieri in campi di concentramenti tedeschi, così come i prigionieri di guerra americani e britannici liberati dai russi sarebbero stati restituiti ai loro Paesi di origine. A differenza, tuttavia, dei prigionieri inglesi e americani, quelli russi non avevano alcuna intenzione di tornare in patria. Si ricorse perciò alla forza e all’inganno. Alcun russi avevano accettato d’indossare uniformi tedesche per liberare il proprio Paese dalla tirannia di Stalin e, sebbene questa loro scelta possa spiacere a qualche lettore, non è tanto più difficile da capire rispetto alla scelta di Churchill di allearsi con l’assassino di massa Stalin contro Hitler. I soldati russi provarono a liberare il proprio paese dal comunismo. Roosevelt e, poi, Truman, per ingraziarsi Stalin, tradirono almeno un milione di russi anticomunisti consegnandoli nelle mani del dittatore sovietico.
[…] L’Operazione Keelhaul non riguardò solo l’Europa, dove si trovava la maggior parte dei prigionieri russi, ma fu messa in atto anche in terra americana. A metà del 1945, a Fort Dix, nel New Jersey, tra i prigionieri di guerra ve ne erano circa 200 di nazionalità sovietica. Al momento della cattura portavano uniformi tedesche. Erano stati fatti prigionieri con la solenne promessa che in nessunissima circostanza sarebbero stati rimpatriati in Unione Sovietica, dove li aspettava una morte certa. […]
[A Seattle] a questi uomini era stato ordinato, pistole alla mano, d’imbarcarsi sulla nave sovietica. Di fronte alla veemente resistenza di costoro, si era presa le decisione di portarli temporaneamente a Fort Dix.
A Fort Dix fu poi fatto un altro tentativo di rimpatriare forzatamente questi uomini in Unione Sovietica. Storditi con gas lacrimogeni, furono portati a forza a bordo di un’imbarcazione sovietica, dove, mezzi intontiti, lottarono comunque con tutte le loro forze arrivando a danneggiare i motori e a far sì che i vascello non fosse più idoneo a proseguire la navigazione. Alla fine, a un sergente venne l’idea di drogare i prigionieri correggendo il loro caffè con barbiturici. Nello stato di sonno comatoso indotto dalla droga gli uomini furono finalmente ricondotti in Unione Sovietica» 
(Thomas E. Woods Jr, Guida politicamente scorretta alla storia degli Stati Uniti d’America, tr. it. M. Brunetti, D’Ettoris Editori, 2009, pp. 254-256)

domenica 3 luglio 2016

A meeting with Stalin

President Roosevelt liked my plan of going to Moscow, and Stalin sent me a cordial invitation. […] We alighted on Moscow on the afternoon of October 9, and were received very heartily and with full ceremonial by Molotov and many high Russian personages. At 10 o’clock that night we held our first important meeting in the Kremlin. It was agreed to invite the Polish Prime Minister, M. Romer, the Foreign Minister and M. Grabsch, a grey bearded and aged academician of much charm and quality, to Moscow at once.
[…] The moment was apt for business, so I said: “Let us settle about our affairs in the Balkans. Your armies are in Rumania and Bulgaria We have interests, missions and agents there. Don’t let us get at cross purposes in small ways. So far as Britain and Russia are concerned, how would it do for you to have 90% predominance in Rumania, for us to have 90% of the say in Greece, and go fifty-fifty about Yugoslavia?” While this was being translated I wrote out on a half-sheet of paper:
Rumania (Russia 90%, the others 10%);Greece (Great Britain in accord with USA 90%, Russia 10%);Yugoslavia (50-50);Hungary (50-50);Bulgaria (Russia 75%, the others 25%).I pushed this across to Stalin, who had by then heard the translation. There was a slight pause. Then he took his blue pencil and made a large tick upon it, and passed it back to us. It was all settled in no more time than it takes to set downOf course we had long and anxiously considered our point, and were only dealing with immediate war-time arrangements. All larger questions were reserved on both sides for what we then hoped would be a peace table when the war was won. After this there was a long silence. The pencilled paper lay in the centre of the table. At length I said, “Might it not be thought rather cynical if it seemed we had disposed of these issues, so fateful to millions of people, in such an offhand manner? Let us burn the paper?”“No. you keep it” said Stalin. 
[«Al presidente Roosevelt è piaciuto il mio piano di recarmi a Mosca, e Stalin mi ha mandato un cordiale invito. [...] Siamo arrivati a Mosca nel pomeriggio del 9 ottobre, accolti caldamente e con tutti i crismi del cerimoniale da Molotov e altre illustri personalità russe. Alle 10 di quella sera abbiamo tenuto la nostra prima importante riunione al Cremlino. È stato deciso di invitare immediatamente a Mosca il primo ministro polacco, M. Romer, il ministro degli esteri e M. Grabsch, un accademico dalla barba grigia e dal grande carisma.
[...] Il momento sembrava appropriato per gli affari, così ho detto: “Mettiamoci d’accordo sui Balcani. I vostri eserciti sono in Romania e in Bulgaria. Laggiù abbiamo interessi, missioni e agenti. Non fateci prendere decisioni unilaterali. Per quanto riguarda la Gran Bretagna e la Russia, cosa pensate di questa proposta: voi vi tenete il 90% della Romania, noi ci teniamo il 90% della Grecia, e spartirci a metà la Jugoslavia?”. Mentre le mie parole venivano tradotte, intanto io scrivevo su un foglietto di carta:
Romania (Russia 90%, gli altri 10%);
Grecia (Gran Bretagna in accordo con USA 90%, Russia 10%);
Jugoslavia (50-50);
Ungheria (50-50);
Bulgaria (Russia 75%, gli altri 25%).
Ho poi passato il foglio a Stalin, che aveva già ascoltato la traduzione. Ci fu una brevissima pausa. Prese la penna e fece un gran segno su di esso, poi ce lo ridiede indietro. Ci impiegammo meno tempo a prendere la decisione che a trascriverla.
Ovviamente abbiamo a lungo esaminato e ponderato le nostre richieste, e al momento ci stavamo solamente accordando su questioni imminenti del tempo di guerra. Tutte le questioni spinose erano state rimandante al momento in cui speravamo ci sarebbe stato un tavolo di pace non appena avessimo vinto la guerra. Dopodiché di cu un lungo silenzio. Il foglio appuntato giaceva al centro del tavolo. Alla fine dissi: “Non apparirebbe un po’ troppo cinico aver preso queste decisioni, fatidiche per milioni di persone, in un modo così improvvisato? Che facciamo, bruciamo la carta?”
“No, la tenga lei”, disse Stalin.»] 
(da “The Advertiser”, 7 Novembre 1953)