sabato 16 luglio 2016

Vogliamo i figli di puttana!


Per festeggiare il fallimento del golpe militare del 15 luglio 2016, oggi mi concederò il lusso di non leggere giornali né assisterò ai vari “speciali” televisivi. Già ieri sera seguendo fino a tarda notte la Rai e Sky sono andato in overdose di coglionerie (anche perché quando la rete nazionale TRT Türk ha ripreso le trasmissioni mi sono addormentato); ora sinceramente ne ho avuto abbastanza [*].

I giornalisti possono scrivere quello che vogliono, probabilmente qualcuno avrà già trovato il modo di accusare Erdoğan di essersi fatto l’autogolpe per aumentare il proprio consenso. Tuttavia il loro capodanno fantozziano è finito per l’appunto in anticipo, e ora dovranno farsene una ragione (tutti gli altri invece continuino pure a coltivare quel nuovo ramo della letteratura fantastica che è la geopolitica).

In realtà questo evento conferma tutte le paranoie degli ultimi mesi (e anni) del leader turco, che col senno di poi non aveva torto nell’insistere a tutti i costi per una riforma presidenzialista (io l’ho criticato per essersi sbarazzato di Davutoğlu, ma a dirla tutta è infinitamente preferibile qualsiasi “golpe di palazzo” rispetto alla solita sortita militarista).

In ogni caso sarà difficile capire come sia andata realmente: l’unica cosa certa è che questo bubbone prima o poi doveva scoppiare. Non sembra assurdo credere che le formazioni golpiste abbiano agito approfittando del caos creato dall’attentato di Nizza: del resto a prendere l’iniziativa sono stati i gradi inferiori, senza l’appoggio dei generali. Anche l’atteggiamento degli Stati Uniti, da un iniziale “attendismo” durato qualche ora a un risoluto appoggio al “governo democraticamente eletto”, dimostra l’approssimazione con cui i militari si sono mossi. Certamente qualche amico americano avrà fatto il tifo per i colonnelli, come rivela la dichiarazione dell’ex ambasciatore all’ONU John Bolton («Se Erdoğan prevarrà ci sarà un’accelerazione dei tentativi di islamizzazione che egli sta perpetrando»), ma pare che ai piani alti abbiano avuto l’intelligenza di non aprire un nuovo fronte o scatenare un’altra guerra civile. Comunque è evidente che dalle parti di Washington il presidente turco non è molto amato, non solo per la recente riconciliazione con la Russia, ma anche per il ruolo che Ankara pretende all’interno della NATO: Erdoğan ha più volte fatto capire che è finito il tempo in cui la Turchia veniva considerato il “parente povero” dell’Alleanza.

Perciò sembra alla fine che gli unici ad aver sperato fortemente in questo golpe, a parte uno sparuto gruppo di colonnelli che pare abbia preso ispirazione dal famoso film con Tognazzi, siano stati proprio gli italiani. Non solo i giornalisti, purtroppo (che almeno sono pagati per mentire), ma anche persone che all’apparenza sembravano normodotate. Penso che per molti sia arrivato il momento di farsi un esame di coscienza: da dove nasce tutto questo feticismo per i colonnelli altrui? Che senso ha spellarsi le mani quando un Paese viene trasformato in una caserma o in una prigione? Si tratta solo di Schadenfreude? Oppure, sempre per usare paroloni tedeschi, di Selbsthass (la turcofobia come estensione dell’auto-razzismo italiota oltre i confini nazionali)?
Inutile richiamarsi al realismo: la politica dei “figli di puttana”, per prendere a prestito l’espressione con cui Roosevelt definì il dittatore nicaraguense Somoza, non ha proprio nulla della Realpolitik invocata dagli analisti d’assalto. È un metodo odioso che guarda caso mai accetteremmo di saggiare sulla nostra pelle (credo nemmeno se al governo ci fosse l’odiato S.B.): anche in questo, lo ammetto a malincuore, il popolo turco ha dimostrato una dignità infinitamente superiore a quello italiano. Invece di accogliere in lacrime i “salvatori della patria” per antipatia verso Erdoğan, i turchi hanno difeso la democrazia tutti assieme: è una grande prova di civiltà dalla quale dovremmo prendere esempio (almeno per rispetto delle centinaia di morti e feriti).

Per quel che mi riguarda, dopo un’iniziale ritrosia a contattare i miei amici di Istanbul, poiché conosco la loro riservatezza, nonché una certa insofferenza verso la “spettacolarizzazione” di qualsiasi evento politico, mi sono deciso infine a sentire sia gli “erdoganiani” che i “kemalisti”. Mi ha fatto piacere udire nuovamente queste voci simili a miagolii, questa lingua che assomiglia a una serie di equazioni. Mentre i simpatizzanti dell’AKP si sono dimostrato ovviamente tranquillissimi, «Neden korkuyorsun? Hiçbirşey olmayacak! Cumhurbaşkanımızın yanındayız!» [“Di che ti spaventi? Non succederà nulla! Noi stiamo col nostro presidente!”], da parte dei “kemalisti” (il termine è ormai abusato, ma credo si possano definire così quelli con le gigantografie di Atatürk in casa) ho invece percepito un’inedita apprensione. Addirittura un’amica, evidentemente agitata, dopo avermi detto una frase che difficilmente riuscirò a dimenticare, «Bizde seni kendimizden biri olarak görüyoruz» [“Noi ti vediamo come uno dei nostri”], mi ha invitato a pregare per loro («Bizim için dua et»). Concedetemi un pizzico di vanagloria. Sonu iyi biten herşey iyidir. [**]

L’avversione diffusa per la “soluzione golpista” potrebbe essere un indice del fatidico spirito dei tempi: questi militari sembrano in effetti spuntati dalle tenebre degli anni ’70, con addosso quella puzza di ciclostilato e di mandorle amare che in Italia qualcuno aveva fiutato nei pressi di Piazza Fontana. Se avessero preso il potere, la Turchia sarebbe ritornato un Paese povero, semirurale, insignificante dal punto di vista politico e culturale. Chissà quali “cure”, dopo il “golpe democratico” (così i giornali definirono l’avvento al potere di Al-Sisi in Egitto) avrebbero dovuto sperimentare i turchi: arresti, torture, fucilazioni, coprifuoco… Evidentemente non hanno gradito la gentile offerta di salvarsi dall’islamizzazione (o dall’ottomanesimo, o dal sultanismo), e hanno provveduto a respingere i figli di puttana al mittente.

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[*] Mi ero ripromesso di non leggere i giornali, ma questa merita un accenno: Antonio Ferrari del “Corriere” è riuscito a sostenere nello stesso giorno e sullo stesso quotidiano due tesi contrapposte: nel primo articolo, Lo Stato laico e le mani dell’esercito, dopo aver elogiato tra le righe gli “amati militari”, ha paragonato Erdoğan a “un Ceausescu anticomunista” e gli ha augurato di fare la stessa fine; nel secondo pezzo, un’intervista (Chi c’è dietro il “golpe fasullo”), ha avanzato invece la tesi dell’auto-golpe, vantando “fonti credibili e preziosissime” che gli avrebbero suggerito l’idea della “sceneggiata”. Questo è il giornalismo italiano (purtroppo c’è anche chi ha fatto di peggio, ma stendiamo un velo pietoso).

[**] Vorrei precisare che questo “campione” decisamente esiguo, essendo composto solo da otto persone, ha comunque un certo valore rappresentativo, nello stesso modo in cui lo avrebbe avuto il parere di un lettore de l’Unità riguardo all’incarico di Presidente del Consiglio conferito a Mario Monti nel 2011.

venerdì 15 luglio 2016

Poliglottismo e vanità


Una delle più colossali figuracce della storia televisiva mondiale rimane quella di Ziad Fazah, un signore libanese che riuscì a farsi inserire nel volume del “Guinness dei Primati” come il più grande poliglotta di tutti i tempi (autocertificando la sua conoscenza di cinquantotto lingue), ma che messo alla prova nella trasmissione cilena Viva el lunes (1997) dimostrò di sapere, a parte l’arabo (sua madrelingua) giusto un po’ di spagnolo, qualche parola in finlandese e nulla più.

In una recente intervista riportata da “Wikipedia”, egli ha dichiarato che quella specie di quiz fu una “trappola”, in quanto la produzione, cogliendolo di sorpresa, non gli avrebbe lasciato il tempo di prepararsi. Ora, se le domande non fossero state di una semplicità imbarazzante, avremmo potuto credergli, poiché è noto che per gli iperpoliglotti non vale l’Hic Rhodus hic salta, e a chi attesta di parlare più di 5 lingue è sempre necessario un periodo più o meno lungo (da una settimana a tre mesi) per “recuperare” quella lasciata in fondo ai cassetti della memoria.
Tuttavia, per fare solo un esempio, chi dice di conoscere il russo (anche solo come “lingua di riserva”) non può non saper rispondere a una domanda come Какой сегодня день недели? [“Che giorno della settimana è oggi?”]. A dirla tutta una frase del genere sarebbe stato in grado di capirla pure chi avesse sfogliato per qualche minuto uno di quei corsi di apprendimento rapido, perché сегодня [”oggi”] è una delle prime parole che si incontrano, dato che viene utilizzata per presentare le irregolarità nella pronuncia (infatti si legge “sivodnja” e non “segodnja”).

Esiste, è vero, la possibilità che Fazah sia andato completamente in confusione, poiché persino uno come Iván Zamorano (che essendo un calciatore giustamente non sa nulla), è riuscito non solo a capire che il testo in persiano è un inno nazionale, ma addirittura a indovinare che la domanda greca avesse qualcosa a che fare col Cile (στη Χιλή) nonostante la pronuncia fosse difficilmente intuibile (“Khilì” con l’aspirata). A volte basta un po’ di savoir-faire per millantare: per esempio, il signore che gli pone le domande in persiano, l’esploratore e documentarista Abdullah Omidvar, riesce subito ad accattivarsi la simpatia dell’uditorio affermando di saper parlare una cinquantanovesima lingua, il “Papalapapiricoipi” (con riferimento a un classico della cultura televisiva cilena) e poi ha gioco facile nell’umiliare immediatamente il tristo Fazah, che da quel momento entrerà nella storia del crasso umorismo nazionale come “El Polidiota”.

Non vorrei filosofeggiare troppo sulla natura del poliglottismo, chiamando ancora in causa il classico desiderio di riconoscimento, tuttavia molto spesso tale tendenza si riscontra soprattutto in chi vive ai margini dell’establishment intellettuale, o proviene addirittura da un contesto sottoculturale: un caso da manuale è quello dell’afroamericano Moses McCormick, che ha iniziato a studiare compulsivamente le lingue per superare i suoi complessi di inferiorità (generati da circostanze individuale e sociali, in quanto studente mediocre, americano e nero: si veda questo video).
Bisogna perciò mantenere un minimo di habitus da intellettuale per non ridursi a un fenomeno da baraccone; ciò vale pure per chi presta la sua immagine a imbarazzanti corsi di self-help: come ho già scritto, non sarebbe meglio riprendersi la proprio dignità cercando un lavoro vero?

martedì 12 luglio 2016

Per le strade di Mosca

L’amico Andrea mi manda qualche video dalle strade di Mosca.


Il primo, girato a Piazza del Palazzo (в Санкт-Петербурге), testimonia le prodezze di un anonimo menestrello alle prese con Кукушка dei Kino; si tratta di un pezzo che molti hanno scoperto grazie a Enjoykin, lo youtuber russo che lo ha reinterpretato abbinandolo a una scena dal film splatter Зелёный слоник [“L’elefante verde”].
La canzone ha un significato speciale per gli ammiratori dei Kino (un gruppo che ha fatto la storia del rock alternativo sovietico), poiché rappresenta il canto del cigno del leader Viktor Tsoj deceduto in un incidente d’auto in Lettonia nel 1990.


Песен еще ненаписанных, сколько?
Скажи, кукушка, пропой.
В городе мне жить или на выселках,
Камнем лежать или гореть звездой?
Звездой.

Солнце моё - взгляни на меня,
Моя ладонь превратилась в кулак,
И если есть порох - дай огня.
Вот так...

Кто пойдет по следу одинокому?
Сильные да смелые
Головы сложили в поле в бою.
Мало кто остался в светлой памяти,
В трезвом уме да с твердой рукой в строю,
В строю.

Где же ты теперь, воля вольная?
С кем же ты сейчас
Ласковый рассвет встречаешь? Ответь.
Хорошо с тобой, да плохо без тебя,
Голову да плечи терпеливые под плеть,
Под плеть.
Canzoni ancora da scrivere, ma quante?
Dimmelo, cuculo, cantale.
Dovrei vivere in città o nei sobborghi,
giacere come un sasso o brillare come una stella, una stella?

Sole mio, guardami
La mia mano è diventata un pugno
e se c'è polvere, dai fuoco
Così si fa...

Chi seguirà il sentiero solitario?
Il forte e il coraggioso
ha lasciato la testa sul campo di battaglia
Sono pochi quelli che rimangono nel ricordo
Con la mente lucida e la mano ferma nei ranghi, nei ranghi

Dove sei adesso, libera volontà?
Con chi sei adesso, mentre accogli l’alba gentile? Rispondi.
Si sta bene con te, ma si sta male senza te.
La testa e le spalle così pazienti sotto la frusta, la frusta

Il secondo video proviene invece direttamente da Gorkij Park (come lo chiamiamo noi italiani, anche se il nome ufficiale sarebbe Центральный парк культуры и отдыха имени Горького).
Un poeta di strada recita versi di Dimitrij Bykov [Дмитрий Быков], un autore che spesso organizza letture pubbliche di classici, come col progetto “Cittadino poeta” [Гражданин поэт], peraltro smaccatamente anti-putiniano (!). Questi versi però parlano di donne e pare trattarsi dell’iniziativa personale di un amante deluso, o di un semplice уличный музыкант.


…Во всех моих женщинах были твои черты,
[Va vsekh maikh ženshcinakh byli tvoi cirty]

и это с ними меня мирило.
[i eta s nimi minja mirila]

Пока ты там, покорна своим страстям,
[Paka ty tam, pakorna svaim strastjam]

летаешь между Орсе и Прадо,
[letajesh’ meždu Orse i Prado]

я, можно сказать, собрал тебя по частям.
[Ja, možno skazat’, sabral tibja po cistjam]

Звучит ужасно, но это правда.
[Zvucit užasna, na eta pravda]

Одна курноса, другая с родинкой на спине,
[Odna kurnosa, drugaja s rodinkoj na spine]

третья умеет все принимать как данность.
[tret’ja umeyet vse prinimat’ kak dannast’]

Одна не чает души в себе, другая - во мне
[Odna ne ciajet dushi v sebe, drugaja - vo mne]

(вместе больше не попадалось.)
[vmeste bol’she nje popadalos’]

Одна, как ты, со лба отдувает прядь,
[Odna, kak ty, so lba otduvajet prjad’]

другая вечно ключи теряет,
[drugaja vechno kljuci tirjajet]         

а что я ни разу не мог в одно все это собрать
[a chto ja ni razu ne mog v adno vse eta sobrat’]

так Бог ошибок не повторяет.
[tak Bokh ashibok ne povtarjajet]

И даже твоя душа, до которой ты
[I daže tvoja dusha, da katoroj ty]

допустила меня раза три через все препоны…
[dapustila minja raza tri cerez vse prepony…]
…Tutte le mie donne hanno le tue caratteristiche,


e così riesco a sopportarle.


Mentre tu sei laggiù, schiava delle tue passioni,                     

volando tra l’Orsay e il Prado


Posso quasi dire di averti riunita in pezzi.


È orribile, ma è la verità.


Una col naso a patata, l’altra con un neo sulla schiena,

una terza che dà tutto per scontato.


Una che adora se stessa, un’altra – [che adora] me,


Non ci incontriamo più.       


Una, proprio come te, che si soffia il ciuffo dalla fronte

Un’altra che perde sempre le chiavi,


ma non potrò mai radunarle tutte in una




perché Dio non ripete gli errori.


E persino la tua anima, con la quale tu


Mi hai permesso tre volte di superare gli ostacoli...

lunedì 11 luglio 2016

Manual de zoología fantástica (adenda)

«De ahora en adelante procura que los que vengan a jugar conmigo, no tengan corazón.»
(Oscar Wilde, The Birthday of the Infanta)
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El elefante derribado


El 16 de marzo de 1819 en Venecia la gendarmería austriaca derribó a cañonazos un elefante indio que había matado a su joven domador y había provocado una ola de pánico entre los venecianos, alcanzado a derribar la puerta de una iglesia. A esta tragedia se refieren dos libros, L’elefanticidio in Venezia dell’anno 1819 de Pietro Bonmartini y L’Elefanteide de Pietro Buratti.

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La perra de Putin


Konni [en ruso Конни] (1999-2014), también conocida como Connie, fue una hembra de Labrador Retriever perteneciente a Vladimir Putin que fue autorizada a participar en las reuniones entre el presidente ruso y los líderes del mundo.
En el 21 de enero de 2007 la perra entró en la habitación donde se llevaban a cabo las negociaciones entre Putin y Merkel y la canciller le tuvo miedo (ya que sofre de cinofobia).
Muchos acusaron Putin de haber violado las leyes internacionales que prohíben las peleas de perros.

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La rana de nueve patas


En Oklahoma en el 1985 fue encontrada una rana de nueve patas en las proximidades de una instalación nuclear. Por mucho tiempo en los años 80 las aguas residuales radiactivas fueron utilizadas da las explotaciones agrícolas del área (cf. M. D. Lemonick Environment: Making Fertilizer from What?, “Time Magazine”, 30 novembre 1987).

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Las palomas fotógrafas
 

En 1907 el boticario alemán Julius Neubronner acomodó una cámara de luz miniatura en el pecho de una paloma con ayuda de una coraza de aluminio. Esas palomas tomaron las primeras fotografías aéreas de la historia durante la Primera Guerra Mundial. La CIA intentó un nuevo experimento en los años 70, pero sin éxito



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Salchicha


“Salchicha”, en griego Λουκάνικος, era uno de los muchos perros callejeros que acompañen a las protestas griegas: parece haberse muerto de un ataque al corazón causado por los gases lacrimógenos (cf. “The Guardian”, “Euronews”). En realidad, no se sabe si “Salchicha” es un nombre referido a un solo perro, o a un “perro colectivo”, un tótem animal.
De todos modos, es sorprendente que en esta Unión Europea los animales muestren más valor que los hombres.


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El manatí-sirena


El manatí, también conocido como “vaca marina”, es uno de los animales más subestimados: por siglos, los hombres han creído ver en ellos las legendarias sirenas. Hasta el día de hoy, muchas peliculas caseras valoradas como evidencias, en realidad muestran solamente la cola de estos animales, cuyos movimientos sinuosos hacen pensar de estar en presencia de una rubia con dos conchas como sujetador.

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Delfines parteros
 
El tribunal supremo israelí  prohíbe a seis mujeres inglesas
de dar a luz en el parque marino de Eilat (septiembre de 1993)
El nacimiento humano asistido por delfines es una moda desarrollada en los últimos años. Según los científicos, esta es probabilmente la peor idea posible, porque los delfines son una especie muy agresiva.
El mito del “delfín amigo” nació en los años de la contracultura americana: por ejemplo, el “psiconauta” John C. Lilly decía que hablaba con los delfines tomando LSD (pero sus experimentos, financiados por la NASA, no tuvieron éxito).

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Los lobos hablantes


Un grupo de cientificos americanos (siempre los mismos) ha clasificado los aullidos de los lobos en 21 “dialectos” (Wolves have accents too…, “Daily Mail”, 8 fevrero 2016).
Según el coordinador del grupo de investigación, Arik Kershenbaum de la Universidad de Cambridge, los lobos hablan como los delfines: «Si reduces la velocidad del silbido de un delfin, eso suena come un aullido de lobo».

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La ardilla borracha


Hay muchos vídeos de ardillas borrachas en YouTube: generalmente se embriagan con fruta o verdura fermentadas. Pero no son los únicos animales que se intoxican: cada año 5000 bovinos de Kansas se sacrifican porque han contraído una dependencia da hierbas alucinógenas; los petirrojos se comen las bayas de la madreselva; las hormigas sanguinas que “ordeñan” los áfidos para disfrutar de una especie de leche excitante.
El psicofarmacólogo Ronald K. Siegel (en Intoxication: Life in Pursuit of Artificial Paradise, 1989) enumera diversas categorías de animales en riesgo de toxicomanía: babuinos que saquean las plantaciones de tabaco, los renos que adoran la amanita muscaria y los elefantes que comen la fruta fermentada del árbol de marula.

Constatamos que toda la creación, por alguna razón misteriosa, tiende a l’autodestrucción; como decía un filósofo italiano: «Pobres bestias, que sin culpa pagan las consecuencias del pecado original».

Piccioni prima dei droni

da “Fotografare”, novembre 1987
In un servizio del 1987 sullo spionaggio fotografico, la rivista Fotografare scrisse che la “Doppel-Sport Panoramic Camera” impedisce al piccione di volare e che dunque le testimonianze di un suo utilizzo durante la Prima guerra mondiale furono tutte inventate. Non so da quali fonti trassero la loro convinzione, ma in realtà questo tipo di tecnologia venne realmente utilizzata sia nella Prima che nella Seconda guerra mondiale. L’invenzione si deve a Julius Neubronner (1852–1932), uno speziale tedesco che riuscì dopo tanti sforzi e debiti a unire le sue più grandi passioni: i piccioni e la fotografia.



La pagina di Wikipedia sull’argomento, decisamente esaustiva (“Pigeon photography“) ci informa anche di un tentativo fallimentare condotto dai servizi segreti americani: «La CIA sviluppò una macchina fotografica per piccioni a batteria [...], ma i dettagli sul suo impiego utilizzo sono ancora secretati. Indiscrezioni suggeriscono che la fotocamera venne usata negli anni ’70 su dei piccioni liberati dagli aerei, ma che l’esperimento si rivelò un fallimento».




La sezione fotografica di Wikipedia  anche alcune immagini scattate proprio dai piccioni:

Predatori innaturali



Per chi non fosse falco o montone, c’è sempre la Drone Survival Guide:

Finanziamenti per Allevamento Lumache

Email appena ricevuta: rispetto assoluto per chi fa questo mestiere, ma… fanno sul serio, sì:



Uno scoiattolo ubriaco


Qual era il filosofo che sosteneva che gli dèi e gli animali vivono in perfetto equilibrio e quindi non hanno bisogno di ricercare l’ebbrezza? Non ricordo, ma mi sembra che questo concetto emerga spesso nella storia del pensiero occidentale (Epicuro, Hume, Nietzsche: uno di questi tre sicuramente l’ha detto). In parole povere, gli animali non si ubriacano perché non ne hanno alcuna necessità: la tendenza a intossicarsi e alterare la propria coscienza è esclusiva dell’essere umano. Poi salta fuori il video di uno scoiattolo che si ubriaca con frutta o verdura fermentata, e ogni preconcetto crolla all’istante. A questo aggiungiamo anche i cinquemila bovini del Kansas (City?) che vengono soppressi ogni anno perché quando scoprono le erbette inebrianti diventano tossicomani (l’ho letta su Focus), oppure i pettirossi americani che mangiano le bacche del caprifoglio fino a stordirsi, o ancora le formiche sanguinee che “mungono” gli afidi o gorgoglioni per gustare la loro inebriante essudazione, una specie di latte talmente tossico che finisce per distruggere l’intera vita del formicaio (sempre Focus, credo).

Alla maggior parte di noi, le immagini di una scimmia o un elefante che barcollano provocano un attacco di risa irrefrenabile. I motivi sono innumerevoli, e del resto l’uomo ride anche dei propri simili quando inciampano o si tirano una martellata sul dito. Tuttavia, nel caso degli animali, la risata dovrebbe esser mista a un senso di tristezza, nel constatare come la creazione tenda tutta intera verso l’auto-distruzione. Se nemmeno un essere di puro istinto può resistere a questa spinta, allora ci restano pochissime speranze. Aveva forse ragione Cornelio Fabro a commuoversi per le bestie che «senza loro colpa pagano la conseguenza del peccato originale».

A parte le indispensabili informazioni rinvenute su Focus, ho trovato interessanti anche gli studi dello psicofarmacologo Ronald K. Siegel, riassunti nel volume Intoxication: Life in Pursuit of Artificial Paradise (1989). Oltre i babbuini che saccheggiano le piantagioni di tabacco e le renne che vengono radunate grazie alla loro dipendenza dall’amanita muscaria, l’esempio più eclatante è quello degli elefanti: essi si ubriacano con i frutti fermentanti degli alberi di marula e il loro comportamento da ebbri ricorda quello degli esseri umani (andatura irregolare, difficoltà a controllare i movimenti della proboscide e delle orecchie). Per “testare” le sue osservazioni, Siegel ha confinato per un mese un gruppo di elefanti in uno spazio ristretto e li ha fatti bere... Non stupisce che le sue ricerche siano state contestate da alcuni ricercatori di Bristol nel 2006, ma la predilezione degli elefanti per i frutti fermentati è stata osservata, oltre che in Africa, anche nel Bengala e in Indonesia con i durian.
Il dato ci conferma ancora una volta che l’intera creazione tende all’ottundimento; i motivi però restano sempre oscuri.

Leonard Hawksley e la zoofilia italica

Le informazioni riguardanti Leonard Hawksley, uno dei primi “animalisti” della storia, sono generalmente scarse, sia in inglese che in italiano: sul sito della Società Anglo-Italiana per la Protezione degli Animali (da lui fondata alla fine del XIX secolo) si può per esempio trovare una breve biografia (sfortunatamente non corredata da nessuna immagine del Nostro).
«Nel 1890, poco più che ventenne, Leonard Hawksley si imbarcò come molti suoi conterranei in un viaggio in Italia, ancora ignaro del ruolo che il futuro gli avrebbe riservato come pioniere della protezione animale nel paese.
Sin dal suo arrivo a Napoli, Hawksley non poté non notare i maltrattamenti agli animali. Cavalli e muli erano spronati senza tregua, costretti da morsi rinforzati con chiodi e percossi incessantemente. Proprio a Napoli decise così di intraprendere i primi passi nella riforma della Società napoletana contro la crudeltà verso gli animali trasformandola nella Società napoletana per la protezione degli animali ed assumendone la guida dal 1909. Nel 1901 Hawksley si fece carico di organizzare anche un gruppo di 40 ispettori a Roma. In giro per la penisola il suo attivismo destò non pochi problemi e gli costò caro al punto che, avendo sfidato il crimine organizzato, fu aggredito riportando considerevoli traumi e tristemente perse l’uso della vista da un occhio.
Hawksley non era un semplice attivista ma si distinse come brillante riformista e si batté per anni per l’introduzione di leggi a protezione degli animali. Nel 1912 fu testimone della normativa che bandiva gli sport violenti e allo scoppio della prima guerra mondiale ebbe un ruolo fondamentale nella fondazione della Croce blu italiana e di 22 ospedali veterinari, lavorando sul campo per salvare le vita di migliaia di cavalli e muli.
Hawksley pagò un alto prezzo per i lunghi anni di battaglie e nel 1931, all’età di 58 anni, sfiancato dall’impresa decise di tornare in Inghilterra dove si spense nel 1948. In Italia lasciava un’eredità importante: 22 associazioni per la protezione degli animali fondate da lui stesso o attraverso il suo prezioso contributo. Nel corso degli anni, in risposta a chi lo criticava chiedendo come mai uno straniero si interessasse della tutela degli animali in un paese che non era neppure il suo, era solito rispondere con prontezza: “Perché gli animali non hanno nazionalità”.
Nel 1952 l’allora Hawksley Society for the Protection of animals and birds in Italy divenne la Società Anglo Italiana per la Protezione degli Animali. Le sue parole di ieri sono le nostre parole di oggi e lo spirito del suo lavoro pionieristico vive ancora nella Società Anglo Italiana per la protezione degli animali».
Le fonti inglesi sono ancora più rare (nonostante sia il discendente di una celebre famiglia di ingegneri): ho potuto giusto trovare un appello del 28 giugno 1919 pubblicato sullo “Spectator”, in cui si ricorda come la Society for the Protection of Animals sia uscita stremata dalla guerra, alla quale ha dato il suo contributo occupandosi della salute e il benessere dei cavalli («It assisted the work for the war-horses, a cause which won universal approval in Italy, and it is satisfactory to know that the animals used in the Italian war were well treated as far as the conditions would admit»), e ormai priva di uomini e di risorse chiede un aiuto ai lettori.


Vediamo quindi di inquadrare meglio l’operato di Hawksley dal punto di vista storico: prima di tutto, essa si sviluppa nel clima culturale (e “spirituale”) della fine dell’Ottocento, che ispirò lo stesso Garibaldi nella fondazione della “Società Protettrice degli Animali contro i mali trattamenti che subiscono dai guardiani e dai conducenti”, la più antica organizzazione zoofila italiana creata a Torino nell’aprile 1871 assieme ad Anna Winter e Timoteo Riboli.

Leonard Hawksley, come abbiamo visto, giunse a Roma nel 1890 e incominciò subito con le sue “campagne di sensibilizzazione”, in principio anch’esse rivolte contro i carrettieri e cocchieri delle grandi città. Durante la sua carriera fu aggredito una quarantina di volte dai rappresentanti di tali categorie, che in almeno otto occasioni tentarono anche di fargli la pelle. Un assalto particolarmente violento gli provocò la perdita di un occhio. In un articolo a lui dedicato (In difesa degli animali di Alexandra Wasiqullah: non sono riuscito a risalire all’originale, ma la traduzione è apparsa nel “Selezione dal Reader’s Digest” del Maggio 1981), si apprende che
«fra i suoi tanti nemici ci fu anche la Camorra napoletana, che lo minacciò di morte. Ma poi, in un acceso diverbio, Hawksley perse la pazienza e, strappata una frusta dalle mani di un emissario della Camorra, ne spezzò il manico sulla testa dell’incauto. Impressionato dalla decisa reazione dell’inglese, il camorrista dimenticò la sua ira e passò ad un atteggiamento di deferente rispetto, ordinando ai suoi scagnozzi di lasciare per sempre in pace Hawksley
In un’altra occasione, Hawksley, mentre viaggiava a bordo di una nave lungo le coste italiane, notò una mucca che si dibatteva in mare e chiese al capitano di fermare la nave e di salvare la bestia. Il capitano rispose con una scrollata di spalle. Spogliandosi e gettandosi in mare, Hawksley urlò: “Se non vuole salvare una bestia, si sentirà obbligato a salvare un uomo”. Il comandante fermò la nave e, si racconta, trasse in salvo uomo e bovino».
Sarebbe utile e interessante capire se anche Hawksley, al pari di Garibaldi, nella sua “zoofilia” fu ispirato da credenze esoteriche: un punto in comune tra i due potrebbe essere rappresentato dalla Società Teosofica, con la quale probabilmente entrambi ebbero dei rapporti (per l’Eroe dei due mondi è certo, dato che la Blavatsky sostenne addirittura di aver combattuto nella battaglia di Mentana).

In ogni caso, al di là di convinzioni pseudo- o para-massoniche, è un fatto che pochi anni dopo la “zoofilia” era già entrata ufficialmente a far parte della tradizione culturale italiana, come evidenziò nel suo intervento del 6 giugno 1913 (riguardante proprio un provvedimento per la protezione degli animali) l’ex presidente del consiglio Luigi Luzzatti (che cita anche la contessa Martinengo Cesaresco, autrice dell’appello dello “Spectator” di cui sopra):
«L’Italia è il paese dove le più nobili, le più grandi, le più umanitarie dottrine, dai tempi antichissimi sino a oggi, si sono svolte. Ma non oserei dire che sia il paese che sempre le abbia applicate, dai combattimenti dei gladiatori agli accecamenti degli uccelli [si ride].
In questo pietosissimo e gravissimo argomento, noi italiani, dopo l’India, siamo quelli che hanno predicato le più dolci, le più sante dottrine, dai greci pitagorici, dai filosofi e poeti romani. Avevo portato tutti i testi qui... [si ride] e non sarebbe male per voi e pel paese parlare a fondo di queste materie.
Avevo portato tutti i testi, che si trovano raccolti in un libro uscito ora. L’autrice è una donna gentile e colta, che scrisse anche cose belle sul risorgimento italiano, la contessa Martinengo; il libro è intitolato: II posto degli animali nel pensiero umano.
Certo, uno degli atti nostri, che ci facevano più torto, e ce lo fanno anche oggi di fronte agli stranieri, è il maltrattamento degli animali.
[…] Per fortuna, non siamo più isolati, ci sono società zoofile a Torino, a Milano, a Napoli, a Roma e altrove, vigilanti e affrontanti le bestemmie di quelli che maltrattano le bestie e le ironie dei magnifici sfaccendati, peggiori spesso persino di coloro che maltrattano le bestie.
[…] Perché ai superbi che mormorano in questa Camera e che credono di avere essi soli un’anima immortale o mortale (non so se credano a Dio), ai superbi che mormorano in questa Camera io dirò che San Francesco d’Assisi coltivava, cosa degna di nota, la stessa dottrina dei nostri grandi uomini del Rinascimento.
Leonardo da Vinci e Giordano Bruno non credevano di avere essi soli un’anima, credevano anche alle anime degli animali e delle piante, e sentivano quest’immensa catena di solidarietà nel bene e nel male che collega tutti gli esseri della creazione e, mentre ci può rendere più modesti, ci deve anche far più buoni e più pietosi. [Vive approvazioni].
Questa è la luminosa tradizione italiana, la tradizione italiana che doveva mirabilmente splendere in quei due grandi fattori della nostra libertà e della nostra unità, quali furono Mazzini e Garibaldi, i due zoofili per eccellenza.
Garibaldi eccitava un suo amico a Torino a fondar e la Società per la protezione degli animali con accenti così belli che rivaleggiano, con altra forma e con altro metodo (qui c’è il guerriero redentore, là c’è il santo) colle parole dei Fioretti del Serafico.
In questo libro che ho qui vi sono delle parole di Garibaldi raccolte pietosamente dalla donna insigne, la quale ho ricordato.
Quando Garibaldi combatteva in America e aveva nel solo cavallo l’amico più potente e più fido, ei si angosciava, non trovando per via in quelle immense solitudini che oggi fioriscono di messi biondeggianti, neppure l’orzo per poterlo nutrire. Quando lo vedeva un po’ quieto riposare sull'erba, Garibaldi diceva che egli provava la gentile voluttà di essere pio. Qual bellezza di frase, come è degna di Ugo Foscolo!
E Mazzini ha tutta una storia intorno a questa pietà dei forti verso i deboli animali, mistica e sana. Quando era rifugiato a Genova in casa di un suo amico cospiratore, viveva appartato silenzioso e nascosto; un pittore di stanze, il quale credeva che la casa fosse vuota voleva afferrare un ragno
fuori della finestra. Mazzini sentì tanta pietà per l’infelice ragno che sbucò fuori, e impedì al pittore di compiere l’opera nefasta.
Il pittore fuggì, diffuse per la città la notizia che vi era uno spirito in quella casa, e veramente vi era uno spirito, lo spirito animatore dell’Italia! [Vive approvazioni].
Mazzini dovette fuggire perché altrimenti quel ragno l’avrebbe scoperto agli uomini, implacabili verso di lui assai più che non lo fossero verso le bestie. [Approvazioni].
Insomma è tutta una grande tradizione italica che noi richiamiamo qui a nostra gloria per esser un po’ risarciti dai guai, ai quali assistiamo per il mal trattamento degli animali».

domenica 10 luglio 2016

Ars longa vita brevis. Musica e morte nel 2016

La prima metà del 2016 è stata caratterizzata da una vera e propria “moria” di artisti. Per menzionare solo quelli che sono stati ricordati dai miei contatti Facebook in questi mesi: David Bowie (10 gennaio), Franco Citti (14 gennaio), Alan Rickman (14 gennaio), Ettore Scola (19 gennaio), Abe Vigoda (il “Tessio” del Padrino, 26 gennaio), Glenn Lewis Frey (chitarrista e tastierista degli Eagles, 18 gennaio), Paul Kantner (cantante dei Jefferson Airplane, 28 gennaio), Black (autore della celebre “Wonderful Life”, 26 gennaio), Frank Finlay (30 gennaio), George Kennedy (28 febbraio), Aldo Ralli (6 marzo), Keith Emerson (10 marzo), Riccardo Garrone (14 marzo), Paolo Poli (25 marzo), Dennis Davis (uno dei batteristi di Bowie, 6 aprile), Tony Conrad (9 aprile), Prince (21 aprile), Lino Toffolo (17 maggio), Nick Menza (batterista dei Megadeth, 21 maggio), Giorgio Albertazzi (28 maggio), Bud Spencer (27 giugno), Michael Cimino (2 luglio), Abbas Kiarostami (4 luglio).

Cosa può essere accaduto?
L’ipotesi più verosimile è che gli Illuminati in accordo con la Giudeo-massoneria internazionale abbiano deciso che la “festa è finita” e che l’umanità, dopo essersi goduta il baccanale, deve ora prepararsi a un’era di oscurità senza più film né canzoni.
Nessuno tuttavia ha avuto (almeno finora) il coraggio di formulare questa tesi: se fino a pochi mesi fa i “teorici del complotto” riuscivano a tenere il passo (catalogando la morte di qualsiasi celebrità, da Philip Seymour Hoffman a Robin Williams, sotto la voce Illuminati blood sacrifices), oggi anche loro sono stati travolti dagli eventi, tanto è vero che un accenno di dietrologia si è potuto apprezzare solamente al principio della falcidia, con i retroscena sulla morte di Bowie “pianificata” tramite eutanasia come un copione perfetto (del resto persino le leggende metropolitane sui «cantanti morti [che] nun so’ mmorti veramente» non hanno avuto il tempo di attecchire: l’ultimo ad aver goduto di tale “privilegio” mi pare sia stato Michael Jackson nel lontano 2009).

Un’ipotesi più macabra della precedente è che esista anche per le celebrità un fenomeno simile all’Effetto Werther, il quale è descritto dagli psicologi in questi termini: «Subito dopo un suicidio da prima pagina, aumenta vertiginosamente la frequenza di suicidi nelle zone dove il fatto ha avuto grande risonanza. […] Dai dati anagrafici e anamnestici, appare un’impressionante similarità tra la condizione del primo, “famoso” suicida, e quella di coloro che si erano successivamente suicidati, ossia se il suicida famoso era anziano, aumentavano i suicidi di anziani, se il suicida apparteneva a un certo ceto sociale o professione, aumentavano i suicidi in quei determinati ambienti» (G. Nardone - P. Watzlawick, L’arte del cambiamento, Ponte alle Grazie, Firenze, 1990, p. 68).

Lasciando però da parte le panzane, veniamo a qualcosa di più concreto (e anche cinico, per certi versi): l’impressione di “moria” non potrebbe derivare dal fatto che negli ultimi decenni non sono comparsi talenti in grado di competere con quelli sbocciati approssimativamente dal dopoguerra fino agli anni ’90?
Una sensazione inconscia di tutto ciò mi pare emerga dalle commemorazioni da social network, che nonostante l’inevitabile tendenza al sarcasmo tipica dell’era internettiana (avrete sentito anche voi la battutina «Sono un artista ma per fortuna non sono famoso»), non sembra che questa volta abbiano registrato lo snobismo tipico dello “sfigato medio”, colui che negli anni passati aveva dato invece il meglio di sé, arrivando a esprimere concetti quali «Preferisco ricordare Mario Verdone invece che Michael Jackson» (26 giugno 2009) e «Preferisco ricordare Giorgio De Rienzo che Amy Winehouse» (23 luglio 2011). Non so se poi l’abbinamento critico/celebrità si sia ripetuto negli anni: ripensandoci, è dal 2011 che mi sono imposto di non frequentare più sfigati (nemmeno su Facebook), quindi la mia impressione può esser stata influenzata da tale circostanza (non voglio nemmeno prendere in considerazione l’eventualità di esser diventato lo “sfigato d’osservazione” di qualcuno senza accorgermene…).

Provando a confinare il discorso esclusivamente all’ambito musicale, mi domando se queste morti non colpiscano particolarmente per la consapevolezza indistinta che una certa ars non è poi così longa: può sembrare paradossale che il concetto di “musica che muore col suo creatore” si presenti nell’epoca della riproducibilità tecnica (anche se, seguendo la celebre tesi del Benjamin, ciò non dovrebbe affatto apparire contraddittorio), ma proviamo a pensare, per esempio, al contrasto tra il concerto organizzato dai russi a Palmira e quello dei Rolling Stones a l’Havana.

Nessuna persona sana di mente può aver percepito come “sacrilego” il fatto che a interpretare le opere di Prokof’ev fossero altri dal compositore stesso; al contrario, se i cubani avessero voluto sentire a tutti i costi la musica dei Rolling Stones, ma quelli non fossero stati disponibili (magari perché anche loro “vittime” di questo 2016!), non si riesce neppure a immaginare cosa sarebbe successo qualora gli americani avessero mandato a eseguire i pezzi più famosi non dico una cover band, ma anche solo un gruppo allo stesso livello (almeno “storico”) di Jagger e compari: a quel punto, per evitare la guerra, sarebbe stato meglio trasmettere degli ologrammi, come recentemente è stato fatto proprio con Michael Jackson (di questo passo l’esperienza di un concerto assomiglierà sempre più a L’invenzione di Morel).

Tutto ciò accade soprattutto per la distanza incolmabile tra il “classico” e il “moderno” (persino quando ridotto a “modernariato”) che esiste ancora a livello di immaginario collettivo (nonostante tutti i tentativi messi in atto per superarla). Si tratta di un contrasto dal carattere quasi “mimetico” che si produsse quando la musica classica europea decise di “suicidarsi” attraverso la dodecafonia e l’atonalismo, lasciando le sue “armi migliori” (tonalità, ritmo) al rock e al pop, che le sfruttarono fino alle più imbarazzanti semplificazioni.
Ciò è talmente vero che gli unici nei confronti dei quali tale dicotomia sembra perdere un minimo di ascendente sono i Queen, che pur sopravvivendo dal 1991 in una sorta di limbo, si sono concessi il lusso di ingaggiare un cantante poco più che trentenne senza subire processi per “blasfemia”. Che l’abbiano passata liscia proprio perché, agli occhi delle masse, essi partecipano più degli altri all’archetipo di quel che è considerato “il classico”?

Infine, l’ultima ipotesi, forse la meno convincente, è che il fatto stesso che qualcuno consideri incredibile una moria di individui che, per quanto talentuosi e straordinari, avevano comunque ampiamente superato il mezzo del cammin di nostra vita, è di per sé un sintomo del fatidico spirito dei tempi. Mi sembra che questo stato d’animo abbia qualcosa a che fare col connubio sempre più forte tra arte e morte che il terrorismo nell’ultimo anno è riuscito a imporre, seppur “desublimandolo” (se così si può dire) e per certi versi anche democratizzandolo. Non parlo solo di Charlie Hebdo e del concerto degli Eagles of Death Metal al Bataclan, ma anche di tutto il Jihad Cool ruotante attorno al radicalismo islamizzato.
Dato che ho dimenticato di farlo quando aveva ancora senso, colgo ora l’occasione per segnalare la dedica dell’adorabile Cecily Strong del Saturday Night Live alle vittime degli attentati parigini (in ogni caso una rappresentazione icastica -e pure gradevole- del genius saeculi):

giovedì 7 luglio 2016

Churchill pittore

«Al Grotto, all’insegna della barca sulla riva del Ceresio tra la Basilichetta di S. Maurizio (a Darno) e Osteno, nel settembre 1945 venne per tre giorni di fila Winston Churchill; piantò il cavalletto, spremette i colori sulla tavolozza e dipinse la Valsolda che in quel punto si dispiega tutta all’occhio dell’osservatore da Oria a Cima.
L’oste raccolse diligentemente i mozziconi degli avana che lo statista inglese andava fumando durante il lavoro. Ma Churchill non era lì, come portava la stampa, per riposo o per svago di dilettante. Era lì con uno scopo di ben altro genere: era alla ricerca del famoso carteggio Mussolini nel quale si trovavano le lettere di approvazione e di ammirazione scritte dal grande statista al Duce nei primi anni del regime.
Benché i suoi uomini dei servizi segreti perlustrassero tutta la valle da Porlezza a Bene Lario e a Menaggio dove Mussolini si era trattenuto alla vigilia della cattura e dell’uccisione, non si trovò lo sconcertante epistolario e Churchill lasciò quasi subito o i luoghi. Quarant’anni fa e più io suggerii al sindaco del comune di Valsolda di introdurre, per tramite dell’ambasciata inglese a Roma, una domanda alla famiglia Churchill perché ricercasse tra le cose di casa il quadretto della Valsolda e ne facesse dono al comune che lo avrebbe conservato nella sala della giunta comunale. Non se ne fece nulla. Ma io fisso in questo Zibaldone la memoria del fatto al quale sarà del tutto dileguata tra pochi anni»
(Romano Amerio, Zibaldone, n. 566, 4 settembre 1968)

lunedì 4 luglio 2016

Operazione Keelhaul

«Fra gli atti più eminenti e infami compiuti al fine di placare Stalin vi fu l’Operazione Keelhaul. Fra gli accordi stipulati a Yalta nel 1945 vi era pure quello di rimandare in Russia tutti i russi liberati dalle truppe britanniche o americane che erano stati prigionieri in campi di concentramenti tedeschi, così come i prigionieri di guerra americani e britannici liberati dai russi sarebbero stati restituiti ai loro Paesi di origine. A differenza, tuttavia, dei prigionieri inglesi e americani, quelli russi non avevano alcuna intenzione di tornare in patria. Si ricorse perciò alla forza e all’inganno. Alcun russi avevano accettato d’indossare uniformi tedesche per liberare il proprio Paese dalla tirannia di Stalin e, sebbene questa loro scelta possa spiacere a qualche lettore, non è tanto più difficile da capire rispetto alla scelta di Churchill di allearsi con l’assassino di massa Stalin contro Hitler. I soldati russi provarono a liberare il proprio paese dal comunismo. Roosevelt e, poi, Truman, per ingraziarsi Stalin, tradirono almeno un milione di russi anticomunisti consegnandoli nelle mani del dittatore sovietico.
[…] L’Operazione Keelhaul non riguardò solo l’Europa, dove si trovava la maggior parte dei prigionieri russi, ma fu messa in atto anche in terra americana. A metà del 1945, a Fort Dix, nel New Jersey, tra i prigionieri di guerra ve ne erano circa 200 di nazionalità sovietica. Al momento della cattura portavano uniformi tedesche. Erano stati fatti prigionieri con la solenne promessa che in nessunissima circostanza sarebbero stati rimpatriati in Unione Sovietica, dove li aspettava una morte certa. […]
[A Seattle] a questi uomini era stato ordinato, pistole alla mano, d’imbarcarsi sulla nave sovietica. Di fronte alla veemente resistenza di costoro, si era presa le decisione di portarli temporaneamente a Fort Dix.
A Fort Dix fu poi fatto un altro tentativo di rimpatriare forzatamente questi uomini in Unione Sovietica. Storditi con gas lacrimogeni, furono portati a forza a bordo di un’imbarcazione sovietica, dove, mezzi intontiti, lottarono comunque con tutte le loro forze arrivando a danneggiare i motori e a far sì che i vascello non fosse più idoneo a proseguire la navigazione. Alla fine, a un sergente venne l’idea di drogare i prigionieri correggendo il loro caffè con barbiturici. Nello stato di sonno comatoso indotto dalla droga gli uomini furono finalmente ricondotti in Unione Sovietica» 
(Thomas E. Woods Jr, Guida politicamente scorretta alla storia degli Stati Uniti d’America, tr. it. M. Brunetti, D’Ettoris Editori, 2009, pp. 254-256)

domenica 3 luglio 2016

A meeting with Stalin

President Roosevelt liked my plan of going to Moscow, and Stalin sent me a cordial invitation. […] We alighted on Moscow on the afternoon of October 9, and were received very heartily and with full ceremonial by Molotov and many high Russian personages. At 10 o’clock that night we held our first important meeting in the Kremlin. It was agreed to invite the Polish Prime Minister, M. Romer, the Foreign Minister and M. Grabsch, a grey bearded and aged academician of much charm and quality, to Moscow at once.
[…] The moment was apt for business, so I said: “Let us settle about our affairs in the Balkans. Your armies are in Rumania and Bulgaria We have interests, missions and agents there. Don’t let us get at cross purposes in small ways. So far as Britain and Russia are concerned, how would it do for you to have 90% predominance in Rumania, for us to have 90% of the say in Greece, and go fifty-fifty about Yugoslavia?” While this was being translated I wrote out on a half-sheet of paper:
Rumania (Russia 90%, the others 10%);Greece (Great Britain in accord with USA 90%, Russia 10%);Yugoslavia (50-50);Hungary (50-50);Bulgaria (Russia 75%, the others 25%).I pushed this across to Stalin, who had by then heard the translation. There was a slight pause. Then he took his blue pencil and made a large tick upon it, and passed it back to us. It was all settled in no more time than it takes to set downOf course we had long and anxiously considered our point, and were only dealing with immediate war-time arrangements. All larger questions were reserved on both sides for what we then hoped would be a peace table when the war was won. After this there was a long silence. The pencilled paper lay in the centre of the table. At length I said, “Might it not be thought rather cynical if it seemed we had disposed of these issues, so fateful to millions of people, in such an offhand manner? Let us burn the paper?”“No. you keep it” said Stalin. 
[«Al presidente Roosevelt è piaciuto il mio piano di recarmi a Mosca, e Stalin mi ha mandato un cordiale invito. [...] Siamo arrivati a Mosca nel pomeriggio del 9 ottobre, accolti caldamente e con tutti i crismi del cerimoniale da Molotov e altre illustri personalità russe. Alle 10 di quella sera abbiamo tenuto la nostra prima importante riunione al Cremlino. È stato deciso di invitare immediatamente a Mosca il primo ministro polacco, M. Romer, il ministro degli esteri e M. Grabsch, un accademico dalla barba grigia e dal grande carisma.
[...] Il momento sembrava appropriato per gli affari, così ho detto: “Mettiamoci d’accordo sui Balcani. I vostri eserciti sono in Romania e in Bulgaria. Laggiù abbiamo interessi, missioni e agenti. Non fateci prendere decisioni unilaterali. Per quanto riguarda la Gran Bretagna e la Russia, cosa pensate di questa proposta: voi vi tenete il 90% della Romania, noi ci teniamo il 90% della Grecia, e spartirci a metà la Jugoslavia?”. Mentre le mie parole venivano tradotte, intanto io scrivevo su un foglietto di carta:
Romania (Russia 90%, gli altri 10%);
Grecia (Gran Bretagna in accordo con USA 90%, Russia 10%);
Jugoslavia (50-50);
Ungheria (50-50);
Bulgaria (Russia 75%, gli altri 25%).
Ho poi passato il foglio a Stalin, che aveva già ascoltato la traduzione. Ci fu una brevissima pausa. Prese la penna e fece un gran segno su di esso, poi ce lo ridiede indietro. Ci impiegammo meno tempo a prendere la decisione che a trascriverla.
Ovviamente abbiamo a lungo esaminato e ponderato le nostre richieste, e al momento ci stavamo solamente accordando su questioni imminenti del tempo di guerra. Tutte le questioni spinose erano state rimandante al momento in cui speravamo ci sarebbe stato un tavolo di pace non appena avessimo vinto la guerra. Dopodiché di cu un lungo silenzio. Il foglio appuntato giaceva al centro del tavolo. Alla fine dissi: “Non apparirebbe un po’ troppo cinico aver preso queste decisioni, fatidiche per milioni di persone, in un modo così improvvisato? Che facciamo, bruciamo la carta?”
“No, la tenga lei”, disse Stalin.»] 
(da “The Advertiser”, 7 Novembre 1953)