sabato 25 giugno 2016

Pantofole

Le mie gloriose scarpe non hanno resistito a un acquazzone più forte degli altri. L’acqua ha letteralmente sfondato le suole. 
Comprate in ricordo più quale mercato di strada meridionale, di fattura poco pregevole, erano tuttavia nel corso degli anni diventate comode come pantofole: una strana parola, questa, che condivide l’etimo con la “scarpa” vera e propria in russo, туфля [tuflja]. Sapete, pantuffel, tuffele, tuffel ecc… (non accenno nemmeno al fatto che i russi usano anche una parola turca gergale, башмак [başmak], perché si aprirebbe un altro universo).

“Scarpa” del resto è un termine aggressivo, gotico, skarpaz, sharp, qualcosa che “scolpisce” perché ha la punta, mentre la pantofola si adatta naturalmente alla patta, il piede, anche dal punto di vista etimologico.

Con queste scarpe/pantofole avevo infatti raggiunto un equilibrio tra la mia natura di pantofolaio e la necessità di viaggiare tipica dell’essere umano. L’ansia di “penetrare” il mondo con la punta delle scarpe aveva dato tregua alla mollezza che mi contraddistingue: è stato quindi quasi utopistico poter girare per Atene o Varsavia in “pantofole” (in questo tutto sommato consiste la ewige Frieden di Kant). Perciò ho voluto scattar loro una foto prima di gettarle via (la luminosità automatica rende ancor più scioccante l’immagine):

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