giovedì 30 giugno 2016

Mamma lo turco

Per giugno avrei voluto scrivere qualcosa in turco così come ho fatto in aprile col polacco; non avevo però calcolato che quest’anno il Radaman (Ramazan in turco) cade proprio nel mese di giugno (haziran): ecco perché invece di aiutarmi con la lingua, i miei amici turchi hanno preferito dirozzarmi sui sacri principi dell’Islam. Per il momento è stato quindi una specie di flop, ma mi riservo di pubblicare più avanti le cose che ho scritto (se per ora esito è soltanto perché non vorrei mettere online qualcosa di grammaticalmente scorretto, dato che il progetto Logodrome ha anche carattere pedagogico).

In ogni caso non è stato tutto tempo sprecato, anzi mi è piaciuto partecipare (almeno in modo indiretto) a certe liturgie a me completamente estranee (ma niente affatto incomprensibili dal punto di vista spirituale). Si è discusso, per esempio, del numero di rekât (rak’a) aggiuntive della terâvih (tarawih) che si dovrebbero fare a seconda della prescrizione stabilita da ogni scuola giuridico-religiosa. Non vorrei ora improvvisarmi anche islamologo, tuttavia da queste conversazioni ho avvertito quell’essenza “ortopratica” della fede maomettana di cui parlano gli studiosi: forse si tratta di una semplificazione o di una visione riduttiva, ma è un dato di fatto che il vero “discorso su Dio” attinente all’Islam non è la teologia, ma il diritto. Da qui poi muove la dimensione politica della fede, che risale ai tempi in cui il Profeta guidò la comunità. Non è stato quindi possibile affrontare un vero e proprio discorso sulla materia di fede, ma soltanto sulle pratiche da seguire.

Ho provato a parlarne anche con la Giovane Turca (qui mi rivolgo solo ai lettori iniziati), ma con lei è difficile discutere di Islam dato che ha un’immagine stereotipata degli europei (persino degli italiani) e ci considera sostanzialmente come franchi ignoranti e barbari. Per esempio, quando le ho chiesto se era cominciato il Ramazan in Turchia, lei mi ha deriso ricordandomi che il “mese sacro” viene celebrato da tutti i musulmani del mondo. Il che è assolutamente vero (in Italia non ce ne siamo accorti perché, grazie al cielo, le scuole sono già chiuse), ma aiutatemi a dire quello che non posso...


Per farla breve, ogni discorso sulla religione con la Giovane Turca assomiglia più o meno all’indimenticabile scena di Che bella giornata in cui Checco Zalone domanda ai suoi interlocutori se “abitano in Islam”:


È prudente tuttavia lasciare da parte certi argomenti e discutere finalmente della lingua turca.
La sua natura di idioma semi-artificiale la rende una delle più atte a essere imparate in breve tempo: è una lingua che potremmo definire “matematica”, non solo per la sorprendente regolarità, ma proprio perché è stata creata per essere appresa. Potremmo pure definire il turco come un esperanto che ce l’ha fatta, anche se tale successo comporta alcune difficoltà, come per esempio la formazione di parole che fanno venire le vertigini, tipo  “muvaffakiyetsizleştiricileştiriveremeyebileceklerimizdenmişsinizcesine”, composta da 70 lettere e 17 suffissi, che in italiano si può tradurre così: “Come se voi foste tra coloro che noi non siamo riusciti a far diventare una persona che rende privi di successo” (la pagina di Wikipedia offre un’analisi approfondita che lascia intuire il modo in cui funziona il turco moderno).
Non dico che si possa imparare a scrivere e a leggere il turco in quindici giorni, però non essendoci eccezioni (se non appunto in casi eccezionali), è forse una delle poche lingue che si può apprendere velocemente attraverso uno studio tradizionale (cioè grammatica alla mano, quello che in realtà io sconsiglio sempre, dal momento che «è incongruo domandare che per parlare bene una lingua bisogna antecedentemente analizzarla»).

Il problema, semmai, non è tanto capire come scrivono i turchi, ma come parlano. Può sembrare un paradosso, eppure se con una manciata di regole si potrebbe già buttar giù la propria autobiografia, al contrario per riuscire ad afferrare il senso del turco parlato, oltre ad avere una fervida immaginazione, bisogna anche essere capaci di profonda concentrazione. Per riprendere l’analogia con la matematica, una frase in turco è come un’equazione: per riuscire a risolverla senza carta e penna è come minimo necessario possedere una mente allenata.

Se una frase come quella del titolo di un noto disco di Elio e le Storie Tese, Italyan, Rum Casusu Çikti, può apparire di immediata comprensione (limitiamoci a osservare che in turco la I maiuscola va indicata come “İ” [perciò si scrive “İtalyan”], mentre il verbo “çıktı” [terza persona del passato determinato di “çıkmak”], ha la “ı” senza puntino e si pronuncia come una “vocale posteriore chiusa non arrotondata”, cioè una “e” francese molto chiusa, quindi la grafia corretta sarebbe İtalyan, Rum casusu çıktı, dove l’“İtalyan” è il fotografo scambiato per una spia; “Rum” sono i greco-ciprioti [derivato dallo storico “romei” per indicare i bizantini]; “casusu” è l’accusativo di casus [“spia”, pron. “giasus”]; e çıkmak è il verbo, sempre alla fine), al contrario certi periodi complessi potrebbero rivelarsi particolarmente ostici a un orecchio poco allenato.

Per invogliare i lettori nello studio e convincerli ad andare Istanbul (il richiamo di questa città è più forte delle bombe), consiglio loro di “farsi le ossa” su queste divertenti scenette tratte dalla televisione turca:


  • Piyanom… [Il mio piano] 
  • Ne yapıyorsunuz, cocuklar? [Cosa state facendo, ragazzi?] 
  • Bırakın piyanomu [Lasciate stare il mio piano!] 
  • Buyurun? [Come dice?] 
  • Benim piyanom! [Il mio piano!] 
  • Sizin piyanonuz mu? [È il tuo piano?] 
  • O halde siz bizim kiracımızsınız [Allora voi siete i nostri coinquilini] 
  • Anne! [Mamma!] 

  • Selamınaleyküm [La Pace su di voi]
  • Ooo, aleykümselam [e con voi la Pace]
  • Gel, Ömer [Entra, Ömer]
  • Hayırdır? Tıraşa mı yoksa gevezeliğe mi geldin?
    [Che succede? Sei venuto per farmi la barba o per parlare?]
  • Hoş, ikisi de aynı kapıya çıkar ya! [Vabbè, tanto è la stessa cosa!]
  • İhtisas yapmaya geldim, abi [Sono venuto per specializzarmi, “zio”]
  • Akıllarınıza ihtiyacım var [Ho bisogno dei tuo consigli]
  • Tam yerine geldin oğlum, zaten herkes burdan alır aklı
    [Sei venuto nel posto giusto, figliolo. Tutti vengono qui a prendere consigli]
  • Tabii! Ne kadar lazımdı?
    [Infatti! Quanto ti serve?]
  • Bırak dalga geçmeyi Remzi abi ya!
    [Smettila di prendere in giro, “zio” Remzi!]
  • Benim piyano çalmam lazım
    [Devo imparare a suonare il piano]
  • En kısa zamanda öğrenmem lazım bu işi
    [Devo imparare a farlo nel più breve tempo possibile]
  • Piyano mu? Dur lan! Ciddi iş bu şimdi, boru değil
    [Piano? Calma, ragazzo! Questa è roba seria, non sono chiacchiere]
  • Piyano... şeyde... bizim... askerde, orduevinde vardı bir tane...
    [Piano... vediamo... il nostro... ce n’era uno alla caserma, al Circolo Ufficiali...]
  • Evet, abi? [Davvero, “zio”?]
  • ...de, şimdi orduevi uzak ya, gidemeyiz.
    [... sì, ma adesso il Circolo Ufficiali è lontano, non possiamo andarci]
  • Kafa bulma Remzi abi ya!
    [Non prendermi in giro, “zio” Remzi!]
  • Şaka bir tarafa, çalması çok zor piyanoyu.
    [Scherzi a parte, è troppo difficile suonare il piano]
  • Ama klarnet istersen, ben ayarlarım. Var bizim evde bir tane, hiç dokunulmamış
    [Ma se vuoi un clarinetto, posso procuratelo. Ce n’è uno a casa nostra ancora intonso]
  • Ne alakası var Yusuf abi ya!
    [Ma cosa c'entra, “zio” Yusuf!]
  • Niye oğlum? İlk sen üfleyeceksin!
    [Perché no, figliolo? Saresti il primo a soffiarci dentro!]
Note:
  • tıraş = fare la barba; nel senso di annoiare qualcuno con un sacco di chiacchiere.
  • abi = fratello maggiore; usato anche per un interlocutore più anziano di chi parla.
  • oğlum = lett. “figlio mio”; usato da amici stretti.
  • lan = amico; si usa come oğlum.
  • boru = tubo; boru değil = “non sono chiacchiere” (colloquiale).
  • dalga geçmek, kafa bulmak = prendere in giro.

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