giovedì 23 giugno 2016

La vita è una giostra


Sono onorato di esser stato citato (anche solo in un commento) in quello che reputo uno dei siti più utili al mondo, “Canzoni contro la guerra”. Pur condividendo, se non ideologicamente almeno moralmente, il proposito che sta dietro questa caleidoscopica antologia, non mi sono ancora azzardato a proporre una mia collaborazione perché prima ho bisogno di crescere.

Ringrazio inoltre Riccardo Venturi per aver scoperto il mio blog un attimo dopo che assumessi il mio nuovo nom de plume, “Roberto Collasso”. D’altronde, come dice il Maestro, «l’iniziazione è sempre involontaria», e se consideriamo che la prima volta che ho visto Calasso è stato proprio ad Atene (e non a Delfi) possiamo ben dire che tout se tient. Accetto quindi di buon grado il battesimo del fuoco e, nel caso il Venturi stesse leggendo, tengo a precisare che quell’espressione all’apparenza sprezzante («le diatribe esegetiche lasciano il tempo che trovano»), si riferisce solo al fatto che la canzone (“I liostra” di Vichi Moskholiù, dimenticavo!), è talmente bella che qualora nessuna parola del testo avesse un senso varrebbe comunque la pena ascoltarla all’infinito. Non intendevo in nessun modo svalutare il lavoro che è stato fatto per risalire al significato di λιόστρα: al contrario, auspicavo proprio che qualcuno si prendesse l’obbligo di setacciare periodicamente l’intelletto agente (o Google) nella speranza di trovare una soluzione (quindi avanti così).

Per quel che mi riguarda, continuo a ritenere l’ipotesi del nonsense come la più valida, sia a causa del mio temperamento amletico, sia per la nota tendenza dei musici a inventarsi non soltanto parole, ma lingue intere (gli esempi sono innumerevoli: il Kobaïan dei Magma, il Loxian usato da Enya e il Language of the Heart col quale Lisa Gerrard interpreta la celeberrima “Now We Are Free”).

In ogni caso l’idea che “liostra” sia una contrazione di “la giostra” non pare campata in aria: la canzone in effetti può evocare proprio un “torneo cavalleresco” tra l’uomo e il suo destino.
Da un punto di vista meramente linguistico tuttavia l’ipotesi di un’aferesi resta la più forte (sia che si interpreti il prefisso come derivato da ήλιος [“sole”] o da ελιά [“ulivo”], e dunque si renda il termine misterioso rispettivamente come “splendore” e “crogiolo”), se non altro perché è possibile portare a suo sostegno numerosi esempi, come λιόγερμα [“liògherma”], cioè (η)λιο- + γέρμα (γέρνω, “piegarsi”) col significato di “tramonto” e λιομάζωμα [“liomázoma”], (ε)λιο- + μάζωμα, che indica semplicemente la raccolta delle olive.
Bisognerebbe mettersi alla ricerca di altre parole di derivazione italiana originate da una crasi con l’articolo corrispondente: con “giostra” è probabile che la fusione sia avvenuta soprattutto a livello dialettale, perché i greci riescono a pronunciare il dittongo iniziale solo rendendolo come “τζό”, mentre traslitterato dall’italiano lo leggerebbero come “iostra” (la giostra, la iostra, liostra: sì, può funzionare...).

Per concludere, mi fa piacere partecipare, almeno indirettamente, a questa appassionante ricerca: chissà che alla fine non si noi possa scoprire, proprio come in un antico torneo, il senso della vita (declinato anche montypythonianamente), o addirittura le basi naturali del linguaggio con le quali forgiare il nostro idioma universale (che obbligatoriamente dovrà appellarsi “Liostra”).

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