mercoledì 29 giugno 2016

La Turchia chiede scusa a tutti

La giornata di ieri, cominciata per la Turchia all’insegna della distensione con le scuse di Erdoğan a Putin e la riapertura dei canali diplomatici con Israele, si è purtroppo conclusa con l’ennesimo attentato.
Le modalità lasciano pensare a un mandante diverso dal PKK (o altre sue emanazioni), che di solito predilige coinvolgere negli attacchi soprattutto soldati e poliziotti, in modo da “rivendere” l’immagine dei propri militanti come quella di guerriglieri e non terroristi.

L’assalto all’aeroporto Atatürk di Istanbul giunge peraltro a funestare una stagione turistica già in crisi per i numerosi contraccolpi causati anche, come ha dichiarato oggi al “Corriere” Elena Ventura (titolare di un’agenzia di viaggi), da «una campagna anti-turca che sta scoraggiando le scelte di molti» (I numeri dei visitatori erano già a picco, “Corriere”, 29 giugno 2016).
A tale campagna collabora attivamente la maggior parte del giornalismo italiano, come anche da queste parti si è più volte tentato di denunciare.

Per esempio, la crisi tra Mosca e Ankara durante questi mesi è stata rappresentata da molti quotidiani con gli stessi toni utilizzati dai titolari della pagina Facebook “E mo’ so cazzi” (nome eloquente) in alcuni pregiatissimi tazebao:

(fonte)
(fonte)
Anche dopo la fine della crisi, “Il Sole 24 Ore” non si è fatto mancare il titolo a effetto: Erdoğan si piega davanti a Putin. Del resto nel presentare l’accordo con Israele pure il “Corriere” ha voluto rimarcare la differenza tra “Il Sultano” (soprannome ufficiale del leader turco) e... “Bibi” (sì, l’adorabile Netanyahu).


Non voglio neppure soffermarmi sull’analisi di Antonio Ferrari, che un attimo dopo gli attacchi ha espresso giudizi francamente incommentabili:
«Coloro che hanno combattuto, per anni, contro la linea dittatoriale del presidente-sultano Recep Tayyip Erdoğan, che non ha esitato a sostenere i tagliagole dell’Isis per ragioni di interesse ma anche di ideologia, hanno buon gioco, adesso, a sostenere che il regime paga i suoi errori» (A. Ferrari, Il sultano Erdoğan aveva appena deciso di cambiare rotta…, “Corriere”, 29 giugno 2016).
Ormai dire che Erdoğan (o la Turchia intera) “sostiene l’Isis” è diventato quasi proverbiale, uno stilema à la page come il “piuttosto che” con valore disgiuntivo. A mio modesto parere, sarebbe utile abbassare i toni nei confronti della Turchia di Erdoğan almeno nello stesso modo in cui è stato fatto con la Russia di Putin: non se ne può più di queste perenni divisioni tra buoni e cattivi (o tra Batman e Joker).

Detto ciò, mi limito a evidenziare alcuni aspetti delle nuove mosse strategiche di Ankara che mi pare siano passati in secondo piano: prima di tutto grazie all’accordo con Israele la Turchia ottiene un allentamento del blocco di Gaza e un riconoscimento politico di Hamas. Sono contento che almeno Erdoğan si ricordi dei poveri palestinesi: lo farà sicuramente perché è un islamo-fascista che vuole rifondare l’Impero Ottomano, ma perlomeno ciò si tradurrà in benefici concreti per un popolo martoriato e ridotto alla miseria. I mercantili sono già pronti a sbarcare migliaia di tonnellate di aiuti per gli abitanti di Gaza, mentre le imprese turche nei prossimi anni si impegneranno a costruire ospedali, centrali elettriche e impianti di desalinizzazione. Tutto questo conviene, cinicamente, anche a Israele, che in un frangente particolarmente esplosivo come quello attuale non può permettersi di aprire un nuovo fronte nella Striscia.
Per quanto riguarda invece la lettura dell’accordo in funzione anti-iraniana, mi sembra si possa condividere, anche se ancora una volta preferirei non leggere le solite sparate sui contrasti sciiti-sunniti o persiani-ottomani. Parliamo invece di senso geopolitico della scelta (oggi che gli Stati Uniti hanno finalmente concesso ai loro alleati di trattare alla luce del sole con Teheran), di senso energetico (l’Iran è, tra le altre cose, il primo concorrente regionale della Turchia nel settore siderurgico), e infine anche culturale-mediatico, poiché una “Persia” pacificata (comprendente Iraq e Siria) rischia nei prossimi decenni di sottrarre un numero considerevole di turisti ad Ankara.

Parlando invece della pacificazione con la Russia, ho già approfondito la questione in un articolo precedente (Il grande e irreprensibile Erdoğan, 2 giugno 2016) e non ho altro da aggiungere, se non che mi compiaccio del gesto di Erdoğan e sono lieto che anche i miei numerosi amici filo-putiniani (ai quali non ho nulla da imputare, sia chiaro) abbiano apprezzato.
Pace, fratelli!, intimava il Pascoli…

Continuiamo ad augurarci con tutto il cuore che la scia di attentati si interrompa al più presto.
In quest’ultimo caso se non altro la reazione immediata è stata “convincente”, nel senso che la solerzia delle forze di sicurezza ha impedito un numero ancor più alto di vittime, anche se si evidenziano ancora carenze a livello di intelligence e prevenzione: ma forse da questo punto di vista la svolta decisiva può giungere proprio dalla doppia “tregua” con Mosca e Tel Aviv.

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