martedì 31 maggio 2016

Χαίρε, ω χαίρε Ελευθεριά

Qualche foto dell'ultimo viaggio in Grecia, my own personal Hellas, la mia Ellade immaginaria e casuale, quasi tutto Atene e poi Corinto e Patrasso ecc... (perlopiù fortografo scritte sui muri oppure quello che passa in tv):

sabato 28 maggio 2016

Il greco come lingua d’elezione

“Mai lavorare di domenica”
“Terrorismo è la schiavitù salariata”
Il greco moderno, fra tutte le lingue che sto studiando, è quella che riesce a emozionarmi maggiormente: imbattermi in certe espressioni, che la cultura occidentale ha ingigantito (e storpiato) fino al parossismo, finalmente restituite al parlare quotidiano, è un qualcosa che diverte e sconvolge allo stesso tempo. Tale impressione mi pare sia stata colta nientepopodimeno che da Giorgio Agamben, come emerge da un un aneddoto che ama spesso raccontare:  un giorno lo studioso di scienze delle religioni David Flusser, mentre passeggiava ad Atene meditando sul concetto di pistis, si imbatté in una scritta, Τραπεζα της πίστεως [“Trapeza tis písteos”] o, a seconda delle versioni, Τράπεζα εμπορικές πίστεως [“Trápeza emporikés písteos”], corrispondente all’insegna di una banca di credito commerciale, e da ciò dedusse che la pistis, la “fede”, non è altro che «il credito di cui godiamo presso Dio e di cui la parola di Dio gode presso di noi, dal momento che le crediamo» (cfr. la stessa storia nel libro Il tempo che resta, Bollati Boringhieri, 2000, p. 106 e nell’articolo Se la feroce religione del denaro divora il futuro, “Repubblica”, 16 febbraio 2012).

Se il filosofo avesse seguito le orme di Flusser, chissà quali importantissime intuizioni avrebbe tratto dalle scritte sui muri o dai discorsi dei bottegai per i vicoli di Atene: magari che αποκαλύπτω [“apokalypto”] vuol dire anche “spiattellare” e che dunque in Grecia persino un pettegolo può essere “apocalittico”. Ovviamente si fa per celia: tuttavia sono convinto che ancora oggi ci risparmieremmo un sacco di discorsi inutili se intellettuali, filosofi (e persino teologi) fossero costretti a seguire un corso obbligatorio di greco moderno in loco. Quando, per esempio, si scopre che l’αγγέλω  [“anghélo”] è un (poco angelico) annuncio che il tuo volo è stato cancellato, o che il μάρτυρας [“martyras”] è il tuo vicino che in tribunale testimonia che i peli del tuo cane hanno intasato il meccanismo dell’ascensore del condominio, passa un po’ la voglia di strologare. Lo stesso discorso vale per gli αδελφοί [“adelphi”] ridotti al trascurabile rango di fratelli carnali (e che il rotacismo αδερφέ [“aderphé”] ha trasformato nel corrispettivo del “bro” americano), αλήθεια [“alithia”] che invece di ispirare conturbanti approfondimenti etimologici si limita a significare la “verità” come avrebbe potuta intenderla Caterina Caselli se fosse stata greca e avesse cantato Η αλήθεια με πονάει το ξέρω [“I alíthia me ponái to xéro”]. Tralascio espressioni come αποστολή, εικών oppure λειτουργία per non apparire blasfemo (tanto ormai il discorso si è capito).

Per farla breve, è forte la tentazione di riconoscere al greco una potenza che tuttavia non si è in grado di spiegare. Sarebbe facile cadere nell’equivoco delle “origini” (molto più deleterio di quello delle “radici”) e scoprirsi tutto a un tratto “neoclassici” (cioè contraffattori). Su tale malinteso mi pare abbia detto bene Alfred Kallir: «È errato sostenere che le lingue più antiche, essendo “più vicine” ai primordi della parola, contengono le radici linguistiche più aderenti alla natura […]. Ogni proiezione semantica, linguistica o nella scrittura, avviene o può avvenire ex novo in qualsiasi momento. La forza dell’inconscio è sempre presente e sempre creativa» (Segno e disegno. Psicogenesi dell’alfabeto [1961], Spirali, Milano, 1994, p. 76).
C’è tuttavia un je ne sais quoi che alimenta il mio entusiasmo e che va al di là di qualsiasi “semi-cultura”: non solo non ho fatto il liceo classico (dunque non ci può essere sospetto di auto-suggestione), ma soprattutto non esiterei a definire il mio approccio nei confronti del “culturale” come nichilistico.
In effetti credo di aver affrontato il tema da una prospettiva sbagliata, come se le mie sensazioni e quelle di Agamben avessero qualcosa in comune: no, io sto a un livello molto più basso, vicino al bestione di vichiana memoria. Non mi entusiasma nemmeno l’idea di una lingua universale o primordiale, tanto che quando ho scoperto che “figlia” in persiano si dice دختر, pronunciato quasi come l’inglese daughter, non mi sono lambiccato troppo il cervello sulla comune radice proto-indoeuropea che collega i due termini (anche perché poi su بد, bad, cioè… “cattivo” [!] mi sarei ingannato).
Quel “qualcosa” a cui mi riferisco è sempre la potenza (ενέργεια) della parola, che però non scaturisce né da una presunta sacralità, né dal valore storico o da altri fattori esclusivamente “culturali”. Del Λόγος, insomma, rimane quel “qualcosa”, persino quando viene ridotto al pour parler (που λέει ο λόγος). Per fare un esempio: tutto il pensiero di Carl Schmitt non potrebbe essere ridotto a una semplice espressione come basileismo? Questo solo per testimoniare (μαρτυρώ!) quanto potenziale di “egemonizzazione” ancora conserva tale lingua. Però qui avverto il rischio di cadere nel teleologismo o in qualche assurda teoria che vorrebbe individuare le “basi naturali” dell’espressione. Infatti per non fare la figura dell’allocco ho sempre affrontato la “questione greca” dal punto di vista culturale (vedi Cancellare la Grecia per sempre), eludendo il misticismo dell’ossessione per le “origini” con il classico e un po’ retrivo τόπος (ancora!) delle “radici”. Tuttavia, torno a ripetermi, il greco ha sempre un qualcosa in più: tra il silenzio ancestrale e la Torre di Babele questa lingua detiene evidentemente un posto di preminenza, e col tempo forse si dimostrerà un’ancora di salvezza dal nichilismo assoluto.

Seguendo tale prospettiva vorrei concludere con un esempio finalmente più consono alla mia sensibilità: Il colosso di Marussi di Henry Miller. Sì, lo so, ora è appannaggio dei “fratelli”, ma astratto dalle corbellerie e quindi de-adelphizzato (basta leggerlo in un’altra edizione…), illustra bene l’idea della Grecia “concepita per l’eternità”: se Miller avesse composto lo stesso libro in Italia, probabilmente lo avrebbe riempito di cliché e banalità come fanno da secoli gli scrittori anglosassoni. Nell’Ellade ha invece trovato ciò che non si può ridurre a una ridicola mania, «[an] unappeasable lust for beauty, passion, love», e tutto quello che nel testo appare stereotipato, idillico o di maniera è semplicemente dovuto alla mancanza di una qualsiasi “cultura” (lo dico senza liricizzare troppo l’uso del corpo come strumento di conoscenza, dato che la somatosofia si riduce quasi sempre a quello che gergalmente si definisce “ragionare col culo”).

In ogni caso, proprio per non delirare, mi sembra che restare a un livello puramente linguistico sia già un buon espediente (magari tenendo in considerazione anche le indicazioni del Kallir di cui sopra). Certo, affermare che il greco sarebbe una “madrelingua d’elezione” in contrapposizione a quella di ogni altro popolo è già un modo di straparlare. Per ora continuiamo a studiarlo e basta.

martedì 24 maggio 2016

Jerusalemo

Su YouTube è presente una versione bruttina ma adorabile di “Yerushalayim shel zahav” in esperanto: è suggestivo che la lingua creata dal buon Zamenhof, non appena venga accostata alle sue radici si riveli molto simile a uno di quei dialetti sefarditi della Romània occidentale.
Ancora più incredibile (o angosciante, a seconda della prospettiva) che chi si pone il compito di creare una lingua artificiale dal nulla non sia poi in grado di estraniarsi completamente dal mondo da cui proviene.
Ovviamente non intendo dire che l’esperienza esperantista vada ridotta alle sue origini storiche e culturali, se non addirittura etniche. Qualcuno potrebbe pure obiettare che da quando il Doktoro Esperanto è stato proclamato come divinità dalla setta nipponica Oomoto, molti vocaboli giapponesi sono confluiti nel lessico degli esperantisti – però qui non fatemi tirare fuori la storia delle “misteriose connessioni” tra giapponese ed ebraico (anche se, al di là delle panzane, sono state scritte pagine molto serie sul tema…).



Vinece klara mont-aero
kaj pina bon-odor'
ŝvebadas en la vent' vespera
kun sonoril-sonor'

En dorm' de arboj kaj ŝtonaro
sonĝanta kaŝas sin
la urbo, kiu sola staras
kun mur' en sia sin'

Jerusalem' de vera or'
De kupro kaj de luma kron'
Por ĉiu kant' cia
Estas mi violon'

Malplena restas plac' merkata
Sekiĝis puta font'
En urb' Antikva vizitata
Ne estas Templa Mont'

Kaj hurlas ventoj kun malĝojo
En grotoj de l' rokar'
Neniu laŭ Jeriĥovojo
Al Sala iras Mar'

Al ciaj ni revenis fontoj
Al la foira zon'
Jen eĥas ĉe la Templa Monto
La sankta korna sofi'

Sun-miloj brilas jam kun ĝojo
En grotoj de l' rokar'
Ni ree laŭ Jeriĥo-vojo
Al Sala iras Mar'
Aria di monti limpida come vino
e fragranza di pini
portata nel vento del crepuscolo
con una voce di campane

e in un sonno di albero e di pietra
prigioniera del suo sogno
sta la città che siede solitaria
con un muro nel cuore

Gerusalemme di vero oro
di bronzo e di luce
per tutte le tue canzoni
io sono il violino

La piazza del mercato è vuota
si sono seccati i pozzi
nella Città Vecchia
nessuno visita il Monte del Tempio

E gemono i venti con tristezza
nelle grotte di roccia
nessuno scende per Gerico
verso il Mar Morto

Siamo ritornati ai pozzi
al mercato e alla piazza
risuona sul Monte del Tempio
il corno sacro (lo shofar)

Splendono mille soli
e nelle grotte di roccia
torneremo a scendere per Gerico
verso il Mar Morto

Πούτσα, πουτάνα ecc…

Dall’aneddoto di un’amica, che mi ha raccontato di quando in Grecia venne rabbuffata per aver esclamato “che puzza”, ho appreso una nuova espressione, πούτσα, con la quale si indica volgarmente l’organo genitale maschile (credo che sia rivelatore che, dopo averla ringraziata per aver arricchito il mio vocabolario, la mia interlocutrice abbia risposto allusivamente «mi fa piacere, ma non penso ti sarà molto utile… almeno credo» – non a caso molti lo chiamano “amore greco”).

Sorvolando sui miei problemi personali, mi sembra che il termine rappresenti un buon esempio della penetrazione di un prestito linguistico in un altro idioma: infatti l’etimo di πούτσα considerato più plausibile è πιτσούνι [“pitsuni”], una parola che in greco moderno non indica tanto il volatile (che si chiama, come nell’antico, περιστέρι [“peristéri”]), quanto la sua versione al forno con patate o allo spiedo (mentre al plurale, πιτσούνια, corrisponde all’italiano “piccioncini”). Trovo suggestivo che i greci utilizzino due termini diversi per differenziare il piccione commestibile da quello selvatico.

La parola “piccione” ha origine onomatopeica sia in latino (pipiare) che in greco antico (πιππίζω), ma è plausibile pensare che essa sia ritornata nel greco moderno attraverso l’influenza italiana, forse sin dai tempi della dominazione veneta (essendo i veneti tra i più grandi mangiatori di piccioni, senza nulla togliere a toscani, marchigiani e umbri). Il piccione fu uno dei piatti principali della gastronomia rinascimentale italiana, quindi il collegamento non mi sembra del tutto campato in aria (in ogni caso questa “biforcazione” rimane degna di nota).

Restando in tema di parolacce, qualche anno fa in Grecia ebbe un discreto successo la canzone “Πουτάνα στην Ψυχή” [Putána stin Psykhí] di Νίκος Οικονομόπουλος [Nikos Ikonomopoulos], letteralmente “Puttana nell’anima” (qui una traduzione abbastanza fedele anche se fatta da un madrelingua greco).


Ora, πουτάνα in greco ha lo stesso significato dell’italiano (come ρουφιάνα, “ruffiana”), tuttavia il fatto che il termine venga utilizzato in un sdolcinatissimo brano pop dà l’impressione che i greci non percepiscano la sua “gravità” allo stesso modo degli italiani.
È un dato che, per esempio, a parità di soggetto “Bella senz’anima” di Riccardo Cocciante abbia avuto più successo di “Buon Natale alla puttana” del grande Ponzio Pilato.
Non credo che il biondo avrebbe avuto la stessa sicurezza (e popolarità) utilizzando un termine percepito come più “autoctono”; ma questo è ciò che si evince dalla storia della musica leggera contemporanea, non so se altre discipline possano confermare il dato.

venerdì 20 maggio 2016

Nuvole di guerra

(cavi sottomarini nel mondo)
La storia del Syrian Electronic Army, il primo “esercito digitale” mai comparso in un Paese arabo, è una di quelle sulle quali solitamente gli americani costruirebbero una serie televisiva (a meno che non intervengano ragioni di National Security): un gruppo di geni dell’informatica chiamato a modernizzare la Siria a metà degli anni ’90 ma che dopo il 2011 si è ritrovato in trincea (una trincea neanche troppo virtuale).
Alcuni dei loro attacchi, come quello al sito dell’esercito statunitense, sono già entrati nella leggenda; tra i loro obiettivi si contano, oltre i siti e gli account social degli oppositori del regime, anche i portali di importanti testate, tra le quali “Repubblica” (ma non vogliamo farne degli eroi solo per questo, anche se è stato un gesto apprezzabile).

Restando in tema di serie americane, negli ultimi tempi l’immagine dei pirati informatici cinici e idealisti, capaci di destabilizzare un’intera nazione dalla loro cameretta, è stata valorizzata da produzioni come Homeland e House of Cards. È anche risaputo che il Pentagono, dopo aver tagliato di ventimila unità i Marines, ha quintuplicato i suoi battaglioni di hacker (arruolando persino ex criminali) allo scopo di destabilizzare i Paesi nemici attraverso la rete elettrica, le banche e le telecomunicazioni.
È un tipo di guerra ancora agli albori ma che già registra le sue battaglie campali, come quella del virus “Stuxnet” creato in collaborazione con Israele per sabotare il programma atomico iraniano (sembra che gli israeliani abbiano però rinunciato a sferrare attacchi cibernetici alla Siria per timore di ritorsioni da Cina e Russia) e, sui versanti opposti, le imprese appunto degli hacker cinesi (sicuramente i più coriacei del mondo), dei russi (che ultimamente hanno attaccato anche il sito della Difesa italiano) e, a quel che sembra, persino dei nordcoreani.

Bisogna tuttavia capire se la cyberwarfare meriti realmente l’appellativo di “guerra”: già in tanti utilizzano termini tratti dal gergo militare per definire quello che a livello legale è considerato ancora un crimine individuale (seppur “internazionale”); per esempio l’ex direttore della CIA Leon Panetta ha paventato il pericolo per gli Stati Uniti di una “cyber Pearl Harbor” (non porta molto bene agli americani evocare quell’attacco).

In generale poi si percepisce tutto quello che è legato all’informatica come qualcosa di “leggero”, evanescente, senza struttura, deterritorializzato ecc… A ben guardare però anche questa “guerra non convenzionale” qualora si verificasse dovrebbe appoggiarsi su infrastrutture di tutto rispetto, come le migliaia di chilometri di cavi sottomarini che fanno assomigliare il mondo a un gigantesco gomitolo. È difficile farsi un’idea dell’immensità dei data center, grandezze che si misurano in centinaia di ettari e tonnellate d’acciaio: il fatto che poi gli scienziati affermino che internet pesa “meno di una fragola” (un calcolo che include solo gli elettroni e lascia da parte tutto il resto) fa sospettare che il reale “peso” di internet non sia affatto percepito e che possa addirittura originare fenomeni di allucinazione collettiva. L’enfasi attuale sul “cloud computing” di certo non aiuta; come afferma il giornalista Andrew Blum:
«Se un cavo si rompe bisogna mandare una nave in mare, buttare un gancio in mare, tirarlo su, trovare l’altro capo, saldare i due pezzi e rimandarlo giù. È un processo fisicamente intenso. […] Quando vedete questi ragazzi lavorare su questo cavo con un seghetto, smettete di pensare a Internet come alla nuvola. Comincia a sembrare una cosa incredibilmente fisica. Quello che mi ha sorpreso è anche che, per quanto tutto si basi sulle tecnologie più sofisticate, e siano cose assolutamente nuove, il processo fisico stesso esiste da molto tempo e la cultura è sempre la stessa. Vedete gli operai locali. Vedete gli ingegneri inglesi che danno indicazioni sul fondo. E ancora più importante, i luoghi sono gli stessi. Questi cavi continuano a collegare i classici porti di città, luoghi come Lisbona, Mombasa, Mumbai, Singapore, New York».
Un traino per la posa dei cavi sul fondo marino (“Daily Mail”)
Gli unici finora a essersi accorti in modo diretto della complessità di tali processi sono stati le migliaia di arabi, asiatici e indiani che nel 2008 hanno subito le conseguenze della rottura di sei cavi sottomarini.
Questo lascia dunque pensare che se una guerra cibernetica dovrà essere combattuta, la gestione di essa non verrà affidata soltanto a degli sfigati chiusi nelle loro stanzette, a meno che queste stanzette non si trovino all’interno di un sottomarino e questi sfigati non indossino una divisa.
Tuttavia c’è forse da sperare che l’illusione di vivere tutti sopra una nuvola (invece che sulla mitica tartaruga cosmica) influenzi persino la nostra concezione della guerra: non più bombe, carrarmati e sottomarini, ma siti americani sabotati, database violati, dati sensibili rubati. Cloudywarfare.

House of Cards and Forty-Eight


Sono finalmente riuscito a guardarmi le prime quattro stagioni di House of Cards, mettendomi così in pari con quelli che credono di esser diventati politologi solo per aver seguito la serie in diretta. È perciò giunto il momento di offrire ai lettori un arguto commento (non richiesto, va da sé).

Il mio giudizio è complessivamente negativo, per diverse ragioni. La prima, e forse la più importante, riguarda il clima politico in cui il pubblico italiano è costretto a recepire l’opera. Siamo infatti da mesi e mesi sottomessi a un presidente del consiglio che sta evidentemente tentando di imitare lo stile di Frank Underwood per proporsi come “uomo forte” a quelli che, una volta, venivano definiti “elettori”. La situazione è imbarazzante, non solo perché risulta difficile immaginare Rowan Atkinsons al posto di Kevin Spacey, ma soprattutto perché c’è il sospetto che il tizio che abbiamo al governo sia convinto che è davvero così che si gestisce il consenso: essendo tuttavia nella vita privata obiettivamente un po’ tapino, allora stia cercando di apparire spavaldo facendo canagliate a raffica contro la collettività (proprio l’opposto della morale mandevilliana: virtù private e pubblici vizi). In questo modo può compiacersi della sua hybris quando in pubblico parla delle sue umili origini di ragazzo di Rignano (ma la Toscana non è la Carolina del Sud e i southerner votano democratico per motivi diversi dai senesi) o quando insiste sull’occupazione parlando del Jobs Act come il personaggio di Spacey parla dell’America Works. È un qualcosa di angosciante, soprattutto perché, come abbiamo detto, tutto ciò compromette indirettamente la nostra ricezione della serie americana – peraltro anche l’autore del libro da cui è tratta, Michael Dobbs, ha voluto ricordare al presidente italiano che il suo volume non va considerato un manuale di istruzioni.

Lasciamo però da parte le miserie nostrane e veniamo al nocciolo: House of Cards a mio parere non funziona perché sin dall’inizio si capisce che il protagonista è uno stronzo. Invece di giocare sulla natura misteriosa e ineffabile del politico, gli sceneggiatori spiattellano tutto nella prima scena. O per meglio dire sono quasi “costretti” a farlo poiché Kevin Spacey è sostanzialmente l’unico attore della serie (nei Soprano, tanto per fare un esempio a caso, l’ultima delle comparse era un certo Peter Bogdanovich). Non si può creare alcuna ambiguità perché il dialogo diretto con lo spettatore diventa una necessità strutturale – pensiamo solo al fatto che il coprotagonista maschile, Michael Kelly (quel Doug che parla sibilando), nei Soprano (ancora) faceva la comparsa di una comparsa (era un agente dell’FBI apparso in un paio di puntate nel ruolo di poliziotto cattivo ma sfigato).
Inoltre la serie riflette la paranoia tutta anglosassone dei private vices che si trasformerebbero automaticamente in public benefits, perciò il Presidente degli Stati Uniti è “costretto” a far cose che non verrebbero in mente neppure al più svitato dei complottisti. Questo è sicuramente il punto più controverso: perché esagerare fino al parossismo le malefatte di un uomo politico rendendo totalmente inverosimile l’intera serie? Siamo forse davanti all’ennesimo esempio di quello che Isaac Deutscher, recensendo 1984 di Orwell, definì “mysticism of cruelty” (una lettura che a mio parere si addice anche al cinema di Kubrick)?
Dal punto di vista artistico, bisogna ammettere che anche il grande e irreprensibile Kevin Spacey risente della mediocrità generale: in alcuni passaggi emergono particolari legati indissolubilmente all’ingombrante personaggio di American Beauty, come l’ossessione per la ginnastica da scantinato o le peregrinazioni nelle immense cucine americane, che rendono l’interpretazione un po’ troppo di maniera.

Sul significato politico della serie, invece, c’è ancor meno da dire: se il punto più basso è raggiunto con la comparsata delle Pussy Riot, una trovata tanto imbarazzante quanto controproducente (sorvoliamo sui motivi per cui la first lady, Robin Wright/Claire Underwood, non meno spregiudicata del consorte, riscopra immediatamente la sua sensibilità solo quando parla dei diritti dei gay russi), tuttavia pure il tentativo di ridurre gli investimenti pubblici a una regalia elettorale è abbastanza meschino, alla luce di quello che le politiche keynesiane hanno fatto per gli States anche nell’ultima crisi (l’America Works come parodia dell’Obamanomics è un insulto all’intelligenza degli americani – e ce ne vuole).

Infine una nota sul doppiaggio italiano, come al solito propenso a manipolare il copione per motivi poco chiari. Basti un esempio: nella nona puntata della seconda stagione, quando scoppia lo scandalo sul passato delinquenziale di Freddy (il proprietario nero del locale in cui Underwood si reca sempre a gustare costolette e concludere accordi segreti), il Presidente vuole andare a incontrarlo direttamente nel suo appartamento, ma la guardia del corpo osa ammonirlo: “That’s the projects, sir”. Bene: in italiano la frase diventa “Ha degli impegni, signore”. Dubito che i traduttori abbiano preso fischi per fiaschi intendendo “You have projects” (o almeno me lo auguro); penso invece che si sia voluto censurare il fatto che negli Stati Uniti vivere in un condominio è considerata una cosa da reietti, da paria, e che un Presidente metterebbe in grave pericolo la sua incolumità passando da quelle parti. (Anche un’inezia del genere è indicativa del modo in cui le produzioni americane vengono “metabolizzate” a livello italiano).

Dunque House of Cards è una serie che già si spegne all’inizio della seconda stagione, quando un presidente americano spinge sotto un treno una giornalista. Potrà continuare all’infinito, diventare più crudele e spettacolare, ma ciò non farà che condurre a una reductio ad absurdum del potere americano, con corredo di rappresentazione plastiche for dummies del machiavellismo: pisciatine sulle tombe e sputi in faccia a Cristo.

lunedì 16 maggio 2016

Eroi maltusiani


I colossali progetti per il controllo demografico mondiale, sviluppati negli ultimi decenni dalle varie “agenzie” internazionali (e sostenuti da pubblicisti infervorati), si reggono essenzialmente sue due piedi d’argilla, l’uno riguardante i presupposti e l’altro i fini.

Partiamo dall’aporia che condiziona il pensiero ecologista nelle sue conformazioni più disparate: è l’Homo sapiens una specie tra le altre, oppure è «un fenomeno deviante rispetto al maestoso fluire dell’evoluzione» (per citare il noto Aurelio Peccei)? Rispondere a tale quesito permetterebbe di avere una visione più chiara dei principi che hanno ispirato importanti trasformazioni in campo sociale, culturale e persino legislativo. Infatti, se l’essere umano è un animale come gli altri, allora tutto ciò che fa non può essere considerato in alcun modo “innaturale”, nemmeno quando crea disequilibri nell’ambiente circostante; se invece è considerato una specie “aliena”, allora non si comprende per quali motivi dovrebbe compromettere la propria sopravvivenza in favore della salvaguardia di un habitat al quale non appartiene.

Finora una discussione limpida sul tema è stata sempre ostacolata dalla necessità di imporre un nuovo concetto di “umanità” con pretesti evanescenti come quello della salvaguardia dell’ambiente (che spesso viene confuso con le forme più basse di eudemonismo). Sarebbe necessario invece approfondire il “problema uomo” in una forma che vada oltre la classica petitio principii: per fare un esempio celeberrimo, nel volume del sunnominato Aurelio Peccei Cento pagine per l’avvenire è delineata un’antropologia angusta e deprimente che troverebbe però il suo riscatto nell’idea di “uomo nuovo”, la trasformazione del “fenomeno deviante” (l’Homo sapiens) in una creatura in grado di vivere in completa simbiosi con la natura che lo circonda. È una classica dimostrazione di come chi si occupa di fare proposte rivoluzionarie sul futuro dell’umanità dimentichi poi di specificare i fini: in questo  caso lo stile roboante e inutilmente provocatorio dell’autore non riesce a occultare interamente la misera pregiudiziale metafisica nascosta nei suoi proclami. In fondo, l’anelito alla restaurazione del kosmos, dell’intero, della perfezione, della staticità, dell’equilibrio ecc… non è che un pallido adattamento della più nobile Apokatastasis panton. Da qui si deduce che, nel migliore dei casi, le posizioni ecologistiche servono più che altro a dissimulare una pseudo-gnosi talmente confusa e sfuggente da non poter neppure essere dichiarata.

Questo sarebbe il secondo punto debole a cui accennavamo all’inizio: quale parte dell’umanità meriterebbe di essere salvata e quale sacrificata secondo i sostenitori della palingenesi demografica?
Periodicamente si assiste al rilancio di proposte di riduzione dei terrestri al di sotto del miliardo di unità, da parte di individui che, a quanto pare, credono di provenire da un altro pianeta. Chi decide, in effetti, quali sono gli umani autorizzati a riprodursi e quali invece devono sottoporsi a una sterilizzazione (volontaria o meno)? Su questo punto fondamentale la confusione è più grande che mai (e forse anche auspicata). Mi sembra che la retorica melensa e ipocrita dei vari “benefattori” non riesca a celare la misantropia che li ispira. Nel volume di Riccardo Cascioli, Il complotto demografico (Piemme, 1996), ancora oggi un valido resoconto della visione cattolica sul tema (sempre che le cose non siano cambiate negli ultimi vent’anni…), sono raccolte diverse testimonianze di questa insofferenza nei confronti del prossimo mascherata da pseudo-scienza, ma spesso espressa attraverso «un linguaggio apocalittico-catastrofico» (p. 52). A colpirmi non è tanto il famigerato NSSM200, il memorandum di Kissinger che sembra ispirato alla Modest proposal di Swift, un’apoteosi di cinismo yankee sulla quale stendere un velo pietoso (Your cynicism is simply a pose, scriveva Wilde), ma per esempio le sentenze apodittiche con cui Paul Ehrlich predice il destino del popolo americano: «Negli anni Settanta centinaia di milioni di persone moriranno di fame. Un collasso della civiltà sarà seguito da carestie catastrofiche, pestilenze e probabilmente una guerra termonucleare. Tra il 1980 e il 1989 una terribile carestia sterminerà 65 milioni di americani» (The Population Bomb, Ballatine, New York, 1968, p. xi). Per inciso, Ehrlich ha indirettamente partecipato all’“evo” obamiano attraverso il consulente della Casa Bianca per la scienza e la tecnologia John Holdren, che firmò con lo stesso Ehrlich (e la moglie Anne) diversi volumi, tra cui il saggi del 1977 Ecoscience, nel quale si suggeriscono provvedimenti drastici contro il pericolo della sovrappopolazione: aborti forzati, sterilizzazioni di massa, contaminazione delle riserve acquifere con farmaci anti-fertilità, arresto per chi fa più di un figlio, creazione di un governo mondiale.
Il wishful thinking di Ehrlich (poiché di questo si tratta, avendo l’autore spostato la sua “previsione” di dieci anni nelle successive ristampe…) assomiglia molto a quello che avrebbe ispirato Charles Manson nella strage di Bel Air: per certi versi, l’Helter Skelter immaginato dalla Manson Family (la “grande guerra” attraverso la quale i neri avrebbero massacrato i bianchi e poi sarebbero stati schiavizzati dalla “Famiglia” stessa), fa di Manson una sorta di “eroe malthusiano”. La definizione (héros malthusien), coniata dallo scrittore Richard Millet per il suo strampalato Eloge littéraire d’Anders Breivik, si adatta particolarmente a quelli che si sono auto-incaricati della missione di sfoltire l’umanità in virtù di disegni oligarchici ed elitari. Questa cultura violenta non sembra essere affatto estranea a chi si professa ambientalista: qualche giorno dopo la strage di Oslo del 2011, il celebre cantante Morrissey, vegetariano e animalista radicale, dichiarò che la morte di 77 persone non era niente in confronto a quello che accade nei fast-food ogni giorno. Una polemica analoga si verificò quando l’altrettanto celebre Peter Singer (celebre non come cantante, ma come filosofo), rifiutò di considerare l’abbattimento di 38 milioni di polli avvenuto nei mattatoi americani l’11 settembre 2001 tanto grave quanto l’attentato al World Trade Center, ottenendo così l’epiteto di “specista”.

Il nocciolo della questione è che una parte dell’umanità decide di assumersi l’obbligo di cancellare l’altra, in base al principio che essa sia autorizzata a farlo avendo la “consapevolezza” (uno dei tanti termini con cui può essere tradotto gnosis) che questo è ciò che va fatto. Da tale ragionamento tautologico deriva la perenne autoesclusione dei “demofobi” dal numero dei sacrificabili per la salvezza del pianeta. Il guaio per costoro è che anche chi si considera membro di un élite resta pur sempre un animale sociale (che però crede di essere più uguale degli altri). Per assurdo, quindi, pure una schiera di eletti ha bisogno della collaborazione del prossimo, poiché su questa terra non si è mai data un’aristocrazia senza plebe. Un esempio eloquente del paradosso è il romanzo Dissipatio H.G. di Guido Morselli, nel quale un misantropo (o, per dirla con lo scrittore, “fobantropo”), si ritrova in un mondo dove tutta l’umanità si è come volatilizzata e si accorge che non può esiste un Roi du monde senza sudditi. È un’eventualità che maltusiani e denatalisti dovrebbero tenere in conto, anche perché, volendo citare ancora il Poeta, There are only two tragedies in life: one is not getting what one wants, and the other is getting it.

domenica 15 maggio 2016

La fortuna postuma di TPS

Trovo sul sito del Fonte Sovranista Italiano la traduzione di un articolo del compianto Tommaso Padoa-Schioppa, dal titolo Les enseignements de l’aventure européenne, apparso nell’autunno del 1999 sulla rivista francese “Commentaire” (n° 87, pp. 575-584). Nonostante conoscessi il tono schiettamente elitario di tale personaggio, nonché la sua allergia nei confronti dei processi elettorali, ho creduto che i “sovranisti” avessero accentuato la componente épatant/splatter: invece da un confronto con l’originale si evince che la traduzione è più che corretta… In ogni caso riportiamo sia le citazioni in francese che la versione di R. Ricciarelli, senza ulteriori commenti (e non solo perché De mortuis nihil nisi bonum…):
« À côté du politicien de métier, existent ceux qui conçoivent la politique comme une lutte dont le but est de créer un pouvoir différent, tout en sachant que, une fois créé, ce pouvoir sera, presque à coup sûr, pris par d’autres.
Cette manière de mener une action politique instaure entre ceux qui l’adoptent des rapports complètement différents des relations établies dans le cadre traditionnel. Libérée de toute contrainte de parti, de groupe d’intérêt, de nationalité, d’exigence électorale, de nécessité de gain, elle confère à qui l’adopte une grande liberté d’action et, de ce fait, une efficacité décuplée. Elle crée en outre une disponibilité particulière pour la coopération, l’échange gratuit d’idées et de contributions, la générosité réciproque.
En réalité, ce mode d’action politique est celui des révolutionnaires, qui se résume ainsi : création d’un ordre nouveau; désintéressement, conspiration, idéalisme; alliance de l’activité politique et d’un autre métier.
La construction européenne est une révolution, même si ses révolutionnaires ne sont pas des conspirateurs blêmes et maigres, mais des employés, des fonctionnaires, des banquiers et des professeurs. »

[“A fianco del politico di mestiere, esistono coloro i quali concepiscono la politica come una lotta il cui scopo è quello di creare un potere differente, ben sapendo che, una volta creato, questo potere sarà, quasi a colpo sicuro, preso da altri.
Questa maniera di condurre la vita politica instaura tra coloro che l’adottano dei rapporti completamente differenti dalle relazioni stabilite nel quadro tradizionale. Liberata completamente dal contrasto tra le parti, dai gruppi d’interessi, dalla nazionalità, dall’esigenza elettorale, dalla necessità del guadagno, essa conferisce a chi l’adotta una grande libertà d’azione, e da questo fatto, una efficacia decuplicata. Essa crea inoltre una disponibilità particolare per la cooperazione, lo scambio gratuito di idee e di contributi, la generosità reciproca.
In realtà, questo modo d’azione politica è quello dei rivoluzionari, e così si riassume: creazione di un nuovo ordine; generosità disinteressata, cospirazione, idealismo; alleanza dell’attività politica e di un altro mestiere.
La costruzione europea è una rivoluzione, anche se i suoi rivoluzionari non sono cospiratori pallidi e magri, ma impiegati, funzionari, banchieri e professori.”]
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« L’ Europe s’est faite en suivant une méthode que l’on pourrait définir du terme de despotisme éclairé – procédure parfaitement légitime, mais ancrée à la méthode démocratique par la seule/existence de la démocratie à l’intérieur des Etats, non par un processus démocratique européen. On peut donc parler de démocratie limité. »

[“L’Europa si è fatta seguendo un metodo che si potrebbe definire col termine dispotismo illuminato, procedura perfettamente legittima, ma ancorata al metodo democratico solo per l’esistenza della democrazia all’interno degli Stati, non da un processo democratico europeo. Si può dunque parlare di democrazia limitata.”]
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« Aussi grande que soit l’œuvre accomplie jusqu’ici, l’Union européenne n’est pas complète. Elle ne l’est ni sur le plan des compétences ni sur celui du cadre institutionnel. Non seulement peut-on parler d’incomplétude, mais encore sommes-nous probablement en deçà du point de non-retour, c’est-à-dire du point à partir duquel l’achèvement apparaît comme la suite naturelle – mais ni certaine ni inéluctable – du cours des événements.
Œuvre inachevée sur le plan des compétences, car il manque encore à l’Union la plus fondamentale des fonctions de gouvernement : garantir la sécurité intérieure et extérieure des citoyens. C’est sur le socle de cette compétence que se sont formés les États et c’est pour assurer la suprématie du droit, l’ordre et la sécurité que se justifient leur contrôle de la force et leur monopole des armes. Puisque la force, au contraire de la monnaie, appartient encore aux États, le danger d’un retour au passé n’est pas vraiment conjuré. »

[“Tanto grande quanto sia l’opera compiuta fino ad ora, l’Unione Europea non è completa. Essa non lo è né sul piano delle competenze né sul piano del quadro istituzionale. Non solo si può parlare di incompletezza, ma siamo probabilmente ancora al di qua del punto di non ritorno, cioè del punto a partire dal quale il completamento appaia come seguito naturale, ma né certo né ineluttabile, del corso degli eventi.
Opera incompiuta sul piano delle competenze perché manca ancora all’Unione la più fondamentale delle funzioni di governo: garantire la sicurezza interna ed esterna dei cittadini. È sul solco di questa competenza che si sono formati gli Stati ed è per assicurare la supremazia del diritto, l’ordine e la sicurezza che si giustificano il loro controllo della forza e il loro monopolio delle armi. Poiché la forza, al contrario della moneta, appartiene ancora agli Stati, il pericolo di un ritorno al passato non è veramente scongiurato.”]
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« C’est précisément pour créer la liberté économique entre les pays participants que le législateur de Bruxelles, avec une force et une cohérence que les processus politiques internes des États n’auraient su libérer, a allégé et élagué la législation et les institutions économiques des États membres, pour les adapter au marché et à la concurrence. »

[“È precisamente per creare la libertà economica tra paesi partecipanti che il legislatore di Bruxelles, con una forza e una coerenza che i processi politici interni agli Stati non avrebbero saputo liberare, ha alleggerito e sfrondato la legislazione e le istituzioni economiche degli Stati membri per adattarli al mercato e alla concorrenza.”]
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« Les deux principes sur lesquels repose l’union monétaire représentent l’aboutissement de cette recherche et n’avaient été jusqu’alors, dans aucun pays, mis en œuvre aussi pleinement que dans le cadre établi à Maastricht. Le premier de ces principes est la stabilité des prix affichée comme objectif prioritaire de la politique monétaire; le second est l’indépendance totale garantie à la banque centrale. Ce sont deux éléments pour lesquels ont longtemps lutté les théoriciens, les banques centrales, de nombreuses forces politiques et parfois même l’opinion publique. Cette double position a été conquise; elle devra être défendue, mais la victoire a été acquise. »

[“I due principi sui quali riposa l’unione monetaria rappresentano il risultato di questa ricerca e non sarebbero mai stati messi in opera fino ad allora in nessun paese tanto pienamente come nel quadro stabilito di Maastricht. Il primo di questi principi è la stabilità dei prezzi presentata come obiettivo prioritario della politica monetaria; il secondo è l’indipendenza totale garantita alla banca centrale. Questi sono due elementi per i quali, da lungo tempo, hanno lottato i teorici, le banche centrali, numerose forze politiche e, occasionalmente, anche l’opinione pubblica. Questa doppia posizione è stata conquistata, essa dovrà essere difesa, ma la vittoria è stata acquisita.”]
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« L’importance de la monnaie unique européenne transcende la sphère économique et institutionnelle : elle agit profondément sur les rapports entre personnes, l’identification de la “société d’appartenance”, la psychologie individuelle et collective.
Accepter d’un inconnu un morceau de papier dénué de valeur intrinsèque en échange de biens et services qui sont les fruits de son travail est une des manifestations les plus spectaculaires de la confiance des personnes envers la société à laquelle elles appartiennent. Et rien d’autre, peut-être, n’exprime avec autant de force le lien personnel avec l’Etat que ce geste, accompli de nombreuses fois chaque jour par tout un chacun. Que l’assise de la monnaie soit aujourd’hui devenue européenne constitue donc une mutation d’une immense portée, car elle signifie que la confiance est
maintenant fondée sur l’Europe. La société d’appartenance commune à tous ceux qui utiliseront les mêmes billets en euros (non seulement à l’étranger, comme on entend parfois dire, mais aussi, ce qui est plus significatif, pour payer le café et le journal au coin de la rue) cessera d’être nationale et deviendra européenne. »

[“L’importanza della moneta unica trascende la sfera economica e istituzionale. Essa agisce profondamente sui rapporti tra persone, l’identificazione della “società d’appartenenza”, la psicologia individuale e collettiva.
Accettare da uno sconosciuto un pezzo di carta privo di valore intrinseco in cambio di beni e servizi che sono i frutti del suo lavoro, è una delle manifestazioni più spettacolari della fiducia delle persone rispetto alla società alla quale appartengono. E nient’altro, forse, esprime con tanta forza il legame personale con lo Stato come questo gesto, compiuto molte volte da ciascuno, ogni giorno. Che il corso della moneta sia oggi divenuto europeo, costituisce, dunque, una mutazione di portata immensa, perché significa che la fiducia è ora fondata sull’Europa. La società d’appartenenza comune a tutti a quelli che utilizzeranno le stesse banconote in euro (non solo all’estero, come si intende dire talvolta, ma anche, e ciò è significativo, per pagare il caffè e il giornale all’angolo della strada) cesserà di essere nazionale e diventerà europea.”]
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Aggiungo anche una citazione all’apparenza di nessun interesse ma che, alla luce di quanto osservato ne La questione tedesca come problema letterario, acquista un significato inedito (tout se tient):
« L’Europe s’unifie à un moment de l’histoire humaine où le monde s’unit aussi. En 1827 déjà, Goethe disait à Eckermann : “La littérature nationale n’a plus beaucoup de signification aujourd’hui. Nous voyons naître l’époque de la littérature mondiale”. La délimitation spatiale qui servait de berceau à une culture fait maintenant défaut. »
[“L’Europa si unifica in un momento in cui anche il mondo si unisce. Già nel 1827, Goethe diceva ad Eckermann: ‘La letteratura non ha più molto significato oggi. Noi vediamo nascere l’epoca della letteratura mondiale’. La delimitazione spaziale che è servita da culla ad una cultura, le fa oggi difetto.”]

giovedì 12 maggio 2016

La questione tedesca come problema letterario


Nella conferenza Goethe und die Demokratie (1949; tr. it. B. Arzeni, 1978), Thomas Mann traccia il profilo di due Germanie, la “buona” (la Germania europea) e la “cattiva” (l’Europa tedesca, «aspirazione terrificante del nazionalismo germanico»): si tratta di un discorso contemporaneamente al di qua e al di là del politico, ma che ciononostante riesce a dire molto sulla Germania odierna e la “questione” che essa rappresenta per l’europismo. Secondo la dicotomia di Mann, da una parte esisterebbe una Germania alla quale si addicono «l’espandersi cordiale, il senso aperto per il mondo, la conoscenza e l’ammirazione e l’accogliere e il rielaborare le civiltà straniere», mentre sull’altro versante incomberebbero «il culto tedesco romantico della morte» e «la volontà aristocraticamente poetica del dissolvimento»: al centro delle tendenze, colui che a detta dell’Autore è «l’ultimo sovrano spirituale dell’Europa», Johann Wolfgang Goethe.

Goethe è il tipo di tedesco che anela a qualcosa di “completamente diverso”, a una civiltà (e a una spiritualità) “straniera”: «Considerava la sua nascita e la sua esistenza in Germania come una meschinità, in confronto a quello che sarebbe potuto diventare in Inghilterra», afferma Mann. Oltre al Regno Unito (inteso in realtà come Impero Britannico), intriso di pragmatismo democratico, di una vitalità che aveva risolto efficacemente la discrepanza tutta tedesca fra pensiero e azione, Goethe cercava la fuga, l’evasione (uno dei motivi della sua esistenza non solo intellettuale) anche nelle masse cattoliche italiane (il cui “sentimento popolare” percepiva come intima forza di natura) e infine, negli Stati Uniti d’America. Il Goethe “americano” è quello in cui prevale definitivamente l’avversione per ciò che “astratto” e “nemico della vita”: «La sua vecchiaia è animata da curiosità per ciò che è vivo, […] [trova] piacere in discorsi e ragionamenti economici e tecnici […], [tanto che] alla tavola di questo grand seigneur del secolo decimottavo, spesso così rigido e solenne, si parla quasi più e con più calore di navi a vapore, dei primi tentativi di navigazione aerea, di progetti tecnici di importanza mondiale ancora utopistici, come canale di Panama e di Suez, collegamento fra il Danubio e il Reno, che non di letteratura e di poesia».
È tuttavia un entusiasmo soltanto yankee, perché il Goethe tedesco ora rimpiange di non aver lasciato la patria trent’anni prima alla volta dell’America per risparmiarsi «Kant e tutto il resto». Egli non parla alla “Germania buona”, ricca di spirito ma impotente di fronte all’avvento della “Letteratura mondiale” (Weltliteratur), al «libero commercio delle idee e dei sentimenti» che per Goethe avrebbe caratterizzato la vita spirituale del XIX secolo.
Un tale esito nella coscienza del Poeta, più che alla senilità o al rincitrullimento, fu dovuto alle contraddizioni mai risolte di un’anima che ha rappresentato a lungo anche lo spirito dell’intera nazione. Prima dell’infatuazione per gli Stati Uniti, ci fu infatti l’entusiasmo estetizzante per l’Italia (e il cattolicesimo) come «amore conservativo per l’elemento popolare», contrapposto agli ideali rivoluzionari per l’Umanità intesa in senso utopico, tipica della Germania schilleriana e della Francia giacobina. Il Viaggio in Italia, dunque, è da interpretarsi soprattutto come fuga da tutto ciò è tedesco: «Si dovrebbe diventar subito cattolici per partecipare all’esistenza degli uomini. Mescolarsi a loro, pari a loro, una vita in piazza, in mezzo al popolo. Che gente misera, solitaria, siamo noi, nei nostri piccoli stati sovrani!».
La Germania è troppo “amletica” per Goethe: egli vuole il Fortebraccio inglese, italiano e infine americano. Proprio nell’ultima fase della sua vita estenderà la stessa insofferenza all’Europa intera, divenuta ormai una Großdeutschland, «un mondo complicato, stanco, vecchio, […] sovraccarico di tradizione spirituale e storica e minacciato infine da nichilismo». È interessante osservare come a porre le basi per l’esito nichilista sia stato lo stesso Goethe, nell’istante in cui tentò di saldare natura e cultura attraverso il vitalismo, accompagnando la repulsione per la teoria, il pensiero, l’ideale, con l’estetismo naturale, il panteismo spinoziano, il culto del genio. L’atto di fede conclusivo nel progresso non fu che il prevalere dell’istinto di sopravvivenza (che Mann riconosce come “tratto democratico”) sulla “Germania cattiva” del Kult des Todes citato all’inizio.

Riconoscere nella Germania moderna e contemporanea le stesse contraddizioni evidenziate nel saggio di Mann potrebbe apparire come un paragone indebito. Tuttavia oggi sono in atto, nel bene e nel male, sommessi tentativi di leggere la storia tedesca nella prospettiva di una prossima islamizzazione. Sarebbe facile chiamare in causa le “persianerie” del West-östlicher Divan (l’ennesimo “altrove” cercato da Goethe), ma si può benissimo rimanere a un livello meno alato: ricordiamo che fu Guglielmo II a far ricostruire nel 1898 il mausoleo del Saladino completamente abbandonato, contribuendo quindi alla rinascita del mito del sovrano vittorioso tra le masse arabe. Possiamo sorvolare sui rapporti tra Islam e nazismo (per tutta la gazzarra propagandistica messa in piedi proprio in questi anni), ma è impossibile fingere che il problema non esista. L’odierna “smania siriana” o, da una prospettiva più ampia, l’entusiasmo per un’immigrazione “rigenerante” (classico metodo anti-age tedesco, risalente appunto al Faust), puzza un po’ troppo di letterario. Oggi la Germania non è quella che Goethe avrebbe voluto, poiché quella “buona”, cioè spirituale, è totalmente impotente (non esiste nessuna egemonia culturale tedesca nemmeno come midcult), mentre quella “cattiva” è straripante: il divario è perciò sempre più pronunciato e la sopravvivenza impone nuovamente la ricerca di un Fortebraccio. La catastrofe è già annunciata, ma ci si augura almeno che in tempi in cui domina la mediocrità in tutti i campi, anch’essa si lasci influenzare dall’andazzo generale e si realizzi perciò nelle modalità le più modeste possibili.

lunedì 9 maggio 2016

Τα λερωμένα τ’ άπλυτα





Τα λερωμένα τ’ άπλυτα
[Ta leroména t’áplyta]
τα παραπεταμένα
[ta parapetaména]
μάσ’ τα και φύγε φίλε μου
[más’ ta ke fýghe fíle mu]
δεν κάνεις πια για μένα
[den kánis pia yia ména]

Κοντά σε μένα έβγαλες
[Kodá se ména évgales]
τα μπατιρήματά σου
[ta batirímatá su]
θα φύγεις τώρα και θα ιδώ
[tha fýghis tóra ke tha idó]
τ’ αποτελέσματά σου
[t’apotelésmatá su]

Κάθε Σαββάτο έβρισκες
[Káthe Savváto évriskes]
τα ρούχα σου στην τρίχα
[ta rúkha su stin tríkha]
και την αχαριστία σου
[ke tin akharistía su]
για πληρωμή μου είχα
[gia pliromí mou eícha]

Τα λερωμένα τ’ άπλυτα
[Ta leroména t’áplyta]
δε θα τα ξαναπλύνω
[de tha ta xanaplýno]
και μη σε νοιάζει στο εξής
[ke mi se niázi sto exís]
εγώ τι θ’ απογίνω
[egó ti th’apogíno]
La biancheria sporca da lavare

i vestiti sparsi per terra

raccoglili e vattene, amico mio

non sei più nulla per me


Standoti vicino mi hai lasciato

la tua sciattezza

ora che te ne vai finalmente saprò

quello che vali


Ogni sabato ti ritrovavi

i vestiti pronti

ed è la tua ingratitudine

che ho avuto come ricompensa


La biancheria sporca

non la laverò più

e d’ora in avanti non preoccuparti

di quel che sarà di me

sabato 7 maggio 2016

Il governo spende cinque milioni per tradurre un libro

«Un’impresa titanica per un’opera titanica che ha superato i millenni, accompagnando le sorti degli ebrei. È la traduzione in italiano, la prima nella storia, del Talmud, il corpus di sapienza, usi, leggi e consuetudini ebraiche compilato in epoche diverse in due luoghi differenti. […] Originale a fronte, la versione italiana del testo sacro ha avuto la sua genesi in un finanziamento di 5 milioni di euro del ministero dell’Istruzione (Miur) e nella fruttuosa collaborazione tra la presidenza del Consiglio, lo stesso Miur, il Cnr e l’Ucei, l’Unione delle comunità ebraiche italiane. Cinquanta esperti-traduttori hanno lavorato al volume, che comprende 70 pagine nell’originale del Talmud su un totale di oltre cinquemila» (P. Salom, Il primo Talmud in italiano, ecco il sapere antico degli ebrei, “Corriere”, 1 aprile 2016).
La notizia circolava già dal 2010, ma se oggi non viene presentata con titoli come “Il governo spende cinque milioni per tradurre un libro” è perché la storia della ka$ta ormai non funziona più (alcuni si sono persino accorti di come sia stata utilizzata a fini poco democratici). Si tratta comunque una cifra importante, 5 milioni di euro per cinquanta esperti-traduttori: verrebbe quasi da dire che è proprio vero che gli ebrei ci sanno fare con i soldi – ma meglio non fare questo tipo di battute, che sono soltanto offensive e per niente divertenti. Tuttavia mi permetto di riciclare la frecciata di un amico: se in Italia son servite cinquanta persone per tradurre un volume, negli Stati Uniti ne è bastata una (Jacob Neusner) per tradurre cinquanta volumi. Stiamo parlando della edizione della Hendrickson, Babylonian and Jerusalem Talmud Collection (2008–2011) che anche dal punto di vista qualità/prezzo sembra più accessibile di quella italiana (senza dimenticare il fatto che il dr. Neusner nella traduzione ha usato più volte la parola “fuck”, come commenta scandalizzato un lettore).


In ogni caso sempre il “Corriere” ci avvisa che le prime due edizioni sono andate a ruba “come solo un romanzo di Grisham” (Gli italiani conquistati dal Talmud, 21 aprile 2016). È una notizia straordinaria e commovente. A questo punto spero che qualcuno me lo regali alla prossima Hanukkah.