domenica 24 aprile 2016

Vodka e pancetta a colazione. Il rap anti-islamico in Polonia

Avrei voluto approfondire il tema del rap anti-islamico che in Polonia sembra esser diventato un genere a se stante, ma i pezzi stanno diventando troppi e parrebbe esagerato, oltre che superfluo, mettersi a tradurli tutti (alla fine gli argomenti sono sempre gli stessi). Non vorrei tuttavia buttar giù il solito temìno di pseudo-antropologia spicciola, poiché è uno dei tagli editoriali più irritanti in cui ci si possa imbattere nell’internet.

Parliamone tanto per parlare, quindi: i giovani polacchi stanno trasformando un genere musicale che in tutto il mondo celebra le gesta di spacciatori e… (solo spacciatori, alla fine) in un veicolo delle idee più reazionarie attualmente circolanti in Europa. Ciò accade per centinaia di motivi; i meno svegli sosterranno che è un sintomo del ritorno dello spirito dei Kaczyński, il quale minaccia assieme a Orbán l’unità dell’Unione Europea (o dell’eurozona, anche se loro ne sono fuori).
In realtà la maggioranza di questi artisti proviene dalla galassia ultras o della destra militante, perciò nessuno di loro si percepisce contiguo a qualsiasi “istituzione”, indipendentemente dal colore politico (non dimentichiamo poi che la polizia polacca è leggermente più cattiva di quella italiana).
Senza improvvisarci sociologi o politologi, possiamo affermare che il motivo principale per qui ciò accade è che in Polonia i comunisti ci sono stati per davvero, dunque nutrire poca simpatia per tutto ciò che è di “sinistra” non è considerato il più grave dei peccati.

Da questo punto di vista verrebbe quasi da dire, col senno di poi, che aver avuto Gomułka e Jaruzelski invece dei nostri compagni così telegenici è stato un colpo di fortuna: in tal modo si sono potuti regolare i conti col passato senza lasciare il coltello dalla parte del manico a chi avrebbe dovuto essere spazzato via dalla storia. Non è però il caso di perdersi in polemiche: ognuno ha quel che si merita. In fondo anche in Polonia esistono fenomeni di sinistrismo demenziale, ma nessuna egemonia culturale potrebbe consentire ai suoi rappresentanti di giungere alle più alte cariche dello Stato (al di là delle divisioni politiche, mi sembra si possa almeno concordare sul fatto che, affinché una qualsiasi convivenza sia ancora possibile, alcune posizioni debbano necessariamente rimanere ai margini del dibattito).

Detto questo, veniamo ai nostri paladini. L’ultimo “caso” in ordine cronologico è quello scatenato dal rapper B.A.D. e dai suoi sodali, che a causa della loro poco edificante esibizione nel video “Polski Dżihad” (un inno al “Jihad polacco”), girato nei pressi di un campo profughi, sono stati arrestati per possesso di armi e detenzione di sostanze stupefacenti:


Son cose che capitano; dopo questa retata non è assurdo credere che il mondo sia diventato un posto migliore. In ogni caso il pezzo conteneva versi memorabili come «Nadchodzącą uchodźcy, chrońcie Łodzi swoje kozy» [“Arrivano i rifugiati, Łódź proteggi le tue capre”], oppure «Wasze zachowanie i kultura rzygać się chce» [“Il vostro comportamento e la vostra cultura fanno vomitare”], per non dire del ritornello:

To jest polski dżihad,
zakładajcie bracia zbroje,
wyjdźmy wszyscy na ulicę,
bronić to co swoje.
To jest Polska, Polska, nasza Polska
i tak już zostanie
Tu się pije wódkę
i je bekon na śniadanie
Questo è il jihad polacco,
formate delle armate, fratelli,
scendiamo tutti in strada
a difendere quel che è nostro.
Questa è Polonia, Polonia, la nostra Polonia
e così deve restare
Qui si beve vodka
e si mangia pancetta a colazione

Ecco, in genere i pezzi sono tutti così (per approfondire rimando alle traduzioni di “Islamizacja” e “Imigranci”), anche se i toni sono decisamente più moderati e le accuse rivolte principalmente all’Unione Europea (paragonata all’Unione Sovietica), alla Germania (con insulti irriferibili -o forse no- alla “signora Merkel”), ai mass media, al precedente governo intriso di “tuskismo” (una forma di populismo pseudo­-europeista che italiani e greci hanno già avuto modo di apprezzare).

L’immigrato di fede islamica viene spesso definito ciapaty (dal “chapati”, tipico pane indiano) e brudas (“beduino”). Quasi nessuno fa riferimento alla propria religione, se non in senso identitario; è notevole, ad esempio, che il duo “CannabisFanatic” (sic) si esibisca in un inno patriottico con tanto di riferimento a Giovanni III di Polonia («Jan Sobieski III dziś naszym patronem» [“Giovanni III è oggi il nostro patrono”]) e al cattolicesimo («W imię Ojca, Syna, Ducha, nie “Allah Akbar”» [“Nel nome del padre del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, no Allah Akbar”]): forse aveva ragione Oriana Fallaci a identificare l’“Occidente” con tutto quello che va da Gesù alla minigonna (e viceversa); ad ogni modo questo è ciò che l’Occidente sembra essere diventato.

Il takbir, cioè il famigerato “Allahu Akbar”, è appunto un’altra ossessione di questi gruppi: «Nie chcę wychodzić na ulicę słysząc “Allah Akbar”» [“Non voglio uscire in strada per sentire urlare Allah Akbar”], canta McKubik nella sopracitata “Imigranci”. Non paia sconveniente ricordare che il primo “Allah Akbar” in lingua polacca (per la precisione “O Allach! Akbar Allach!”) echeggiò nel 1838 in un verso del poema Ojciec zadżumionych [“Il padre degli appestati”] del bardo nazionale Juliusz Słowacki. L’opera, composta a Firenze, narra la tragedia di un arabo che durante un viaggio dall’Egitto alla Siria assiste alla morte dei suoi sette figli e della moglie a causa di un’epidemia di peste: le sue suppliche a Dio sono uno dei punti più alti toccati dal romanticismo polacco. Słowacki aveva appreso la storia durante una quarantena nel villaggio di Al-Arish nel Sinai e l’aveva adattata alla sensibilità nazionale.

Valga soltanto questo come prova del cosmopolitismo dell’anima polacca, rinvigorito e accresciuto dalla fede cattolica: nonostante la lingua incomprensibile che vi si parla e il fortissimo attaccamento al “sacro suolo” dei suoi cittadini, Varsavia resta una citta internazionale ed europea fino al midollo. Di conseguenza la propensione a difendere la patria agitando un machete, fumando marijuana e andando in coma etilico è solo la degenerazione di un’egemonia culturale ben diversa dalla nostra: in modo speculare, tuttavia, noi italiani giudichiamo positivamente il fatto che le stesse abitudini vengano messe in pratica “da sinistra” (anzi, per questo ci sentiamo persino autorizzati a scagliare la prima pietra). Da tale prospettiva, verrebbe quasi da pensare che tutti questi polacchi stiano semplicemente “trollando” la dissoluzione: se davvero fosse così, meritrebbero allora un po’ di comprensione.

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