sabato 23 aprile 2016

Polaccheria


Continuerò a parlare di cose polacche per un po’, perché mi sento in colpa per aver già messo di scrivere in lingua. Mi piacerebbe soffermarmi sul motivo per cui molti italiani imparano il polacco; come mi ha scritto l’amica Katarzyna („kobieta o twarzy kota”), «Znam wielu Włochów, którzy doskonale mówią po polsku» [“Conosco molti italiani che parlano perfettamente polacco”]. Prima di proseguire, vorrei precisare che questa Katarzyna [pron. kat̪aˈʐɨn̪a, “Katashgina”] mi ha aiutato a correggere giusto qualche errore, ma non è assolutamente la mia ghostwriter (che in polacco si dice “ghostwriter”). Quando le ho mandato da rivedere il testo più lungo che ho scritto, ha subito commentato «Piszesz tak dobrze, że pewnie będą ze dwa błędy na 100 stron» [“Scrivi così bene che probabilmente ci saranno due errori in cento pagine”], e dopo la lettura ha aggiunto: «Naprawdę piszesz jak Polak, jak dobrze wykształcony Polak. Jaki mam interes w kłamaniu? Żaden» [“Scrivi veramente come un polacco, un polacco ben istruito. Che interesse avrei a mentire? Nessuno”]. 

Questo solo per specificare che resto il migliore e posso cavarmela benissimo da solo (excusatio non petita…). Certo, aver sbagliato l’aspetto di un verbo dimostra che sono ancora lontano dall’aver compreso come si indica esattamente il passato prossimo in polacco, ma del resto credo di non averlo capito nemmeno in italiano (quasi mai mi soffermo a pensare se in una frase sarebbe più appropriato usare, per esempio, “scrissi” invece di “ho scritto” – anche se privilegerei “scrivetti”). In sostanza il passato prossimo polacco dovrebbe indicarsi con un verbo imperfettivo, mentre quello remoto con un perfettivo (perché nel primo caso ci si riferisce a un’azione passata ancora in relazione col presente, mentre nel secondo a un qualcosa che si è concluso per sempre). Più facile a dirsi che farsi, in verità, anche perché esistono pure le forme iterative dei verbi…

Lasciamo perdere e vediamo quali sono i legami che uniscono i due Paesi: al di là del cattolicesimo, importantissimo ma spesso esaltato solo per metterne indirettamente in evidenza gli aspetti negativi, ci sono profonde affinità culturali consolidatesi principalmente durante il rinascimento e il romanticismo. È per altro affascinante osservare come i polacchi hanno spesso accolto le “novità” italiane adattando i valori di uno Stato che non è mai esistito come tale prima dell’epoca dei nazionalismi alle esigenze di una patria che invece è sempre stata “preesistente a se stessa”: per fare il primo esempio che mi viene in mente, lo scrittore e filosofo Stanisław Brzozowski in epoca romantica riscattò la nomea di “nichilista” che aleggiava sul Leopardi nella cultura polacca esaltando l’anima “civile e patriottica” del poeta.

Tornando alle cazzate, ho letto sulla versione polacca di “Newsweek” di un sondaggio dal quale emergerebbe che il popolo più simpatico ai polacchi è, dopo il ceco, quello italiano (seguito da slovacchi e inglesi), mentre tutta la loro ostilità sarebbe rivolta contro zingari, arabi, russi, romeni, turchi (il 37% del campione ha qualcosa da ridire anche sugli ebrei). Alla fine, penso che il merito più grande di tutto questo debba andare a Toto Cutugno e Al Bano (nonostante entrambi siano diventati putiniani). In ogni caso molte insegnanti polacche continueranno per chissà quanti anni a insegnare ai bambini “L’Italiano” e “Volare”, mentre molte madri polacche fanno ancora ascoltare ai figli i 45 giri di “Felicità” e del Piccolo Coro dell’Antoniano (cfr.).

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