sabato 30 aprile 2016

Una gang di spacciatori incastrata da Google Street View

Una gang di spacciatori incastrata da Google Street View
(Daniel Bates, Gang of heroin dealers caught after they were snapped on Google Street View, “Daily Mail”, 12 novembre 2010) 
Una banda di presunti spacciatori è stata catturata dopo che la Google Car l’ha fotografata “in azione”. La gang stava infatti spacciando eroina e marijuana davanti a un negozio di alimentari a Brooklyn, quando il conducente della Google Car li ha ripresi senza accorgersene.
L’angolo di strada dove operavano è stato quindi messo sotto sorveglianza dalla polizia, che ha arrestato i sei membri della gang dopo averli visti all’opera.
Questi sono stati tutti incriminati per vendita di sostanze illegali, assieme a un settimo componente chiamato ad apparire al tribunale penale di Manhattan.
La polizia ha iniziato le indagini dopo le numerose segnalazioni dei residenti, che lamentavano la trasformazione del quartiere in un mercato della droga a cielo aperto.
La situazione era divenuta talmente intollerabile che il proprietario di un alimentare ha dovuto chiudere il negozio dalle 7 di mattina alle 11 per non farlo diventare un punto fisso di spaccio.
«Basta fare un giro nel quartiere per accorgersi che circola un sacco di droga», ha dichiarato Jose Inez. «Non è giusto che i bambini passeggino in un quartiere invaso dalla droga».
La Google Car ha inquadrato i membri della band da diverse angolature grazie alla telecamera a 360° con cui è attrezzata. Solo dopo aver visto le immagini, la polizia ha iniziato a sorvegliare la zona.
In un video fatto da agenti in borghese si vedono gli spacciatori mettere l’eroina in una scatola di latta nascosta di fronte al negozio di alimentari (senza che il proprietario si accorga di nulla).
[…] Se è la prima volta che negli Stati Uniti Google Street View contribuisce a risolvere un crimine, in Inghilterra il servizio era già stato utilizzato in più di una inchiesta.
Un ladro di auto è stato fotografato dalla Google Car nei pressi di Derbyshire un attimo prima che una roulotte venisse rubata. L’uomo, calvo e tarchiato, era stato ripreso sul vialetto della casa dei derubati con un 4×4 verde che la polizia crede sia stato usato per trainare via la roulotte del valore di 12000 sterline. Per ritrovarlo la polizia ha divulgato proprio la foto scattata da Google.
Nonostante il suo ultimo successo, Google Street View continua a essere criticato perché darebbe agli scassinatori di appartamenti la possibilità di scegliere i propri obiettivi comodamente da casa loro.
Anche Google Earth, un servizio differente che mostra fotografie satellitari delle città, è stato accusato di aver permesso ai ladri di scoprire in quali edifici storici ci fosse piombo da rubare.

lunedì 25 aprile 2016

Ora e sempre desistenza!

Nel 1978 Furio Jesi osservava che «vi sono buone ragioni di allarmarsi […] quando in numerosi discorsi celebrativi proprio della Resistenza ricompare il linguaggio delle idee senza parole», cioè il linguaggio espressione di quella Cultura di destra che costituisce ancora «il patrimonio culturale anche di chi oggi non vuole affatto essere di destra» (cfr. Cultura di destra, Nottetempo, Roma, 2011, p. 26).

Almeno da questo punto di vista, credo che attualmente non vi siano più ragioni di allarmarsi, poiché l’impossibilità di mitizzare ulteriormente la cosiddetta “Resistenza” è stata decretata da una semplice frase dell’attuale Presidente della Camera Laura Boldrini, proferita in occasione delle celebrazioni del 25 aprile scorso:
«Molti giovani in Paesi dove non c’è la democrazia a volte osano sperare di vivere in pace e in sicurezza e prendono ogni mezzo per arrivare in un posto sicuro, avrebbero preferito stare a casa loro, ma non hanno questo privilegio: molti di loro oggi sono partigiani nel loro Paese» (cfr. “Repubblica”).
Questa frase, incredibilmente trascurata dai numerosi storici specializzati nell’argomento “Resistenza”, segna un paradigm shift che andrebbe perlomeno rilevato: la definitiva neutralizzazione del tema della lotta partigiana.

Nell’ambito della storiografia resistenziale si era già registrato, a partire almeno dagli anni ’90, un altro cambio di paradigma, originato dalla necessità di rinverdire il mito ormai minacciato dall’emergere di nuove ideologie e “sensibilità”.
Essendo cadute le discriminanti politiche (destra o sinistra sono uguali) e morali (partigiano o fascista, un assassinio è sempre un assassino), per conciliare il rifiuto assoluto della violenza e della guerra (anche a scopo difensivo) con le azioni, talvolta cruentissime, dei partigiani, si avanzò una discriminante “filosofica”, basata sul “volontarismo” di chi decise liberamentedi combattere non per la patria (ovviamente nel frattempo era caduta pure la discriminante “patriottica”), non per le idee (perché in fondo anche i fascisti erano “lettori forti”, come si dice oggi), ma, appunto, per la libertà.

Ecco perché, per fare un esempio tra tanti, il piccolo spacciatore (italiano) di quartiere poteva dichiarare che «il sangue dei partigiani è stato versato anche per la mia libertà di fumare» (la testimonianza forse val poco, ma posso assicurarvi di averla sentita personalmente). Secondo questo vago libertarismo, al quale si accodarono più o meno tutti, i fascisti erano senza dubbio “cattivi” perché avrebbero proibito le sfilate per la pace, le occupazioni scolastiche, la sessualità “alternativa”, le droghe leggere, eccetera.

Ora, a mettere definitivamente in crisi quest’ultimo paradigma giunge proprio la dichiarazione della Boldrini, che segna un punto di non ritorno nella concezione del “mito partigiano”.

La questione è in realtà molto semplice: cosa conferisce una superiorità morale a chi decide di restare nel proprio Paese a combattere rispetto a chi invece approfitta della possibilità di fuggire?
O, per dirla ancora meglio: perché migliaia di partigiani morti in Italia non fecero di tutto per rifugiarsi in massa in Svizzera o negli Stati Uniti?
Delle due l’una: o non fuggirono perché decisero di combattere (e allora gli immigrati non sono affatto odierni “partigiani”), oppure perché erano impossibilitati a farlo (e in tal modo cade l’estremo discrimine “volontaristico”, che impone la necessità di trovare un nuovo paradigma affinché la distinzione tra il partigiano e, per esempio, il soldato italiano spedito in Russia, abbia ancora un senso).

Che il cambio di paradigma non si sia tuttavia ancora verificato lo dimostra, tra le altre cose, la stucchevole esaltazione della “resistenza curda” che mal si concilia con la benevolenza accordata ai “ribelli” siriani fuggiti da una guerra che hanno contributo a scatenare.
Più in generale, osserviamo gli effetti prodotti dall’incapacità di distinguere ciò che è giusto da ciò che non lo è: una guerra civile si trasforma in pura guerra di sterminio, per il semplice motivo che una delle due parti in lotta subisce un progressivo salasso delle proprie forze (o di chi potenzialmente potrebbe combattere al suo fianco).

È nel passaggio da un paradigma all’altro che si producono genocidi, perché lo squilibrio tra forze regolari e “ribelli” rende inutile cercare una riconciliazione: tanto vale che una parte stermini l’altra, dopo aver concesso a chi non vuol combattere di darsi alla fuga (ciò fornisce addirittura un alibi morale al dittatore di turno).

Il fatto che sia considerato come minimo disdicevole porsi certi dubbi, dimostra che noi viviamo immersi in un nuovo mito, quello della Desistenza. Chi si arrende, chi abdica, chi diserta, viene considerato moralmente superiore. Il pericolo è che anche il “Mito della Desistenza” si riveli appunto come tale in meno di una generazione, e alla fine ci si accorga –per dirne una– che non provvedere nemmeno per finta alla difesa dei confini nazionali (o perlomeno europei) ha semplicemente fatto cambiare locational conflitto.

mercoledì 20 aprile 2016

Quando i serbi bombardarono Rimini

Ha destato qualche perplessità l’allarme lanciato dalla “Bild” riguardo al rischio di attentati sulle spiagge italiane (Isis: Bild, allarme attentati su spiagge Italia e Spagna, “Ansa”, 19 aprile 2016): secondo l’autorevole foglio, i kamikaze sarebbe pronti a camuffarsi da venditori ambulanti per farsi saltare in aria nelle località balneari più frequentate dai turisti (tedeschi?).

Dopo aver saggiato più volte in questi anni la proverbiale “lealtà alemanna”, viene il sospetto che se i servizi tedeschi avessero qualche sentore di un attentato in Italia, probabilmente non troverebbero il tempo di comunicarlo a chi di competenza. Non ne faccio una questione etica, è solo il loro stile nazionale, al quale appartiene anche la tendenza a stringere patti faustiani con la convinzione che ci sarà sempre un lieto fine (colpa di Goethe): è così assurdo sospettare che il Mefistofele della nostra era non sia salafita (apprezzare almeno la consonanza)?

Basterebbe osservare a quali personaggi è in mano l’intelligence teutonica: il capo dei servizi segreti internazionali, Gerhard Schindler è stato costretto ad annunciare le sue dimissioni per non aggiungere anche un attentato alla lista dei suoi fallimenti. Ricordiamo infatti che, a parte scandali personali (nel 2012 utilizzando un aereo dei servizi fece trasportare da Kabul a Berlino un tappeto acquistato da un ministro per non farlo passare dalla dogana), Schindler è stato protagonista in negativo dell’affaire NSA (gli americano hanno intercettato le telefonate della Merkel per oltre un decennio) e di tutto il disastro legato all’esodo dei profughi siriani verso la Germania.

I tedeschi dunque non posso dare troppe lezioni sulla questione sicurezza, nemmeno con la scusa del titolo a effetto (altrimenti ci costringerebbero a pensare che la rimozione di Schindler abbia avuto come scopo la scelta di un capro espiatorio da dare in pasto ai giornali). Del resto la “Bild” non è estranea a questo tipo di “allarmi”: nell’agosto del 1993 sparò a caratteri cubitali il titolo I serbi minacciano di bombardare Rimini. All’epoca ne parlò anche la stampa italiana:

«Il servizio non dice molto di più di quanto pubblicato dalla stampa italiana. La minaccia, però, è esasperata. Viene presa con la massima serietà la promessa del leader degli ultrà nazionalisti serbi, [Vojislav Šešelj]: “Se la Nato ci attaccherà dall’Italia spareremo razzi sulle spiagge adriatiche, massacreremo i turisti”. A conferma viene citato il ministro dell’Interno sloveno, Bukovnic: “Ci risulta che i serbi preparino rappresaglie contro luoghi turistici”. Segue la descrizione delle misure adottate dalle autorità italiane: “Soldati hanno eretto posti di blocco nelle più importanti città dell’Adriatico... Il prefetto di Udine ha ordinato di tenere pronte dosi di plasma e ambulanze a Lignano Sabbiadoro perché gli ospedali locali potrebbero ospitare al massimo 8000 degenti e i turisti sul posto sono 70 mila, 30 mila i tedeschi”. Su tutta la costa, aggiunge l’articolo, si trovano almeno 80 mila cittadini della Bundesrepublik. Le minacce sono quelle di salve di missili dell’artiglieria serba, raid dei Mig 29, autobombe piazzate da terroristi per far strage di bagnanti. Tutto nello stile serrato della stampa popolare» (La Bild: Bombe su Rimini, “Repubblica”, 13 agosto 1993).
Corsi e ricorsi, quindi: c’è forse speranza che la storia si ripeta anche per altri titoloni?

lunedì 18 aprile 2016

Camerata Gozzano, presente!

«La fervida e convincente e affascinante commemorazione di Salvatore Gotta riscuote unanimi e ripetuti applausi. La Principessa Maria Adelaide si congratula sentitamente con l’oratore.
Indi il signor Celestino Ferdinando Scavini ringrazia a nome della famiglia Gozzano, e legge una commovente lettera della Mamma di Guido, che non ha potuto intervenire alla cerimonia, per l’infermità che da anni la costringe in una stanza. E l’avvocato Mario Pelosino recita il poemetto gozzaniano famoso, L’Amica di Nonna Speranza, con esperta e penetrante arte di dicitore. E infine il Podestà di Agliè, signor Vezzetti, dichiara di prendere in consegna il monumento, a nome del Comune, a nome della popolazione, orgogliosa del suo figlio glorioso.
La gente s’incammina in corteo al camposanto. E davanti alla tomba, dove il poeta riposa accanto al padre suo, si svolge austero e solenne il rito fascista. Una voce chiama:
– Camerata Guido Gozzano.
E la folla, con la sua voce tonante, e i Giovani Fascisti, e le voci squlllanti degli Avanguadristi e del Balilla, delle Giovani e delle Piccole Italiane, rispondono col grido solo:
– Presente.
La tomba si copre di fiori, corone d’alloro, fiori a fasci, che si accumulano, colorati e fragranti. E cade la sera, grigia malinconica sera piovigginosa d’autunno»
(M. Bassi, Il monumento a Guido Gozzano inaugurato ad Agliè, “La Stampa”, Lunedì 23 Ottobre 1933)

sabato 16 aprile 2016

Leopardi in amarico

I curatori del sito “Leopardi.it”, nella pagina delle traduzioni de L’infinito, incappano in un buffo malinteso, confondendo AMARICO con ARAMAICO.


Si saranno probabilmente fatti suggestionare dalla passione del Poeta per le lingue antiche, tra le quali appunto l’aramaico, i cui studi emergono per esempio nel “Cantico del gallo silvestre” delle Operette morali (la fonte di molti “semitismi” leopardiani fu il Lexicon Chaldaicum Talmudicum et Rabbinicum del 1640 di Buxtorf il Vecchio, rivenuto nell’immensa biblioteca paterna).

Non che sia un errore inconsueto, dato che a molti altri sarà capitato di confonderle (le due lingue del resto appartengono alla stessa famiglia, quella camito-semitica, anche se il dettaglio è solitamente ignorato da chi è incapace di distinguerle); tuttavia l’equivoco ha generato una delle discussioni più imbarazzanti in cui mi sia imbattuto su internet: va bene, erano altri tempi (ah, il 2005...), ma all’epoca l’Italia era già piena di negozietti eritrei, dunque non sarebbe stato impossibile riconoscere tale alfabeto (in ogni caso ai tempi esisteva persino Wikipedia):


Veniamo finalmente alla traduzione: da una breve ricerca risulta effettivamente essere opera della dottoressa Elsa Berhédell’Istituto Italiano di Cultura di Addis Abeba. Il nome in alfabeto amarico della studiosa dovrebbe essere ኤልሳ በርሀ, anche se sfortunatamente non sono riuscito a trovare informazioni su questa autrice.
La sua versione sarebbe apparsa per la prima volta sul “Ragguaglio Librario” nel settembre del 1990; in seguito è stata pubblicata su diverse riviste, perciò non è possibile sapere da quale provenga la pagina scansionata da “Leopardi.it”.
Ad ogni modo, questa è!
ለእኔ አድናቆት ሆኖ የቆየው ይሀ ብቸኛ ኮረብታና…

venerdì 15 aprile 2016

Salento e Polonia, cinquecento anni di amicizia


Una felicissima scoperta il volume di Vittorio Zacchino, Salento e Polonia. Cinquecento anni di amicizia da Bona Sforza a Carol Wojtyla  (Edizioni del Grifo, Lecce, 1994), nel quale lo studioso articola l’analisi di questa straordinaria “amicizia” in sei tappe: dalla regina consorte Bona Sforza d’Aragona alle disavventure dell’umanista Giovanni Bernardino Bonifacio, dalla solidarietà salentina per la Wiosna Ludów(la Primavera dei popoli) alle truppe polacche reduci da Montecassino bloccate in Salento dopo Yalta, dalle avventure del massimo studioso vaniniano Andrzej Nowicki (1919-2011) al pellegrinaggio a Otranto di Giovanni Paolo II nell’ottobre del 1980, in occasione del cinquecentenario dell’eccidio idruntino.

Sono vicende che tutti gli italiani dovrebbero conoscere e che invece sono perlopiù ignorate. Quasi nessuno infatti sa che la regina Bona Sforza (che lo Zacchino collega al Salento principalmente per il ruolo che gli umanisti di quella terra ebbero nella sua formazione culturale), data in sposa dalla madre Isabella d’Aragona a Sigismondo I, italianizzò la corte di Cracovia portando con sé una folla di artisti, medici, scienziati, artigiani (e perfino giullari). L’allora capitale polacca si avvalse dell’opera di molti protagonisti della rinascenza, tra i quali Bartolomeo Berrecci da Pontassieve, Giovanni Maria Moscada Padova, Bernardino de Gianotis e Bernardo Zanobi da Roma, Giovanni Cini da Siena, Filippo da Fiesole, Pietro da Bari. La regina fece inoltre trapiantare in Polonia cipolle, sedani, cavolfiori, spinaci, pomodori e carciofi, ortaggi che ancora oggi vengono indicati col termine di włoszczyzna (“roba italiana”).
Al di là dell’aneddotica, è sconcertante il fatto che molte guide turistiche milanesi non siano in grado di spiegare ai polacchi in visita al Castello Sforzesco perché il Biscione compaia anche nella loro araldica. Sarebbe utile almeno ricordare il nome della sovrana della quale l’Aretino scrisse: «Voi Donna non avevate bisogno di cotesto Regno, ma che cotesto Regno aveva penuria di voi Donna».

Un’altra personalità gigantesca del periodo umanistico fu Giovanni Bernardino Bonifacio (1517-1597), duca di Oria che dissipò la sua fortuna in imprese editoriali dall’incerta sorte, e dopo aver girovagato l’Europa protestante in preda al furor peregrinandi, dal ritorno da un viaggio in Inghilterra naufragò nel porto di Danzica perdendo ogni suo avere. Per riuscire a sopravvivere si accordò con i notabili del luogo e donò i “rimasugli” (1318 volumi!) della sua immensa biblioteca itinerante al Senato della città, in cambio di un alloggio nel collegio cittadino e una pensione settimanale di un fiorino ungherese. L’unica “espressa condizione” presente nel contratto di donazione è che tali volumi non finissero mai «nelle mani e nel potere dei “diabolici”, che si fecero altrimenti intitolare falsamente gesuiti».

Passando al Risorgimento, le affinità elettive tra i due popoli hanno lasciato tracce riscontrabili a qualsiasi livello – basti solo pensare ai due inni nazionali: l’uno, quello di Mameli, in cui l’Aquila d’Austria in combutta col cosacco beve il sangue polacco assieme a quello italiano; l’altro, quello polacco, che celebra le gesta di quel generale Dąbrowski che si guadagnò il grado durante la Battaglia di Novi del 1797 agli ordini di Napoleone («Marsz, marsz, Dąbrowski, | Z ziemi włoskiej do Polski» [“Marcia, marcia Dąbrowski | dalla terra italiana alla Polonia”]).
Il capitolo dedicato alla primavera polacca è anch’esso ricco di curiosità sui rapporti internazionali tenuti dai salentini nel XIX secolo (incredibilmente più interessanti di quelli dei nostri giorni): nel 1863 il patriottico “Cittadino Leccese”, foglio nato anche con lo scopo di far sì che i concittadini di Galileo solidarizzassero con quelli di Copernico, organizzò una lotteria a sostegno della ribellione anti-russa, raccogliendo quasi quattromila lire a favore dei “poloni”. Tra i tanti gesti di solidarietà, si ricorda anche quello dello scrittore Beniamino Rossi che destinò i proventi della sua novella Emira d’Otranto ai rivoltosi di Gennaio.
Un testo introvabile citato da Zacchino è Polska korespondencia J. Garibaldiego, il carteggio polacco di Garibaldi curato da Adam Lewak nel 1932, che testimonia i contatti tra il Generale e il rivoluzionario Ludwik Mierosławski, rappresentante dei polacchi in Italia, così come la sua ammirazione per i volontari accorsi nelle campagne militari di Sicilia e Napoli.

Il quarto capitolo si sofferma invece a lungo sui “senza patria” del generale Władysław Anders, che dopo aver combattuto eroicamente a Montecassino dovettero assistere inermi alla sovietizzazione della loro patria col consenso degli Alleati. In Salento i soldati polacchi formarono delle comunità che, tra alti e bassi, lasciarono un ricordo indelebile nella popolazione (ne ho già discusso parlando dei gloriosi “alessanesi”), come testimoniano le numerose targhe votive presenti in diverse chiese del leccese.
Zacchino riporta il contributo dello scrittore Giuseppe Minnone, che ricorda la presenza delle truppe polacche nell’entroterra: «Quando si spostavano per le esercitazioni militari, inquadrati, cantavano una canzone che ricordava il tragico avvenimento [il massacro di Montecassino]: era commovente, anche se non si conosceva la lingua polacca. La parola “Montecassino” era però chiara. Al loro passaggio uscivano per strada i bambini, abituati a seguire e a precedere le bande musicali che facevano il giro del paese il giorno della festa patronale; gli adulti spiavano dalle imposte e provavano un brivido a quel toccante motivo. Molti dei Polacchi si commuovevano nel raccontarmi a gesti, suoni onomatopeici e qualche parola italiana la terribile esperienza» (p. 87).
Quella misteriosa canzone non può che essere Czerwone maki na Monte Cassino [“Papaveri rossi sul Monte Cassino”], che in Polonia fu proibito cantare almeno fino alla morte di Stalin, per minimizzare il contributo polacco alle forze Alleate durante la Seconda guerra mondiale. A tal proposito, sarebbe giusto ricordare alcune imbarazzanti testimonianze di certi pubblicisti di sinistra, che sulla stampa locale invitavano gli ospiti a tornare alla loro patria generosamente redenta dai russi (ma nel bene o nel male il Salento non è l’Emilia, e laggiù non ci fu nessun “treno della vergogna”).

Infine, gli ultimi due capitoli sono dedicati alla storia più recente: “Il Salento vaniniano di Andrzej Nowicki” ci presenta una straordinaria figura di studioso polacco ampiamente sottovalutata. La filosofia di Nowicki è un’interpretazione della storia come «complesso ed intricato intreccio di incontri tra gli esseri umani attraverso la mediazione oggettiva delle loro opere umane» (p. 101). Uno stile di pensiero intrinsecamente italico, anche se più aderente alla lezione vaniniana (e bruniana) che a quella vichiana. La descrizione dei suoi frequenti soggiorni in Salento, anche nei periodi più complessi della storia polacca (come negli anni di Solidarność, attraverso i quali secondo il filosofo «la classe operaia polacca si è trasformata da oggetto in soggetto della storia»), sono tra le pagine più suggestive del volume: «Il 27 dicembre 1966 mi trovai di nuovo a Taurisano e visitando il giardino che una volta era appartenuto ai Vanini, sentii la presenza del suo Spirito. […] Mi apparve come un ragazzo di una decina di anni, che coglieva le arance e giuocava con alcune ragazze della sua età, senza presentimento alcune del suo destino» (p. 102, la citazione proviene da La mia Italia. I miei incontri con gli spiriti viventi, “Presenza Taurisanese”, maggio 1993).

Nel capitolo “Il Papa polacco fra i salentini”, è ricostruita dettagliatamente la visita di Giovanni Paolo II a Otranto: Wojtyła ebbe modo di celebrare l’eroica Chiesa albanese al di là del mare, e la comunità parrocchiale di Lequile offrì una somma di denaro destinata agli “operai polacchi” (due gesti molto significativi in quel determinato frangente storico). Il Pontefice inoltre definì il Salento «antica terra protesa come una testa di ponte verso il Levante» e la elesse a terra d’incontro fra i figli d’Abramo.

Il libro si conclude con una esaustiva appendice e un vasto repertorio fotografico. Tuttavia la storia dell’amicizia polacco-salentina, come oggi testimoniano, ad esempio, i vari gemellaggi tra provincie e i ricorrenti ritrovi degli “alessanesi”, sembra promettere altri cinquecento anni di solidarietà e fratellanza.

Mausoleo di Bona Sforza nella Basilica di San Nicola (Bari).
Le due statue rappresentano l’Italia e la Polonia.

giovedì 14 aprile 2016

Opalenizna księżycowa

Ho provato a trovare una spiegazione al culto del vinile diffuso al limite dell’ossessione tra i polacchi.
La più plausibile è di tipo socio-economico: per lungo tempo nella Repubblica Popolare di Polonia un impianto stereo deve aver rappresentato una sorta d’investimento familiare, qualcosa che i padri trasmettevano ai figli come fosse un pezzo di eredità.
Questo dovrebbe aver ritardato la “rivoluzione” del compact disc quel tanto che bastasse per consentire all’mp3 di imporsi come formato immediatamente successivo al 33 giri. Forse sto soltanto fantasticando, però la mania esiste e non c’entra nulla con i revival attuali.

A ciò va aggiunto anche il fatto che le case polacche traboccano di dischi di musica italiana: come prova valga la frequenza con cui certi vecchi successi italiani vengono campionati da qualche giovinastro per farci un pezzo rap. Il caso più recente è quello di “6 Zer”, originalmente composto da Taco Hemingway e poi rifatto usando per base “Tintarella di luna” (in polacco “Opalenizna księżycowa”).

Mi limito a tradurre solo il refrain perché tanto sono le solite baggianate che si possono sentire in qualsiasi lingua: in ogni caso non c’è alcun accenno a Mina, e  l’unico riferimento a qualcosa di italiano è nel verso «Jakość mówi sama za siebie jak Bottega Veneta» (“La qualità parla per se stessa, come Bottega Veneta”).

Trovo che sia un esperimento interessante, i cui precedenti possono esser fatti risalire al grande Claudio Bisio (che campionò Edoardo Vianello e altri in “Rapput” e “Sapore di pinne”). 


Sześć zer, chciałbym kiedyś zrobić sześć zer
Barman pyta mnie czy polać jeszcze – bardzo proszę
Ktoś mnie pyta z kim tu jestem
Ktoś inny mnie pyta czy chcę w pysk, mówię: Bardzo proszę
Wyrastają guzy, niby Karkonosze
Jestem ateistą, ale niech mi dobry Pan pomoże
Zobaczyłem wszystko, chyba wrócę i się spać położę
Barman pyta czy chcę jeszcze - bardzo proszę
6-0, qualche volta vorrei vincere a 6-0
Il barista mi chiede se deve versarne di più – sì grazie!
Qualcuno mi chiede con chi mi trovo qui
Qualcun altro mi chiede se voglio un boccale, e io rispondo: Sì grazie
Il rumore cresce come i Monti dei Giganti [Karkonosze]
Sono un ateo, ma Signore ti prego aiutami
Ho visto di tutto, forse dovrei stendermi e dormire
Il barista mi chiede se ne voglio ancora – sì grazie

martedì 5 aprile 2016

Figure dell’Anti-italianità

Tabulae Italiae (1640) di Johannes Janssonius (1588-1664)
con miniature delle città e dei costumi degli abitanti
Secondo la sociologia, l’auto-denigrazione a livello collettivo si esprime sotto diverse forme: come xenocentrismo («preferenza per i prodotti, gli stili o le idee della cultura di qualcun altro piuttosto che della propria»), xenofilia («sensazione che la propria cultura di appartenenza sia inferiore»), allofilia («atteggiamento positivo nel confronto di un gruppo che non sia il proprio»), oikofobia («ripudio del proprio patrimonio culturale») o servilismo culturale («complesso di inferiorità interiorizzato che induce le persone a respingere la propria cultura considerandola inferiore alle altre»).

Risalire tuttavia alle radici dell’italianissimo “odio di se stessi” non è semplice: prima dei politici, ci furono i poeti a esasperare un’inclinazione che gli psicologi classificherebbero come disturbo narcisistico di massa. Sarà perché il nostro Paese è relativamente più “giovane” rispetto ad altre nazioni, dunque non può avvalersi di una mitologia delle origini che ne occulti la miseria, come è accaduto nelle lande che noi crediamo storicamente e biologicamente superiori; oppure perché il pessimismo teatrale ha avuto un ruolo essenziale non solo nel costituire la cultura popolare (pensiamo al lamento del servo come motivo costante della commedia d’arte), ma anche a piantare i semi di un’industria editoriale tutta basata sulla denuncia dell’inferiorità congenita degli “italioti”? È triste, ad ogni modo, esser passati dal castigat ridendo mores alle odierne liturgie anti-corruzione: l’anti-italianità non è più solo un genere letterario, ma un’ideologia di Stato, da quando ha preso a innestarsi sullo snobismo del ceto medio orientato a sinistra e sull’esterofilia provinciale dei reazionari da bar sport.

Nonostante sia complicato ricostruire la genealogia di questo sentimento, nella storia recente si possono comunque rintracciare alcune analogie tra la situazione attuale e l’Italia “rifondata” nel dopoguerra: per esempio, quello spirito che animava la prosa de “Il Mondo”, il rancore azionista verso gli italiani immaturi e arretrati che continuavano a votare la Dc e il Pci, pare che abbia oggi egemonizzato la grande stampa. Basta solo qualche citazione per riconoscere la familiarità con gli editoriali attuali: «La borghesia italiana è anarchica e irresponsabile, incapace di autodisciplinarsi» (U. La Malfa, L’alternativa laica, gennaio 1954); «L’italiano esercita il suo diritto di voto come se sapesse davvero cosa vuole e perché lo vuole» (P. Pavolini, Un Paese immaturo, 3 giugno 1958); «In Italia il disinteresse per la cosa pubblica e per i dibattiti morali e culturali trova sempre un terreno di rifugio e di fuga. Il nostro Paese legge meno degli altri paesi e i mezzi di informazione sono più che altrove dominati dal conformismo e dall’ossequio. […] Su un elettorato di trenta milioni di individui, ventidue milioni di voti vanno a partiti diciamo così indigeni che, ad esempio, in Inghilterra, in America, in Scandinavia, in pratica neppure esistono» (Mario Pannunzio, Ai lettori, 8 marzo 1966).

In seguito sarà un centro-sinistra frustrato a fare sua tale retorica anti-nazionale (un esempio è rappresentato dall’ultimo numero della vecchia “Unità” del luglio 2014, nel quale l’Italia soi-disant“migliore” celebrava la sua “aristocraticità” [sic!]); infine, una volta esauritosi l’interesse elettorale, essa passerà direttamente nella letteratura, diventando, come accennato, il nerbo dell’industria culturale nazionale. Tra i “capolavori” del genere, possiamo ricordare un elzeviro di Giorgio Strehler per il “Corriere” (Carissima Italia, io non ti amo più, 13 settembre 1992) in cui il maestro, dopo aver stigmatizzato «l’arroganza degli arricchiti», la «mentalità dello schiavo», la «mancanza di coraggio civile» dei suoi connazionali, invoca per essi la punizione collettiva («È questo il prezzo che si deve pagare»):
«Io non so se questo crepuscolo della ragione, in Italia, non avrà improvvisamente, alcune esplosioni. Ma so che occorrerà il peggio. Occorrerà che davvero il Sistema Italia salti in aria, concretamente. Occorrerà che i prezzi aumentino in modo vertiginoso, che l’inflazione raggiunga vertici mai visti, che le borse precipitino, che la lira venga svalutata, che la disoccupazione acceleri ancora di più la sua corsa e che altre migliaia di disoccupati trovino chiuse le porte di fabbriche e aziende, che la corruzione si mostri ancora più estesa di quel che già appare. Insomma che diventi davvero impossibile sopravvivere con la minima decenza».
Eppure Adriano VI sosteneva che «i peccati del popolo hanno origine dai peccati del clero»: non è preoccupante che gli intellettuali italiani del XX secolo non riescano ad avere la stessa indulgenza di un pontefice del XVI secolo? Talvolta, è vero, ci hanno anche provato, tanto che l’ispirazione socialista ha sempre contemplato qualche giustificazione alle miserie del popolo (almeno fino agli anni ’90): l’imbruttimento dei proletari italiani era causato da chi «gavazza nell’ebbrezza dei festini» (così L’inno dei lavoratori di Turati) e chi biasimava troppo i “peccati” alla fine rischiava di passare per destrorso.

Da questo punto di vista abbiamo delle testimonianze interessanti, come il racconto di Italo Calvino “Impiccagione di un giudice” (dalla raccolta Ultimo viene il corvo, 1949) in cui il carattere dell’anti-italiano è incarnato dal giudice Onofrio Clerici, che distingue «la razza delle persone ammodo» dalla massa degli italiani, «gentetta logora […] sempre carica di figli e di debiti e d’idee storte». Secondo il giudice, «gli italiani sono una gentucola schifosa e in Italia si starebbe meglio se gli italiani non ci fossero»; alla fine saranno gli stessi italiani a condannarlo a morte: «Onofrio Clerici, giudice, reo d’aver insultato e deriso per lungo tempo noialtri poveri italiani, è condannato a morire impiccato come un cane». Il “lieto fine” riecheggia le stragi e le vendette della guerra civile, e di conseguenza l’apologia non può essere separata dal contesto storico. Al giorno d’oggi sarebbe gioco facile affermare che gli italiani non meritano più tale comprensione perché è da tanto che non soffrono o non vengono sacrificati: come diceva Machiavelli, «li uomini sempre ti riusciranno tristi, se da una necessità non sono fatti buoni»; ma per molti italiani vale solo per i propri connazionali.

lunedì 4 aprile 2016

I polacchi di Alessano

Nell’utilissimo volume Salento e Polonia (Ed. del Grifo, 1994) Vittorio Zacchino, ricostruendo gli ancora inesplorati (ma saldissimi) legami che uniscono il sud della Puglia alla terra più “latina” dell’oriente europeo, ricorda la vicenda dei soldati che dopo aver combattuto in Italia, allorché gli Alleati diedero la Polonia in pasto a Stalin, si trovarono impossibilitati a tornare in patria.

Per impedire alla situazione di degenerare e garantire la pacifica convivenza fra le truppe e la popolazione civile, il governo polacco di opposizione residente a Londra, in accordo col generale Władysław Anders, organizzò istituti di vario indirizzo affinché gli ex-studenti potessero ottenere il titolo.

Nacquero così diverse scuole polacche, delle quali oggi rimangono come testimonianza le targhe votive che i soldati fecero murare nelle chiese a ringraziamento della Vergine di Częstochowa per il buon esito delle loro imprese militari e scolastiche.

Centinaia di questi studenti-soldati vennero dislocati nel comune di Alessano (LE), situato all’estremo del Salento. Sembra che tale comunità abbia lasciato un segno più delle altre, non solo dal punto di vista umano e sociale, ma anche culturale: ancora oggi i polacchi che soggiornarono ad Alessano a metà degli anni ’40 continuano a rinnovare il loro legame con ricorrenti ritrovi – tra i più importanti quello del 1995 per il cinquantenario e quello del 2005, che ha visto la presenza di personalità quali Szczepan Wesoły (allora telegrafista militare, dal 1994 e fino al 2003 arcivescovo responsabile per la pastorale degli emigranti polacchi, grande amico di Giovanni Paolo II), Zdzisław Eugeniusz Wałaszewski (filologo e giornalista, ex rettore dell’università polacca di Londra, deceduto nel 2008), Henri Strzelecki (co-fondatore della celebre marca di abbigliamento nautico Henri Lloyd, deceduto nel 2012) e Wojciech Narębski (geologo dell’Università di Cracovia).

Ancora oggi quei reduci vengono identificati come gli “alessanesi” (alessanscy) e ha dell’incredibile la bibliografia di cui uno studioso interessato ad approfondire il tema può usufruire. Tra i titoli segnalati a Zacchino dal professor Antonio Caloro (storico salentino venuto a mancare poco meno di tre anni fa, che nel 2005 ne pubblicò un’antologia, Gli Alessanesi di Anders), segnaliamo i più importanti: