martedì 1 marzo 2016

La brigata Benjamin

La Brigata Benjamin
Come un originale ma incredibilmente oscuro intellettuale ebreo tedesco
si è trasformato in un proficuo affare accademico
(Walter Laqueur , The Walter Benjamin Brigade, “Mosaic Magazine”, 3 aprile 2014)

L’intellettuale ebreo tedesco Walter Benjamin, nato a Berlino nel 1892, morto suicida sul confine franco-spagnolo nel 1940, resta un uomo misterioso. Tutt’altro che celebre durante la sua vita, è stato consacrato negli ultimi decenni come il più grande pensatore del XX secolo in tutti i campi, dalla filosofia alla sociologia, dall’estetica alla critica. Anche questo fatto è di per sé misterioso: tra gli intellettuali europei della metà del secolo scorso, la fama dei contemporanei e dei colleghi di Benjamin (a eccezione del filosofo della Scuola di Francoforte Theodor Adorno) continua a scemare, mentre la sua fortuna non accenna a diminuire.
Il numero di articoli e libri dedicati a questo pensatore è sconcertante; una nuova imponente biografia, Walter Benjamin: A Critical Life, scritta da Howard Eiland e Michael W. Jennings di Harvard, è solo l’ultimo titolo di un elenco apparentemente interminabile.

Come spiegare questo andazzo? Eiland e Jennings chiamano in causa il movimento studentesco degli anni ’60 e la rinascita del pensiero marxista. Ma i rivoluzionari degli anni ’60 non erano di certo grandi lettori e gli scritti di Benjamin sono come minimimo un po’ oscuri, se non totalmente incomprensibili. Quanto al marxismo, se esso fosse stato così preponderante, allora il vero eroe culturale oggi dovrebbe essere Herbert Marcuse, che una volta infatti era riconosciuto come padre della nuova sinistra e ora invece non viene neanche più nominato.

Più probabilmente, Benjamin deve la sua fama alla nascita dei cultural studies, con tutte le sotto-discipline accademiche da essi generate: post-modernismo, post-strutturalismo, teoria femminista, gender studies ecc… In questi campi, lo stile gnomico di Benjamin è un valore aggiunto, il segno esteriore di una profondità interiore che, contemporaneamente, suscita i voli più fantasiosi dell’ingenuità interpretativa.
A contribuire al fascino di Benjamin è anche la sua triste storia personale. A prescindere dalla sua tragica fine (si è avvelenato mentre era in fuga dalla Francia occupata dai nazisti), egli ha sempre rappresentato l’escluso per eccellenza, il tipo ideale dell’emarginato. Infatti, se fosse sopravvissuto, difficilmente avremmo potuto immaginarlo come un gaio soldato tra i giannizzeri accademici dei cultural studies contemporanei.

Il mio interesse per Benjamin nasce dallo studio dei movimenti giovanili tedeschi nati a ridosso della Prima guerra mondiale, dei quali è stato un figura di spicco, seppur non uno dei leader. In relazione a questo progetto ho conosciuto alcuni suoi amici della giovinezza, tra i quali, in Germania, il pioniere della pedagogia Gustav Wyneken, che fu uno dei suoi primi maestri. In Italia, ho incontrato alcuni suoi ex accoliti della redazione del giornale rivoluzionario “Der Anfang”. A Gerusalemme, il poeta e bibliotecario Werner Kraft, uno degli amici della prima ora (ma in seguito critico nei suoi confronti) e, soprattutto, Gershom Scholem, che fu il migliore amico di Benjamin e che, con Adorno, è stato il fautore della fortuna postuma di Benjamin.

Il salotto di Scholem a Gerusalemme era dominato dall’Angelus Novus di Paul Klee, un quadro che ha avuto un ruolo centrale nello sviluppo del pensiero di Benjamin e che Scholem ha ereditato proprio da lui, dopo la guerra (ora è nella collezione dell’Israel Museum). All'ora del tè in casa Scholem, prima o poi, la conversazione finiva su Benjamin: sì, era molto colto, molto letto, impegnato in diverse aree di indagini; sì, le sue idee (a partire il suo saggio più noto, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica), erano davvero originali, veri lampi di genio.
Ma, precisamente, in cosa consisteva questo genio? Benjamin ha creato una nuova filosofia della storia, ha proposto un approccio radicalmente innovativo alla nostra comprensione della cultura europea dell’Ottocento (la sua principale area di interesse), oppure ha rivoluzionato il nostro modo di pensare la modernità? Le risposte di Scholem non mi hanno convinto, così come quelle della vastissima produzione successiva.

Per alcuni il problema fondamentale è che i più importanti lavori di Benjamin sono rimasti incompiuti. Mi riferisco soprattutto al monumentale Passagenwerk, ispirato in parte all’ossessione per la poesia di Baudelaire. Il titolo si riferisce ai celebri passages del centro di Parigi, la cui massima diffusione risale, secondo Benjamin, al momento in cui la città diventa la capitale del XIX secolo. Una figura emblematica per Benjamin è quella del flâneur, l’individuo urbanizzato che vaga per le vie cittadine. Egli voleva mostrare l’influenza rivoluzionaria dell’urbanizzazione non solo sulla cultura (come è evidente nell’arte, nell’architettura e nelle nuove idee estetiche), ma sulla vita in generale. Gli approcci critici tradizionali, sia storiografici che filosofici, secondo il filosofo erano inadeguati a comprendere la nuova grande epoca del capitalismo e quel che essa aveva generato. Benjamin avrebbe forgiato una nuova teoria materialista, con tinte marxiste, per penetrare la realtà moderna.

È riuscito alla fine nel suo intento? Gli apologeti si limitano a segnalare le difficoltà che hanno tormentato la sua carriera: la sua abilitazione universitaria venne respinta; il suo progetto di creare una rivista con Brecht naufragò prima di nascere; egli inoltre non riuscì mai a trovare un impiego fisso e dovette ricorrere agli aiuti dei suoi famigliari e della sua ex moglie. Dopo il 1933 godette di un minimo sostegno da parte della Scuola di Francoforte, che aveva saggiamente trasferito i fondi prima in Svizzera e poi in America, ma questi aiuti economici non divennero mai una stabile fonte di reddito.

Supponiamo che fosse riuscito a terminare il suo grande progetto. Sarebbe stato davvero così originale? La figura del flâneur era stata già “scoperta” dai romanzi di Honoré de Balzac e altri, mentre le tematiche principali della poesia di Baudelaire erano state analizzate da diversi studiosi tedeschi, alcuni dei quali erano giunte a conclusioni non dissimili da quelle di Benjamin. Erano i passages di Parigi, con o senza Benjamin, il punto di partenza ideale per una nuova comprensione della modernità? Anche la più dettagliata biografia Benjamin, di Jean Michel Palmier, non giunge a una conclusione esauriente su questo punto (il lavoro colossale di Palmier, 1400 pagine, resta, come le opere di Benjamin, incompleto – un dettaglio che si commenta da sé).

È molto più semplice scrivere la biografia di un uomo d’azione che quella di un pensatore, e Benjamin non era altro che un uomo di “inazione”; considerando le difficoltà che questo comporta per un biografo, Eiland e Jennings meritano più di una lode. Necessariamente il loro libro si basa sugli scritti e gli epistolari di Benjamin. Tuttavia, nonostante la volontà di completezza, nel testo compaiono alcune singolare omissioni. In particolare è ignorata la figura di Asja Lācis, grande amore di Benjamin, colei che, oltre ad essere stata la causa della fine del suo matrimonio, lo convertì a una branca particolare del marxismo e lo presentò a Brecht.
Nata in Lettonia, comunista militante, la Lācis scomparve improvvisamente nel 1938 a Mosca. Anche se Benjamin probabilmente sapeva che la sua amata era stata chiusa in gulag (dove rimase per dieci anni), e anche se tale perdita ebbe sicuramente un impatto sulla sua vita e il suo lavoro, nel testo di Eiland e Jennings non compare che un riferimento sfuggevole a questo evento (forse perché non contemplato dalla corrispondenza del filosofo).

Dalla morte di Benjamin nel 1940, due temi in particolare sono stati discussi all’infinito: la natura del suo marxismo e il suo atteggiamento nei confronti dell’ebraismo. Dagli anni ’30 in poi Benjamin ha pensato se stesso come marxista e così è stato considerato dai suoi numerosi ammiratori. Tuttavia Scholem sin dall’inizio ha ritenuto l’orientamento “materialista” dell’amico non solo erroneo, ma anche ingannevole: nonostante i suoi tentativi, Benjamin non riuscì mai a far di se stesso un materialista, e chi lo descrive come tale non fa che fraintenderlo. Anche Max Horkheimer era scettico sul Benjamin “materialista”, infatti preferì considerarlo come un mistico. Invece Brecht fu molto più duro sulle “aberrazioni mistiche” del filosofo. Di recente, il critico Terry Eagleton lo ha definito “un rabbino”.

La controversia sulle idee politiche di Benjamin è semplice da risolvere. Di tutti gli intellettuali (ed emigrati) di Weimar, era forse il meno politicizzato. Leggendo i suoi saggi e la corrispondenza degli anni ’30, non si può che restare ammirati dalla vastità dei suoi interessi e dalla profondità della sua erudizione – di contro ad un completo disinteresse per la politica. Mentre il mondo andava in fiamme, Benjamin approfondiva gli stilemi della poesia di Baudelaire. Certamente odiava i nazisti e tutto quello che rappresentavano, ma dubito avesse letto molto Marx, a parte gli articoli raccolti in Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850 (e soltanto per la luce che gettano sui fatti della Parigi del XIX secolo).
Per quel che riguarda la sua devozione a Baudelaire (un arci-reazionario il cui ispiratore era Joseph De Maistre, nemico giurato della rivoluzione francese), i motivi di essa vanno cercati dappertutto tranne che nella politica. Lo stesso vale per la sua ammirazione per Proust, decisamente non una icona della sinistra, e il suo interesse per Kafka.

Simili incongruenze frustrano ogni tentativo di comprendere il rapporto tra Benjamin e l’ebraismo; anche se il tema in se stesso ha dato vita a una piccola industria culturale, raramente è stato scritto così tanto su un tema così esiguo. Il suo retroterra familiare affonda le radici nell’alta borghesia ebraica berlinese, quasi interamente assimilata. La sua profonda amicizia con il giovane Scholem ha sicuramente stimolato un interesse per l’ebraismo, ma quanto è durato questo interessamento, e quanto è stato profondo? La lettura de La stella della redenzione di Rosenzweig (interpretato come testo filosofico e non teologico) non ha avuto alcuna influenza sul suo pensiero – sicuramente non lo ha avvicinato a Dio o alla sinagoga.

Scholem, trasferitosi a Gerusalemme nel 1923, tentò per anni di convincere Benjamin a raggiungerlo presso l’Università Ebraica. Egli si trastullò per un po’ con l’idea di una visita o addirittura di un’emigrazione definitiva, ma alla fine rinunciò, nonostante la prospettiva di una carriera accademica, di amicizie importanti – e di uno stipendio.
Esther Leslie, docente di estetica politica che ammira Benjamin e storce il naso per i tentativi di Scholem di attirarlo lontano da Parigi, afferma che il filosofo non aveva alcun motivo per trovare accattivante il sionismo – o il deserto. La cultura europea era infinitamente più interessante; inoltre, non c’erano passages a Gerusalemme, e nessuna apertura verso alla modernità nel quartiere di Mea She’arim.

Il posto ideale per Benjamin era l’Europa; purtroppo, l’Europa non aveva posto per lui. Al di là delle opinioni della Leslie, se gli avesse seguito Scholem nel “deserto”, cioè nel verde e ospitale quartiere di Rehavia, avrebbe vissuto almeno un altro decennio, o forse anche due o tre in più. Invece di morire in modo miserabile sul confine franco-spagnolo, avrebbe potuto far ritorno alla sua amata Parigi dopo la guerra.
Riesco persino a immaginarlo nel 1944, seduto in un caffè di Rehavia, a parlare di filosofia con Natan Rotenstreich, di fotografia con Tim Gidal, di fisica con Shmuel Sambursky, a giocare a scacchi con lo studioso di folklore Emanuel Olsvanger, e a discutere con i tre Hans (Jonas sullo gnosticismo; Polotsky sulla linguistica; Lewy sulla filosofia greca). La maggior parte di questi studiosi appartenevano al Pilegesh (“Concubina”), una cerchia di intellettuali ebrei tedeschi presieduta da Scholem.

In un modo o nell'altro, Rehavia si sarebbe presa cura di Benjamin: probabilmente il luogo sarebbe stato un po’ noioso rispetto a Parigi, ma nulla a confronto di un suicidio in preda al panico in uno squallido hotel. E l’imponente opera dello scultore Dani Karavan nella città di frontiera spagnola di Port Bou non vale come compensazione.

Nessun commento:

Posta un commento

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.