giovedì 10 marzo 2016

Dialogo fra un Chinese e un Europeo

«Chinese – Che c’è di nuovo in Europa?
Europeo – Tutto. Dalla forma degli stivali sino a quella della società. Ed alla China?
Ch. – Nulla. Noi siamo al punto dov’eravamo cinquemila anni fa.
Eu. – Possibile! In cinquanta secoli non avete sentito il bisogno di riformare le vostre leggi, di perfezionare le scienze e le arti che sono così arretrate presso di voi?
Ch. – Presuntuoso Europeo! Confucio, il più sapiente degli uomini, non ha egli dettate le migliori leggi per tutti i climi, per tutte le epoche della società, per tutte le razze degli uomini, sieno bianchi o neri, dolci o feroci, vivaci o stupidi? Siamo noi bambini nelle scienze e nelle arti, noi che abbiamo inventato prima degli Europei la polvere da schioppo, la stampa, e che vogliate dire, anche la bussola?
Eu. – Io professo molto rispetto al vostro Confucio, ma non credo all’ottimismo delle sue leggi. Anche noi abbiamo avuto in Europa certi Numa Pompilio, Licurgo, Solone, i cui codici furono in venerazione per molti secoli, ed ormai non si leggono più che come romanzi. A questi legislatori epitetati come divini sono sottentrati altri, che senza essere tanto in voga ci hanno però dato delle leggi più adattate alla nostre circostanze. Anche noi siamo grati al monaco che inventò la polvere, al tedesco che ritrovò la stampa, al napoletano che scoprì la bussola. Ma non ci siamo fermati ad adorarli in continue estasi; siamo andati avanti, e di generazione in generazione abbiamo raggiunte nuove scoperte alle prime, ed abbiamo accresciuto i comodi e i piaceri della vita. Insomma presso di noi i progressi in ogni cosa sono tali che pare che il figlio ne sappia sempre più di suo padre.
Ch. – Tu proferisci una bestemmia. I nostri padri debbono essere venerati. Ogni loro pensiero, ogni lor opera è sacra, quindi intangibile. Non sai, o presuntuoso Europeo, che i nostri padri hanno accaparrato tutto l’umano sapere? Guai a chi ritocca una cosa antica; non può che guastarla. Compito è il circolo delle scienze e delle arti. I nostri letterati non hanno più che a rimasticare gli scritti degli antichi dotti chinesi. Essi non si attenterebbero di aggiungere uno jota alle tradizioni antiche, perché sanno che oltre essere un’empietà, sporcherebbero lo scibile umano. Il mondo è sempre andato bene, né può andar meglio. Voi, o presuntuosi Europei, sarete rimasti castigati dalle vostre stesse innovazioni.
Eu. – Oibò; anzi siamo contentissimi della nostra incontentabilità. Ogni generazione che succede monta sulle spalle della precedente e vede più lontano. I nostri padri credevano che non si potessero frenare i delitti che col torturare, inruotare, squartare gli uomini; avevano per abito un sacco ruvido, malsano, gelavano di freddo in camere mal riparate, passavano stupidamente le serate nelle taverne. Noi discendenti ci siamo fatte delle leggi umane, delle camisce, delle stufe, dei teatri. I nostri antenati credevano che l’età della ragione per un magistrato fosse quella dei sessant’anni, e che l’attività e il valore di un generale non potessero andare scompagnati dal cinto e dalla perrucca. Noi discendenti abbiamo fatto la scoperta che anche chi monta a cavallo, danza, amoreggia, può fare delle savie sentenze in tribunale, ed abbiamo avuto a’ giorni nostri de’ giovinastri di ventisei anni per conquistatori.
Ch. – Dunque voi avete rinunciato a quel dolce torpore dello spirito, a quella soave monotonia che allunga di tanto le ore del giorno e il corso della vita!
Eu. – Ciò è verissimo. Escono a centinaia libri, opuscoli, giornali che ti tolgono il sonno e fino i momenti del pranzo. Le notizie, le scoperte, sono combattute, contraddette. I letterati sono continuamente fra loro alle prese, dicon male de’ trapassati, peggio de’ viventi, ora si lodano, ora si morsicano; gli artisti si rubano i secreti, si calunniano; ma è vero altresì che il sibarismo della vita si perfeziona in mezzo a questo guazzabuglio di cose. Quegli che sa evitare questi urti, e trarsi fuori dalla folla gode d’ogni nuovo ritrovato, esulta della dolcezza sempre crescente de’ costumi, degli sforzi de’ poeti e de’ dotti nell’idear nuove composizioni, e si diverte vedendo sorgere da questo caos, per così dire, una nuova creazione.
Ch. – Mi accorderai altresì che quella irriverenza che voi avete pe’ vostri antecessori vi attenderà egualmente un giorno presso i vostri nipoti. Che bel rispetto vi preparate nella posterità!
Eu. – Anche a questo ci siamo già rassegnati. Non ce ne cale punto. Sappiamo d’essere uomini, non infallibili, soggetti a passioni, quindi ad errori; sappiamo anche che la presunzione ne accieca. Ci pare già di sentire esclamare i nostri figli: “Come! I nostri padri che si credevano giunti all’apice della civilizzazione, mantenevano aperte nelle città le fucine de’ maniscalchi, e i macelli col pericolo e ribrezzo della popolazione; non seppero chiudere in una specie di botti le fecce che dovevano vagando in aperte latrie appestare di notte le città? I nostri padri, inesorabili innovatori, non avevano ancora bandite dalle loro cucine le pentole di rame per adottare le stoviglie, né per anco banditi il pepe, il garofano, la noce moscada e tanti altri veleni dalle loro vivande? I nostri padri abbandonavano talvolta delle case eleganti per ammucchiarsi dentro osterie che avevano l’aspetto di sudici lupanari?”. Anzi per prepararmi viemmeglio alla critica de’ nostri nipoti comincio io stesso ogni mattina a guardare il mio ritratto ch’è fatto cogli abiti carrés di quattro anni fa, e a ridere della burlesca figura che faceva con quella foggia di vesti.
Ch. – Ma non vi sono fra voi degli uomini assennati, cioè delle teste fredde, ben quadrate che devote degli usi, delle istituzioni e opinioni antiche facciano ogni sforzo per mettere una diga al torrente delle novità?
Eu. – Pur troppo anche fra noi vi sono dei Chinesi; ma questi muovono più a riso che a rabbia.
Ch. – Insolente Europeo! un Chinese può mai muovere a riso? Tu manchi di rispetto al polo pià antico della terra. Voi altri Europei siete sempre stati e sarete sempre intrattabili. Addio, banderuola.
Eu. – Addio, termine». 
(G.P. [Giuseppe Pecchio], Dialogo fra un Chinese e un Europeo, “Il Conciliatore”, n. 12, 11 ottobre 1818, cit. in Il Conciliatore, cur. V. Branca, anno I, Firenze Le Monnier, 1948, pp. 192-196)

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