giovedì 3 marzo 2016

Carnalità e iconoclastia

«Un corpo nudo risolve tutti i problemi dell’universo», scrive Gómez Dávila. È una di quelle provocazioni che ti aspetti, e che fai finta di capire: l’immaginazione maschile è al contempo sia troppo debole che potente per riuscire serenamente a filosofeggiare su una femmina nuda.

Potremmo, è vero, portare tanti argomenti in difesa delle pubblicità scollacciate, delle ballerine televisive e forse anche dell’uso “espressionistico” che ne fa la pornografia, con questa ossessione per le dimensioni, il colore, la lucentezza ecc… Sapete, il barocco, la corporeità anti-gnostica, la “carnalità” delle icone, la mentalità carnevalesca e altre bellissime cose.

Eppure, nella crociata femminista contro lo “sfruttamento del corpo delle donne”, dovremmo forse schierarci per puro opportunismo dalla parte di certe “lesbicone in salamoia” (cit.) e fare i moralisti in nome di non si sa bene cosa, oppure accettare libidinosamente l’inarrestabile invasione di nudi femminili a scopo commerciale?

Le discussioni sull’argomento, oltre di essere di una noia mortale, manifestano una doppiezza morale ripugnante, la quale probabilmente nasconde una certa invidia nonché l’innominabile (ma perenne) competizione femminile. Mi riferisco, per esempio, a tutte le inutili paranoie contro le aziende produttrici di bikini che rifiutano di scegliere indossatrici con smagliature, cellulite, cicatrici e pancetta.

Ciò lascia intuire che questa crociata non nasce da un bisogno di “realtà” o “verità” (a meno di non presupporre che la fotografia rappresenti “ciò che realmente esiste” e non invece la menzogna dell’attimo che si ferma – per non dire, più banalmente, di pareidolie o illusioni ottiche) ma da un odio antico per la rappresentazione stessa.

È un tema che prima o poi vorrei affrontare in modo serio, ma al momento non sono ancora riuscito a imbastire un’analisi decente. Nell’attesa, vorrei già proporre un parallelo tra le odierne filippiche femministe e l’accusa di Giovanni Calvino all’arte cattolica: «Le prostitute nei loro bordelli sono vestite più modestamente delle immagini della Vergine nei templi dei papisti». Il femminismo come riedizione secolare dell’iconoclastia puritana?

Mi sembrerebbe blasfemo sostenere che il culto delle Madonne del Latte, decaduto durante la Controriforma anche a causa degli strali dei protestanti, sia alla fine ritornato in forma profana nella necessità di utilizzare un corpo femminile per comunicare qualsiasi messaggio. Forse un paragone meno esagerato potrebbe darsi con la Venere del Botticelli, ma inspiegabilmente questo simbolo non è mai stato messo sotto accusa, nonostante anche in esso la bellezza sia subordinata alla trasmissione di un significato pedagogico e morale. Per coerenza bisognerebbe partire dalle radici e mettere sotto accusa l’intera storia della rappresentazione, dalle incisioni rupestri a Fernando Botero. Vaste programme? Per i fanatici nulla è impossibile.

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