giovedì 24 marzo 2016

Bruxelles : la drôle de paix

(Leo Belgicus)
« Vous ne mesurez pas la violence - latente ou réelle -, la méfiance et la crainte auxquelles nous sommes confrontés dans nos rapports quotidiens les plus élémentaires. Essayez, à titre d’exemple, de demander votre chemin à un passant dans les rues de Bruxelles ; le résultat vous surprendra. Nous ne formons plus, en Belgique, ce qu’il est convenu d’appeler une société ; nous n’avons plus rien en commun que l’humiliation et la peur. C’est une tendance, je le sais, commune à l’ensemble des nations européennes »
(Michel Houellebecq, Lanzarote: au milieu du monde, I, Flammarion, 2000, p. 68)
La Belgique a certainement commis quelques erreurs dans la gestion du problème du terrorisme : le plus important est celui de le traiter comme une affaire d’ordre publique, une attitude qui jette les bases d’un Etat policier, la seule forme de gouvernement qui permet la gestion de l’ordinaire avec les caractéristiques de l’état d’exception (c'est ce qui se passe en France en ce moment). Cela ne justifie pourtant pas l’avalanche de vitupérations à l’égard de la Pauvre Belgique.
Par exemple le politologue français Gilles Kepel a déclaré au quotidien italien « Corriere della Sera » que la Belgique est un état en déliquescence (à l’instar de l’Afghanistan, de l’Irak et de la Syrie) et que la société belge est au bord de la guerre civile à cause de la division linguistique entre Flamands et Wallons... (Le stragi organizzate in Belgio perché somiglia a uno stato fallito, « Corriere della Sera », 22 mars 2016).
Un journaliste, dans le même quotidien,
renchérit: « Bruxelles est protégée comme une vieille installation de campagne (sic) ». Il aurait pu ajouter que « la Belgique est le bâton merdeux de l’Europe », comme disait Baudelaire.

C’est de la propagande, il est clair: tout peut aider à propager la nécessité de centraliser tout le pouvoir de décision dans les mains d’une oligarchie qui n’est élue par personne. Si une météorite était tombée sur Bruxelles, tout le monde aurait répété les mêmes choses.
Même si toute occasion est bonne pour invoquer « plus d’Europe », fonder une communauté sur la terreur, l’angoisse et la peur ne me paraît pas être une bonne idée : la crainte de sauter dans le métro va devenir la seule raison pour se sentir européens de cette manière.

C’est préoccupante surtout parce que nous ne sommes pas en guerre (aussi beaucoup prétendent le contraire). Il faut au moins être deux pour faire une guerre : comme dit Clausewitz, « Der Eroberer ist immer friedliebend » (Un conquérant est toujours ami de la paix). Pour citer Eric Werner (« L’avant-blog ») : « C’est la défense qui est à l’origine de la guerre, non l’attaque. C’est toujours, en effet, le défenseur qui décide s’il y aura ou non une guerre. […] Si la soumission est ce qui permet d’échapper à la guerre, l’inverse est vrai aussi: la guerre est ce qui permet d'échapper à la soumission ».
L’Union européenne a clairement montré la volonté de ne pas combattre, pour plein de raisons (lâcheté, paranoïa, incompétence, mal de vivre…) ; alors pourquoi ces conquérants continuent de taquiner l’adversaire au lieu de lui donner le coup de grâce ? Le « stragisme » sans but à un certain point peut conduire à une réaction disproportionnée.

C'est la drôle de la paix : une communauté qui refuse de résister (et le proclame en pleurant !) est continuellement invité à l’action par l’ennemi. A quoi ça sert ? Peut-être que l’expression Qualis rex, talis grex (« Tel qu’est le roi, tels sont ses sujets ») vaut également pour les ennemies. Peut-être que cette « Europe » mérite les conquérants les plus méprisables, les plus ignobles et les plus puéril de l’histoire humaine.

La Turchia finanzia l’Isis (ecco la prova)

(alphadesigner)
Finalmente abbiamo la prova che la Turchia finanzia l’Isis: la casa editrice turca, che prende il nome dalla dea Iside e pubblica anche volumi in italiano (nella collana “Quaderni del Bosforo”) ha infatti sede a Istanbul ed è difficile immaginare che non usufruisca di finanziamenti da parte di qualche turco. Se questa non è una prova che la Turchia (o addirittura l’Impero Ottomano) sostiene l’Isis, allora non credo possano essercene altre.
Ah già, stavate cercando il solito pezzo anti-turco: ma per quello non basta leggere un qualsiasi giornale italiano? Ormai viene dato per scontato che dietro al sedicente “Stato Islamico” ci siano Erdoğan e suo figlio che distribuiscono lingotti d’oro (trattandosi di un assioma, le prove non servono). Questo modo di porsi nei confronti della Turchia (in realtà un’estensione del tipico Selbsthass italiota) è un sintomo del nostro inguaribile provincialismo. Non si tratta tuttavia solo di un problema di indole nazionale, ma anche di circunstancia: la Turchia è diventata il capro espiatorio perfetto su cui scaricare le colpe dell’Italia, dell’Europa e di quello che chiamiamo Occidente. Proviamo a cercare di comprendere come è potuta nascere la “leggenda nera” attorno a uno dei nostri più preziosi alleati.

Prima di tutto, bisogna mettere in conto il risveglio della Russia non solo come potenza politica e militare, ma anche e soprattutto mediatica. L’idea di lanciare un canale anglofono come Russia Today è stata sicuramente un’ottima pensata, anche perché pochissimi russofili, nonostante lo zelo, sembrano intenzionati a imparare almeno qualche parola dell’idioma di Puškin (questo, tra parentesi, è uno dei motivi per cui si tende sempre più a mitizzare tutto ciò che accade a Mosca). Inoltre una classe politica uscita dal KGB all’occorrenza trova ancora vantaggioso rispolverare la cara vecchia disinformatsija: lo attestano le prove ridicole con cui si è tentato di collegare la famiglia Erdoğan ai “tagliagole” dell’Isis. Quella più eclatante (in tutti i sensi)  è stata una foto del figlio del presidente turco, Bilal, con due kebabbari, i fratelli Kember, spacciati dal Cremlino per miliziani del califfato (i primi ad abboccare sono stati ovviamente quelli di “Libero”).
Oltre all’apparato mediatico, la Russia in questi anni ha anche dispiegato la sua versione del soft power: come scrive “Le Monde” (15 febbraio) a proposito della provincia di Hatay, una zona contesta tra Turchia e Siria,
«Damas et Moscou n’auraient aucun mal à déstabiliser le Hatay, d’ores et déjà submergé par les réfugiés et les combattants en déroute. Transformer la région en un nouveau Donbass est à la portée de Moscou qui excelle à la fabrication de “trous noirs”, ces zones de non-droit apparues en Ukraine, en Géorgie (Abkhazie, Ossétie du Sud) et en Moldavie (Transnistrie)»

[“Damasco e Mosca non avrebbero alcun problema a destabilizzare Hatay, già sommersa da rifugiati e combattenti in fuga. Trasformare la regione in un nuovo Donbass è alla portata di Mosca che eccelle nella creazione di “buchi neri”, quelle zone di non-diritto comparse in Ucraina, in Georgia (Abkhazia, Ossezia del Sud) e in Moldavia (Transnistria)”].
Questo è il fattore aggiunto che ha consentito a Mosca di recuperare posizioni. In fondo la situazione della Siria odierna non differisce di molto da quella della Jugoslavia negli anni ’90: si tratta di una “guerra per procura” dove ogni potenza appoggia una fazione etnica o religiosa. Tuttavia ai tempi dell’intervento NATO nei Balcani i serbi non riuscirono a convincere gli aggressori che l’esercito bosniaco (appoggiato dai turchi) fosse composto da fondamentalisti e mujahideen provenienti da decine di Paesi. Entrambi i Clinton (marito e moglie) rivendicano ancora il fatto di aver impedito la nascita di un califfato nei Balcani grazie all’operazione Deliberate Force: questa è, mutatis mutandis, la stessa dottrina che Obama ha tentato di seguire su pressione del proprio segretario di stato (la signora Clinton, appunto). Quando l’iniziativa si è dimostrata essere quel che era, cioè una risposta vecchia a un problema nuovo, gli strateghi hanno giustamente scaricato la responsabilità sul più malinconico dei Nobel per la Pace. Al di là delle beghe condominiali alla Casa Bianca, l’andamento del conflitto dovrebbe tuttavia far intuire chi tra i contendenti ha tratto reale vantaggio dalla cannibalizzazione dell’opposizione perpetrata dall’Isis: è falso sostenere che la Turchia abbia in qualche modo beneficiato dell’estensione del sedicente califfato, anche in nome di corbellerie quali la “rivalsa sunnita” o il “neo-ottomanesimo” inventate a scopo propagandistico. Ripensando alla sorte dello stesso Milošević, ma anche di Saddam o Gheddafi, tornano alla mente le parole con cui don Abbondio ricordava Perpetua: «Ha proprio fatto uno sproposito a morire ora; ché questo era il momento che trovava l’avventore anche lei». Purtroppo i tempi non erano ancora maturi affinché anche questi rivoluzionari imbiancati trovassero il loro avventore, cioè uno spauracchio grazie al quale presentarsi come baluardi della pace, della laicità, del diritto, della libertà eccetera. Solamente Assad è riuscito, “miracolosamente” (si fa per dire – anche se bisogna dargli atto di una certa resilienza), a sopravvivere al crollo ignominioso del socialismo arabo, logorato e distrutto dalla pretesa di vecchi ufficiali golpisti di assurgere al ruolo di paladini del legittimismo (chi di spada ferisce…).

Il secondo motivo per cui la Turchia di Erdoğan è stata trasformata a livello mediatico in uno “Stato canaglia” è l’inadeguatezza delle istituzioni europee nella gestione del fenomeno migratorio. Anche qui, il parallelo con le guerre balcaniche è lampante (ma ancora ingannevole): la Germania riuscì a procurarsi manodopera qualificata a basso costo approfittando dei conflitti scoppiati nella ex-Jugoslavia; molti di quei profughi, pur essendo mussulmani, erano dal punto di vista culturale (e anche etnico) del tutto europei. Tuttavia oggi anche i tedeschi hanno preferito adottare soluzioni anacronistiche: se per tutto il 2015 i loro media hanno alimentato le speranze dei migranti siriani, anche con toni smaccatamente propagandistici (come l’accoglienza con applausi alla stazione), alla fine la doccia fredda di Colonia ha imposto il ridimensionamento delle pretese (molto più prosaiche dell’umanitarismo a buon mercato distribuito a piene mani: la Merkel voleva in un colpo solo risolvere la crisi demografica senza interrompere la guerra ai salari).
Non è quindi colpa della Turchia se a un certo punto centinaia di migliaia di profughi hanno deciso di muoversi verso l’Eldorado che è stato loro promesso; è falso dire che Ankara non abbia tentato di assorbire e gestire questa enorme massa umana; per fonte diretta so che molti siriani sono stati assunti dallo Stato come insegnanti o infermieri, ma chi tra di loro è appena più qualificato degli altri non ha potuto resistere alla tentazione di spostarsi nella “generosissima” Europa del Nord.
Affermare che la Turchia stia “ricattando” l’Unione Europea è pertanto un modo particolarmente vile per scaricarsi la coscienza: soprattutto noi italiani siamo gli ultimi a poter dare lezioni, visto come abbiamo deliberatamente sabotato qualsiasi tentativo di salvaguardare la frontiera meridionale dell’Unione a cui apparteniamo, pretendendo pure in cambio di ottenere solidarietà da chi ha lottato con tutti i mezzi disponibili per difendere quei confini (polacchi e ungheresi, tanto per citare).
L’immigrazione pone inoltre il problema dell’integrazione, al quale è poi collegato quello dei foreign fighters: anche qui, la Turchia viene incolpata di “lasciar passare” combattenti stranieri dirottandoli verso il sedicente Stato Islamico (sempre per la storia che l’Isis è bello, sunnita, ottomano ecc…). Ora, è da anni che invece le autorità di Ankara respingono al mittente migliaia di cittadini inglesi, francesi, belgi, tedeschi, olandesi (la lista è lunga…) perché sospettati di voler andare a combattere in Siria. Il problema è che, una volta rimpatriati, gli aspiranti kamikaze vengono spesso rilasciati per i motivi più disparati: alcuni servono da “esca” per rastrellare altri terroristi; altri invece vengono riciclati come spie o confidenti; ma una buona parte (è imbarazzante ammetterlo) viene lasciata libera di vagare per mezza Europa per senso di colpa, buonismo, vigliaccheria e tante altre meschine ragioni legate agli irrisolti problemi dell’integrazione e della gestione dell’ordine pubblico in una situazione dove il numero di stranieri è assolutamente sproporzionato rispetto a quello degli “indigeni”.

Vi sono poi molti altri motivi meno evidenti e più ambigui per cui la Turchia è finita sul banco degli imputati: uno di questi è la “mania curda” scoppiata nella galassia della sinistra radicale (cioè radical chic) che va di pari passo a un’implicita rivalutazione di quella che fino a poco tempo fa veniva chiamata “l’entità sionista”, da sempre promotrice della nascita di un Kurdistan a sua immagine e somiglianza (etnocentrico e guerrafondaio, quindi, ma anche molto attento al maquillage). In pratica i curdi sono diventati i nuovi palestinesi (mentre quelli “vecchi” sono stati dimenticati, forse relegati nelle tenebre del sunnismo accanto all’Arabia Saudita o allo stesso Isis), e la Turchia è diventata la cattivona di turno (è bastato sostituire nei volantini “sionismo” con “ottomanesimo” o roba del genere). Questa tendenza è osservabile non solo a livello collettivo, ma anche personale: quanti conoscenti che fino a poco tempo fa parlavano di Israele con la bava alla bocca oggi sono così attenti nel fare dei distinguo – alcuni addirittura si esaltano apertamente all’idea di uno Stato ebraico fantasmagoricamente anti-americano e filo-russo. Quello che più mi sconcerta in tutto questo è la necessità di avere sempre qualche nemico immaginario da odiare, previa ovviamente la riduzione dei conflitti internazionali al livello di una striscia di fumetti o di un film d’azione hollywoodiano (l’importante è che la distinzione tra buoni e cattivi sia la più netta ed elementare possibile).

Dulcis in fundo, il motivo principale per cui siamo diventati tutti turcofobi è la paura tremenda di dover combattere. Questa Europa si compiace di essere un’isola felice in un mondo violento e insensibile, ma finge di ignorare che tale singolare evenienza ha potuto verificarsi solamente grazie agli americani. Una volta che gli interessi degli Stati Uniti d’America dovessero divergere da quelli dei fantomatici Stati Uniti d’Europa, sarà difficile evitare lo scontro mettendosi a piangere, organizzando girotondi in piazza o creando hashtag accattivanti. Perciò abbiamo bisogno di ripeterci che la Turchia vuole trascinarci in guerra. Invece, ancora una volta, è esattamente il contrario: è solo grazie a questa patria immensa, l’ultima garanzia di stabilità in una delle regioni più lacerate e incandescenti del pianeta, che forse noi “europei” possiamo ancora godere di una prolungata pace.
Volendo essere il più realista possibile, mi domando da italiano come si porrebbero i miei connazionali nei confronti di un alleato infinitamente più esigente della Turchia quale è la Russia. Del resto, sempre parlando da italiano (o italiota?), continua a sfuggirmi la natura del dilemma “NATO o non NATO” col quale ci struggiamo da decenni: non vogliamo accettare il Patto Atlantico perché ci costringe a fare la guerra, ma al contempo ci rifiutiamo di abbandonarlo perché ciò potrebbe costringerci a fare la guerra. Oltre a ciò, continuiamo a biasimare quei Paesi che, per un motivo o per l’altro, prendono sul serio il loro ruolo nell’Alleanza o perlomeno esigono che venga rispettato il principio del pacta sunt servanda; mentre noi non abbiamo ancora deciso cosa fare da grandi: non è un caso che poi i nostri figli migliori vogliano diventare giannizzeri.

sabato 19 marzo 2016

Wiersze miłosne

Dovrei fare una lunga premessa sull’inutilità di dedicare versi alle donne (infatti non lo faccio più da un pezzo). Sfortunatamente la triste pratica della poesia angelicante me la porto dietro da sempre, pur sapendo che a salvaguardia della propria arte sarebbe necessario fare a meno delle femmine: essa prospera nell’hortus conclusus, e oggi è anche assediata dalla competizione per la riproducibilità avanzata – la poesia d’amore, non avendo mai posseduto un’aura, diventa inutile anche a scopo archivistico.
A meno che… (vedi sotto).

[La dedica diventa poi un rischio troppo grande da assumersi: sbarra il passo a qualsiasi illuminazione, anche a quella derivante dall’esperienza universale del fallimento. Del resto le delusioni amorose non sono meno banali delle infatuazioni. Molti poeti hanno contribuito a risolvere l’equivoco, ma ai tempi del Leopardi esso aveva ancora qualche ragione di esistere. Poi c’è stata una sorta di ricapitolazione –il crepuscolo, appunto– e uno come Gozzano ha avuto il merito di far partecipare il sensus communis del “segreto”]. 

A meno che, per riprendere il discorso, essa non torni a essere soprattutto un esercizio di raffinamento e perfezionamento del gusto e della sensibilità: non mi riferisco tanto alla mania odierna della “scrittura creativa”, ma a qualcosa di più elementare e pratico. In sostanza mi concedo ancora di scrivere poesie d’amore, basta che siano in altre lingue. Così risolvo ogni aporie, specialmente quella dipendente dal fatto che gli ultimi poeti italiani sono tutti morti negli anni ’00 del XXI secolo. Ora mi sto dirigendo principalmente verso la slavofonia, un territorio ancora inesplorato per i romantici di tutte le gradazioni (anche quelli da bacio perugina – intendo prima dell’umiliante deriva).
Mi ha suggestionato un parere di Nikolaj Berdjaev sull’assenza di romanticismo nell’anima russa (più da un punto di vista storico-culturale che etnico); i polacchi però essendo cattolici non sono del tutto insensibili alla poesia amorosa, perciò ho preferito iniziare a ovest della slavofonia, usando come basi l’immortale Mickiewicz, le opere teatrali di Wojtyła, le Sacre Scritture e le ultime novità in fatto di punk e rap.
Non ricordo più a quante ragazze le ho inviate in fotocopia; a me che cazzo me ne frega a me, tanto è tutto esibizionismo. Mi ha fatto piacere comunque di non esser stato trattato come un pederasta in spe – però riconosco il peso dell’entusiasmo degli esordi, quando si sta fondando una nuova cultura. D’altronde era inevitabile ricevere solo complimenti: allo straniero che onora la sacralità dell’idioma nazionale si concede tutto.

Mi ha fatto particolarmente piacere il parere positivo di una ragazza che ho conosciuto in carne e ossa (ci tengo a precisarlo). Dopo un’impressione iniziale che francamente non ho capito («Trochę stylistycznie wygładzimy» può voler dire anche “stilisticamente fiacco”), alla fine è arrivata l’approvazione: «To bardzo piękny i dojrzały wiersz. Mnóstwo w nim bólu, romantyczności, trochę przypomina mi Adama Mickiewicza - jego styl pisania (da się też odczuć nutę niepokoju). Jestem pod wrażeniem, że napisałęś wiersz i to po polsku».
Non c’è bisogno di tradurre, l’importante è il paragone con Mickiewicz, che era proprio ciò a cui anelavo. In ogni caso vorrei pubblicare senza traduzione proprio questa poesia, sicuramente la migliore che ho scritto finora (anche se un’altra lettrice ha accennato a errori grammaticali che la renderebbero più perfetta ancora e che dunque non è necessario correggere…).
Un dato interessante è che ogni volta che mando queste poesie via email o via Facebook nei vari box pubblicitari sparsi per internet appaiono inviti a trovare l’amore in Polonia (sembra una campagna mirata ai maschi italiani che sanno il polacco). Ciò significa che l’anima mundi cospira positivamente, il che è sempre utile. 

martedì 15 marzo 2016

La iberofonía como cuestión nacional americana


La cuestión de la iberofonía irrumpe en el debate electoral estadounidense: el candidato republicano Marco Rubio acusa al oponente Ted Cruz de no entender español, y él responde (con un fuerte acento): «Marco, si quiere, díselo ahora mismo en español, si quieres». (En el centro, Donald Trump probablemente está pensando de deportar a los dos cuando sea elegido).
Me he dado cuenta de lo importante que es la cuestión desde que mi amigo Michal Erard empezó a tuitear en español «como Jhumpa Lahiri en italiano».
Ahora sigue tuitear en español... para siempre, creo (o al menos hasta que Jhumpa Lahiri olvidará italiano). Eh, bueno, bien por él. Por otra parte, esta es una de sus previsiones para las próximas elecciones: «En el futuro, candidatos presidenciales americanos debatirán totalmente en español. Y debatiremos mexicano o cubano, cual es el mas puro».

Ritratto del Battista da giovane

(Pierluigi Battista, “La Stampa”, 12 aprile 1999)
«Qualche quesito da sottoporre a Mario Cervi, Angelo Panebianco, Vittorio Feltri e agli autorevoli commentatori che hanno sottolineato in questi giorni la persistenza di un recidivo e petulante “antiamericanismo” come chiave interpretativa dell’atteggiamento ostile nei confronti della guerra in Kosovo. Come far rientrare nel pregiudizio “antiamericano” l’esplicita perplessità espressa da Henry Kissinger sul “Newsweek” […] e la contrarietà di Colin Powell al modo di condurre la spinosa questione da parte della Albright?
[…] È possibile, inoltre, che non sia abbia voglia di chiedersi come mai, al contrario del moltissimo “antiamericani” inossidabili che anche in questa occasione hanno menato la danza suttchevolmente ripetitivo dell’antiamericanismo di maniera, molti “antiamericani” di ieri, e che magari nel 1991 portavano le loro figliolette in spalla a piazza San Pietro per protestare contro la guerra yankee in Iraq, si siano improvvisamente risvegliati fervidi “filoamericani”?
[…] L’antiamericanismo classico stavolta c’entra ben poco. C’è ovviamente da essere grati agli Stati Uniti d’America per essere stati dalla parte “giusta” per ben due volte consecutivamente, contro il nazismo prima e contro il comunismo poi. Ma sarebbe un filoamericanismo di tipo squisitamente statistico quello che fosse costretto a dire che non c’è due senza tre, che dunque gli Stati Uniti d’America hanno ragione per definizione, e che perciò chi nega questo principio è affatto da un inguaribile antiamericanismo. Proposta finale: evitare l’anatema “antiamericano”. Dimostrare di avere ragione in questa specifica circostanza e non pretendere di avere ragione solo per essersi schierati con chi ha avuto ragione nel passato (e lunga vita agli Stati Uniti d’America)».

(Pierluigi Battista, “La Stampa”, 13 aprile 1999)
«L’etica è un’ottima cosa. La sovreccitazione etica, invece no: è pessima. Con l’enfasi emotiva sulla guerra “umanitaria” si corre infatti un duplice pericolo. Da una parte la paradossale esaltazione della guerra come sola igiene “morale” del mondo, trasfigurazione bellica della nobile figura del vendicatore universale che porta il suo messaggio armato dovunque si verifichi una violazione nella sfera dei “diritti”. […] Mario Vargas Llosa, sostenitore appassionato dell’intervento Nato sul “País” e su “Repubblica” scrive che “i paesi democratici hanno l’obbligo di agire” ovunque e sempre contro chiunque calpesti i diritti: senza timore di violare la sovranità di uno Stato in base al (discutibile) dogma della “ingerenza umanitaria”.
Il secondo pericolo deriva dal fatto che il richiamo magniloquente all’assolutezza dei principi […] richiede una coerenza altrettanto assoluta nei comportamenti. Se si trattasse di una guerra “normale”; sarebbe meno imbarazzante la risposta al quesito che frequentemente ma comprensibilmente risuona da più parti: “Perché in Kosovo e non nel Kurdistan o nel Tibet?”. La guerra “normale” contempla infatti un sistema di priorità dettate dal realismo politico […]. La guerra “etica” no, non può ammettere che i principi così ampollosamente proclamati valgano in un caso e non in un altro […]».

(Pierluigi Battista, “La Stampa”, 14 aprile 1999)
«Questa guerra appare ogni giorno di più come un conflitto irriducibile tra il troppo grande e il troppo piccolo. Il troppo grande di una guerra che si carica di un compito “etico” (“le bombe a fin di bene”, come scrive con amaro sarcasmo Ida Dominijanni sul “manifesto”). Il troppo grande di un assetto che […] obbligherà ben presto a cedere quote di decisionalità dello Stato nazione a organismi o istituzioni sovranazionali.
[…] Si deplora la deriva “micronazionalista”, il rinculo “etno-religioso” (Paolo Rumiz su “Repubblica”), […] il localismo psicotico come antidoto al “mondialismo” americano, e così via. Si deplora e si stigmatizza in generale. Ma poi va quasi sempre a finire che, quando si passa dal generale al particolare, il bersaglio delle preoccupazioni “interventiste” diventa la neomitologia serba.
Ma che dire se la stessa “nevrosi identitaria”, la stessa etno-religione a sfondo mitologico, il feticcio della micronazionalità vengono condivisi anche dagli alleati della Nato? Se al richiamo pericoloso della “Grande Serbia”, scrive con giustificata apprensione Guido Caldiron sul “manifesto”, si contrappone “automaticamente l’idea di una Grande Albiania che si costituirebbe a partire dalla resistenza armata kosovoara? A parte le numerose e concordi analisi sulla cospicua presenza, tra i clan rivali in cui è suddiviso l’Uçk di poderose infiltrazioni mafiose, a parte l’influenza esercitata sui guerriglieri dell’Uçk alleati dei “mondialisti” della Nato di una fazione marxista-leninista che si ispira direttamente alla luminosa dottrina democratica dello scomparso leader albanese Enver Hoxha […] La guerra, si sa, impone di avere per amico il nemico del nemico. Basta non spacciarla per amicizia “etica”».

(Pierluigi Battista, “La Stampa”, 15 aprile 1999)
«Interpellato da “Repubblica” sulla missione degli alpini al confine tra l’Albania e la Jugoslavia, il ministro Piero Fassino ha assicurato che i militari italiani, per carità, non vanno a “fare la guerra”. Curiosa rassicurazione, visto che di solito un militare di un Paese in guerra va in una zona di guerra proprio per fare la guerra. Ma nonostante il fervore etico che anima i sostenitori dell'intervento militare, resta fortissima la propensione a cancellare la guerra dall'immaginazione collettiva rimuovendone virtuosamente la spietatezza e la brutalità. Non è solo ipocrisia. È soprattutto difficoltà ad accettare l'idea che stare dalla parte del Giusto e del Bene, come proclamano i fautori della “eticità” dell'intervento Nato contro il “nuovo Hitler”, comporti anche sofferenze, morte, violenza, panico, sangue. Perciò nel discorso pubblico sulla guerra resta soltanto la figura emotivamente schiacciante e terribile di un popolo di inermi in fuga, […] che sembra vittima di qualcosa di indicibile e disumano, di un cataclisma naturale, di un nemico che è l'incarnazione stessa del Male, di un fanatismo etnico abominevole. Di tutto, tranne che di una guerra. C'è un tratto profondamente italiano in tutto questo, […]. È soprattutto il richiamo simbolico a un carattere nazionale naturalmente incline, come ha detto D’Alema, alla “solidarietà”, l'idea che l'italiano dal cuore d’oro primeggi senza rivali nella corsa commovente al soccorso e all'ospitalità, allo spontaneo altruismo che cova invisibile nei precordi di un popolo accusato di essere egoista e insensibile alla cosa pubblica ed esplode in lacrime nell'emergenza “umanitaria”. È la retorica definita dal Foglio come il “bravogentismo degli italiani”, l'idea che gli italiani diano il meglio di sé nelle trasmissioni congiunte di Bruno Vespa e Maurizio Costanzo dove le immagini della guerra sono trasfigurate in una gara di beneficenza. Il problema è che si è scelto di fare la guerra, non solo la solidarietà. Dov’è la guerra “vera”? E l'ipotesi che i “soldati dell’Alleanza” si impegnino “su un terreno impervio e ostile in imboscate, azioni di sabotaggio, uno stillicidio di piccole battaglie con morti, feriti, devastazioni”, come lucidamente viene detto da Stefano Silvestri in un'intervista all’“Unità”? Guerra “degli altri”. A noi spetta la “solidarietà”»

(Pierluigi Battista, “La Stampa”, 18 aprile 1999)
«Su “Repubblica” David Grossman suggerisce l’ipotesi che ad alimentare l'assurda comparazione tra Milosevic e Hitler, tra le stragi in Kosovo e la Shoah, contribuisca un irrefrenabile “bisogno umano di catalogare, paragonare, mettere in relazione gli eventi”. Tuttavia, più che da smania classificatoria la reiterata propensione comparativa che è esplosa nelle argomentazioni “interventiste” per la guerra “etica” nel Kosovo appare come una risorsa psicologica cruciale per giustificare sia l'eccezionale spiegamento di forze militari nell’ex Jugoslavia, sia l'eccezionale carico di indignazione cresciuto attorno a crimini ignorati o misconosciuti in altre parti del mondo. Perché proprio adesso? E perché proprio qui? L'argomento geo-politico tradizionale non avrebbe difficoltà ad ammettere che proprio “adesso” e “qui” vengono messi in discussione interessi ed equilibri fondamentali secondo una logica ispirata alle leggi del realismo politico. Ma l'argomento “etico” che conferisce un'urgenza ideale e morale in un intervento militar-umanitario vissuto come la manifestazione di un Ordine Giusto non ammette questo genere di argomenti e non può che rispondere che “qui” e “adesso” l’orrore è più orrore di altri orrori, che qualcosa di intollerabile abbia reso indilazionabile un “fare qualcosa”, qui e ora, per mettere fine al massacro. Perché proprio adesso? E perché proprio ora? Ma perché c'è un nuovo Hitler, risponde infatti Mario Pirani su “Repubblica” a Pietro Ingrao che sul “manifesto” aveva avanzato quei quesiti. E se c’è un nuovo Hitler è ovvio che non si può essere troppo schifiltosi e bisogna intervenire al più presto e con la massima determinazione chirurgica. Se c’è il nuovo Hitler ogni altra sofferenza viene ridimensionata o comunque ricondotta a necessario prezzo da pagare per liberare il mondo dalla nuova incarnazione del Male. […] Come sostiene Lucio Caracciolo nell'editoriale che apre il numero speciale di “Limes” dedicato all'Italia in guerra, il paragone Kosovo come Auschwitz svela un aspetto preoccupante: “La perdita di controllo delle categorie semantiche è purtroppo il sintomo della nostra bancarotta strategica”. La sensazione di condurre una guerra santa contro il “nuovo Hitler” è il velo che impedisce di vedere gli effetti di quella catastrofica “bancarotta strategica”»

(Pierluigi Battista, “La Stampa”, 5 maggio 1999)
«Scrive K.S Karol sul “manifesto”: “Oggi la richiesta di Goldhagen di radere al suolo la Serbia è pubblicata dal solo quotidiano di sinistra del Regno Unito”, che poi sarebbe il “Guardian”. Daniel Goldhagen è lo storico che in un saggio molto controverso intitolato I volonterosi carnefici di Hitler ha surrettiziamente reintrodotto nel dibattito culturale la micidiale categoria della “colpa collettiva”, interpretando l’intera vicenda storica tedesca come una sequenza di passi preparatori culminata nello sterminio degli ebrei. Ma con la guerra del Kosovo Goldhagen si è segnalato per aver dapprima su “New Republic” e poi sul “Guardian” trasferito il suo “metodo” storiografico sulla Serbia, non solo ipotizzando l'identità morale tra il popolo serbo e il dittatore Milosevic ma anche esortando i troppo teneri di cuore a non immalinconirsi troppo sui civili serbi bombardati a Belgrado, complici del tiranno. Ora Goldhagen, suscitando il comprensibile sconcerto di Karol, fa un passo ulteriore e stira allo spasimo l’analogia storica per dire che non sarebbe affatto male se anche la Serbia, come è accaduto per la Germania (e il Giappone), venisse sottoposta d’autorità a un congruo periodo di “rieducazione” democratica, suggerendo l’idea che una drastica umiliazione storica inflitta alla sovranità di quello Stato, lungi dall’alimentare velleità revanscista, sarebbe pedagogicamente utile per levare un po’ di grilli dalla testa dei volonterosi carnefici di Milosevic. Lo straordinario fervore bellico di Goldhagen ha il merito di mettere in evidenza il sottinteso ideologico della pretestuosa equazione Hitler = Milosevic abbracciata dai sostenitori dell'intervento “umanitario”. E Karol ha buon gioco a smontare l’equivalenza tra “deportazioni e genocidio” che tra l'altro ha come esito un’ambigua “relativizzazione” del nazismo.
Colpisce piuttosto l’adesione alla “soluzione Goldhagen” del Foglio, il giornale che con più nettezza si è impegnato nell’impervio tentativo di separare le sovreccitate motivazioni etico-ideologiche della guerra da quelle pragmatiche e geopolitiche per “impedire a Milosevic di minacciare la stabilità in Europa dopo dieci anni di provocazioni intollerabili”. Ma la “soluzione Goldhagen”, con la sua smisurata pretesa iper-giacobina di distribuire ex cathedra vizi e virtù sull'intero pianeta e di ridisegnare la carta del mondo secondo una visione manichea del Bene e del Male, rappresenta la prova più eloquente dello sfrenato ideologismo a sfondo eticizzante che sta alla base di un intervento militare dai contorni “geo-politici” sempre più problematici. Far coincidere politica e morale nelle strategie internazionali è straordinariamente pericoloso, ma identificare politica e pedagogia porta soltanto alla febbre giacobina della “rieducazione democratica”»

domenica 13 marzo 2016

Annichilirsi meno, annichilire tutti (al Papa Francesco)

(La Boca, Argentina)
Ah già, il Papa Francesco: son passati 3 anni, è vero. 13 marzo 2013: 3-3-3 (evitare la tentazione di moltiplicare per due). Molti conoscenti hanno sospeso il giudizio, preferendo affidare l’ardua sentenza ai posteri; alcuni hanno persino espresso apertis verbis il desiderio che Bergoglio si tolga di mezzo il prima possibile – ma solo per permettere una visione più obiettiva del suo magistero (ovviamente). Ma no, dai… In realtà nessuno di loro vorrebbe scoprire se Francesco ci è o ci fa, cioè se sconta un certo entusiasmo senile che a volte fa straparlare oppure se, come dicono gli americani, ha una agenda. Anch’io, rispetto a tale problematica, ho fatto epoché; ciò non m’impedisce però di valutare gli effetti che tale pontificato sta avendo sulla società (evitando, per quanto possibile, di giudicarlo in sé).

Il primo, funestissimo, è che Papa Francesco è riuscito a far diventare anti-progressiste ampie porzioni dell’intellighenzia occidentale che per odio invincibile verso il cattolicesimo non potrebbero mai accettarne la “linea”, neppure se ne rispecchiasse interamente i desiderata. È una situazione pericolosa trovarsi con un pontefice ansioso di mostrarsi “campione di progressismo”, poiché ciò potrebbe favorire l’accelerazione improvvisa di quel processo di sdoganamento della destra (che in questi anni è già stato avvantaggiato, tra le altre cose, dalla crisi economica).
È una conseguenza che possiamo osservare semplicemente sfogliando un quotidiano: se alcuni capi di Stato, magari in odore di massoneria, se ne infischiano allegramente delle “belle parole del Papa” senza essere redarguiti nemmeno dal più infimo rappresentante del quarto potere, è perché di fronte al precetto anti-cattolico non c’è progressismo che tenga (inoltre Bergoglio sfida continuamente la sinistra a prendersi sul serio, una cosa che irrita quelli sinceramente convinti che le opere di misericordia valgano giusto un comizio in piazza o una chiacchierata da salotto).

Il secondo effetto, collegato al primo, è che il pontificato di Francesco è il più politico degli ultimi decenni: così Bergoglio rischia di trovarsi costretto a contare le proprie divisioni (e magari a dar ragione alla battutaccia di Stalin). In realtà non ci sarebbe nulla di male in questo: anche se il Vaticano è la nazione più piccola del mondo, potrebbe comunque far valere il proprio peso come San Marino, il Lussemburgo o il Brunei. Non potrebbe tuttavia godere del credito spirituale attribuitogli da una parte consistente dell’umanità; d’altronde già si notano le conseguenze di questa contaminazione tra religione e politica sia nel fenomeno a cui ho accennato poche righe fa (lo spostamento a “destra” dell’opinione pubblica) sia, per fare un esempio recente, nell’effetto controproducente prodotto dall’ingerenza pontificia nelle elezioni americane che ha avvantaggiato il candidato repubblicano più estremista (il quale ha tutto il diritto di essere “cristiano” nelle modalità che preferisce, in base a presupposti peraltro stabiliti dallo stesso Francesco...).
Potrei sbagliarmi, ma mi sembra che nei confronto del “regno di Cesare” questo Papa mantenga lo stesso atteggiamento di Karl Barth, il quale disprezzava il potere mondano a fasi alterne: da una parte chiamava alla crociata contro i nazisti e dall’altra invocava una moratoria verso il comunismo perché Stalin si trovava a combattere contro “potenze più potenti delle altre” (cioè gli Stati Uniti e il Vaticano).

Infine, l’effetto più minaccioso ma meno evidente (e forse talmente enigmatico da non poter essere ancora compreso) è il supporto teologico che Francesco offre ad alcune istanze mondane, in particolare a quelle che chiedono al  cattolicesimo di togliersi di mezzo. È vero, come abbiamo detto, che la deriva “lussemburghese” è ormai in atto, ma ciò non impedisce che prima della politicizzazione completa il Vaticano non possa sfruttare fino all’esaurimento la sua autorità per “consacrare” qualsiasi cosa (si è visto, per esempio, come leggendari miscredenti si siano avventati sulla Laudato si’ solo per dare una base dogmatica all’ecologismo). Tale atteggiamento diventa pericoloso quando attraverso di esso si giunge a sacralizzare il nichilismo.

In fondo la posizione che il “mondo” mantiene nei confronti di ogni pontefice da tempo immemorabile è piuttosto semplice: finché un Papa contribuisce all’auto-sabotaggio, è giusto appoggiarlo. Così facendo si finge però di ignorare che un Kulturkampf condotto dall’interno, usando le stesse armi del “nemico”, assume su di sé una sorta di investitura divina. Questo, a lungo andare, contribuisce a corrodere la legittimità anche di poteri (come quello mediatico) che si sentono immuni da qualsiasi contestazione. Il giochetto di chiedere a un Papa di distruggere la propria Chiesa (o, più in generale, a un potere di autolimitarsi), non porta a una maggiore libertà o indipendenza, ma alla situazione paradossale in cui chi comanda è colui che è riuscito ad annichilire tutti gli altri senza tuttavia distruggere completamente se stesso.

sabato 12 marzo 2016

Chicago di giorno

La Chicago violenta è tornata in prima pagina: tra gennaio e febbraio sono state ammazzate 102 persone (il doppio del 2015) e le sparatorie sono salite da 217 a 467 (Homicides soar in Chicago, marking the deadliest start to a year since 1997, “LA Times”, 1 marzo 2016).
Il primo imputato per l’impennata di violenza è chiaramente il “First Jewish Mayor” Rahm Emanuel, già finito nell’occhio del ciclone per l’indulgenza nei confronti della brutalità poliziesca; nonostante abbia tentato di spacciarsi come “afro-americano”, la popolazione nera comincia seriamente a odiarlo: suo figlio è stato rapinato davanti casa e un suo assistente (di colore) è stato aggredito con insulti antisemiti (evidentemente non rivolti a lui). Il timore è che in Chiraq esploda il rinomato odio anti-ebraico dei neri americani, anche se pure le riviste filosemite accusano il sindaco di aver fallito: «Since taking office in 2011, Emanuel has faced a mountain of criticism for controversial political moves, including the closing of nearly 50 schools in minority neighborhoods, fighting with the Chicago Teachers Union, and possessing what critics perceive as a gruff and arrogant style of governing» (Chicago is burning, “Forward”, 24 dicembre 2015).
Per capire meglio cosa sta accadendo nella capitale mondiale degli omicidi da arma da fuoco, siamo andati a fare un sopralluogo; anzi, col cazzo che ci siamo andati, scusate: forse faremo un viaggio verso i cinquanta (non è plurale maiestatis, sto parlando di me e del mio amico immaginario), quando sarà tutto passato perché i negher si saranno sterminati tra loro (del resto l’industria discografica americana fa di tutto per fomentare bambini-soldato promuovendo generi come la drill music, una forma di rap oscura e fatalistica che impone come valori lo spaccio e le sparatorie – per carità, queste cose esistono sin dai tempi di Bertram dal Bornio, ma bisognerebbe capire chi sono oggi i nuovi committenti feudali).
Quindi abbiamo preferito fare un giro solo su Google Street View senza una destinazione precisa: dalla nostra fondamentale ricerca sociologica è emerso che Chicago è soprattutto negher che nascondono i ceffi di fronte a una telecamera, camminano a torso nudo per strada, si pestano, spacciano, raccolgono rottami. Forse è tutta l’America a essere così: come recita il rapper King Louie, «My city influenced my country» (“Live and die in Chicago”). Le gang di strada, la violenza domestica, gli arresti domiciliari violati… È questa l’America che abbiamo imparato ad amare? Come scriveva Daniil Charms: «Adesso da noi, adesso qui da noi… Io dico da noi qui negli Stati Uniti, negli Stati Uniti d’America, negli Stati Uniti d’America, qui, da noi… capisci dove?».

venerdì 4 marzo 2016

L’iconoclasme mis à nu

L’Icône et la Vérité


Nombreux sont les catholiques qui ont développé une sorte de iconoclasme soft : ils sont ceux qui dès que voient une église à peine plus solennelle d’un cube de béton armé, le définissent « une cathédrale dans le désert ». Cette inquiétude naît de la crainte que tout ce qui n’est pas « intérieur » peut empêcher la méditation (mais qu’est-ce qu’ils auraient dit en présence de la version originale du chemin de croix ?). Cette obsession est un signe de misère spirituelle : l’intériorisation peut induire à penser que nos rêveries aient quelque chose à voir avec la vérité. Mais sans un rite le plus grossière, et une icône la plus laide, comment est-ce qu’on peut donner un contenu véridique à la foi ? Il serait intéressant d’enregistrer les réactions du cerveau d’une personne en prière devant quelque chose plutôt que rien.
Les catholiques pseudo-iconoclastes en définitive ignorent non seulement leur foi mais également leur histoire. Nous conseillons de relire les paroles par lesquelles Saint Jean Damascène a défendu le culte des saintes images contre l’empereur iconoclaste Léon III l’Isaurien : « Ce n’est pas la matière que j’adore mais le créateur de la matière qui, à cause de moi, s’est fait matière, a choisi sa demeure dans la matière. Par la matière, il a établi mon salut. En effet, le Verbe s’est fait chair et il a dressé sa tente parmi nous… Cette matière, je l’honore comme prégnante de l’énergie et de la grâce de Dieu ».
Plus récemment, on peut lire avec profit certaines pages du théologien orthodoxe russe Paul Florensky consacrées à l’iconostase (Ikonostas, 1922 ; texte original en russe ; traduction en français) :
« Иконостас есть граница между миром видимым и миром невидимым, и осуществляется эта алтарная преграда, делается доступной сознанию сплотившимся рядом святых, облаком свидетелей, обступивших Престол Божий, сферу небесной славы, и возвещающих тайну. Иконостас есть видение. Иконостас есть явление святых и ангелов — агиофания и ангелофания, явление небесных свидетелей, и прежде всего Богоматери и Самого Христа во плоти, — свидетелей, возвещающих о том, чтó по тý сторону плоти. Иконостас есть сами святые. И если бы все молящиеся в храме были достаточно одухотворены, если бы зрение всех молящихся всегда было видящим, то никакого другого иконостаса, кроме предстоящих Самому Богу свидетелей Его, своими ликами и своими словами возвещающих Его страшное и славное присутствие, в храме и не было бы.
По немощности духовного зрения молящихся, Церкви, в заботе о них, приходится пристраивать некоторое пособие духовной вялости: эти небесные видения, яркие, четкие и светлые, отмечать, закреплять вещественно, след их связывать краскою. Но этот костыль духовности, вещественный иконостас, не прячет что-то от верующих — любопытные и острые тайны, как по невежеству и самолюбию вообразили некоторые, а, напротив, указывает им, полу-слепым, на тайны алтаря, открывает им, хромым и увечным, вход в иной мир, запертый от них собственною их косностью, кричит им в глухие уши о Царствии Небесном, после того как оказались они недоступными речи в обыкновенный голос. Конечно, этот крик лишен всех тонких и богатых средств выразительности, которыми обладает спокойная речь; но кто же виноват, если последнюю не только не оценили, но и не заметили ее, и чтó остается тогда, кроме крика. Снимите вещественный иконостас, и тогда алтарь, как таковой, из сознания толпы вовсе исчезнет, закроется капитальною стеною. Но вещественный иконостас не заменяет собою иконостаса живых свидетелей и ставится не вместо них, а — лишь как указание на них, чтобы сосредоточить молящихся вниманием на них. Направленность же внимания есть необходимое условие для развития духовного зрения. Образно говоря, храм без вещественного иконостаса отделен от алтаря глухой стеной; иконостас же пробивает в ней окна, и тогда через их стекла мы видим, по крайней мере можем видеть, происходящее за ними — живых свидетелей Божиих. »

[« L’iconostase est la frontière entre le monde visible et le monde invisible, et cette barrière d’autel se réalise, se fait accessible à la conscience grâce à l’assemblée des saints, la nuée des témoins entourant le trône de Dieu, sphère de la gloire céleste, et proclamant le mystère. L’iconostase est une vision. L’iconostase est la manifestation des saints et des anges, l’hagiophanie et l’angélophanie, la manifestation des témoins célestes - et en premier lieu de la Mère de Dieu et du Christ lui-même dans sa chair – des témoins proclamant la réalité de l’au-delà de la chair. L’iconostase, ce sont les saints eux-mêmes. Et si tous les fidèles qui prient dans l’église étaient suffisamment remplis de l’Esprit, si la vue de tous les fidèles était toujours voyante, il n’y aurait pas dans l’église d’autre iconostase que Ses témoins se tenant devant Dieu lui-même, et proclamant par leurs visages et leurs paroles sa redoutable et glorieuse présence.
Mais la vue spirituelle déficiente des fidèles oblige l’Église, par souci pastoral, à chercher un remède à l’indolence spirituelle : il lui faut retenir ces visions célestes, claires, nettes et lumineuses, les inscrire dans la matière et fixer matériellement leur trace par la couleur. Mais cette béquille spirituelle, cette iconostase matérielle ne cache pas aux fidèles d’étonnants et profonds mystères comme l’ignorance ou l’orgueil l’ont fait imaginer à certains, mais au contraire elle leur indique, à ces demi-aveugles, les mystères de l’autel, elle leur révèle, à ces boiteux et ces infirmes, l’entrée d’un autre monde qui leur est fermé par leur immobilisme. Elle crie à leurs oreilles qui ne veulent pas entendre l’existence du Royaume de Dieu, elle le leur crie parce qu’ils sont restés sourds à la voix qui parlait normalement. Bien sûr, ce cri est dépourvu de toute subtilité et de toutes les ressources de l’expression dont dispose le langage ordinaire et paisible, mais à qui la faute si ce dernier non seulement n’a pas été apprécié, mais n’a même pas été remarqué ? Que reste-t-il alors d’autre que le cri ?
Ôtez l’iconostase matérielle et le sanctuaire en tant que tel disparaîtra complètement de la conscience de la foule, et sera fermé par un mur immense. L’iconostase matérielle ne remplace toutefois pas l’iconostase des témoins vivants, elle ne se substitue pas à eux, elle les montre pour concentrer l’attention des fidèles. Concentrer son attention est indispensable pour développer sa vue spirituelle. Pour parler en images, l’église sans l’iconostase matérielle est séparée du sanctuaire par un mur aveugle : l’iconostase y perce des fenêtres et alors, à travers les vitres, nous voyons ou tout au moins nous pouvons voir ce qui se passe derrière elles : nous pouvons voir les vivants témoins de Dieu. »]
*
L’iconoclasme mis à nu


« Un corps nu résout tous les problèmes de l’univers », écrit Nicolás Gómez Dávila. C’est une de ces provocations qu’on fait semblant de comprendre. On pourrait apporter, c’est vrai, un soutien en invoquant le baroque, la corporéité anti-gnostique, la charnelité des icônes, la notion de carnavalesque et tout ça. Mais à l’égard de la croisade féministe on ne sait pas quel camp choisir, si faire les chantres de la morale (sans savoir au nom de quelle morale) ou accepter pleinement l’exploitation du corps féminin à des fins commerciales.
Il y a beaucoup d’idéologie dans le débat ; l’ancienne haine iconoclaste s’est habillé de neuf, mais dans les tirades féministes résonnent les anathèmes de Jean Calvin : « Les putains seront plus modestement accoutrées en leurs bordeaux, que ne sont point les images des Vierges aux temples des Papistes ».
Bien entendu, cela ne se compare pas une Virgo Lactans à une publicité de soutien-gorge, mais que dire des Vénus de Botticelli ? Elles aussi communiquent un message éducatif, une pédagogie pour le jeune Laurent de Médicis. Pour des raisons de cohérence, il serait donc nécessaire d’anéantir toutes les formes de représentation, de la peinture rupestre à Fernando Botero : vaste programme, mais pas pour les fanatiques.

*
Icônes dans l’espace


 
À bord de la Station Spatiale Internationale, entre Samantha Cristoforetti (la première femme astronaute italienne), Anton Nikolaïevitch Chkaplerov (commandant de la mission) et Terry Virts (astronaute de la NASA et mécanicien de bord), sont apparues sur le mur icônes sacrées et crucifix. Comme l'écrit Emmanuel Carrère (Limonov), «tous les Russes, même mécréants», partout dans le monde, ont toujours une icône « accrochée dans un coin d’une chambre sinistre ». Bien qu’en Italie la photo a été censurée (ou, plus précisément, mutilée), elle a également inspiré des observations intéressantes sur la relation entre l’orthodoxie et la cosmonautique.
Au cours des années précédentes sur la ISS a pu être observé l’icône de Notre-Dame de Kazan offerte par le patriarche Cyrille et un reliquaire avec un morceau de la vraie croix donné par Job Talats, l’hégoumène des cosmonautes russes. Cette étranges liens s’étaient produits même dans la période de l’Union soviétique : Youri Gagarine ne cachait pas sa foi chrétienne et le colonel Valentin Petrov dans un entretien a récemment raconté que Gagarine a été baptisé par l’église orthodoxe lorsqu’il était enfant, et que en 1964 ils avaient fait un pèlerinage au monastère de la Trinité-Saint-Serge. Selon un autre témoignage (du métropolite de Beyrouth Gavriil Salibi), en 1961 Gagarine aurait déclaré publiquement : « Ma foi est plus forte que la fusée qui m’a amené dans l’espace ».
Considérant l’importance croissante de la foi orthodoxe dans la Russie contemporaine, il n’est pas absurde d’imaginer que les missionnaires « cosmiques » du futur écriront en lettres cyrilliques – emportant avec eux les contradictions de l’âme russe bien résumées en une vieille blague du vétéran Gueorgui Gretchko (qui a continué à promener dans l'espace jusqu’à 50 ans) :
Хрущёв в Кремле отозвал Гагарина в сторонку: « Юра, ты бога видел? » – « Да, видел. Есть бог ». – « Так я и знал. Только никому больше не говори! ». Потом Гагарин оказался на приёме у Папы Римского, и тот тоже спрашивает: « Юрий Алексеевич, вы видели бога? » – « Нет, не видел. Нет никакого бога ». – « Так я и знал. Но только никому об этом не рассказывайте! »

[Khrouchtchev au Kremlin prend à part Gagarine et lui demande : « Youri, as-tu vu Dieu? » « Oui, je l’ai vu. Dieu existe » « Je le savais ! Ne le dis à personne ! ». Par la suite, Gagarine est accueilli par le Pape qui aussi lui demande : « Youri Alexeïevitch, Avez-vous vu Dieu ? » « Non, je ne l’ai pas vu. Dieu n’existe pas» « Je le savais ! Ne le dis à personne ! »]

martedì 1 marzo 2016

La brigata Benjamin

La Brigata Benjamin
Come un originale ma incredibilmente oscuro intellettuale ebreo tedesco
si è trasformato in un proficuo affare accademico
(Walter Laqueur , The Walter Benjamin Brigade, “Mosaic Magazine”, 3 aprile 2014)

L’intellettuale ebreo tedesco Walter Benjamin, nato a Berlino nel 1892, morto suicida sul confine franco-spagnolo nel 1940, resta un uomo misterioso. Tutt’altro che celebre durante la sua vita, è stato consacrato negli ultimi decenni come il più grande pensatore del XX secolo in tutti i campi, dalla filosofia alla sociologia, dall’estetica alla critica. Anche questo fatto è di per sé misterioso: tra gli intellettuali europei della metà del secolo scorso, la fama dei contemporanei e dei colleghi di Benjamin (a eccezione del filosofo della Scuola di Francoforte Theodor Adorno) continua a scemare, mentre la sua fortuna non accenna a diminuire.
Il numero di articoli e libri dedicati a questo pensatore è sconcertante; una nuova imponente biografia, Walter Benjamin: A Critical Life, scritta da Howard Eiland e Michael W. Jennings di Harvard, è solo l’ultimo titolo di un elenco apparentemente interminabile.

Come spiegare questo andazzo? Eiland e Jennings chiamano in causa il movimento studentesco degli anni ’60 e la rinascita del pensiero marxista. Ma i rivoluzionari degli anni ’60 non erano di certo grandi lettori e gli scritti di Benjamin sono come minimimo un po’ oscuri, se non totalmente incomprensibili. Quanto al marxismo, se esso fosse stato così preponderante, allora il vero eroe culturale oggi dovrebbe essere Herbert Marcuse, che una volta infatti era riconosciuto come padre della nuova sinistra e ora invece non viene neanche più nominato.

Più probabilmente, Benjamin deve la sua fama alla nascita dei cultural studies, con tutte le sotto-discipline accademiche da essi generate: post-modernismo, post-strutturalismo, teoria femminista, gender studies ecc… In questi campi, lo stile gnomico di Benjamin è un valore aggiunto, il segno esteriore di una profondità interiore che, contemporaneamente, suscita i voli più fantasiosi dell’ingenuità interpretativa.
A contribuire al fascino di Benjamin è anche la sua triste storia personale. A prescindere dalla sua tragica fine (si è avvelenato mentre era in fuga dalla Francia occupata dai nazisti), egli ha sempre rappresentato l’escluso per eccellenza, il tipo ideale dell’emarginato. Infatti, se fosse sopravvissuto, difficilmente avremmo potuto immaginarlo come un gaio soldato tra i giannizzeri accademici dei cultural studies contemporanei.

Il mio interesse per Benjamin nasce dallo studio dei movimenti giovanili tedeschi nati a ridosso della Prima guerra mondiale, dei quali è stato un figura di spicco, seppur non uno dei leader. In relazione a questo progetto ho conosciuto alcuni suoi amici della giovinezza, tra i quali, in Germania, il pioniere della pedagogia Gustav Wyneken, che fu uno dei suoi primi maestri. In Italia, ho incontrato alcuni suoi ex accoliti della redazione del giornale rivoluzionario “Der Anfang”. A Gerusalemme, il poeta e bibliotecario Werner Kraft, uno degli amici della prima ora (ma in seguito critico nei suoi confronti) e, soprattutto, Gershom Scholem, che fu il migliore amico di Benjamin e che, con Adorno, è stato il fautore della fortuna postuma di Benjamin.

Il salotto di Scholem a Gerusalemme era dominato dall’Angelus Novus di Paul Klee, un quadro che ha avuto un ruolo centrale nello sviluppo del pensiero di Benjamin e che Scholem ha ereditato proprio da lui, dopo la guerra (ora è nella collezione dell’Israel Museum). All'ora del tè in casa Scholem, prima o poi, la conversazione finiva su Benjamin: sì, era molto colto, molto letto, impegnato in diverse aree di indagini; sì, le sue idee (a partire il suo saggio più noto, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica), erano davvero originali, veri lampi di genio.
Ma, precisamente, in cosa consisteva questo genio? Benjamin ha creato una nuova filosofia della storia, ha proposto un approccio radicalmente innovativo alla nostra comprensione della cultura europea dell’Ottocento (la sua principale area di interesse), oppure ha rivoluzionato il nostro modo di pensare la modernità? Le risposte di Scholem non mi hanno convinto, così come quelle della vastissima produzione successiva.

Per alcuni il problema fondamentale è che i più importanti lavori di Benjamin sono rimasti incompiuti. Mi riferisco soprattutto al monumentale Passagenwerk, ispirato in parte all’ossessione per la poesia di Baudelaire. Il titolo si riferisce ai celebri passages del centro di Parigi, la cui massima diffusione risale, secondo Benjamin, al momento in cui la città diventa la capitale del XIX secolo. Una figura emblematica per Benjamin è quella del flâneur, l’individuo urbanizzato che vaga per le vie cittadine. Egli voleva mostrare l’influenza rivoluzionaria dell’urbanizzazione non solo sulla cultura (come è evidente nell’arte, nell’architettura e nelle nuove idee estetiche), ma sulla vita in generale. Gli approcci critici tradizionali, sia storiografici che filosofici, secondo il filosofo erano inadeguati a comprendere la nuova grande epoca del capitalismo e quel che essa aveva generato. Benjamin avrebbe forgiato una nuova teoria materialista, con tinte marxiste, per penetrare la realtà moderna.

È riuscito alla fine nel suo intento? Gli apologeti si limitano a segnalare le difficoltà che hanno tormentato la sua carriera: la sua abilitazione universitaria venne respinta; il suo progetto di creare una rivista con Brecht naufragò prima di nascere; egli inoltre non riuscì mai a trovare un impiego fisso e dovette ricorrere agli aiuti dei suoi famigliari e della sua ex moglie. Dopo il 1933 godette di un minimo sostegno da parte della Scuola di Francoforte, che aveva saggiamente trasferito i fondi prima in Svizzera e poi in America, ma questi aiuti economici non divennero mai una stabile fonte di reddito.

Supponiamo che fosse riuscito a terminare il suo grande progetto. Sarebbe stato davvero così originale? La figura del flâneur era stata già “scoperta” dai romanzi di Honoré de Balzac e altri, mentre le tematiche principali della poesia di Baudelaire erano state analizzate da diversi studiosi tedeschi, alcuni dei quali erano giunte a conclusioni non dissimili da quelle di Benjamin. Erano i passages di Parigi, con o senza Benjamin, il punto di partenza ideale per una nuova comprensione della modernità? Anche la più dettagliata biografia Benjamin, di Jean Michel Palmier, non giunge a una conclusione esauriente su questo punto (il lavoro colossale di Palmier, 1400 pagine, resta, come le opere di Benjamin, incompleto – un dettaglio che si commenta da sé).

È molto più semplice scrivere la biografia di un uomo d’azione che quella di un pensatore, e Benjamin non era altro che un uomo di “inazione”; considerando le difficoltà che questo comporta per un biografo, Eiland e Jennings meritano più di una lode. Necessariamente il loro libro si basa sugli scritti e gli epistolari di Benjamin. Tuttavia, nonostante la volontà di completezza, nel testo compaiono alcune singolare omissioni. In particolare è ignorata la figura di Asja Lācis, grande amore di Benjamin, colei che, oltre ad essere stata la causa della fine del suo matrimonio, lo convertì a una branca particolare del marxismo e lo presentò a Brecht.
Nata in Lettonia, comunista militante, la Lācis scomparve improvvisamente nel 1938 a Mosca. Anche se Benjamin probabilmente sapeva che la sua amata era stata chiusa in gulag (dove rimase per dieci anni), e anche se tale perdita ebbe sicuramente un impatto sulla sua vita e il suo lavoro, nel testo di Eiland e Jennings non compare che un riferimento sfuggevole a questo evento (forse perché non contemplato dalla corrispondenza del filosofo).

Dalla morte di Benjamin nel 1940, due temi in particolare sono stati discussi all’infinito: la natura del suo marxismo e il suo atteggiamento nei confronti dell’ebraismo. Dagli anni ’30 in poi Benjamin ha pensato se stesso come marxista e così è stato considerato dai suoi numerosi ammiratori. Tuttavia Scholem sin dall’inizio ha ritenuto l’orientamento “materialista” dell’amico non solo erroneo, ma anche ingannevole: nonostante i suoi tentativi, Benjamin non riuscì mai a far di se stesso un materialista, e chi lo descrive come tale non fa che fraintenderlo. Anche Max Horkheimer era scettico sul Benjamin “materialista”, infatti preferì considerarlo come un mistico. Invece Brecht fu molto più duro sulle “aberrazioni mistiche” del filosofo. Di recente, il critico Terry Eagleton lo ha definito “un rabbino”.

La controversia sulle idee politiche di Benjamin è semplice da risolvere. Di tutti gli intellettuali (ed emigrati) di Weimar, era forse il meno politicizzato. Leggendo i suoi saggi e la corrispondenza degli anni ’30, non si può che restare ammirati dalla vastità dei suoi interessi e dalla profondità della sua erudizione – di contro ad un completo disinteresse per la politica. Mentre il mondo andava in fiamme, Benjamin approfondiva gli stilemi della poesia di Baudelaire. Certamente odiava i nazisti e tutto quello che rappresentavano, ma dubito avesse letto molto Marx, a parte gli articoli raccolti in Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850 (e soltanto per la luce che gettano sui fatti della Parigi del XIX secolo).
Per quel che riguarda la sua devozione a Baudelaire (un arci-reazionario il cui ispiratore era Joseph De Maistre, nemico giurato della rivoluzione francese), i motivi di essa vanno cercati dappertutto tranne che nella politica. Lo stesso vale per la sua ammirazione per Proust, decisamente non una icona della sinistra, e il suo interesse per Kafka.

Simili incongruenze frustrano ogni tentativo di comprendere il rapporto tra Benjamin e l’ebraismo; anche se il tema in se stesso ha dato vita a una piccola industria culturale, raramente è stato scritto così tanto su un tema così esiguo. Il suo retroterra familiare affonda le radici nell’alta borghesia ebraica berlinese, quasi interamente assimilata. La sua profonda amicizia con il giovane Scholem ha sicuramente stimolato un interesse per l’ebraismo, ma quanto è durato questo interessamento, e quanto è stato profondo? La lettura de La stella della redenzione di Rosenzweig (interpretato come testo filosofico e non teologico) non ha avuto alcuna influenza sul suo pensiero – sicuramente non lo ha avvicinato a Dio o alla sinagoga.

Scholem, trasferitosi a Gerusalemme nel 1923, tentò per anni di convincere Benjamin a raggiungerlo presso l’Università Ebraica. Egli si trastullò per un po’ con l’idea di una visita o addirittura di un’emigrazione definitiva, ma alla fine rinunciò, nonostante la prospettiva di una carriera accademica, di amicizie importanti – e di uno stipendio.
Esther Leslie, docente di estetica politica che ammira Benjamin e storce il naso per i tentativi di Scholem di attirarlo lontano da Parigi, afferma che il filosofo non aveva alcun motivo per trovare accattivante il sionismo – o il deserto. La cultura europea era infinitamente più interessante; inoltre, non c’erano passages a Gerusalemme, e nessuna apertura verso alla modernità nel quartiere di Mea She’arim.

Il posto ideale per Benjamin era l’Europa; purtroppo, l’Europa non aveva posto per lui. Al di là delle opinioni della Leslie, se gli avesse seguito Scholem nel “deserto”, cioè nel verde e ospitale quartiere di Rehavia, avrebbe vissuto almeno un altro decennio, o forse anche due o tre in più. Invece di morire in modo miserabile sul confine franco-spagnolo, avrebbe potuto far ritorno alla sua amata Parigi dopo la guerra.
Riesco persino a immaginarlo nel 1944, seduto in un caffè di Rehavia, a parlare di filosofia con Natan Rotenstreich, di fotografia con Tim Gidal, di fisica con Shmuel Sambursky, a giocare a scacchi con lo studioso di folklore Emanuel Olsvanger, e a discutere con i tre Hans (Jonas sullo gnosticismo; Polotsky sulla linguistica; Lewy sulla filosofia greca). La maggior parte di questi studiosi appartenevano al Pilegesh (“Concubina”), una cerchia di intellettuali ebrei tedeschi presieduta da Scholem.

In un modo o nell'altro, Rehavia si sarebbe presa cura di Benjamin: probabilmente il luogo sarebbe stato un po’ noioso rispetto a Parigi, ma nulla a confronto di un suicidio in preda al panico in uno squallido hotel. E l’imponente opera dello scultore Dani Karavan nella città di frontiera spagnola di Port Bou non vale come compensazione.

Panim Ahor (o dell'avere la faccia come il culo)


Illustrazione proveniente dal Sefer Evronot (1627), trattato dedicato alla comparazione tra calendario ebraico e cristiano per scopo religiosi e commerciali (riprodotta in E. Carlbach, Palaces of Time. Jewish calendar and culture in early modern Europe, Belknap Press, 2011, p. 95).

L’immagine è definita come Panim ahor, che può voler dire sia “fronte-retro” che “faccia-fondoschiena”: dunque, tecnicamente, questa sarebbe proprio una “faccia-da-culo”. Il testo che lo riporta lo definisce visual pun (un’illusione ottica, poiché non si capisce se l’uomo sia piegato all’indietro mostrando il petto oppure in avanti con la testa che spunta tra le natiche) e afferma che è frequente trovare nei manoscritti ebraici questo tipo di illustrazioni umoristiche (ma, a dispetto del famigerato umorismo ebraico, pare non vi sia alcun riferimento a Es 33, 21-23...).