domenica 27 marzo 2016

Lacrime europee


È brutto sentirsi chiamare europeo (ormai gli  “exta-comunitari” lo fanno sempre più spesso): una volta mi limitavo semplicemente a considerarlo un non sequitur (come dire di un australiano che è “asiatico”, o un persiano “arabo”), ma negli ultimi anni il suo utilizzo sempre più ridondante e inopportuno, in particolare dopo ogni attentato, ha trasformato questo aggettivo in un sinonimo di tutto ciò che un uomo dovrebbe aborrire.

Si sta ormai delineando un significato univoco del lemma: ogni volta che un terrorista ci stermina, diventiamo tutti un po’ più “europei”. La parola d’ordine è sempre la stessa: fare sacrifici, in nome dell’Europa,  cioè del nulla. Prima la borsa, poi la vita: “Europa” come uno stigma, un’enorme € scarlatta sul petto. Allora non hanno tutti i torti i Mbendjele del Congo, a utilizzare un’unica parola (putu) per indicare l’aldilà e il Vecchio Continente, così che nella loro lingua “andare in Europa” (Amu dua putu) diventa un eufemismo per indicare la morte?

Sempre per restare in tema di etnologia, mi sovviene un fortunato slogan di Jobbik, il partito di estrema destra ungherese (che ultimamente la stampa evita di demonizzare perché può tornare utile a ribaltare Orbán): «Credevamo di entrare nella terra a Canaan, invece sono i suoi abitanti ad averci invaso» [A Kánaán nem jött el, csak annak lakói].
A coniarlo fu Csanád Szegedi, uno degli astri nascenti del movimento che, dopo aver scoperto le sue origini ebraiche nel 2012, si convertì al giudaismo ortodosso e andò a vivere in Israele (gli hanno pure dedicato un documentario).
Com’è intuibile, la frase cadde in disuso nonostante la sua efficacia propagandistica (“cananei” può valere, secondo le credenze dell’ideatore, sia per gli ebrei –i giudeo-massoni– che per gli immigrati mussulmani): mi sembra però che essa conservi un certo valore documentale, a testimonianza di un’epoca in cui “Europa” rappresentava un simbolo di riscatto per gli estremismi rimasti ai margini della cuccagna post-sovietica.
“Europa” del resto è stato sempre un marchio di destra, anche se oggi si tende a dimenticarlo; ciò che hanno fatto i leader “europei” è stato semplicemente impossessarsene e svuotarlo dall’interno: nella pratica, costruire un’immensa nazione basata sull’anti-nazionalismo, un nuovo identitarismo ispirato all’odio verso qualsiasi forma di identità. Insomma, un esercizio collettivo di Selbsthass.

In effetti gli “europei” passano la maggior parte del tempo a piangersi addosso. Anzi, non si tratta nemmeno di un pianto come si deve, di lacrime barocche intrise d’altissimi sensi, ma di un piagnisteo. Gli europei piagnucolano. Tutto diventa piagnucolante, e nonostante volumi come La cultura del piagnisteo di Robert Hughes e Il singhiozzo dell’uomo bianco di Pascal Bruckner aiutino ad allargare la prospettiva sulla catastrofe, si torna sempre al punto iniziale: perché voler passare la vita a odiare se stessi, nella speranza di “diventare europei”?

Tutti piangono, dicevo; anzi, piagnucolano. È dall’attentato a Charlie Hebdo che, dopo un giro rapido sui media mainstream per farmi un po’ il sangue amaro, vado a tuffarmi nei più strampalati siti di destra per trovare una qualche consolazione, o perlomeno un consolamentum (capite?)E invece pure lì mi imbatto in ulteriori piagnistei sull’“Europa cattiva” e sull’“Occidente brutto” che per contrappasso (o karma, come si dice oggi) pagano il prezzo delle loro sortite militari.
Fino a pochi anni fa la parola d’ordine di costoro era “riaccendiamo i forni”, ultimamente edulcorata in un più eufemistico “affondiamo i barconi” (con l’ambiguo fascino del non specificare se pieni o vuoti), ripetizioni sicuramente meno poetiche del White Man’s Burden, seppur mosse da un medesimo sentire (che è poi lo stesso di Se, ma capisco quanto sia difficile prendersela con gli imperialismi dei vincitori).
Oggi invece la cultura del piagnisteo è penetrata così a fondo che pure la destra piange sul latte versato: anche da quelle parti è tutto un fiorire di analisi geopolitiche e auto-flagellazioni. Il che dimostra che questa “Europa nazione” non può nemmeno permettersi dei nazionalisti decenti...

giovedì 24 marzo 2016

Bruxelles (e i nostri nemici)


Esiste ancora qualcuno in grado di resistere a quelle macabre “gare” in cui si cerca di prevedere il luogo della prossima strage terroristica in Europa? In realtà a farsi prendere dalla sindrome di Cassandra ultimamente sono stati soprattutto i media, che avevano paventato gli attentati di Bruxelles semplicemente ipotizzando che l’ipotetico “patto di non belligeranza” tra governo belga ed estremisti locali (e internazionali) fosse saltato.

Tuttavia, non si può avere alcuna certezza sull’esistenza di tale accordo (anche soltanto in forma “ufficiosa”); però c’è il forte sospetto che qualcuno abbia tentato di garantire l’immunità alla capitale dell’Unione attraverso una sorveglianza “morbida” dei propri jihadisti. Una prova indiretta di ciò potrebbe essere rappresentata dalla reazione dei simpatici abitanti di Molenbeek, che credendo di vivere ancora in una roccaforte hanno aggredito la polizia per difendere il proprio “paladino” (un kamikaze riluttante). 

Altrettanto sospetto è il fatto che l’operazione sia stata gestita con strumenti ordinari (come la polizia federale), ma probabilmente si tratta solo di un sintomo dell’incapacità di affrontare la situazione da parte di chi ci governa. Un pericolo che in effetti non viene nemmeno avvertito è che l’equiparazione fra terrorismo e crimine comune potrebbe portarci direttamente a uno stato di polizia, dal momento che l’ordinaria amministrazione assumerebbe i caratteri dell’eccezionalità (sembra che in Francia stia accadendo proprio questo).

Cerchiamo però di non esagerare con le recriminazioni, perché si rischia di fare la figura degli sciacalli. Del resto provo grande imbarazzo per coloro i quali, dopo aver approfittato senza ritegno della morte in un incidente stradale di sette studentesse italiane per proclamare il proprio europeismo d’accatto, hanno provveduto all’istante a dirottare gli intenti propagandistici sulla nuova tragedia, più “spettacolare”.

Ormai qualsiasi occasione è buona per invocare fatidicamente “Più Europa”: eppure credo che insistere in modo eccessivo sul terrore, il dolore e la paura (cioè promettere sangue, sudore e lacrime senza essere dei Churchill) sia una strategia poco lungimirante, tanto più che ormai essa è completamente slegata dalla realtà. Per esempio, ricordo che quando la Scozia indisse il referendum per la secessione, il nostro più importante quotidiano mise sul tavolo la “minaccia dell’Isis” come uno dei motivi principali per opporsi all’indipendenza del Paese. Ciò mi fa supporre che se in quel di Bruxelles fosse precipitato un meteorite, probabilmente ci saremmo trovati di fronte alle stesse reazioni (e gli stessi discorsi): sembra che per le divinità che ci comandano l’unica cosa importante sia che il sangue continui a scorrere, non importa in che modo.

La paura di morire salendo su un autobus è dunque diventato l’unico motivo per cui dovremmo aspirare a essere “più europei”? E questo, si badi bene, senza nemmeno trovarci in guerra: esiste un destino più ridicolo per una collettività umana?

Il problema infatti è proprio questo: che noi non siamo in guerra (nonostante presidenti, papi e pubblicisti si ostinino a proclamare il contrario). A tal proposito mi sovviene una considerazione beffarda che negli ultimi tempi ho sentito esprimere a molti miei concittadini: se dei terroristi decidessero di fare un attentato nella metropolitana di Milano, finirebbero per uccidere un numero spropositato di potenziali simpatizzanti. 

È per questo che, alla fine, nessuno di noi riesce a darsi una spiegazione: che motivo c’è di continuare a farsi saltare in aria? Per fare una guerra bisogna almeno essere in due: come rileva il buon Clausewitz, Der Eroberer ist immer friedliebend («Il conquistatore è sempre un amante della pace»). L’Unione Europea ha manifestato chiaramente l’intento di non voler combattere (per migliaia di motivi: vigliaccheria, inettitudine, paranoia, mal de vivre…), dunque perché questi conquistatori continuano a punzecchiare l’avversario, invece di stenderlo con un solo colpo? 

Questo stragismo senza scopo in ultima analisi rischia di scatenare una reazione altrettanto spropositata. Altro che fiaccare il morale della popolazione, qui accade il contrario: una comunità che afferma chiaramente di non voler la guerra (e lo proclama in lacrime), continua a essere “stuzzicata”.
Forse il motto Qualis rex, talis grex vale anche per i nemici: ognuno ha quelli che si merita. I più vili e incapaci conquistatori apparsi nella storia dell’umanità tentano l’assalto a un’Europa che incredibilmente riesce a superarli in viltà e incapacità: in effetti non è così facile prevedere come andrà a finire.

La Turchia finanzia l’Isis (ecco la prova)

(alphadesigner)
Finalmente abbiamo la prova che la Turchia finanzia l’Isis: la casa editrice turca, che prende il nome dalla dea Iside e pubblica anche volumi in italiano (collana “Quaderni del Bosforo”) ha infatti sede a Istanbul ed è difficile immaginare che non usufruisca di finanziamenti da parte di qualche turco. Se questa non è una prova che la Turchia (o addirittura l’Impero Ottomano) sostiene l’Isis, allora non credo possano essercene altre.

Ah già, stavate cercando il solito pezzo anti-turco: beh, ma per quello non basta leggere un giornale italiano qualsiasi? Ormai viene dato per scontato che dietro al sedicente “Stato Islamico” ci siano Erdoğan e suo figlio che distribuiscono lingotti d’oro (trattandosi di un assioma, le prove non servono). Questo modo di porsi nei confronti della Turchia è un sintomo dell’inguaribile provincialismo della nostra classe intellettuale (nonché un’estensione del tipico Selbsthass italiota).
Non è tuttavia solo questione di indole nazionale, ma anche di circunstancia: la Turchia è diventata il capro espiatorio perfetto su cui scaricare le colpe di ciò che chiamiamo “Occidente”. Proviamo quindi a comprendere come è potuta nascere la “leggenda nera” attorno a uno dei nostri più preziosi alleati.

Prima di tutto, bisogna mettere in conto il risveglio della Russia non solo come potenza politica e militare, ma anche e soprattutto mediatica. La pensata di lanciare un canale anglofono come Russia Today è stata sicuramente azzeccata, anche perché pochissimi russofili, nonostante lo zelo, sembrano intenzionati a imparare almeno qualche parola dell’idioma di Puškin (questo, tra parentesi, è uno dei motivi per cui si tende sempre più a mitizzare tutto ciò che accade a Mosca). Inoltre una classe politica uscita dal KGB all’occorrenza trova ancora vantaggioso rispolverare la cara vecchia disinformatsija: lo attestano le prove ridicole con cui si è tentato di collegare la famiglia Erdoğan ai “tagliagole” dell’Isis. Quella più eclatante (in tutti i sensi)  è stata una foto del figlio del presidente turco, Bilal, con due kebabbari, i fratelli Kember, spacciati dal Cremlino per miliziani del califfato (i primi ad abboccare sono stati ovviamente quelli di “Libero”).

Oltre all’apparato mediatico, la Russia in questi anni ha anche dispiegato una sua versione di soft power: come scrive “Le Monde” (15 febbraio) a proposito della provincia di Hatay, una zona contesta tra Turchia e Siria,
«Damasco e Mosca non avrebbero alcun problema a destabilizzare Hatay, già sommersa da rifugiati e combattenti in fuga. Trasformare la regione in un nuovo Donbass è alla portata di Mosca che eccelle nella creazione di “buchi neri”, quelle zone di non-diritto comparse in Ucraina, in Georgia (Abkhazia, Ossezia del Sud) e in Moldavia (Transnistria)».
Questo è il fattore aggiunto che ha consentito a Mosca di recuperare posizioni. In fondo la situazione della Siria odierna non differisce di molto da quella della Jugoslavia negli anni ’90: si tratta di una “guerra per procura” dove ogni potenza appoggia una fazione etnica o religiosa. Tuttavia ai tempi dell’intervento NATO nei Balcani i serbi non riuscirono a convincere gli aggressori che l’esercito bosniaco (appoggiato dai turchi) fosse composto da jihadisti provenienti da decine di Paesi.

Entrambi i Clinton (marito e moglie), del resto, rivendicano ancora di aver impedito la nascita di un califfato nei Balcani grazie all’operazione Deliberate Force: questa è, mutatis mutandis, la stessa dottrina che Obama ha tentato di seguire su pressione del proprio Segretario di Stato (la signora Clinton, appunto). Quando l’iniziativa si è dimostrata essere quel che era, cioè una risposta vecchia a un problema nuovo, gli strateghi hanno giustamente scaricato la responsabilità sul più malinconico dei Nobel per la Pace.
Al di là delle beghe condominiali alla Casa Bianca, l’andamento del conflitto dovrebbe tuttavia far intuire chi tra i contendenti ha tratto reale vantaggio dalla cannibalizzazione dell’opposizione perpetrata dall’Isis: è falso sostenere che la Turchia abbia in qualche modo beneficiato dell’estensione del sedicente califfato, anche in nome di corbellerie quali la “rivalsa sunnita” o il “neo-ottomanesimo” inventate a scopo propagandistico.
Ripensando alla sorte dello stesso Milošević, ma anche di Saddam o Gheddafi, tornano alla mente le parole con cui don Abbondio ricordava Perpetua: «Ha proprio fatto uno sproposito a morire ora; ché questo era il momento che trovava l’avventore anche lei». Purtroppo i tempi non erano ancora maturi affinché anche questi rivoluzionari imbiancati trovassero il loro avventore, cioè uno spauracchio grazie al quale presentarsi come baluardi della pace, della laicità, del diritto, della libertà eccetera. Solamente Assad è riuscito, “miracolosamente” (si fa per dire – anche se bisogna dargli atto di una certa resilienza), a sopravvivere al crollo ignominioso del socialismo arabo, logorato e distrutto dalla pretesa di vecchi ufficiali golpisti di assurgere al ruolo di paladini del legittimismo (chi di spada ferisce…).

Il secondo motivo per cui la Turchia di Erdoğan è stata trasformata a livello mediatico in uno “Stato canaglia” è l’inadeguatezza delle istituzioni europee nella gestione del fenomeno migratorio. Anche qui, il parallelo con le guerre balcaniche è lampante (ma sempre ingannevole): la Germania riuscì a procurarsi manodopera qualificata a basso costo approfittando dei conflitti scoppiati nella ex-Jugoslavia; molti di quei profughi, pur essendo mussulmani, erano dal punto di vista culturale (e anche etnico) del tutto europei. Tuttavia oggi anche i tedeschi hanno preferito adottare soluzioni anacronistiche: se per tutto il 2015 i loro media hanno alimentato le speranze dei migranti siriani, anche con toni smaccatamente propagandistici (come l’accoglienza con applausi alla stazione), alla fine la doccia fredda di Colonia ha imposto un ridimensionamento delle pretese (molto più prosaiche dell’umanitarismo a buon mercato distribuito a piene mani: la Merkel voleva in un colpo solo risolvere la crisi demografica continuando la guerra al ribasso sui salari).

Non è quindi colpa della Turchia se a un certo punto centinaia di migliaia di profughi hanno deciso di muoversi verso l’Eldorado che è stato loro promesso; è falso dire che Ankara non abbia tentato di assorbire e gestire questa enorme massa umana; per fonte diretta so che molti siriani sono stati assunti dallo Stato come insegnanti o infermieri, ma chi tra di loro è appena più qualificato degli altri non ha potuto resistere alla tentazione di spostarsi nella “generosissima” Europa del Nord.
Affermare che la Turchia stia “ricattando” l’Unione Europea è pertanto un modo particolarmente vile per scaricarsi la coscienza: soprattutto noi italiani siamo gli ultimi a poter dare lezioni, visto come abbiamo deliberatamente sabotato qualsiasi tentativo di salvaguardare la frontiera meridionale dell’Unione a cui apparteniamo, pretendendo pure in cambio di ottenere solidarietà da chi ha lottato con tutti i mezzi disponibili per difendere quei confini (polacchi e ungheresi, tanto per citare).
L’immigrazione pone inoltre il problema dell’integrazione, al quale è poi collegato quello dei foreign fighters: anche in questo caso, la Turchia viene incolpata di “lasciar passare” combattenti stranieri dirottandoli verso il sedicente Stato Islamico (sempre per la storia che l’Isis è bello, sunnita, ottomano ecc…). Ora, è da anni che invece le autorità di Ankara respingono al mittente migliaia di cittadini inglesi, francesi, belgi, tedeschi, olandesi (la lista è lunga…) perché sospettati di voler andare a combattere in Siria. Il problema è che, una volta rimpatriati, gli aspiranti kamikaze vengono spesso rilasciati per i motivi più disparati: alcuni servono da “esca” per rastrellare altri terroristi; altri invece vengono riciclati come spie o confidenti; ma una buona parte (è imbarazzante ammetterlo) viene lasciata libera di vagare per mezza Europa per senso di colpa, buonismo, vigliaccheria e tante altre meschine ragioni legate agli irrisolti problemi dell’integrazione e della gestione dell’ordine pubblico.

Vi sono poi molti altri motivi meno evidenti e più ambigui per cui la Turchia è finita sul banco degli imputati: uno di questi è la “curdomania” scoppiata nella galassia della sinistra radicale (cioè radical chic) che va di pari passo a un’implicita rivalutazione di quella che fino a poco tempo fa veniva chiamata “l’entità sionista”, da sempre promotrice della nascita di un Kurdistan a sua immagine e somiglianza (etnocentrico e guerrafondaio, quindi, ma anche molto attento al maquillage). In pratica i curdi sono diventati i nuovi palestinesi (mentre quelli “vecchi” sono stati dimenticati, forse relegati nelle tenebre del wahhabismo accanto all’Arabia Saudita o allo stesso Isis), e la Turchia è diventata la cattivona di turno (è bastato sostituire nei volantini “sionismo” con “ottomanesimo” o roba del genere).
Questa tendenza è osservabile non solo a livello collettivo, ma anche personale: quanti conoscenti che fino a poco tempo fa parlavano di Israele con la bava alla bocca oggi sono così attenti nel fare dei distinguo (alcuni addirittura si esaltano apertamente all’idea di uno Stato ebraico fantasmagoricamente anti-americano e filo-russo)? Ciò che più mi sconcerta è la necessità di avere sempre qualche nemico immaginario da odiare, previa ovviamente la riduzione dei conflitti internazionali al livello di una striscia di fumetti o di un film d’azione hollywoodiano (l’importante è che la distinzione tra buoni e cattivi sia la più netta ed elementare possibile).

Dulcis in fundo, il motivo principale per cui siamo diventati tutti turcofobi è la paura tremenda di dover combattere. Questa Europa si compiace di essere un’isola felice in un mondo violento e insensibile, ma finge di ignorare che tale singolare evenienza ha potuto verificarsi solamente grazie agli americani. Una volta che gli interessi degli Stati Uniti d’America dovessero divergere da quelli dei fantomatici Stati Uniti d’Europa, sarà difficile evitare lo scontro mettendosi a piangere, organizzando girotondi o creando hashtag accattivanti. Perciò abbiamo bisogno di ripeterci che la Turchia vuole trascinarci in guerra. Invece, ancora una volta, è esattamente il contrario: è solo grazie a questa patria immensa, l’ultima garanzia di stabilità in una delle regioni più lacerate e incandescenti del pianeta, che forse noi “europei” possiamo ancora godere di una prolungata pace.

Volendo essere il più realista possibile, mi domando da italiano come si porrebbero i miei connazionali nei confronti di un alleato infinitamente più esigente della Turchia quale è la Russia. Del resto, sempre parlando da italiano (o italiota?), continua a sfuggirmi la natura del dilemma “NATO o non NATO” col quale ci struggiamo da decenni: non vogliamo accettare il Patto Atlantico perché ci costringe a fare la guerra, ma al contempo ci rifiutiamo di abbandonarlo perché ciò potrebbe costringerci a fare la guerra. Oltre a ciò, continuiamo a biasimare quei Paesi che, per un motivo o per l’altro, prendono sul serio il loro ruolo nell’Alleanza o perlomeno esigono che venga rispettato il principio del pacta sunt servanda; mentre noi non abbiamo ancora deciso cosa fare da grandi: non è un caso che poi i nostri figli migliori vogliano diventare giannizzeri.

mercoledì 16 marzo 2016

Santità che crescono e muoiono

Ecclesia e Sinagoga (Notre-Dame de Paris)
Il romanzo di Ferruccio Parazzoli sulla fine “repentina e cruenta” del cristianesimo, La nudità e la spada (1990), anteriore all’apocolocyntosis dell’Autore, contiene un passaggio sulla “doppia santità” (da un’immaginaria lezione alla Cattolica del protagonista) che mi colpì sin dalla prima volta in cui mi ci imbattei, durante l’adolescenza:
«[Secondo Plotino] la filosofia doveva cambiare l’anima tutta intera e provocare la nascita di un nuovo genere di vita […] L’ingresso di Plotino alla scuola di Ammonio fu dunque l’equivalente della conversione di Agostino. La nostra abitudine allo studio della storia e del pensiero cristiano ci rende talora incapaci di intendere come, al di fuori dei fatti drammatici ed edificanti di quei primi e convulsi secoli del travagli cristiano, ci fossero uomini capaci di una totale conversione verso la verità non solo al di fuori del cristianesimo, ma addirittura ignorandolo come del tutto trascurabile.
[…] Basta una semplice occhiata alle date, per capire come Plotino non potesse avere ignorato le persecuzioni di Decio e Valeriano. Quelle di Decio, particolarmente, avvennero nella stessa città di Alessandria dove Plotino ebbe la propria rivelazione spirituale, dove la sua anima crebbe nell’iniziazione a una vita spirituale superiore e dove sicuramente dovette avere contatti con alcuni di coloro che furono trascinati al supplizio.
[…] Non solo un cenno, non uno sguardo di quest’uomo assetato di virtù e di giustizia verso coloro che in quegli stessi anni si facevano massacrare per il loro dio. Le virtù, dunque, si ignorano tra loro, la santità cresce e muore nella completa ignoranza e indifferenza per la santità che le cresce e muore accanto. La storia del cristianesimo, anche se ha dato origine al nostro calendario, anche se ha marchiato per sempre il conteggio del nostro Tempo ponendovi al centro la nascita di Cristo, non è l’unica Storia dell’uomo».
Extra Ecclesiam alia salus. È una suggestione con cui, nel corso degli anni, ho spesso fatto i conti: può apparire come un’ingenuità, ma l’idea che anche dopo l’Incarnazione esista la possibilità di una salvezza senza Cristo, mi ha sempre inquietato persino in quanto non credente.

Recentemente ho ritrovato le stesse sensazioni leggendo la biografia di Matteo Ricci scritta dal sinologo britannico Jonathan D. Spence, quando racconta i primi passi del grande gesuita nel Regno di Mezzo al contatto con santità “altre”:
«Molte delle informazioni sui cristiani Ricci le ottenne dagli ebrei cinesi: e ironizzò sul fatto che essi erano assai più disponibili a parlare della loro fede di quanto non lo fossero i cristiani. La scoperta di una colonia ebraica in Cina stupì Ricci molto più di quella della presenza dei musulmani (i quali tutto sommato erano numerosi nell’intero Sud-Est asiatico e in India, come lui ben sapeva) e dei cristiani, la cui voce risuonava per tutto l’Oriente.
Nelle lettere e nella Storia Ricci si sofferma su un episodio affascinante: nel 1605, quando viveva a Pechino, un uomo di sessant’anni di nome Ai Tian andò a trovarlo; dopo un primo momento di confusione, in cui Ai scambiò un ritratto della Vergine con il Bambino e Giovanni Battista per l’immagine di Rebecca con Giacobbe ed Esaù, concludendo che Ricci doveva essere ebreo, egli raccontò delle sette o otto famiglie ebree di Kaifeng, della loro sinagoga costata diecimila scudi, dei suoi due fratelli che conoscevano l’ebraico, e della comunità di Hangzhou, che era ancora più vasta. Ricci a sua volta mostrò ad Ai alcuni passi ebraici della Bibbia poliglotta di Plantin, ma, pur riconoscendoli, Ai non fu in grado di leggerli. […] Non erano molti, ormai, i membri della comunità in grado di leggere la lingua; la maggior parte però seguitava a praticare la circoncisione e si asteneva dal mangiare carne di maiale: quelli che vivevano a Pechino trascuravano le regole alimentari, adducendo come scusa che sarebbero morti di fame se si fossero attenuti letteralmente alla Legge. Ricci trovò numerosi ebrei scontenti della loro religione e del loro rabbino, giudicato ignorante, e sperò di riuscire a convertirli al cristianesimo; soltanto la mancanza di tempo, scrisse, gli impediva di mettere in pratica questa idea. Nella Storia racconta perfino che per via della sua fama di studioso e di religioso un gruppo di Kaifeng lo invitò ad astenersi dalla carne di maiale e a stabilirsi colà in qualità di rabbino.
Ai disse una volta a Ricci che proprio perché gli ebrei non mangiavano carne di maiale i cinesi si riferivano a loro semplicemente come agli huihui, collegandoli ai musulmani, sebbene i seguaci delle due religioni si detestassero. Aggiunse inoltre che avendo letto di Ricci e del suo monoteismo in un libro circolante a Kaifeng ed essendo venuto a sapere che non era musulmano, aveva immediatamente dato per scontato che si trattasse di un ebreo.
[…] Ricci stesso si rese conto, secoli dopo Raimondo Lullo e Boccaccio, che il tratto comune del monoteismo e la fede negli stessi primi profeti creavano una certa affinità tra cristianesimo, islamismo ed ebraismo. Quando pubblicò in cinese il primo libro dettagliato sulla dottrina cristiana, che parlava di Cristo come profeta e maestro ma non riportava i particolari della crocifissione, scoprì che “lo comprorno [il Catechismo] molti della setta de’ saraceni, per parergli conforme alla loro dottrina”. Nell’agosto del 1608 riferiva […] come i suoi libri venissero comprati da “molti della legge de’ Mori, parendogli che parla di Dio meglio che gli altri libri della Cina”; per questo gli studiosi confuciani della regione di Nanchang accusavano i gesuiti perché “distribuivano certe immagino di un tartaro o saraceno, qual dicevano essere de Iddio, venuto al mondo, e poteva dare agli uomini ricchezze e prosperità”»
(J.D. Spence, Il Palazzo della memoria di Matteo Ricci, Adelphi, Milano, 2010, pp. 143-145; ed. or. 1984).
Non mi lascia indifferente il pensiero che l’isolamento degli ebrei di Kaifeng fosse così impermeabile da impedir loro di sapere alcunché del cristianesimo. Lo stesso vale per la “setta de’ saraceni”, i cui membri alla corte dei Ming avevano dimenticato le profonde rivalità che li separavano da quell’altro monoteismo.

Eppure le affinità potrebbero ancora placare quell’inquietudine, nell’ideale che anche il famigerato “cristianesimo anonimo” possa, nonostante tutto, trovare un senso proprio in tali somiglianze. Quello che invece davvero ostacola la ricerca di qualsiasi senso, persino per i più zelanti fautori del dialogo, è la presenza di una “santità” totalmente estranea, che potremmo azzardarci a definire pagana.

Per tornare a Parazzoli, la “storia” che egli racconta la si ritrova in termini più vividi nell’immancabile René Girard, che smaschera il meccanismo vittimario celato sotto la “santità pagana”:
«Apollonio di Tiana era un celebre guru del II secolo dopo Cristo, e, negli ambienti pagani, i suoi miracoli erano ritenuti di gran lunga superiori a quelli di Gesù. Il più spettacolare di questi miracoli è certamente l’aver salvato la città di Efeso da un’epidemia di peste, avvenimento di cui possediamo un resoconto grazie a Filostrato […].
Gli Efesi non riuscivano a liberarsi di questa epidemia. Dopo aver tentato molti rimedi inutili, si rivolsero ad Apollonio, che, con mezzi soprannaturali, si recò da loro in un batter d’occhio, dando l’annuncio che il male sarebbe subito cessato: ‘Fatevi coraggio perché oggi stesso metterò fine a questo flagello’. E con tali parole condusse l’intera popolazione al teatro, dove si trovava l’immagine del dio protettore. Lì egli vide quello che sembrava un vecchio mendicante, il quale astutamente ammiccava gli occhi come se fosse cieco e portava una borsa che conteneva una crosta di pane; era vestito di stracci e il suo viso era imbrattato di sudiciume. Apollonio dispose gli Efesi intorno a sé e disse: ‘Raccogliete più pietre possibili e scagliatele contro questo nemico degli dei’. Gli Efesi si domandarono che cosa volesse dire, ed erano sbigottiti all’idea di uccidere uno straniero così palesemente miserabile, che li pregava e li supplicava di avere pietà di lui. Ma Apollonio insistette, e incitò gli Efesi a scagliarsi contro di lui e a non lasciarlo andare.
Non appena alcuni di loro cominciarono a colpirlo con le pietre, il mendicante che prima sembrava cieco gettò loro uno sguardo improvviso, mostrando che i suoi occhi erano pieni di fuoco. Gli Efesi riconobbero allora che si trattava di un demone, e lo lapidarono sino a formare sopra di lui un grande cumulo di pietre.
Dopo qualche momento, Apollonio ordinò loro di rimuovere le pietre e di rendersi conto di quale animale selvaggio avevano ucciso. Quando dunque ebbero riportato alla luce colui che pensavano di aver lapidato, trovarono che era scomparso, e che al suo posto c’era un cane simile nell’aspetto a un molosso, ma delle dimensione di un enorme leone. Esso stava li sotto i loro occhi, spappolato dalle pietre e vomitando schiuma come fanno i cani rabbiosi. A causa di questo la statua del dio protettore, Eracle, vene posta proprio nel punto dove il demone era stato ammazzato”.
Questo è dunque l’orrendo miracolo. Se l’autore fosse cristiano lo si accuserebbe senza alcun dubbio di calunniare il paganesimo. Ma Filostrato era un pagano militante, ben deciso a difendere la religione dei suoi antenati, e la storia di questo assassinio premeditato gli pareva adatta a rinfrancare i suoi correligionari, e a dar nuovo vigore alla loro resistenza contro il cristianesimo.
Sul piano che oggi noi diremmo “mediatico” egli di sicuro non si ingannava: la sua opera ebbe un tale successo che Giuliano l’Apostata la rimise in circolazione nel IV secolo, durante quello che è stato l’estremo tentativo di salvare il paganesimo» 
(Vedo Satana cadere come la folgore, Adelphi, Milano, 2001, pp. 75-77; ed. or. 1999).
Il brano, seppur breve, illustra già per sommi capi la “proposta” di Girard, che nonostante non abbia intenti evangelizzatori (o almeno non subordina a essi la propria ricerca), è riuscito a chiarire, anche a molti amici, il discrimine tra una “santità” e l’altra. Ognuno poi può leggerla come vuole, da un punto di vista sociologico o addirittura da una prospettiva meramente evoluzionistica – come nota l’etologo Eibl-Eibesfeldt:
«La dottrina mosaico-cristiana, secondo la quale tutti gli uomini sono figli di Dio e tutti sono uguali al suo cospetto, ha contribuito in modo decisivo alla pacificazione del mondo negli ultimi duemila anni. Insieme con le altre religioni superiori, essa continua ad agire in questo senso; le religioni possono ascrivere al proprio attivo il fatto di propagandare la pace in modo pacifico. I movimenti pacifisti laici sono ancora ben lungi dal farlo» (Etologia della guerra, Bollati Boringhieri, Torino, 1999, pp. 278-79).
Questo è, in fondo, ciò che, al di là di ogni mistica o escatologia, persino un agnostico trova (inconsapevolmente) accettabile, nel momento in cui, per esempio, rifiuta di credere che una vittima sia naturaliter colpevole.
Eppure tale verità, una volta esclusi orizzonti provvidenzialistici, si rivela fragilissima: per paradosso sono i cristiani, specialmente quelli odierni, a illudersi che il cristianesimo possa trionfare auto-distruggendosi. Ormai molti rivendicano il principio che ogni cristianizzazione sia sempre una mistificazione. Uno dei risvolti tragici di questo “trionfalismo inverso”, che contrappone incessantemente la purezza evangelica alle infiltrazioni “pagane”, è proprio l’evocazione di santità che fino a un attimo prima si immaginavano morte e sepolte.

Quello che accade con l’indebolirsi della pratica cristiana a livello universale è sotto gli occhi di tutti: il paganesimo ruggisce, reclama le sue virtù, riedifica la sua santità. Come ricorda Jacob Taubes (nella nota Teologia politica), fu il protestantesimo liberale del XIX secolo, educando i figli con le saghe germaniche e relegando Cristo a una evanescente “purezza”, a preparare il terreno alla “teozoologia” nazista.
Il movimento di spoliazione volontaria sembrai ormai inarrestabile, ma chi crede che il fenomeno produca solo “religiosità secondarie” senza coagularsi in alcuna santità, sta semplicemente ingannando se stesso (e il suo prossimo). È con un certo imbarazzo che vi sottopongo un esempio di paganitas contemporanea, da un pamphlet risalente all’epoca della polemica sulle “radici cristiane” d’Europa:
«Il cristianesimo, così “prometeizzato” dall’innesto nel cuore di Roma, poté mutarsi da dottrina spirituale per plebi periferiche in decisionismo faustiano centralizzato, usufruendo delle superiori capacità di uomini, ceppi familiari e stirpi di tradizione e di sangue romano e germanico, tutti sospinti a diffondere il naturale genio creativo e attivistico, il temperamento dominatore e “imperialistico” tipico delle genti “arie”, bianche, europee, sotto l’ingannevole veste di un’evangelizzazione universalistica e moralistica […].
La Chiesa di ogni tempo si è servita della genialità europea per volontà di dominio. Filosofi, pensatori, generali, re, imperatori non meno di vescovi e papi, di straordinaria personalità, di caratteristica appartenenza all’etica, alla mentalità e al quadro di valori tradizionali, li vediamo così mettere le loro doti eccezionali al servizio non già dello spirito, dei bisogni o delle virtù originali e autentici dei loro popoli e delle loro culture, ma di un pregiudizio allogeno, d’importazione, estraneo all’Europa, alla sua storia, alla sua anima, al suo destino. Non solo estraneo, ma opposto. Si pensi a personalità carismatiche del rango di un Ottone I, degli imperatori svevi, di un Tommaso d’Aquino, di un Innocenzo III, di un Giulio II, di un Giovanni dalle Bande Nere, di un Ignazio di Loyola, ma anche a taluni sovrani romano-barbarici (un Alarico, un Teodorico) o a generali della tarda romanità superficialmente cristianizzati (un Ezio, uno Stilicone), oppure ancora, a taluni tipi di nordica quadratura caratteriale presenti negli ordini monastico-cavallereschi. Tutte figure di capi carismatici; menti “decisioniste” dotate di volontà ferrea, di tempra dominatrice, di capacità, di vedute politiche e intellettuali complesse, di portata epocale. Tutti quanti, per così dire, “costretti” contro la loro stessa (conscia o inconscia) indole, ad agire nel nome di una religiosità incongrua al loro quadro ideale, alla loro mentalità e ai loro istinti politici, alla tradizione cui il loro sangue apparteneva al di là delle esteriori proclamazioni»
(L. Leonello Rimbotti, “Le radici pagane dell’Europa: una lotta per l’identità”, in Il gentil seme. L’idea di Europa: radici e innesti, Edizioni Ar, Padova, 2004, pp. 89-91).
Si può notare, di sfuggita, quanto il “gioco di prestigio” fili liscio a destra come a sinistra. Al momento nessuno ne percepisce la gravità perché generalmente declinato in senso libertario o libertino, ma un giorno tutti avranno modo di intenderlo, e forse alcuni rimpiangeranno quella “patina cristiana” che oggi trovano tanto ipocrita ed esecrabile.

martedì 15 marzo 2016

Ritratto del Battista da giovane

(Pierluigi Battista, “La Stampa”, 12 aprile 1999)
«Qualche quesito da sottoporre a Mario Cervi, Angelo Panebianco, Vittorio Feltri e agli autorevoli commentatori che hanno sottolineato in questi giorni la persistenza di un recidivo e petulante “antiamericanismo” come chiave interpretativa dell’atteggiamento ostile nei confronti della guerra in Kosovo. Come far rientrare nel pregiudizio “antiamericano” l’esplicita perplessità espressa da Henry Kissinger sul “Newsweek” […] e la contrarietà di Colin Powell al modo di condurre la spinosa questione da parte della Albright?
[…] È possibile, inoltre, che non sia abbia voglia di chiedersi come mai, al contrario del moltissimo “antiamericani” inossidabili che anche in questa occasione hanno menato la danza suttchevolmente ripetitivo dell’antiamericanismo di maniera, molti “antiamericani” di ieri, e che magari nel 1991 portavano le loro figliolette in spalla a piazza San Pietro per protestare contro la guerra yankee in Iraq, si siano improvvisamente risvegliati fervidi “filoamericani”?
[…] L’antiamericanismo classico stavolta c’entra ben poco. C’è ovviamente da essere grati agli Stati Uniti d’America per essere stati dalla parte “giusta” per ben due volte consecutivamente, contro il nazismo prima e contro il comunismo poi. Ma sarebbe un filoamericanismo di tipo squisitamente statistico quello che fosse costretto a dire che non c’è due senza tre, che dunque gli Stati Uniti d’America hanno ragione per definizione, e che perciò chi nega questo principio è affatto da un inguaribile antiamericanismo. Proposta finale: evitare l’anatema “antiamericano”. Dimostrare di avere ragione in questa specifica circostanza e non pretendere di avere ragione solo per essersi schierati con chi ha avuto ragione nel passato (e lunga vita agli Stati Uniti d’America)».

(Pierluigi Battista, “La Stampa”, 13 aprile 1999)
«L’etica è un’ottima cosa. La sovreccitazione etica, invece no: è pessima. Con l’enfasi emotiva sulla guerra “umanitaria” si corre infatti un duplice pericolo. Da una parte la paradossale esaltazione della guerra come sola igiene “morale” del mondo, trasfigurazione bellica della nobile figura del vendicatore universale che porta il suo messaggio armato dovunque si verifichi una violazione nella sfera dei “diritti”. […] Mario Vargas Llosa, sostenitore appassionato dell’intervento Nato sul “País” e su “Repubblica” scrive che “i paesi democratici hanno l’obbligo di agire” ovunque e sempre contro chiunque calpesti i diritti: senza timore di violare la sovranità di uno Stato in base al (discutibile) dogma della “ingerenza umanitaria”.
Il secondo pericolo deriva dal fatto che il richiamo magniloquente all’assolutezza dei principi […] richiede una coerenza altrettanto assoluta nei comportamenti. Se si trattasse di una guerra “normale”; sarebbe meno imbarazzante la risposta al quesito che frequentemente ma comprensibilmente risuona da più parti: “Perché in Kosovo e non nel Kurdistan o nel Tibet?”. La guerra “normale” contempla infatti un sistema di priorità dettate dal realismo politico […]. La guerra “etica” no, non può ammettere che i principi così ampollosamente proclamati valgano in un caso e non in un altro […]».

(Pierluigi Battista, “La Stampa”, 14 aprile 1999)
«Questa guerra appare ogni giorno di più come un conflitto irriducibile tra il troppo grande e il troppo piccolo. Il troppo grande di una guerra che si carica di un compito “etico” (“le bombe a fin di bene”, come scrive con amaro sarcasmo Ida Dominijanni sul “manifesto”). Il troppo grande di un assetto che […] obbligherà ben presto a cedere quote di decisionalità dello Stato nazione a organismi o istituzioni sovranazionali.
[…] Si deplora la deriva “micronazionalista”, il rinculo “etno-religioso” (Paolo Rumiz su “Repubblica”), […] il localismo psicotico come antidoto al “mondialismo” americano, e così via. Si deplora e si stigmatizza in generale. Ma poi va quasi sempre a finire che, quando si passa dal generale al particolare, il bersaglio delle preoccupazioni “interventiste” diventa la neomitologia serba.
Ma che dire se la stessa “nevrosi identitaria”, la stessa etno-religione a sfondo mitologico, il feticcio della micronazionalità vengono condivisi anche dagli alleati della Nato? Se al richiamo pericoloso della “Grande Serbia”, scrive con giustificata apprensione Guido Caldiron sul “manifesto”, si contrappone “automaticamente l’idea di una Grande Albiania che si costituirebbe a partire dalla resistenza armata kosovoara? A parte le numerose e concordi analisi sulla cospicua presenza, tra i clan rivali in cui è suddiviso l’Uçk di poderose infiltrazioni mafiose, a parte l’influenza esercitata sui guerriglieri dell’Uçk alleati dei “mondialisti” della Nato di una fazione marxista-leninista che si ispira direttamente alla luminosa dottrina democratica dello scomparso leader albanese Enver Hoxha […] La guerra, si sa, impone di avere per amico il nemico del nemico. Basta non spacciarla per amicizia “etica”».

(Pierluigi Battista, “La Stampa”, 15 aprile 1999)
«Interpellato da “Repubblica” sulla missione degli alpini al confine tra l’Albania e la Jugoslavia, il ministro Piero Fassino ha assicurato che i militari italiani, per carità, non vanno a “fare la guerra”. Curiosa rassicurazione, visto che di solito un militare di un Paese in guerra va in una zona di guerra proprio per fare la guerra. Ma nonostante il fervore etico che anima i sostenitori dell'intervento militare, resta fortissima la propensione a cancellare la guerra dall'immaginazione collettiva rimuovendone virtuosamente la spietatezza e la brutalità. Non è solo ipocrisia. È soprattutto difficoltà ad accettare l'idea che stare dalla parte del Giusto e del Bene, come proclamano i fautori della “eticità” dell'intervento Nato contro il “nuovo Hitler”, comporti anche sofferenze, morte, violenza, panico, sangue. Perciò nel discorso pubblico sulla guerra resta soltanto la figura emotivamente schiacciante e terribile di un popolo di inermi in fuga, […] che sembra vittima di qualcosa di indicibile e disumano, di un cataclisma naturale, di un nemico che è l'incarnazione stessa del Male, di un fanatismo etnico abominevole. Di tutto, tranne che di una guerra. C'è un tratto profondamente italiano in tutto questo, […]. È soprattutto il richiamo simbolico a un carattere nazionale naturalmente incline, come ha detto D’Alema, alla “solidarietà”, l'idea che l'italiano dal cuore d’oro primeggi senza rivali nella corsa commovente al soccorso e all'ospitalità, allo spontaneo altruismo che cova invisibile nei precordi di un popolo accusato di essere egoista e insensibile alla cosa pubblica ed esplode in lacrime nell'emergenza “umanitaria”. È la retorica definita dal Foglio come il “bravogentismo degli italiani”, l'idea che gli italiani diano il meglio di sé nelle trasmissioni congiunte di Bruno Vespa e Maurizio Costanzo dove le immagini della guerra sono trasfigurate in una gara di beneficenza. Il problema è che si è scelto di fare la guerra, non solo la solidarietà. Dov’è la guerra “vera”? E l'ipotesi che i “soldati dell’Alleanza” si impegnino “su un terreno impervio e ostile in imboscate, azioni di sabotaggio, uno stillicidio di piccole battaglie con morti, feriti, devastazioni”, come lucidamente viene detto da Stefano Silvestri in un'intervista all’“Unità”? Guerra “degli altri”. A noi spetta la “solidarietà”»

(Pierluigi Battista, “La Stampa”, 18 aprile 1999)
«Su “Repubblica” David Grossman suggerisce l’ipotesi che ad alimentare l'assurda comparazione tra Milosevic e Hitler, tra le stragi in Kosovo e la Shoah, contribuisca un irrefrenabile “bisogno umano di catalogare, paragonare, mettere in relazione gli eventi”. Tuttavia, più che da smania classificatoria la reiterata propensione comparativa che è esplosa nelle argomentazioni “interventiste” per la guerra “etica” nel Kosovo appare come una risorsa psicologica cruciale per giustificare sia l'eccezionale spiegamento di forze militari nell’ex Jugoslavia, sia l'eccezionale carico di indignazione cresciuto attorno a crimini ignorati o misconosciuti in altre parti del mondo. Perché proprio adesso? E perché proprio qui? L'argomento geo-politico tradizionale non avrebbe difficoltà ad ammettere che proprio “adesso” e “qui” vengono messi in discussione interessi ed equilibri fondamentali secondo una logica ispirata alle leggi del realismo politico. Ma l'argomento “etico” che conferisce un'urgenza ideale e morale in un intervento militar-umanitario vissuto come la manifestazione di un Ordine Giusto non ammette questo genere di argomenti e non può che rispondere che “qui” e “adesso” l’orrore è più orrore di altri orrori, che qualcosa di intollerabile abbia reso indilazionabile un “fare qualcosa”, qui e ora, per mettere fine al massacro. Perché proprio adesso? E perché proprio ora? Ma perché c'è un nuovo Hitler, risponde infatti Mario Pirani su “Repubblica” a Pietro Ingrao che sul “manifesto” aveva avanzato quei quesiti. E se c’è un nuovo Hitler è ovvio che non si può essere troppo schifiltosi e bisogna intervenire al più presto e con la massima determinazione chirurgica. Se c’è il nuovo Hitler ogni altra sofferenza viene ridimensionata o comunque ricondotta a necessario prezzo da pagare per liberare il mondo dalla nuova incarnazione del Male. […] Come sostiene Lucio Caracciolo nell'editoriale che apre il numero speciale di “Limes” dedicato all'Italia in guerra, il paragone Kosovo come Auschwitz svela un aspetto preoccupante: “La perdita di controllo delle categorie semantiche è purtroppo il sintomo della nostra bancarotta strategica”. La sensazione di condurre una guerra santa contro il “nuovo Hitler” è il velo che impedisce di vedere gli effetti di quella catastrofica “bancarotta strategica”»

(Pierluigi Battista, “La Stampa”, 5 maggio 1999)
«Scrive K.S Karol sul “manifesto”: “Oggi la richiesta di Goldhagen di radere al suolo la Serbia è pubblicata dal solo quotidiano di sinistra del Regno Unito”, che poi sarebbe il “Guardian”. Daniel Goldhagen è lo storico che in un saggio molto controverso intitolato I volonterosi carnefici di Hitler ha surrettiziamente reintrodotto nel dibattito culturale la micidiale categoria della “colpa collettiva”, interpretando l’intera vicenda storica tedesca come una sequenza di passi preparatori culminata nello sterminio degli ebrei. Ma con la guerra del Kosovo Goldhagen si è segnalato per aver dapprima su “New Republic” e poi sul “Guardian” trasferito il suo “metodo” storiografico sulla Serbia, non solo ipotizzando l'identità morale tra il popolo serbo e il dittatore Milosevic ma anche esortando i troppo teneri di cuore a non immalinconirsi troppo sui civili serbi bombardati a Belgrado, complici del tiranno. Ora Goldhagen, suscitando il comprensibile sconcerto di Karol, fa un passo ulteriore e stira allo spasimo l’analogia storica per dire che non sarebbe affatto male se anche la Serbia, come è accaduto per la Germania (e il Giappone), venisse sottoposta d’autorità a un congruo periodo di “rieducazione” democratica, suggerendo l’idea che una drastica umiliazione storica inflitta alla sovranità di quello Stato, lungi dall’alimentare velleità revanscista, sarebbe pedagogicamente utile per levare un po’ di grilli dalla testa dei volonterosi carnefici di Milosevic. Lo straordinario fervore bellico di Goldhagen ha il merito di mettere in evidenza il sottinteso ideologico della pretestuosa equazione Hitler = Milosevic abbracciata dai sostenitori dell'intervento “umanitario”. E Karol ha buon gioco a smontare l’equivalenza tra “deportazioni e genocidio” che tra l'altro ha come esito un’ambigua “relativizzazione” del nazismo.
Colpisce piuttosto l’adesione alla “soluzione Goldhagen” del Foglio, il giornale che con più nettezza si è impegnato nell’impervio tentativo di separare le sovreccitate motivazioni etico-ideologiche della guerra da quelle pragmatiche e geopolitiche per “impedire a Milosevic di minacciare la stabilità in Europa dopo dieci anni di provocazioni intollerabili”. Ma la “soluzione Goldhagen”, con la sua smisurata pretesa iper-giacobina di distribuire ex cathedra vizi e virtù sull'intero pianeta e di ridisegnare la carta del mondo secondo una visione manichea del Bene e del Male, rappresenta la prova più eloquente dello sfrenato ideologismo a sfondo eticizzante che sta alla base di un intervento militare dai contorni “geo-politici” sempre più problematici. Far coincidere politica e morale nelle strategie internazionali è straordinariamente pericoloso, ma identificare politica e pedagogia porta soltanto alla febbre giacobina della “rieducazione democratica”»

Un’altra Europa è possibile! (D. Kalajić)

«Per noi, da Belgrado a Mosca,  è chiaro che i nostri fratelli della parte occidentale del continente europeo non sono ancora in grado di risollevarsi e liberarsi da un’altra forma di occupazione per il semplice fatto che, per ora, non esiste una alternativa tangibile all’Occidente.
Tale alternativa potrebbe essere offerta dalla presa del potere in Russia da parte delle forze autenticamente russe e cristiane. In tal caso sono sicuro che quasi in un attimo tutto cambierà in Europa. Perché subito la Germania potrebbe emanciparsi dalla politica antieuropea imposta da Washington e volgersi verso un alleato europeo, autentico e sincero.
A questo asse Berlino-Mosca si aggiungerebbe Roma. Quindi un asse Roma-Berlino-Mosca.
L’Italia in questo contesto ha un ruolo importantissimo in quanto: a) è Paese membro dell’UE; b) ha naturali amicizie con il mondo musulmano e arabo che si affaccia sul Mediterraneo; c) condivide il Mar Adriatico con il mondo slavo.
Inoltre gode di un prestigio enorme presso tutte le élites culturali del mondo slavo, che si sono formate in gran parte su materiale culturale proveniente dall’Italia. Tutti ci sentiamo eredi dell’Impero romano e del Diritto romano. Per noi tutti Dante e Vico sono maestri di vita. Leggiamo Malaparte come un nostro connazionale»
(Dragoš Kalajić, Serbia, trincea d’Europa, Edizioni all’Insegna del Veltro, Parma, 1999, p. 64)

domenica 13 marzo 2016

Annichilirsi meno, annichilire tutti (Tre anni di Papa Francesco)

(La Boca, Argentina)
Ah già, il Papa Francesco: son passati 3 anni, è vero. 13 marzo 2013: 3-3-3 (evitare la tentazione di moltiplicare per due). Molti conoscenti hanno sospeso il giudizio, preferendo affidare l’ardua sentenza ai posteri; alcuni hanno persino espresso apertis verbis il desiderio che Bergoglio si tolga di mezzo il prima possibile – ma solo per permettere una visione più obiettiva del suo magistero (ovviamente). Ma no, dai… In realtà nessuno di loro vorrebbe scoprire se Francesco ci è o ci fa, cioè se sconta un certo entusiasmo senile che a volte fa straparlare oppure se, come dicono gli americani, ha una agenda. Anch’io, rispetto a tale problematica, ho fatto epoché; ciò non m’impedisce però di valutare gli effetti che tale pontificato sta avendo sulla società (evitando, per quanto possibile, di giudicarlo in sé).

Il primo, funestissimo, è che Papa Francesco è riuscito a far diventare anti-progressiste ampie porzioni dell’intellighenzia occidentale che per odio invincibile verso il cattolicesimo non potrebbero mai accettarne la “linea”, neppure se ne rispecchiasse interamente i desiderata. È una situazione pericolosa trovarsi con un pontefice ansioso di mostrarsi “campione di progressismo”, poiché ciò potrebbe favorire l’accelerazione improvvisa di quel processo di sdoganamento della destra (che in questi anni è già stato avvantaggiato, tra le altre cose, dalla crisi economica).
È una conseguenza che possiamo osservare semplicemente sfogliando un quotidiano: se alcuni capi di Stato, magari in odore di massoneria, se ne infischiano allegramente delle “belle parole del Papa” senza essere redarguiti nemmeno dal più infimo rappresentante del quarto potere, è perché di fronte al precetto anti-cattolico non c’è progressismo che tenga (inoltre Bergoglio sfida continuamente la sinistra a prendersi sul serio, una cosa che irrita quelli sinceramente convinti che le opere di misericordia valgano giusto un comizio in piazza o una chiacchierata da salotto).

Il secondo effetto, collegato al primo, è che il pontificato di Francesco è il più politico degli ultimi decenni: così Bergoglio rischia di trovarsi costretto a contare le proprie divisioni (e magari a dar ragione alla battutaccia di Stalin). In realtà non ci sarebbe nulla di male in questo: anche se il Vaticano è la nazione più piccola del mondo, potrebbe comunque far valere il proprio peso come San Marino, il Lussemburgo o il Brunei. Non potrebbe tuttavia godere del credito spirituale attribuitogli da una parte consistente dell’umanità; d’altronde già si notano le conseguenze di questa contaminazione tra religione e politica sia nel fenomeno a cui ho accennato poche righe fa (lo spostamento a “destra” dell’opinione pubblica) sia, per fare un esempio recente, nell’effetto controproducente prodotto dall’ingerenza pontificia nelle elezioni americane che ha avvantaggiato il candidato repubblicano più estremista (il quale ha tutto il diritto di essere “cristiano” nelle modalità che preferisce, in base a presupposti peraltro stabiliti dallo stesso Francesco...).
Potrei sbagliarmi, ma mi sembra che nei confronto del “regno di Cesare” questo Papa mantenga lo stesso atteggiamento di Karl Barth, il quale disprezzava il potere mondano a fasi alterne: da una parte chiamava alla crociata contro i nazisti e dall’altra invocava una moratoria verso il comunismo perché Stalin si trovava a combattere contro “potenze più potenti delle altre” (cioè gli Stati Uniti e il Vaticano).

Infine, l’effetto più minaccioso ma meno evidente (e forse talmente enigmatico da non poter essere ancora compreso) è il supporto teologico che Francesco offre ad alcune istanze mondane, in particolare a quelle che chiedono al  cattolicesimo di togliersi di mezzo. È vero, come abbiamo detto, che la deriva “lussemburghese” è ormai in atto, ma ciò non impedisce che prima della politicizzazione completa il Vaticano non possa sfruttare fino all’esaurimento la sua autorità per “consacrare” qualsiasi cosa (si è visto, per esempio, come leggendari miscredenti si siano avventati sulla Laudato si’ solo per dare una base dogmatica all’ecologismo). Tale atteggiamento diventa pericoloso quando attraverso di esso si giunge a sacralizzare il nichilismo.

In fondo la posizione che il “mondo” mantiene nei confronti di ogni pontefice da tempo immemorabile è piuttosto semplice: finché un Papa contribuisce all’auto-sabotaggio, è giusto appoggiarlo. Così facendo si finge però di ignorare che un Kulturkampf condotto dall’interno, usando le stesse armi del “nemico”, assume su di sé una sorta di investitura divina. Questo, a lungo andare, contribuisce a corrodere la legittimità anche di poteri (come quello mediatico) che si sentono immuni da qualsiasi contestazione. Il giochetto di chiedere a un Papa di distruggere la propria Chiesa (o, più in generale, a un potere di autolimitarsi), non porta a una maggiore libertà o indipendenza, ma alla situazione paradossale in cui chi comanda è colui che è riuscito ad annichilire tutti gli altri senza tuttavia distruggere completamente se stesso.

sabato 12 marzo 2016

Chicago di giorno

La Chicago violenta è tornata in prima pagina: tra gennaio e febbraio sono state ammazzate 102 persone (il doppio del 2015) e le sparatorie sono salite da 217 a 467 (Homicides soar in Chicago, marking the deadliest start to a year since 1997, “LA Times”, 1 marzo 2016).

Il primo imputato per l’impennata di violenza è chiaramente Rahm Emanuel, il First Jewish Mayor, già finito nell’occhio del ciclone per la sua indulgenza verso la brutalità poliziesca; nonostante il buon Rahm abbia tentato sin dall’inizio di farsi passare per afro-americano (sic!), la popolazione nera comincia seriamente a odiarlo: suo figlio è stato rapinato davanti casa e un suo assistente (di colore) è stato aggredito con insulti antisemiti (evidentemente non rivolti a lui).

Il timore è che in Chiraq esploda il noto odio anti-ebraico dei neri americani, anche se pure le riviste filosemite accusano il sindaco di aver fallito: «Since taking office in 2011, Emanuel has faced a mountain of criticism for controversial political moves, including the closing of nearly 50 schools in minority neighborhoods, fighting with the Chicago Teachers Union, and possessing what critics perceive as a gruff and arrogant style of governing» (Chicago is burning, “Forward”, 24 dicembre 2015).

Per capire meglio cosa sta accadendo nella capitale mondiale degli omicidi da arma da fuoco, siamo andati a fare un sopralluogo; anzi, col cazzo che ci siamo andati, scusate: forse faremo un viaggio verso i cinquanta (non è plurale maiestatis, sto parlando di me e del mio amico immaginario), quando sarà tutto passato perché i negher si saranno sterminati tra loro (del resto l’industria discografica americana fa di tutto per fomentare i bambini-soldato spingendo generi come la drill music, una forma di rap oscura e fatalistica che impone come valori lo spaccio e le sparatorie – per carità, queste cose esistono sin dai tempi di Bertram dal Bornio, ma bisognerebbe capire chi sono oggi i nuovi committenti feudali).

Quindi abbiamo preferito fare un giro solo su Google Street View senza una destinazione precisa: dalla nostra fondamentale ricerca sociologica è emerso che Chicago è soprattutto negher che nascondono i ceffi di fronte a una telecamera, camminano a torso nudo per strada, si pestano, spacciano, raccolgono rottami. Forse è tutta l’America a essere così: come recita il rapper King Louie, «My city influenced my country» (Live and die in Chicago). 

Le gang di strada, la violenza domestica, gli arresti domiciliari violati… È questa l’America che abbiamo imparato ad amare? Come scriveva Daniil Charms: «Adesso da noi, adesso qui da noi… Io dico da noi qui negli Stati Uniti, negli Stati Uniti d’America, negli Stati Uniti d’America, qui, da noi… capisci dove?».

giovedì 10 marzo 2016

I pederasti (Ruggero Savinio)

«Ricorda ancora l’ossessione, ammantata di allegria, prodotta da ogni ipotesi di devianza dalla norma di rapporti amorosi tra uomo e donna, presumibilmente ancorati alla loro forma più elementare, quella che un grande trasgressore con l’anima del moralista riassumeva nella formula: bouche sur bouche, sexe sur sexe, e di cui a casa sua nemmeno si faceva parola, visto il pudore che impediva di parlare, se non per allusioni scherzose, delle faccende sessuali.
L’ossessione era dunque quella dell’omosessualità, e Leo, ricordandone il peso, si stupiva di quanto, nel volgere di pochi anni, fosse cambiata la mentalità degli italiani: sembra quasi, a vedere esibiti a ogni angolo di strada atteggiamenti lontanissimi da un’ipotesi di virilità, che essi non aspettassero che il crollo delle barriere di moralità e convenienza per dare sfogo alla loro prorompente vocazione femminile.
A dire il vero, non si devono confondere omosessualità e femminilità: spesso, infatti, l’omosessualità è invece proprio una condizione di esasperato maschilismo, una venerazione idolatrica del membro maschile, pietra di paragone e omphalos di un universo di fantasia e desideri, ma questo Leone l’avrebbe imparato col tempo, quando incominciò a osservare più da vicino quel terreno misterioso e a segnalarne le regioni ciascuna con la sua specificità, distinguendo così le checche dai froci, e considerando una categoria a sé quella che nel suo ambiente familiare a quel tempo dava il nome all’intera specie: i pederasti.
Il nome era attribuito con una facilità e un’allegria esagerati. Leone ripensa al naufragio dell’amicizia di suo padre e di un suo giovane amico, ammiratore e quasi discepolo, che si sentì ferito un giorno dall’apprendere che il maestro tanto amato lo qualificava con gli altri del nome: pederasta.
[…] Ora, ripensando a quell’epoca e a come usasse classificare sotto l’etichetta di pederasta tutto quanto, uscendo dalla norma dei comportamenti accettati, fosse considerato pendere nel campo di una delicatezza donnesca tutta svenevolezze e moine, senza nerbo insomma e senza forza persuasiva, pensa agli esempi innumerevoli di un’omosessualità al contrario volta a una virilità eroica e muscolosa – quello di Michelangelo essendo il più famoso e alto; e pensa anche che l’epoca dei padri e della propria infanzia era ossessionata da un’idea di valore maschile, che occupava le menti dei più sempliciotti nelle sue versioni scalcinate e ovvie – una maschilità da caserma per tanti anni tenne il potere in Italia – ma che, nelle sue versioni più raffinate, non risparmiava nemmeno le intelligenze più sottili».
(Ruggero Savinio, Ombra portata, Anabasi, Milano, 1992, pp. 25-26).

mercoledì 9 marzo 2016

Il primo gay pride della storia

«“Mi chiedo quanti militari che si vedono per le strade siano in realtà dei travestiti come il tuo amico”.
“E chi lo sa? Per quel che mi riguarda, vorrei che lo fossero tutti”.
“Ovviamente” disse Ignatius con voce seria e pensosa “potrebbe essere un imbroglio a carattere mondiale. La sciarpa rossa si muoveva su e giù. “La prossima guerra potrebbe trasformarsi in un’orgia collettiva. Santi numi, quanti capi militari non sono altro che vecchi sodomiti folli che recitano la propria parte? D’altro canto, questo potrebbe significare un beneficio per l’umanità, in quanto segnerebbe per sempre la fine di tutti i conflitti armati: sarebbe la soluzione ideale per uno stato di pace duraturo”.
“Ma certo” disse il giovanotto accomodante. “Pace a ogni costo”.
Nel cervello di Ignatius due nervi si toccarono, formando un’associazione immediata […].
“I capi di governo di tutto il mondo, impazziti per la sete di potere, sarebbero certamente sorpresi di scoprire che i loro eserciti sono formati da sodomiti travestiti che non vedono l’ora di incontrarsi con quelli d’altre nazioni per ballare insieme e avere così l’occasione di imparare qualche passo di danza nuovo”.
“E non sarebbe meraviglioso, forse? Pensa, un governo che ci pagasse per viaggiare. Sarebbe veramente divino: così la faremmo finita con le lotte mondiali e rinnoveremmo la speranza e la fede di tutta l’umanità”.
“Sì, forse siete proprio voi la speranza per il futuro” disse Ignatius, battendo un pugno sull’altra mano con aria altamente drammatica. “Comunque, non mi pare che ci siano molte altre cose promettenti all’orizzonte”.
“Fra l’altro, sarebbe anche un sistema per contenere lo sviluppo demografico”.
“Oh, mio Dio!” gli occhi gialli e blu mandavano lampi selvaggi. “Forse il vostro metodo è ancora più efficace e soddisfacente del sistema di controllo delle nascite che io ho sempre difeso e che, in verità, era un po’ troppo severo. Gli dedicherò un po’ di spazio nei miei futuri articoli. L’argomento merita l’attenzione di un pensatore profondo che abbia una certa prospettiva dello sviluppo culturale del mondo intero. Sono immensamente felice che tu mi abbia fornito uno spunto così brillante”.
“Oh, ma che giornata buffa è stata oggi. Tu sei uno zingaro, Timmy è un marinaio e quel meraviglioso poliziotto è un artista”. Il giovanotto emise un sospiro. “Sembra martedì grasso, ma io mi sento un pesce fuor d’acqua. Ora vado a casa e mi metto qualcosa addosso anch’io”.
“Aspetta un momento” disse Ignatius. Non avrebbe permesso che quest’opportunità gli sfuggisse fra le dite gonfie.
“Mi metterò un paio di zoccoli; sento che sono entrato nella fase Ruby Keeler” disse il giovanotto allegramente. Poi cominciò a cantare: “Tu mi metti il pastrano, io ti prendo per mano, e insieme noi andiamo. Ye-ye-ye. A Buffalo, a Buffalo andiam!”.
“Finiscila immediatamente con questa orribile esibizione” gli ordinò Ignatius con tono arrabbiato. I tipi come quello si sarebbero meritati la frusta, altroché.
Il giovanotto fece una piroetta intorno a Ignatius e disse: “Ruby è veramente un tesoro. Io ho visto tutti i suoi vecchi film alla televisione. Daremo un soldino a quel caro vecchietto, e lui la luce spegnerà, tralalalalallà”.
“Per favore, cerca di fare la persona seria, almeno per un momento. E smettila di saltellarmi intorno”.
“Moi? Saltellare? Che vuoi, zingarella?”
“Non avete mai pensato di fondare un partito e di scegliere un candidato per le elezioni?”
“Politica? Oh, Pulzella d’Orleans… No, sarebbe troppo triste”.
“Ma è importantissimo!” gridò Ignatius con aria preoccupata. […] “Anche se prima d’ora non ci avevo pensato, voi siete la chiave del futuro”.
“Be’, e allora cosa vorresti fare, Eleanor Roosevelt?”
“Dovete fondare un partito, stabilire un programma e compagnia bella”.
“Oh basta” disse il giovane con un sospiro. “Tutto questo chiacchierare da maschi mi fa girare la testa”.
“Ma voi potreste salvare il mondo!” tuonò Ignatius con tono da oratore. “Santi numi, perché non ci ho pensato prima?”
“Non puoi immaginare quanto mi deprima questo tipo di conversazione” gli disse il giovanotto. “Mi ricordi mio padre, e per me non esiste cosa più deprimente” aggiunse con un sospiro. “Adesso devo scappare: è ora che vada a vestirmi”.
“No!” Ignatius lo afferrò allora per il bavero della giacchetta.
“Oh mio Dio” disse il giovanotto portandosi una mano alla gola. “Ora dovrò continuare a prendere pillole per tutta la notte”.
“Dovete strutturarvi immediatamente”.
“Ti ho già detto che questi discorsi mi deprimono”.
“Faremo un incontro a livello organizzativo per dare il via alla nostra campagna”.
“Sarebbe a dire? Qualcosa tipo festa?”
“Be’, sì, in un certo senso. Quantunque dovrebbe servire più che altro a ribadire i nostri proponimenti”.
“Sarebbe ugualmente uno spasso. Non immagini quanto siano state tristi le feste che ho visto in questi ultimi tempi”.
“Ma la nostra non è una vera e propria festa, pezzo d’asino che non sei altro”.
“Oh, ma ci comporteremo da persone serie, vedrai”.
“Benone, ma ora ascoltami. Io verrò a tenervi una conferenza, in modo da indicarvi chiaramente la via da seguire. Per fortuna ho una certa esperienza di organizzazione a livello di partito politico”.
“Perfetto. E magari, mettiti quel costume fantastico; vedrai, non avremo occhi che per te” disse il giovanotto con un gridolino, coprendosi la bocca con una mano. “Mio Dio, che festa pazza che sarà!”
“Non c’è tempo da perdere” disse Ignatius con tono severo. “L’apocalisse non è poi lungi da venire”.»
(John Kennedy Toole, Una banda di idioti [A Confederacy of Dunces, 1963], trad. it. L. Bianciardi, Marcos y Marcos, Milano, 2003, pp. 298-301)

venerdì 4 marzo 2016

Il mondo è mondo (capricci & regole)

(La fièvre d’Urbicande)
Cualquier regla es preferible al capricho («Qualsiasi regola è preferibile al capriccio»), scrive Gómez Dávila: volendo equivocare a bella posta, quando il capriccio si fa regola, cosa dovremmo preferirgli?
Nella storia della filosofia l’idea che un principio superiore sia in grado di far progredire l’intelligenza è sempre stata presente, dagli antichi fino all’antropologia vichiana e oltre. In maniera meno esplicita, tutte le filosofie hanno offerto ospitalità alla ricerca di un senso ultimo. Gli unici forse che si sono spinti al limite di ogni possibile teleologia sono stati gli scettici, che hanno dedotto dalla sospensione del giudizio l’atarassia, una teoria reazionaria dell’agire sociale.

Il capriccio è una dannazione solo per chi crede nel libero arbitrio: per tutti gli altri, l’errore è necessario. Sono pochi i partigiani dell’insensatezza a essersi spinti al di là della provocazione: spesso è soltanto il tempo (sulla lunga distanza) o l’esperienza (nell’immediato) che si occupano di “sistemare” l’intellettuale troppo presuntuoso (o troppo confidente nei confronti del libero arbitrio).
Il mondo, infatti, non solo “mondeggia”, ma, secondo l’etimo, è di per se stesso mondo. Sì, il mondo è mondo, e su ciò possono convenire anche quelli che non credono che esso sia stato creato, né che abbia scopo alcuno. Questo margine tra ordine e caos in cui si manifesta la vita dovrebbe infatti rappresentare, soprattutto per chi non crede, il famigerato “migliore dei mondi possibili”; d’altro canto l’homo religiosus, pur riconoscendo la bontà del mondo, spesso contrappone la sagesse mondaine alla Sagesse Eternelle: spetta a entrambi però il compito di riconoscere quella forza che consente a ciò che fino a un attimo prima era relegato nel folklore di emergere, di innalzarsi a livello della storia.

Una volta che un’idea si realizza in un contesto specifico, il mondo interviene appunto a mondare, cioè a estinguere le usanze non adattive che riducono le possibilità di sopravvivenza di una società.
Nella tradizione occidentale la “scrematura” si fa più complicata ma al contempo affascinante, poiché impone il compito di armonizzare la dimensione sociale e quella individuale affinché l’una non prevalga sull’altra.
Per fare un esempio classico, nelle Supplici di Eschilo il re di Argo convincere l’assemblea cittadina a soccorrere le Danaidi con argomenti che superano la concezione della religione come instrumentum regni e che suscitano nel popolo lo stesso stato d’animo di chi lo governa.
Anche nel caso estremo del machiavellismo appena evocato, il quale annovera la strumentalizzazione della religione ai fini di potere, è proprio la religione (seppur di Stato) a imporsi come garante della coesione sociale e inibitrice delle contese tra privati; è essa stessa a forgiare la legittimità alla cui riserva attingono perennemente i prìncipi.
Questo significa che, anche qualora si volesse considerare la Kultur come entità esterna che si auto-impone con coercizione sulle creature umane, il suo stesso successo proverebbe a contrario la libertà congenita di tali creature, così intrinseca al loro essere da renderle in grado di esercitarla persino quando vien loro tolta.

Chi vuol comprendere la mondanità, non può che accettarne le dinamiche e adattare le proprie scelte a seconda di come essa si manifesta. In un modo o nell’altro, il giudizio è sempre regolato dall’efficacia, e chi vuol fondare nuovi mondi non può dedurre criteri obiettivi per l’azione basandosi esclusivamente sugli effetti delle proprie deliberazioni, che a priori restano inconoscibili.

giovedì 3 marzo 2016

Carnalità e iconoclastia

Virgo Lactans (Eremo di Greccio)
Un cuerpo desnudo resuelve todos lo problemas del universo («Un corpo nudo risolve tutti i problemi dell’universo»), scrive Gómez Dávila. Una di quelle provocazioni che ti aspetti, e che fai finta di capire: l’immaginazione maschile è al contempo troppo debole e troppo potente per riuscire a filosofeggiare serenamente su una femmina nuda (di solito in quei casi si mette a fare altro).

Potremmo, è vero, portare tanti argomenti in difesa delle pubblicità scollacciate, delle ballerine televisive e forse anche dell’uso “espressionistico” che ne fa la pornografia, con questa ossessione per le dimensioni, il colore, la lucentezza (sapete, il barocco, la corporeità anti-gnostica, la “carnalità” delle icone, la mentalità carnevalesca e altre bellissime cose). Tuttavia, nella crociata femminista contro lo “sfruttamento del corpo femminile”, dovremmo forse schierarci per puro opportunismo dalla parte di certe “lesbicone in salamoia” (cit.) e fare i moralisti in nome di non si sa bene cosa, oppure accettare libidinosamente l’inarrestabile invasione di nudi femminili a scopo commerciale?

Le discussioni sull’argomento, oltre di essere di una noia mortale, manifestano una doppiezza sconcertante, la quale probabilmente nasconde una certa invidia nonché l’innominabile (ma perenne) tendenza femminile alla competizione (mi riferisco, per esempio, alle inutili paranoie contro le aziende produttrici di bikini che rifiutano di scegliere indossatrici con smagliature, cellulite, cicatrici e pancetta).

Ciò lascia intuire che questa crociata non nasca davvero da un bisogno di “realtà” o “verità” (a meno di non presupporre che la fotografia rappresenti “ciò che realmente esiste” e non invece la menzogna dell’attimo che si ferma – per non dire, più banalmente, di pareidolie o illusioni ottiche) ma da un odio antico per la rappresentazione stessa.

È un tema che prima o poi vorrei affrontare in modo serio, ma al momento non sono ancora riuscito a imbastire un’analisi decente. Nell’attesa, vorrei già proporre un parallelo tra le odierne filippiche femministe e l’accusa di Giovanni Calvino all’arte cattolica: «Le prostitute nei loro bordelli sono vestite più modestamente delle immagini della Vergine nei templi dei papisti».

Il femminismo quindi come riedizione secolare dell’iconoclastia puritana? Mi sembrerebbe blasfemo sostenere che il culto delle Madonne del Latte, decaduto durante la Controriforma anche a causa degli strali dei protestanti, sia alla fine ritornato in forma profana nella necessità di utilizzare un corpo femminile per comunicare qualsiasi messaggio. Forse un paragone meno esagerato potrebbe darsi con la Venere del Botticelli, ma inspiegabilmente questo simbolo non è mai stato messo sotto accusa, nonostante anche in esso la bellezza sia subordinata a una forma di indottrinamento (seppur pedagogico e morale).

Per coerenza bisognerebbe partire dalle radici e mettere sotto accusa l’intera storia della rappresentazione, dalle incisioni rupestri a Fernando Botero. Vaste programme? Per i fanatici nulla è impossibile.

mercoledì 2 marzo 2016

La Brigata Benjamin

Monumento alla memoria di Walter Benjamin (Portbou)
Walter Laqueur
“Mosaic Magazine”
(3 aprile 2014)

La Brigata Benjamin
Come un intellettuale ebreo tedesco, 
tanto originale quanto criptico  
si è trasformato in un fiorente
affare accademico
«L’intellettuale ebreo tedesco Walter Benjamin, nato a Berlino nel 1892, morto suicida sul confine franco-spagnolo nel 1940, resta ancora un uomo misterioso. Tutt’altro che celebre durante la sua vita, è stato consacrato negli ultimi decenni come il più grande pensatore del XX secolo in tutti i campi, dalla filosofia alla sociologia, dall’estetica alla critica. Persino tale evenienza è di per sé misteriosa: tra gli intellettuali mitteleuropei del secolo scorso, la fama dei contemporanei e dei colleghi di Benjamin (ad eccezione del filosofo della Scuola di Francoforte Theodor Adorno) continua a scemare, mentre la sua non accenna a diminuire.
Il numero di articoli e libri dedicati a questo pensatore è sconcertante; una nuova imponente biografia, Walter Benjamin: A Critical Life, scritta da Howard Eiland e Michael W. Jennings di Harvard, è solo l’ultimo titolo di un elenco all’apparenza sterminato.
Come spiegare la moda benjaminiana? Eiland e Jennings chiamano in causa il movimento studentesco degli anni ’60 e il revival del pensiero marxista. Ma i rivoluzionari degli anni ’60 non erano propriamente grandi lettori, e gli scritti di Benjamin sono come minimo un po’ criptici, se non totalmente inaccessibili. Quanto al marxismo, se esso fosse stato così preponderante, allora il vero eroe culturale oggi dovrebbe essere Herbert Marcuse, un tempo riconosciuto padre della nuova sinistra e oggi invece completamente dimenticato.
Molto probabilmente, Benjamin deve la sua fama all’ascesa dei cultural studies e a tutte le sotto-discipline accademiche a essi collegate: post-modernismo, post-strutturalismo, teoria femminista, gender studies ecc… In tali ambiti lo stile gnomico di Benjamin può rappresentare un valore aggiunto, il segno esteriore di una profondità interiore che suscita al contempo i voli pindarici dell’ingenuità interpretativa.
A contribuire al fascino di Benjamin concorre anche la sua triste biografia. A prescindere dalla tragica fine (si è avvelenato mentre fuggiva dalla Francia occupata dai nazisti), egli ha sempre rappresentato l’escluso per eccellenza, il tipo ideale dell’emarginato. Infatti, se fosse sopravvissuto, difficilmente avremmo potuto immaginarlo allegramente arruolato tra i giannizzeri accademici dei cultural studies contemporanei.
Il mio interesse per Benjamin nasce dallo studio dei movimenti giovanili tedeschi nati a ridosso della Prima guerra mondiale, dei quali è stato un figura di spicco, seppur non uno dei leader. In relazione a questo progetto ho conosciuto alcuni suoi amici di gioventù, tra i quali, in Germania, il pioniere della pedagogia Gustav Wyneken, che fu uno dei suoi primi maestri. In Italia, ho incontrato alcuni suoi ex accoliti della redazione del giornale rivoluzionario Der Anfang. A Gerusalemme, il poeta e bibliotecario Werner Kraft, uno degli amici della prima ora (ma in seguito critico nei suoi confronti) e, soprattutto, Gershom Scholem, che fu il migliore amico di Benjamin e che, con Adorno, è stato il fautore della fortuna postuma di Benjamin.
Il salotto di Scholem a Gerusalemme era dominato dall’Angelus Novus di Paul Klee, un quadro che ha avuto un ruolo centrale nello sviluppo del pensiero di Benjamin e che Scholem ha ereditato proprio da lui, dopo la guerra (ora è nella collezione dell’Israel Museum). All'ora del tè in casa Scholem, prima o poi la conversazione cadeva su Benjamin: sì, era molto colto, molto letto, impegnato in diverse aree di indagini; sì, le sue idee (a partire il suo saggio più noto, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica), erano originalissime, dei veri lampi di genio.
Ma, precisamente, in cosa consisteva questo genio? Benjamin ha creato una nuova filosofia della storia, ha proposto un approccio radicalmente innovativo alla nostra comprensione della cultura europea dell’Ottocento (la sua principale area di interesse), oppure ha rivoluzionato il nostro modo di pensare la modernità? Le risposte di allora, come quelle della letteratura secondaria degli decenni successivi, non mi mai hanno convinto.
Per alcuni il problema è che i più importanti lavori di Benjamin siano rimasti incompiuti. Mi riferisco soprattutto al monumentale Passagenwerk, ispirato in parte all’incrollabile ossessione per la poesia urbana di Baudelaire. Il titolo si riferisce ai celebri passages del centro di Parigi, la cui massima diffusione risale, secondo Benjamin, al momento in cui la città diventa la capitale del XIX secolo. Una figura emblematica per Benjamin è quella del flâneur, l’esploratore urbano assuefatto a questi luoghi. Egli voleva mostrare l’influenza rivoluzionaria dell’urbanizzazione non solo sulla cultura (come si evidenzia nell’arte, nell’architettura e nelle nuove idee estetiche), ma sulla vita in generale. Gli approcci critici tradizionali, sia storiografici che filosofici, secondo il filosofo erano inadeguati a comprendere la nuova epoca del capitalismo e ciò che aveva generato. Benjamin avrebbe voluto elaborare una nuova teoria materialista dalle tinte marxiste per penetrare la realtà moderna.
È riuscito nel suo intento? Gli apologeti si limitano a segnalare le difficoltà che hanno tormentato la sua carriera: la sua abilitazione universitaria venne respinta; il suo progetto di creare una rivista con Brecht naufragò prima di nascere; non riuscì mai ad avere un impiego fisso e dovette ricorrere agli aiuti della sua famiglia e della ex moglie. Dopo il 1933 godette di un minimo sostegno da parte della Scuola di Francoforte, che aveva saggiamente trasferito i fondi prima in Svizzera e poi in America, ma questi aiuti economici non divennero mai una stabile fonte di reddito.
Supponiamo che fosse riuscito a terminare il suo grande progetto. Sarebbe stato davvero così originale? La figura del flâneur era stata già “scoperta” dai romanzi di Honoré de Balzac e di altri, mentre le tematiche principali della poesia di Baudelaire erano state analizzate da diversi studiosi tedeschi, alcuni dei quali erano giunti a conclusioni non troppo diverse da quelle di Benjamin. Erano i passages di Parigi, con o senza Benjamin, il punto di partenza ideale per una nuova concezione della modernità? Anche la più dettagliata biografia Benjamin, di Jean Michel Palmier, non giunge a una conclusione esauriente su questo punto (il lavoro mastodontico di Palmier, 1400 pagine, resta, come le opere di Benjamin, incompleto – il dettaglio si commenta da sé).
È molto più semplice scrivere la biografia di un uomo d’azione che quella di un pensatore, e Benjamin non era altro che un uomo di “inazione”; considerando le difficoltà che questo comporta per un biografo, Eiland e Jennings meritano più di una lode. Necessariamente il loro libro si basa sugli scritti e gli epistolari di Benjamin. Tuttavia, nonostante la volontà di completezza, nel testo compaiono alcune singolare omissioni. In particolare è ignorata la figura di Asja Lācis, il grande amore di Benjamin, colei che, oltre ad essere stata la causa della fine del suo matrimonio, lo convertì a una branca particolare del marxismo e organizzò il suo incontro con Brecht.
Nata in Lettonia, comunista militante, la Lācis visse a Mosca finché non scomparve improvvisamente nel 1938. Nonostante Benjamin sapesse che la sua amata era stata mandata in un gulag (dove rimase per dieci anni), e anche se tale perdita ebbe sicuramente un impatto sulla sua vita e il suo lavoro, nel testo di Eiland e Jennings non compare che un riferimento sfuggevole a questo evento (forse perché non contemplato nella corrispondenza del filosofo).
Dalla morte di Benjamin nel 1940, due temi in particolare sono stati discussi all’infinito: la natura del suo marxismo e il suo atteggiamento nei confronti dell’ebraismo. Dagli anni ’30 in poi Benjamin ha pensato se stesso come marxista e così è stato considerato dai suoi numerosi ammiratori. Tuttavia Scholem sin dall’inizio ha ritenuto l’orientamento “materialista” dell’amico non solo erroneo, ma anche ingannevole: nonostante i suoi tentativi, Benjamin non riuscì mai a far di se stesso un materialista, e chi lo descrive come tale non fa che fraintenderlo. Anche Max Horkheimer era scettico sul Benjamin “materialista”, infatti preferì considerarlo un mistico. Invece Brecht fu molto più duro sulle “aberrazioni mistiche” del filosofo. Recentemente il critico Terry Eagleton lo ha definito “un rabbino”.
La controversia sulle idee politiche di Benjamin è semplice da risolvere. Di tutti gli intellettuali (ed emigrati) di Weimar, era forse il meno politicizzato. Leggendo i suoi saggi e la corrispondenza degli anni ’30, non si può che restare ammirati dalla vastità dei suoi interessi e dalla profondità della sua erudizione – di contro ad un completo disinteresse per la politica. Mentre il mondo andava in fiamme, Benjamin approfondiva gli stilemi della poesia di Baudelaire. Certamente odiava i nazisti e tutto quello che rappresentavano, ma dubito avesse letto molto Marx, a parte gli articoli raccolti ne Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850 (e soltanto per la luce che gettano sulla Parigi del XIX secolo).
Per quel che riguarda la sua devozione a Baudelaire (un arci-reazionario il cui ispiratore era Joseph De Maistre, nemico giurato della rivoluzione francese), i motivi vanno cercati dappertutto tranne che nella politica. Lo stesso vale per la sua ammirazione per Proust, decisamente non una icona della sinistra, e il suo interesse per Kafka.
Incongruenze simili frustrano ogni tentativo di comprendere il rapporto tra Benjamin e l’ebraismo; anche se il tema in se stesso ha dato vita a una piccola industria culturale, raramente è stato scritto così tanto su un tema così esiguo. Il suo retroterra familiare affonda le radici nell’alta borghesia ebraica berlinese, quasi interamente assimilata. La sua profonda amicizia con il giovane Scholem ha sicuramente stimolato un interesse per l’ebraismo, ma quanto è durato, e quanto fu profondo? La lettura de La stella della redenzione di Rosenzweig (interpretato come testo filosofico e non teologico) non ha avuto alcuna influenza sul suo pensiero e sicuramente non lo ha avvicinato a Dio o alla sinagoga.
Scholem, trasferitosi a Gerusalemme nel 1923, tentò per anni di convincere Benjamin a raggiungerlo presso l’Università Ebraica. Egli si trastullò per un po’ con l’idea di una visita o addirittura di una emigrazione definitiva, ma alla fine rinunciò, nonostante la prospettiva di una carriera accademica, la possibilità di coltivare amicizie importanti – e uno stipendio.
Esther Leslie, docente di political aesthetics che ammira Benjamin e storce il naso per i tentativi di Scholem di trascinarlo via da Parigi, afferma che il filosofo non aveva alcun motivo per trovare accattivante il sionismo – o il deserto. La cultura europea era infinitamente più interessante; inoltre, non c’erano passages a Gerusalemme, e nessuna chiave interpretativa per la modernità nel quartiere di Mea She’arim.
Il posto ideale per Benjamin era l’Europa; purtroppo, l’Europa non aveva posto per lui. Al di là delle opinioni della Leslie, se egli avesse seguito Scholem nel “deserto”, cioè nel lussureggiante e ospitale quartiere di Rehavia, avrebbe vissuto almeno un altro decennio, o forse anche due o tre. Invece di una fine miserabile sul confine franco-spagnolo, avrebbe potuto far ritorno alla sua amata Parigi dopo la guerra. Riesco persino a immaginarlo nel 1944, seduto in un caffè di Rehavia, a parlare di filosofia con Natan Rotenstreich, di fotografia con Tim Gidal, di fisica con Shmuel Sambursky, a giocare a scacchi con lo studioso di folklore Emanuel Olsvanger, e a discutere con i tre Hans (Jonas sullo gnosticismo; Polotsky sulla linguistica; Lewy sulla filosofia greca). La maggior parte di questi studiosi appartenevano al Pilegesh (“Concubina”), una cerchia di intellettuali ebrei tedeschi presieduta da Scholem.
In un modo o nell'altro, Rehavia si sarebbe presa cura di Benjamin: probabilmente il posto sarebbe stato più noioso rispetto a Parigi, ma nulla a confronto di un suicidio in preda al panico in un hotel squallido.
L’imponente opera dello scultore Dani Karavan nella città di frontiera spagnola di Port Bou non vale come compensazione...»