venerdì 25 marzo 2016

De la crudel morte de Cristo


De la crudel morte del Cristo
on’hom pianga amaramente.

 Quando Iuderi Cristo pillâro
d’ogne parte lo circundaro;
le sue mane strecto legâro
como ladro, villanamente.

Trenta denar fo lo mercato
ke fece Juda, et fo pagato;
mellio li fôra non essar nato
k’aver peccato sì duramente!

A la colonna fo spolïato,
per tutto ’l corpo flagellato;
d’ogne parte fo’ nsanguinato
commo falso, amaramente.

Pöi ’l menar a Pilato;
e, nel consellio ademandato,
da li Iudèr fo condempnato,
de quella falsa, rïa gente.

Tutti gridaro ad alta voce:
“Moia ’l  falso, moia ’l veloce!
Sbrigatamente sia posto en croce,
ke non turbi tutta la gente!”.

Nel süo vulto li sputaro,
E la sua barba sì la pelaro;
Facendo beffe, l’imputaro
ke Dio s’è facto, falsamente.

Poi che ’n croce fo kiavellato,
Da li Iuderi fo designato:
“Se tu se’ Cristo, da Dio mandato,
descende giù securamente!”

Lo santo lato sangue menao,
E tutti noi recomparao
Da lo nemico, ke ’ngannao
Per uno pomo, sì vilemente!

San Iovanni lo vangelisto,
quando guardava suo maiestro
vedielo ’n croce, molt’era tristo
et doloroso de la mente.

Li soi compagni l’abandonaro,
tutti fugiero e lui lasciaro,
stando tormento forte et amaro
de lo suo corpo, per la gente.

Molt’era trista Sancta Maria
quando ’l suo figlio en croce vedea;
cum gran dolore forte piangeva,
Dicendo: “Trista, lassa, dolente”

giovedì 24 marzo 2016

Bruxelles : la drôle de paix

(Leo Belgicus)
« Vous ne mesurez pas la violence - latente ou réelle -, la méfiance et la crainte auxquelles nous sommes confrontés dans nos rapports quotidiens les plus élémentaires. Essayez, à titre d’exemple, de demander votre chemin à un passant dans les rues de Bruxelles ; le résultat vous surprendra. Nous ne formons plus, en Belgique, ce qu’il est convenu d’appeler une société ; nous n’avons plus rien en commun que l’humiliation et la peur. C’est une tendance, je le sais, commune à l’ensemble des nations européennes »
(Michel Houellebecq, Lanzarote: au milieu du monde, I, Flammarion, 2000, p. 68)
La Belgique a certainement commis quelques erreurs dans la gestion du problème du terrorisme : le plus important est celui de le traiter comme une affaire d’ordre publique, une attitude qui jette les bases d’un Etat policier, la seule forme de gouvernement qui permet la gestion de l’ordinaire avec les caractéristiques de l’état d’exception (c'est ce qui se passe en France en ce moment). Cela ne justifie pourtant pas l’avalanche de vitupérations à l’égard de la Pauvre Belgique.
Par exemple le politologue français Gilles Kepel a déclaré au quotidien italien « Corriere della Sera » que la Belgique est un état en déliquescence (à l’instar de l’Afghanistan, de l’Irak et de la Syrie) et que la société belge est au bord de la guerre civile à cause de la division linguistique entre Flamands et Wallons... (Le stragi organizzate in Belgio perché somiglia a uno stato fallito, « Corriere della Sera », 22 mars 2016).
Un journaliste, dans le même quotidien,
renchérit: « Bruxelles est protégée comme une vieille installation de campagne (sic) ». Il aurait pu ajouter que « la Belgique est le bâton merdeux de l’Europe », comme disait Baudelaire.

C’est de la propagande, il est clair: tout peut aider à propager la nécessité de centraliser tout le pouvoir de décision dans les mains d’une oligarchie qui n’est élue par personne. Si une météorite était tombée sur Bruxelles, tout le monde aurait répété les mêmes choses.
Même si toute occasion est bonne pour invoquer « plus d’Europe », fonder une communauté sur la terreur, l’angoisse et la peur ne me paraît pas être une bonne idée : la crainte de sauter dans le métro va devenir la seule raison pour se sentir européens de cette manière.

C’est préoccupante surtout parce que nous ne sommes pas en guerre (aussi beaucoup prétendent le contraire). Il faut au moins être deux pour faire une guerre : comme dit Clausewitz, « Der Eroberer ist immer friedliebend » (Un conquérant est toujours ami de la paix). Pour citer Eric Werner (« L’avant-blog ») : « C’est la défense qui est à l’origine de la guerre, non l’attaque. C’est toujours, en effet, le défenseur qui décide s’il y aura ou non une guerre. […] Si la soumission est ce qui permet d’échapper à la guerre, l’inverse est vrai aussi: la guerre est ce qui permet d'échapper à la soumission ».
L’Union européenne a clairement montré la volonté de ne pas combattre, pour plein de raisons (lâcheté, paranoïa, incompétence, mal de vivre…) ; alors pourquoi ces conquérants continuent de taquiner l’adversaire au lieu de lui donner le coup de grâce ? Le « stragisme » sans but à un certain point peut conduire à une réaction disproportionnée.

C'est la drôle de la paix : une communauté qui refuse de résister (et le proclame en pleurant !) est continuellement invité à l’action par l’ennemi. A quoi ça sert ? Peut-être que l’expression Qualis rex, talis grex (« Tel qu’est le roi, tels sont ses sujets ») vaut également pour les ennemies. Peut-être que cette « Europe » mérite les conquérants les plus méprisables, les plus ignobles et les plus puéril de l’histoire humaine.

La Turchia finanzia l’Isis (ecco la prova)

(alphadesigner)
Finalmente abbiamo la prova che la Turchia finanzia l’Isis: la casa editrice turca, che prende il nome dalla dea Iside e pubblica anche volumi in italiano (nella collana “Quaderni del Bosforo”) ha infatti sede a Istanbul ed è difficile immaginare che non usufruisca di finanziamenti da parte di qualche turco. Se questa non è una prova che la Turchia (o addirittura l’Impero Ottomano) sostiene l’Isis, allora non credo possano essercene altre.
Ah già, stavate cercando il solito pezzo anti-turco: ma per quello non basta leggere un qualsiasi giornale italiano? Ormai viene dato per scontato che dietro al sedicente “Stato Islamico” ci siano Erdoğan e suo figlio che distribuiscono lingotti d’oro (trattandosi di un assioma, le prove non servono). Questo modo di porsi nei confronti della Turchia (in realtà un’estensione del tipico Selbsthass italiota) è un sintomo del nostro inguaribile provincialismo. Non si tratta tuttavia solo di un problema di indole nazionale, ma anche di circunstancia: la Turchia è diventata il capro espiatorio perfetto su cui scaricare le colpe dell’Italia, dell’Europa e di quello che chiamiamo Occidente. Proviamo a cercare di comprendere come è potuta nascere la “leggenda nera” attorno a uno dei nostri più preziosi alleati.

Prima di tutto, bisogna mettere in conto il risveglio della Russia non solo come potenza politica e militare, ma anche e soprattutto mediatica. L’idea di lanciare un canale anglofono come Russia Today è stata sicuramente un’ottima pensata, anche perché pochissimi russofili, nonostante lo zelo, sembrano intenzionati a imparare almeno qualche parola dell’idioma di Puškin (questo, tra parentesi, è uno dei motivi per cui si tende sempre più a mitizzare tutto ciò che accade a Mosca). Inoltre una classe politica uscita dal KGB all’occorrenza trova ancora vantaggioso rispolverare la cara vecchia disinformatsija: lo attestano le prove ridicole con cui si è tentato di collegare la famiglia Erdoğan ai “tagliagole” dell’Isis. Quella più eclatante (in tutti i sensi)  è stata una foto del figlio del presidente turco, Bilal, con due kebabbari, i fratelli Kember, spacciati dal Cremlino per miliziani del califfato (i primi ad abboccare sono stati ovviamente quelli di “Libero”).
Oltre all’apparato mediatico, la Russia in questi anni ha anche dispiegato la sua versione del soft power: come scrive “Le Monde” (15 febbraio) a proposito della provincia di Hatay, una zona contesta tra Turchia e Siria,
«Damas et Moscou n’auraient aucun mal à déstabiliser le Hatay, d’ores et déjà submergé par les réfugiés et les combattants en déroute. Transformer la région en un nouveau Donbass est à la portée de Moscou qui excelle à la fabrication de “trous noirs”, ces zones de non-droit apparues en Ukraine, en Géorgie (Abkhazie, Ossétie du Sud) et en Moldavie (Transnistrie)»

[“Damasco e Mosca non avrebbero alcun problema a destabilizzare Hatay, già sommersa da rifugiati e combattenti in fuga. Trasformare la regione in un nuovo Donbass è alla portata di Mosca che eccelle nella creazione di “buchi neri”, quelle zone di non-diritto comparse in Ucraina, in Georgia (Abkhazia, Ossezia del Sud) e in Moldavia (Transnistria)”].
Questo è il fattore aggiunto che ha consentito a Mosca di recuperare posizioni. In fondo la situazione della Siria odierna non differisce di molto da quella della Jugoslavia negli anni ’90: si tratta di una “guerra per procura” dove ogni potenza appoggia una fazione etnica o religiosa. Tuttavia ai tempi dell’intervento NATO nei Balcani i serbi non riuscirono a convincere gli aggressori che l’esercito bosniaco (appoggiato dai turchi) fosse composto da fondamentalisti e mujahideen provenienti da decine di Paesi. Entrambi i Clinton (marito e moglie) rivendicano ancora il fatto di aver impedito la nascita di un califfato nei Balcani grazie all’operazione Deliberate Force: questa è, mutatis mutandis, la stessa dottrina che Obama ha tentato di seguire su pressione del proprio segretario di stato (la signora Clinton, appunto). Quando l’iniziativa si è dimostrata essere quel che era, cioè una risposta vecchia a un problema nuovo, gli strateghi hanno giustamente scaricato la responsabilità sul più malinconico dei Nobel per la Pace. Al di là delle beghe condominiali alla Casa Bianca, l’andamento del conflitto dovrebbe tuttavia far intuire chi tra i contendenti ha tratto reale vantaggio dalla cannibalizzazione dell’opposizione perpetrata dall’Isis: è falso sostenere che la Turchia abbia in qualche modo beneficiato dell’estensione del sedicente califfato, anche in nome di corbellerie quali la “rivalsa sunnita” o il “neo-ottomanesimo” inventate a scopo propagandistico. Ripensando alla sorte dello stesso Milošević, ma anche di Saddam o Gheddafi, tornano alla mente le parole con cui don Abbondio ricordava Perpetua: «Ha proprio fatto uno sproposito a morire ora; ché questo era il momento che trovava l’avventore anche lei». Purtroppo i tempi non erano ancora maturi affinché anche questi rivoluzionari imbiancati trovassero il loro avventore, cioè uno spauracchio grazie al quale presentarsi come baluardi della pace, della laicità, del diritto, della libertà eccetera. Solamente Assad è riuscito, “miracolosamente” (si fa per dire – anche se bisogna dargli atto di una certa resilienza), a sopravvivere al crollo ignominioso del socialismo arabo, logorato e distrutto dalla pretesa di vecchi ufficiali golpisti di assurgere al ruolo di paladini del legittimismo (chi di spada ferisce…).

Il secondo motivo per cui la Turchia di Erdoğan è stata trasformata a livello mediatico in uno “Stato canaglia” è l’inadeguatezza delle istituzioni europee nella gestione del fenomeno migratorio. Anche qui, il parallelo con le guerre balcaniche è lampante (ma ancora ingannevole): la Germania riuscì a procurarsi manodopera qualificata a basso costo approfittando dei conflitti scoppiati nella ex-Jugoslavia; molti di quei profughi, pur essendo mussulmani, erano dal punto di vista culturale (e anche etnico) del tutto europei. Tuttavia oggi anche i tedeschi hanno preferito adottare soluzioni anacronistiche: se per tutto il 2015 i loro media hanno alimentato le speranze dei migranti siriani, anche con toni smaccatamente propagandistici (come l’accoglienza con applausi alla stazione), alla fine la doccia fredda di Colonia ha imposto il ridimensionamento delle pretese (molto più prosaiche dell’umanitarismo a buon mercato distribuito a piene mani: la Merkel voleva in un colpo solo risolvere la crisi demografica senza interrompere la guerra ai salari).
Non è quindi colpa della Turchia se a un certo punto centinaia di migliaia di profughi hanno deciso di muoversi verso l’Eldorado che è stato loro promesso; è falso dire che Ankara non abbia tentato di assorbire e gestire questa enorme massa umana; per fonte diretta so che molti siriani sono stati assunti dallo Stato come insegnanti o infermieri, ma chi tra di loro è appena più qualificato degli altri non ha potuto resistere alla tentazione di spostarsi nella “generosissima” Europa del Nord.
Affermare che la Turchia stia “ricattando” l’Unione Europea è pertanto un modo particolarmente vile per scaricarsi la coscienza: soprattutto noi italiani siamo gli ultimi a poter dare lezioni, visto come abbiamo deliberatamente sabotato qualsiasi tentativo di salvaguardare la frontiera meridionale dell’Unione a cui apparteniamo, pretendendo pure in cambio di ottenere solidarietà da chi ha lottato con tutti i mezzi disponibili per difendere quei confini (polacchi e ungheresi, tanto per citare).
L’immigrazione pone inoltre il problema dell’integrazione, al quale è poi collegato quello dei foreign fighters: anche qui, la Turchia viene incolpata di “lasciar passare” combattenti stranieri dirottandoli verso il sedicente Stato Islamico (sempre per la storia che l’Isis è bello, sunnita, ottomano ecc…). Ora, è da anni che invece le autorità di Ankara respingono al mittente migliaia di cittadini inglesi, francesi, belgi, tedeschi, olandesi (la lista è lunga…) perché sospettati di voler andare a combattere in Siria. Il problema è che, una volta rimpatriati, gli aspiranti kamikaze vengono spesso rilasciati per i motivi più disparati: alcuni servono da “esca” per rastrellare altri terroristi; altri invece vengono riciclati come spie o confidenti; ma una buona parte (è imbarazzante ammetterlo) viene lasciata libera di vagare per mezza Europa per senso di colpa, buonismo, vigliaccheria e tante altre meschine ragioni legate agli irrisolti problemi dell’integrazione e della gestione dell’ordine pubblico in una situazione dove il numero di stranieri è assolutamente sproporzionato rispetto a quello degli “indigeni”.

Vi sono poi molti altri motivi meno evidenti e più ambigui per cui la Turchia è finita sul banco degli imputati: uno di questi è la “mania curda” scoppiata nella galassia della sinistra radicale (cioè radical chic) che va di pari passo a un’implicita rivalutazione di quella che fino a poco tempo fa veniva chiamata “l’entità sionista”, da sempre promotrice della nascita di un Kurdistan a sua immagine e somiglianza (etnocentrico e guerrafondaio, quindi, ma anche molto attento al maquillage). In pratica i curdi sono diventati i nuovi palestinesi (mentre quelli “vecchi” sono stati dimenticati, forse relegati nelle tenebre del sunnismo accanto all’Arabia Saudita o allo stesso Isis), e la Turchia è diventata la cattivona di turno (è bastato sostituire nei volantini “sionismo” con “ottomanesimo” o roba del genere). Questa tendenza è osservabile non solo a livello collettivo, ma anche personale: quanti conoscenti che fino a poco tempo fa parlavano di Israele con la bava alla bocca oggi sono così attenti nel fare dei distinguo – alcuni addirittura si esaltano apertamente all’idea di uno Stato ebraico fantasmagoricamente anti-americano e filo-russo. Quello che più mi sconcerta in tutto questo è la necessità di avere sempre qualche nemico immaginario da odiare, previa ovviamente la riduzione dei conflitti internazionali al livello di una striscia di fumetti o di un film d’azione hollywoodiano (l’importante è che la distinzione tra buoni e cattivi sia la più netta ed elementare possibile).

Dulcis in fundo, il motivo principale per cui siamo diventati tutti turcofobi è la paura tremenda di dover combattere. Questa Europa si compiace di essere un’isola felice in un mondo violento e insensibile, ma finge di ignorare che tale singolare evenienza ha potuto verificarsi solamente grazie agli americani. Una volta che gli interessi degli Stati Uniti d’America dovessero divergere da quelli dei fantomatici Stati Uniti d’Europa, sarà difficile evitare lo scontro mettendosi a piangere, organizzando girotondi in piazza o creando hashtag accattivanti. Perciò abbiamo bisogno di ripeterci che la Turchia vuole trascinarci in guerra. Invece, ancora una volta, è esattamente il contrario: è solo grazie a questa patria immensa, l’ultima garanzia di stabilità in una delle regioni più lacerate e incandescenti del pianeta, che forse noi “europei” possiamo ancora godere di una prolungata pace.
Volendo essere il più realista possibile, mi domando da italiano come si porrebbero i miei connazionali nei confronti di un alleato infinitamente più esigente della Turchia quale è la Russia. Del resto, sempre parlando da italiano (o italiota?), continua a sfuggirmi la natura del dilemma “NATO o non NATO” col quale ci struggiamo da decenni: non vogliamo accettare il Patto Atlantico perché ci costringe a fare la guerra, ma al contempo ci rifiutiamo di abbandonarlo perché ciò potrebbe costringerci a fare la guerra. Oltre a ciò, continuiamo a biasimare quei Paesi che, per un motivo o per l’altro, prendono sul serio il loro ruolo nell’Alleanza o perlomeno esigono che venga rispettato il principio del pacta sunt servanda; mentre noi non abbiamo ancora deciso cosa fare da grandi: non è un caso che poi i nostri figli migliori vogliano diventare giannizzeri.

sabato 19 marzo 2016

Wiersze miłosne

Dovrei fare una lunga premessa sull’inutilità di dedicare versi alle donne (infatti non lo faccio più da un pezzo). Sfortunatamente la triste pratica della poesia angelicante me la porto dietro da sempre, pur sapendo che a salvaguardia della propria arte sarebbe necessario fare a meno delle femmine: essa prospera nell’hortus conclusus, e oggi è anche assediata dalla competizione per la riproducibilità avanzata – la poesia d’amore, non avendo mai posseduto un’aura, diventa inutile anche a scopo archivistico.
A meno che… (vedi sotto).

[La dedica diventa poi un rischio troppo grande da assumersi: sbarra il passo a qualsiasi illuminazione, anche a quella derivante dall’esperienza universale del fallimento. Del resto le delusioni amorose non sono meno banali delle infatuazioni. Molti poeti hanno contribuito a risolvere l’equivoco, ma ai tempi del Leopardi esso aveva ancora qualche ragione di esistere. Poi c’è stata una sorta di ricapitolazione –il crepuscolo, appunto– e uno come Gozzano ha avuto il merito di far partecipare il sensus communis del “segreto”]. 

A meno che, per riprendere il discorso, essa non torni a essere soprattutto un esercizio di raffinamento e perfezionamento del gusto e della sensibilità: non mi riferisco tanto alla mania odierna della “scrittura creativa”, ma a qualcosa di più elementare e pratico. In sostanza mi concedo ancora di scrivere poesie d’amore, basta che siano in altre lingue. Così risolvo ogni aporie, specialmente quella dipendente dal fatto che gli ultimi poeti italiani sono tutti morti negli anni ’00 del XXI secolo. Ora mi sto dirigendo principalmente verso la slavofonia, un territorio ancora inesplorato per i romantici di tutte le gradazioni (anche quelli da bacio perugina – intendo prima dell’umiliante deriva).
Mi ha suggestionato un parere di Nikolaj Berdjaev sull’assenza di romanticismo nell’anima russa (più da un punto di vista storico-culturale che etnico); i polacchi però essendo cattolici non sono del tutto insensibili alla poesia amorosa, perciò ho preferito iniziare a ovest della slavofonia, usando come basi l’immortale Mickiewicz, le opere teatrali di Wojtyła, le Sacre Scritture e le ultime novità in fatto di punk e rap.
Non ricordo più a quante ragazze le ho inviate in fotocopia; a me che cazzo me ne frega a me, tanto è tutto esibizionismo. Mi ha fatto piacere comunque di non esser stato trattato come un pederasta in spe – però riconosco il peso dell’entusiasmo degli esordi, quando si sta fondando una nuova cultura. D’altronde era inevitabile ricevere solo complimenti: allo straniero che onora la sacralità dell’idioma nazionale si concede tutto.

Mi ha fatto particolarmente piacere il parere positivo di una ragazza che ho conosciuto in carne e ossa (ci tengo a precisarlo). Dopo un’impressione iniziale che francamente non ho capito («Trochę stylistycznie wygładzimy» può voler dire anche “stilisticamente fiacco”), alla fine è arrivata l’approvazione: «To bardzo piękny i dojrzały wiersz. Mnóstwo w nim bólu, romantyczności, trochę przypomina mi Adama Mickiewicza - jego styl pisania (da się też odczuć nutę niepokoju). Jestem pod wrażeniem, że napisałęś wiersz i to po polsku».
Non c’è bisogno di tradurre, l’importante è il paragone con Mickiewicz, che era proprio ciò a cui anelavo. In ogni caso vorrei pubblicare senza traduzione proprio questa poesia, sicuramente la migliore che ho scritto finora (anche se un’altra lettrice ha accennato a errori grammaticali che la renderebbero più perfetta ancora e che dunque non è necessario correggere…).
Un dato interessante è che ogni volta che mando queste poesie via email o via Facebook nei vari box pubblicitari sparsi per internet appaiono inviti a trovare l’amore in Polonia (sembra una campagna mirata ai maschi italiani che sanno il polacco). Ciò significa che l’anima mundi cospira positivamente, il che è sempre utile. 

Festa del Padre

Cogliamo l’occasione della ricorrenza per parlare di padri: la situazione peggiora di anno in anno. È vero che dopo l’assurda sceneggiata del “Genitore1” e “Genitore2” neanche le madri se la passano bene, tuttavia contro la figura maschile c’è sempre un eccesso di accanimento: per esempio, di recente in Francia si è deciso di togliere dal Codice civile la formula bon père de famille per sostituirla con… raisonnable (?). I giornali intanto celebrano la distruzione del Padre sia come simbolo che come persona in carne e ossa, spacciandola il tutto come “progresso”.

Ultimamente si discute molto anche di “padri in affitto”; secondo la “Bild”, in Germania rappresenterà il lavoro del futuro, dal momento che sono molte le madri a pensarla così: «Mio figlio sarebbe sempre circondato dalle donne, da me e dalle maestre. Ha bisogno però anche di una figura di riferimento maschile, un uomo con cui fare le cose che piacciono ai ragazzi».
Per ora come soluzione c’è Ricardo Strauch, 33 anni, ex imbianchino, padre in affitto, sette euro l’ora (Pagheresti per tuo figlio un papà in affitto?, “Corriere”, 9 febbraio 2014).
«Mi domando che madri avete avuto», fa un verso Pasolini (il quale pagò a caro prezzo il tradimento simbolico del Padre). Io mi domando che padri toccheranno alle prossime generazioni, ora che la figura del capofamiglia viene colpevolizzata e ridicolizzata in tutti i modi possibili. Babbino caro, che t’hanno fatto le donne in carriera, le femministe maledette, sei ridotto a uno straccio. Come dimostrano diverse ricerche americane, il testosterone si abbassa ogni volta che un uomo è chiamato a svolgere compiti tradizionalmente muliebri, oppure ogni volta che viene messo sotto accusa in diretta tv da qualche belva dell’etere, ogni volta che una femminista pretende qualche “diritto” (Karl Kraus: «I diritti delle donne sono doveri degli uomini»).

Qualche psicologo ha voluto occuparsi della catastrofe che ha travolto i poveri padri: chi da junghiano (Luigi Zoja, Il gesto di Ettore e Claudio Risè, Il Padre l’assente inaccettabile), chi da lacaniano (Massimo Recalcati, Cosa resta del padre?). Questi testi sono già finito nel dimenticatoio a causa della loro tesi di fondo, profondamente “reazionaria”: non è lecito liquidare la figura del Padre in nome di pseudo-valori considerati “moderni” o “all’avanguardia”. Scrive ad esempio Recalcati: «Nell’affermazione del Padre-Führer e nella contestazione giovanile alla società patriarcale si può ritrovare un fraintendimento fatale dell’autentica funzione simbolica del Padre» (p. 38). Sono così liquidati quarant’anni di chiacchiere, eppure a sinistra il suo libro ha trovato qualche sparuto lettore solamente perché in una nota dell’introduzione (p. 14, n2) conteneva qualche critica a Silvio Berlusconi: tutto il resto non è stato minimamente apprezzato, neppure lo sforzo di ridurre un assoluto come la “Legge” a testimonianza personale di un padre (con la speranza – a quanto pare vana – che i figli possano un giorno capirla).

Tanto varrebbe allora, affrontare la questione da un punto di vista dichiaratamente reazionario, come fece Mario Spataro (1931-2006) più di dieci anni fa col libello Quando il padre non c’è, impietosa analisi del decadimento civile e morale seguito alla distruzione della figura paterna. Nonostante qualche giudizio azzardato, lo studio di Spataro resta attuale e valido, soprattutto perché condotto quasi interamente su fonti americane (tra l’altro stupisce che negli anni ’90 testate come il “Wall Street Journal” condussero una strenua battaglia in difesa della famiglia).
La mancanza del padre influisce negativamente sullo sviluppo del bambino: non potendo egli riconoscersi in alcuna figura autorevole, rimane in balia di qualsiasi tipo di plagio da parte degli adulti o dei suoi stessi coetanei, e non avendo un modello positivo a cui ispirarsi, è costretto a indirizzare la propria mascolinità verso la rivolta e l’aggressione.

Alla propaganda televisiva che propone incessantemente la figura di un padre stupido, violento, ubriacone, codardo e maldestro, bisogna aggiungere la violenza verbale e fisica del femminismo istituzionale, la dittatura del politicamente corretto e il terrorismo psicologico che impedisce un confronto libero e senza pregiudizi.

Insomma, siamo messi male, e purtroppo le cose andranno sempre peggio: l’andazzo è questo, soprattutto a livello di istituzione. La battaglia dovrà quindi essere personale: ognuno dovrà conquistarsi da solo per il proprio diritto di esser padre. Sarà dura, ma (forse) ne sarà valsa la pena.

giovedì 17 marzo 2016

Il Vestito Antineutrale


IL VESTITO ANTINEUTRALE
Manifesto Futurista
(11 settembre 1914)
Glorifichiamo la guerra,
sola igiene del mondo.
MARINETTI.
(1° Manifesto del Futurismo – 20 Febbraio 1909)
Viva Asinari di Bernezzo!
MARINETTI.
(1° Serata futurista – Teatro Lirico, Milano, Febbraio 1910)
L’umanità si vestì sempre di quiete, di paura, di cautela o d’indecisione, portò sempre il lutto, o il piviale, o il mantello. Il corpo dell’uomo fu sempre diminuito da sfumature e da tinte neutre, avvilito dal nero, soffocato da cinture, imprigionato da panneggiamenti. Fino ad oggi gli uomini usarono abiti di colori e forme statiche, cioè drappeggiati, solenni, gravi, incomodi e sacerdotali. Erano espressioni di timidezza, di malinconia e di schiavitù, negazione della vita muscolare, che soffocava in un passatismo anti-igienico di stoffe troppo pesanti e di mezze tinte tediose, effeminate o decadenti. Tonalità e ritmi di pace desolante, funeraria e deprimente.
OGGI vogliamo abolire:
1. – Tutte le tinte neutre, “carine”, sbiadite, fantasia, semioscure e umilianti.
2. – Tutte le tinte e le foggie pedanti, professorali e teutoniche. I disegni a righe, a quadretti, a puntini diplomatici.
3. – I vestiti da lutto, nemmeno adatti per i becchini. Le morti eroiche non devono essere compiante, ma ricordate con vestiti rossi.
4. – L’equilibrio mediocrista, il cosidetto buon gusto e la cosidetta armonia di tinte e di forme, che frenano gli entusiasmi e rallentano il passo.
5. – La simmetria del taglio, le linee statiche, che stancano, deprimono, contristano, legano i muscoli; l’uniformità di goffi risvolti e tutte le cincischiature. I bottoni inutili. I colletti e i polsini inamidati.
Noi futuristi vogliamo liberare la nostra razza da ogni neutralità, dall’indecisione paurosa e quietista, dal pessimismo negatore e dall’inerzia nostalgica, romantica e rammollante. Noi vogliamo colorare l’Italia di audacia e di rischio futurista, dare finalmente agl’italiani degli abiti bellicosi e giocondi.
Gli abiti futuristi saranno dunque:
1. – Aggressivi, tali da moltiplicare il coraggio dei forti e da sconvolgere la sensibilità dei vili.
2. – Agilizzanti, cioè tali da aumentare la flessuosità del corpo e da favorirne lo slancio nella lotta, nel passo di corsa o di carica.
3. – Dinamici, pei disegni e i colori dinamici delle stoffe, (triangoli, coni, spirali, ellissi, circoli) che ispirino l’amore del pericolo, della velocità e dell’assalto, l’odio della pace e dell’immobilità.
4. – Semplici e comodi, cioè facili a mettersi e togliersi, che ben si prestino per puntare il fucile, guadare i fiumi e lanciarsi a nuoto.
5. – Igienici, cioè tagliati in modo che ogni punto della pelle possa respirare nelle lunghe marcie e nelle salite faticose.
6. – Gioiosi. Stoffe di colori e iridescenze entusiasmanti. Impiegare i colori muscolari, violettissimi, rossissimi, turchinissimi, verdissimi, gialloni, arancioooni, vermiglioni.
7. – Illuminanti. Stoffe fosforescenti, che possono accendere la temerità in un’assemblea di paurosi, spandere luce intorno quando piove, e correggere il grigiore del crepuscolo nelle vie e nei nervi.
8. – Volitivi. Disegni e colori violenti, imperiosi e impetuosi come comandi sul campo di battaglia.
9. – Asimmetrici. Per esempio, l’estremità delle maniche e il davanti della giacca saranno a destra rotondi, a sinistra quadrati. Geniali controattacchi di linee.
10. – Di breve durata, per rinnovare incessantemente il godimento e l’animazione irruente del corpo.
11. – Variabili, per mezzo dei modificanti (applicazioni di stoffa, di ampiezza, spessori, disegni e colori diversi) da disporre quando si voglia e dove si voglia, su qualsiasi punto del vestito, mediante bottoni pneumatici. Ognuno può così inventare ad ogni momento un nuovo vestito. Il modificante sarà prepotente, urtante, stonante, decisivo, guerresco, ecc. Il cappello futurista sarà asimmetrico e di colori aggressivi e festosi. Le scarpe futuriste saranno dinamiche, diverse l’una dall’altra, per forma e per colore, atte a prendere allegramente a calci tutti i neutralisti. Sarà brutalmente esclusa l’unione del giallo col nero. Si pensa e si agisce come si veste. Poiché la neutralità è la sintesi di tutti i passatismi, noi futuristi sbandieriamo oggi questi vestiti antineutrali, cioè festosamente bellicosi. Soltanto i podagrosi ci disapproveranno. Tutta la gioventù italiana riconoscerà in noi, che li portiamo, le sue viventi bandiere futuriste per la nostra grande guerra, necessaria, URGENTE.
Se il Governo non deporrà il suo vestito passatista di paura e d’indecisione, noi raddoppieremo, CENTUPLICHEREMO IL ROSSO del tricolore che vestiamo.
*

PS: Cento anni dopo il manifesto è finito al MoMA di Nuova York.

Cavour e i suoi amici

«Questo è un paese che non si tiene che con la forza o con il terrore della forza. Non è mai stato tenuto altrimenti, e se tu vuoi che si dichiari per noi, bisogna far loro vedere che noi siamo di gran lunga i più forti. Truppa, truppa, truppa»
(Diomede Pantaloni [a M. Minghetti], agosto 1861)
*
«Ma, amico mio, che paesi son mai questi, il Molise e Terra di Lavoro! Che barbarie! Altro che Italia! Questa è Affrica: i beduini, a riscontro di questi caffoni, son fior di virtù civile. E quali e quanti misfatti! Il Re dà carta bianca: E la canaglia dà il sacco alle case de’ Signori e taglia le teste, le orecchie a galantuomini, e se ne vanta e scrive a Gaeta: i galantuomini son tanti e tanti: a me il premio. Anche le donne caffone ammazzano; e peggio: legano i galantuomini (questo nome danno ai liberali) pe’ testicoli, e li tirano così per le strade; poi fanno ziffe zaffe: orrori da non credersi se non fossero accaduti qui dintorno e in mezzo a noi. Ma da qualche dì non è accaduto altro: ho fatto arrestare molta gente; alcuni ho fatti fucilare alle spalle (ne domando scusa a Cassinis); Fanti ha pubblicato un bando severo. Giunto che io sia a Napoli, vi manderò un rapporto con documenti sopra questa gesta della Corte di Gaeta, la quale ha mantenute incontaminate le tradizioni della Regina Carolina e del Cardinale Ruffo»
(Luigi Carlo Farini, 27 ottobre 1860)
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«Tutte le città di Napoli e Sicilia sono in uno stato di indecenza, quasi inferiore a quelle delle antiche tribù dell’Africa. Le prigioni ed i luoghi penali sono locali dove appena si possono tenere le belve. Non vi sono fontane pubbliche, non orologi, e tutt’altro che a civili contrade si conviene»
(Lady Mary Holland, ottobre 1860)
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«La nostra annessione con Napoli e con quelle provincie appestate e guaste dal dispotismo più assurdo è già un’ardita pruova che noi facciamo, ma almeno con la nostra forza, col nostro coraggio più grande, con la nostra superiore intelligenza e superiore morale, con la nostra esperienza e il nostro carattere, possiamo sperare di governarle e domarle»
(Diomede Pantaleoni, 6 novembre 1860)
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«Credimi, non siamo noi che profittiamo nell’unione, ma sono queste sciagurate popolazioni senza morale, senza coraggio, senza cognizioni e dotate solo di eccellenti istinti e d’un misto di credulità e di astuzia che le dà ognora nelle mani dei più gran farabutti»
(Diomede Pantaloni [a M. d’Azeglio], 21 agosto 1861)
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«Dirò due parole sulla tanto decantata Napoli dal bel clima. La popolazione è la più brutta ch’io abbia veduta in Europa dopo Oporto, ma sorpassa questa nella mollezza e nel vizio, nel sudiciume. […] Abbiamo acquistato un cattivissimo paese, ma sembra impossibile che in un luogo ove la natura fece tanto per il terreno, non abbia generato un altro Popolo»
(Paolo Solaroli [diario], 12 dicembre 1860)
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«In tutti i modi la fusione coi Napoletani mi fa paura; è come mettersi a letto con un vaiuoloso»
(Massimo d’Azeglio [a D. Pantaleoni], 17 ottobre 1860)
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«È colpa mia, caro Conte, se i Napoletani non hanno sangue nelle vene […], se sono, per così dire, abbrutiti?»
(Marchese di Villamarina, 28 agosto 1860)
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«Oh! Quella Napoli come è funesta all’Italia! Paese corrotto, vile, sprovvisto di quella virtù ferma che contrassegna il Piemonte, di quel senno invitto che distingue l’Italia centrale e Toscana in ispecie. Creda a me; Napoli è peggio di Milano»
(Giuseppe Massari, 23 agosto 1860)
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«Qui si continua a rubbare negli officii pubblici come sotto i Borboni e come sotto la Dittatura; e ci vorrà ferro e fuoco per estirpare questa cancrena. Altra piaga letale è la cupidità degl’impieghi: le anticamere de’ ministeri e le scale sono così affollate che senza l’intervento de’ nostri Carabinieri riesce impossibile a una galantuomo di attraversarle.È una specie di accattonaggio, non meno molesto, impudente e schifoso di quelle delle vie pubbliche, nelle quali si vedono le più orribili e laide infermità umane portate in mostra come réclame di elemosina!
Ma ciò che a me soprattutto spaventa è il distacco della vita morale e politiche che esiste tra queste provincie con quelle della media e dell’alta Italia. Fuori del suo nome, non v’è nome piemontese che qui sia conosciuto: del Piemonte nessun ne parla, nessuno ne chiede; la sua storia è ignorata, delle sue condizioni politiche, delle sue leggi non se ne ha notizia alcuna: insomma l’annessione morale non esiste. Io credo che il Governo del re dovrebbe fare ogni sforzo ed ogni sacrificio per accrescere le comunicazioni tra queste e le antiche provincie […].
I Borboni cinsero Napoli di una muraglia della China, ed i Napoletani si sono così abituati a considerare la loro città come un mondo a sé, che per farli entrare nella vita comune della nazione bisogna non solamente invitarli, ma costringerli»
(Giuseppe La Farina, 21 novembre 1860)
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«Questa moltitudine brulica come i vermi nel corpo marcio dello Stato: che Italia, che libertà! Ozio e maccheroni, nessuno invidierà a Torino o Roma il decoro ed il lustro della Capitale d’Italia, purché questa [Napoli] seguiti ad essere la capitale dell’ozio e della prostituzione di tutti i sessi, di tutte le classi»
(Luigi Carlo Farini, 14 novembre 1860)
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[citazioni da N. Moe, Altro che Italia! Il Sud dei piemontesi (1860-1861), “Meridiana”, 1992/15, pp. 53-89]

martedì 15 marzo 2016

La iberofonía como cuestión nacional americana


La cuestión de la iberofonía irrumpe en el debate electoral estadounidense: el candidato republicano Marco Rubio acusa al oponente Ted Cruz de no entender español, y él responde (con un fuerte acento): «Marco, si quiere, díselo ahora mismo en español, si quieres». (En el centro, Donald Trump probablemente está pensando de deportar a los dos cuando sea elegido).
Me he dado cuenta de lo importante que es la cuestión desde que mi amigo Michal Erard empezó a tuitear en español «como Jhumpa Lahiri en italiano».
Ahora sigue tuitear en español... para siempre, creo (o al menos hasta que Jhumpa Lahiri olvidará italiano). Eh, bueno, bien por él. Por otra parte, esta es una de sus previsiones para las próximas elecciones: «En el futuro, candidatos presidenciales americanos debatirán totalmente en español. Y debatiremos mexicano o cubano, cual es el mas puro».

Ritratto del Battista da giovane

(Pierluigi Battista, “La Stampa”, 12 aprile 1999)
«Qualche quesito da sottoporre a Mario Cervi, Angelo Panebianco, Vittorio Feltri e agli autorevoli commentatori che hanno sottolineato in questi giorni la persistenza di un recidivo e petulante “antiamericanismo” come chiave interpretativa dell’atteggiamento ostile nei confronti della guerra in Kosovo. Come far rientrare nel pregiudizio “antiamericano” l’esplicita perplessità espressa da Henry Kissinger sul “Newsweek” […] e la contrarietà di Colin Powell al modo di condurre la spinosa questione da parte della Albright?
[…] È possibile, inoltre, che non sia abbia voglia di chiedersi come mai, al contrario del moltissimo “antiamericani” inossidabili che anche in questa occasione hanno menato la danza suttchevolmente ripetitivo dell’antiamericanismo di maniera, molti “antiamericani” di ieri, e che magari nel 1991 portavano le loro figliolette in spalla a piazza San Pietro per protestare contro la guerra yankee in Iraq, si siano improvvisamente risvegliati fervidi “filoamericani”?
[…] L’antiamericanismo classico stavolta c’entra ben poco. C’è ovviamente da essere grati agli Stati Uniti d’America per essere stati dalla parte “giusta” per ben due volte consecutivamente, contro il nazismo prima e contro il comunismo poi. Ma sarebbe un filoamericanismo di tipo squisitamente statistico quello che fosse costretto a dire che non c’è due senza tre, che dunque gli Stati Uniti d’America hanno ragione per definizione, e che perciò chi nega questo principio è affatto da un inguaribile antiamericanismo. Proposta finale: evitare l’anatema “antiamericano”. Dimostrare di avere ragione in questa specifica circostanza e non pretendere di avere ragione solo per essersi schierati con chi ha avuto ragione nel passato (e lunga vita agli Stati Uniti d’America)».

(Pierluigi Battista, “La Stampa”, 13 aprile 1999)
«L’etica è un’ottima cosa. La sovreccitazione etica, invece no: è pessima. Con l’enfasi emotiva sulla guerra “umanitaria” si corre infatti un duplice pericolo. Da una parte la paradossale esaltazione della guerra come sola igiene “morale” del mondo, trasfigurazione bellica della nobile figura del vendicatore universale che porta il suo messaggio armato dovunque si verifichi una violazione nella sfera dei “diritti”. […] Mario Vargas Llosa, sostenitore appassionato dell’intervento Nato sul “País” e su “Repubblica” scrive che “i paesi democratici hanno l’obbligo di agire” ovunque e sempre contro chiunque calpesti i diritti: senza timore di violare la sovranità di uno Stato in base al (discutibile) dogma della “ingerenza umanitaria”.
Il secondo pericolo deriva dal fatto che il richiamo magniloquente all’assolutezza dei principi […] richiede una coerenza altrettanto assoluta nei comportamenti. Se si trattasse di una guerra “normale”; sarebbe meno imbarazzante la risposta al quesito che frequentemente ma comprensibilmente risuona da più parti: “Perché in Kosovo e non nel Kurdistan o nel Tibet?”. La guerra “normale” contempla infatti un sistema di priorità dettate dal realismo politico […]. La guerra “etica” no, non può ammettere che i principi così ampollosamente proclamati valgano in un caso e non in un altro […]».

(Pierluigi Battista, “La Stampa”, 14 aprile 1999)
«Questa guerra appare ogni giorno di più come un conflitto irriducibile tra il troppo grande e il troppo piccolo. Il troppo grande di una guerra che si carica di un compito “etico” (“le bombe a fin di bene”, come scrive con amaro sarcasmo Ida Dominijanni sul “manifesto”). Il troppo grande di un assetto che […] obbligherà ben presto a cedere quote di decisionalità dello Stato nazione a organismi o istituzioni sovranazionali.
[…] Si deplora la deriva “micronazionalista”, il rinculo “etno-religioso” (Paolo Rumiz su “Repubblica”), […] il localismo psicotico come antidoto al “mondialismo” americano, e così via. Si deplora e si stigmatizza in generale. Ma poi va quasi sempre a finire che, quando si passa dal generale al particolare, il bersaglio delle preoccupazioni “interventiste” diventa la neomitologia serba.
Ma che dire se la stessa “nevrosi identitaria”, la stessa etno-religione a sfondo mitologico, il feticcio della micronazionalità vengono condivisi anche dagli alleati della Nato? Se al richiamo pericoloso della “Grande Serbia”, scrive con giustificata apprensione Guido Caldiron sul “manifesto”, si contrappone “automaticamente l’idea di una Grande Albiania che si costituirebbe a partire dalla resistenza armata kosovoara? A parte le numerose e concordi analisi sulla cospicua presenza, tra i clan rivali in cui è suddiviso l’Uçk di poderose infiltrazioni mafiose, a parte l’influenza esercitata sui guerriglieri dell’Uçk alleati dei “mondialisti” della Nato di una fazione marxista-leninista che si ispira direttamente alla luminosa dottrina democratica dello scomparso leader albanese Enver Hoxha […] La guerra, si sa, impone di avere per amico il nemico del nemico. Basta non spacciarla per amicizia “etica”».

(Pierluigi Battista, “La Stampa”, 15 aprile 1999)
«Interpellato da “Repubblica” sulla missione degli alpini al confine tra l’Albania e la Jugoslavia, il ministro Piero Fassino ha assicurato che i militari italiani, per carità, non vanno a “fare la guerra”. Curiosa rassicurazione, visto che di solito un militare di un Paese in guerra va in una zona di guerra proprio per fare la guerra. Ma nonostante il fervore etico che anima i sostenitori dell'intervento militare, resta fortissima la propensione a cancellare la guerra dall'immaginazione collettiva rimuovendone virtuosamente la spietatezza e la brutalità. Non è solo ipocrisia. È soprattutto difficoltà ad accettare l'idea che stare dalla parte del Giusto e del Bene, come proclamano i fautori della “eticità” dell'intervento Nato contro il “nuovo Hitler”, comporti anche sofferenze, morte, violenza, panico, sangue. Perciò nel discorso pubblico sulla guerra resta soltanto la figura emotivamente schiacciante e terribile di un popolo di inermi in fuga, […] che sembra vittima di qualcosa di indicibile e disumano, di un cataclisma naturale, di un nemico che è l'incarnazione stessa del Male, di un fanatismo etnico abominevole. Di tutto, tranne che di una guerra. C'è un tratto profondamente italiano in tutto questo, […]. È soprattutto il richiamo simbolico a un carattere nazionale naturalmente incline, come ha detto D’Alema, alla “solidarietà”, l'idea che l'italiano dal cuore d’oro primeggi senza rivali nella corsa commovente al soccorso e all'ospitalità, allo spontaneo altruismo che cova invisibile nei precordi di un popolo accusato di essere egoista e insensibile alla cosa pubblica ed esplode in lacrime nell'emergenza “umanitaria”. È la retorica definita dal Foglio come il “bravogentismo degli italiani”, l'idea che gli italiani diano il meglio di sé nelle trasmissioni congiunte di Bruno Vespa e Maurizio Costanzo dove le immagini della guerra sono trasfigurate in una gara di beneficenza. Il problema è che si è scelto di fare la guerra, non solo la solidarietà. Dov’è la guerra “vera”? E l'ipotesi che i “soldati dell’Alleanza” si impegnino “su un terreno impervio e ostile in imboscate, azioni di sabotaggio, uno stillicidio di piccole battaglie con morti, feriti, devastazioni”, come lucidamente viene detto da Stefano Silvestri in un'intervista all’“Unità”? Guerra “degli altri”. A noi spetta la “solidarietà”»

(Pierluigi Battista, “La Stampa”, 18 aprile 1999)
«Su “Repubblica” David Grossman suggerisce l’ipotesi che ad alimentare l'assurda comparazione tra Milosevic e Hitler, tra le stragi in Kosovo e la Shoah, contribuisca un irrefrenabile “bisogno umano di catalogare, paragonare, mettere in relazione gli eventi”. Tuttavia, più che da smania classificatoria la reiterata propensione comparativa che è esplosa nelle argomentazioni “interventiste” per la guerra “etica” nel Kosovo appare come una risorsa psicologica cruciale per giustificare sia l'eccezionale spiegamento di forze militari nell’ex Jugoslavia, sia l'eccezionale carico di indignazione cresciuto attorno a crimini ignorati o misconosciuti in altre parti del mondo. Perché proprio adesso? E perché proprio qui? L'argomento geo-politico tradizionale non avrebbe difficoltà ad ammettere che proprio “adesso” e “qui” vengono messi in discussione interessi ed equilibri fondamentali secondo una logica ispirata alle leggi del realismo politico. Ma l'argomento “etico” che conferisce un'urgenza ideale e morale in un intervento militar-umanitario vissuto come la manifestazione di un Ordine Giusto non ammette questo genere di argomenti e non può che rispondere che “qui” e “adesso” l’orrore è più orrore di altri orrori, che qualcosa di intollerabile abbia reso indilazionabile un “fare qualcosa”, qui e ora, per mettere fine al massacro. Perché proprio adesso? E perché proprio ora? Ma perché c'è un nuovo Hitler, risponde infatti Mario Pirani su “Repubblica” a Pietro Ingrao che sul “manifesto” aveva avanzato quei quesiti. E se c’è un nuovo Hitler è ovvio che non si può essere troppo schifiltosi e bisogna intervenire al più presto e con la massima determinazione chirurgica. Se c’è il nuovo Hitler ogni altra sofferenza viene ridimensionata o comunque ricondotta a necessario prezzo da pagare per liberare il mondo dalla nuova incarnazione del Male. […] Come sostiene Lucio Caracciolo nell'editoriale che apre il numero speciale di “Limes” dedicato all'Italia in guerra, il paragone Kosovo come Auschwitz svela un aspetto preoccupante: “La perdita di controllo delle categorie semantiche è purtroppo il sintomo della nostra bancarotta strategica”. La sensazione di condurre una guerra santa contro il “nuovo Hitler” è il velo che impedisce di vedere gli effetti di quella catastrofica “bancarotta strategica”»

(Pierluigi Battista, “La Stampa”, 5 maggio 1999)
«Scrive K.S Karol sul “manifesto”: “Oggi la richiesta di Goldhagen di radere al suolo la Serbia è pubblicata dal solo quotidiano di sinistra del Regno Unito”, che poi sarebbe il “Guardian”. Daniel Goldhagen è lo storico che in un saggio molto controverso intitolato I volonterosi carnefici di Hitler ha surrettiziamente reintrodotto nel dibattito culturale la micidiale categoria della “colpa collettiva”, interpretando l’intera vicenda storica tedesca come una sequenza di passi preparatori culminata nello sterminio degli ebrei. Ma con la guerra del Kosovo Goldhagen si è segnalato per aver dapprima su “New Republic” e poi sul “Guardian” trasferito il suo “metodo” storiografico sulla Serbia, non solo ipotizzando l'identità morale tra il popolo serbo e il dittatore Milosevic ma anche esortando i troppo teneri di cuore a non immalinconirsi troppo sui civili serbi bombardati a Belgrado, complici del tiranno. Ora Goldhagen, suscitando il comprensibile sconcerto di Karol, fa un passo ulteriore e stira allo spasimo l’analogia storica per dire che non sarebbe affatto male se anche la Serbia, come è accaduto per la Germania (e il Giappone), venisse sottoposta d’autorità a un congruo periodo di “rieducazione” democratica, suggerendo l’idea che una drastica umiliazione storica inflitta alla sovranità di quello Stato, lungi dall’alimentare velleità revanscista, sarebbe pedagogicamente utile per levare un po’ di grilli dalla testa dei volonterosi carnefici di Milosevic. Lo straordinario fervore bellico di Goldhagen ha il merito di mettere in evidenza il sottinteso ideologico della pretestuosa equazione Hitler = Milosevic abbracciata dai sostenitori dell'intervento “umanitario”. E Karol ha buon gioco a smontare l’equivalenza tra “deportazioni e genocidio” che tra l'altro ha come esito un’ambigua “relativizzazione” del nazismo.
Colpisce piuttosto l’adesione alla “soluzione Goldhagen” del Foglio, il giornale che con più nettezza si è impegnato nell’impervio tentativo di separare le sovreccitate motivazioni etico-ideologiche della guerra da quelle pragmatiche e geopolitiche per “impedire a Milosevic di minacciare la stabilità in Europa dopo dieci anni di provocazioni intollerabili”. Ma la “soluzione Goldhagen”, con la sua smisurata pretesa iper-giacobina di distribuire ex cathedra vizi e virtù sull'intero pianeta e di ridisegnare la carta del mondo secondo una visione manichea del Bene e del Male, rappresenta la prova più eloquente dello sfrenato ideologismo a sfondo eticizzante che sta alla base di un intervento militare dai contorni “geo-politici” sempre più problematici. Far coincidere politica e morale nelle strategie internazionali è straordinariamente pericoloso, ma identificare politica e pedagogia porta soltanto alla febbre giacobina della “rieducazione democratica”»

domenica 13 marzo 2016

Annichilirsi meno, annichilire tutti (al Papa Francesco)

(La Boca, Argentina)
Ah già, il Papa Francesco: son passati 3 anni, è vero. 13 marzo 2013: 3-3-3 (evitare la tentazione di moltiplicare per due). Molti conoscenti hanno sospeso il giudizio, preferendo affidare l’ardua sentenza ai posteri; alcuni hanno persino espresso apertis verbis il desiderio che Bergoglio si tolga di mezzo il prima possibile – ma solo per permettere una visione più obiettiva del suo magistero (ovviamente). Ma no, dai… In realtà nessuno di loro vorrebbe scoprire se Francesco ci è o ci fa, cioè se sconta un certo entusiasmo senile che a volte fa straparlare oppure se, come dicono gli americani, ha una agenda. Anch’io, rispetto a tale problematica, ho fatto epoché; ciò non m’impedisce però di valutare gli effetti che tale pontificato sta avendo sulla società (evitando, per quanto possibile, di giudicarlo in sé).

Il primo, funestissimo, è che Papa Francesco è riuscito a far diventare anti-progressiste ampie porzioni dell’intellighenzia occidentale che per odio invincibile verso il cattolicesimo non potrebbero mai accettarne la “linea”, neppure se ne rispecchiasse interamente i desiderata. È una situazione pericolosa trovarsi con un pontefice ansioso di mostrarsi “campione di progressismo”, poiché ciò potrebbe favorire l’accelerazione improvvisa di quel processo di sdoganamento della destra (che in questi anni è già stato avvantaggiato, tra le altre cose, dalla crisi economica).
È una conseguenza che possiamo osservare semplicemente sfogliando un quotidiano: se alcuni capi di Stato, magari in odore di massoneria, se ne infischiano allegramente delle “belle parole del Papa” senza essere redarguiti nemmeno dal più infimo rappresentante del quarto potere, è perché di fronte al precetto anti-cattolico non c’è progressismo che tenga (inoltre Bergoglio sfida continuamente la sinistra a prendersi sul serio, una cosa che irrita quelli sinceramente convinti che le opere di misericordia valgano giusto un comizio in piazza o una chiacchierata da salotto).

Il secondo effetto, collegato al primo, è che il pontificato di Francesco è il più politico degli ultimi decenni: così Bergoglio rischia di trovarsi costretto a contare le proprie divisioni (e magari a dar ragione alla battutaccia di Stalin). In realtà non ci sarebbe nulla di male in questo: anche se il Vaticano è la nazione più piccola del mondo, potrebbe comunque far valere il proprio peso come San Marino, il Lussemburgo o il Brunei. Non potrebbe tuttavia godere del credito spirituale attribuitogli da una parte consistente dell’umanità; d’altronde già si notano le conseguenze di questa contaminazione tra religione e politica sia nel fenomeno a cui ho accennato poche righe fa (lo spostamento a “destra” dell’opinione pubblica) sia, per fare un esempio recente, nell’effetto controproducente prodotto dall’ingerenza pontificia nelle elezioni americane che ha avvantaggiato il candidato repubblicano più estremista (il quale ha tutto il diritto di essere “cristiano” nelle modalità che preferisce, in base a presupposti peraltro stabiliti dallo stesso Francesco...).
Potrei sbagliarmi, ma mi sembra che nei confronto del “regno di Cesare” questo Papa mantenga lo stesso atteggiamento di Karl Barth, il quale disprezzava il potere mondano a fasi alterne: da una parte chiamava alla crociata contro i nazisti e dall’altra invocava una moratoria verso il comunismo perché Stalin si trovava a combattere contro “potenze più potenti delle altre” (cioè gli Stati Uniti e il Vaticano).

Infine, l’effetto più minaccioso ma meno evidente (e forse talmente enigmatico da non poter essere ancora compreso) è il supporto teologico che Francesco offre ad alcune istanze mondane, in particolare a quelle che chiedono al  cattolicesimo di togliersi di mezzo. È vero, come abbiamo detto, che la deriva “lussemburghese” è ormai in atto, ma ciò non impedisce che prima della politicizzazione completa il Vaticano non possa sfruttare fino all’esaurimento la sua autorità per “consacrare” qualsiasi cosa (si è visto, per esempio, come leggendari miscredenti si siano avventati sulla Laudato si’ solo per dare una base dogmatica all’ecologismo). Tale atteggiamento diventa pericoloso quando attraverso di esso si giunge a sacralizzare il nichilismo.

In fondo la posizione che il “mondo” mantiene nei confronti di ogni pontefice da tempo immemorabile è piuttosto semplice: finché un Papa contribuisce all’auto-sabotaggio, è giusto appoggiarlo. Così facendo si finge però di ignorare che un Kulturkampf condotto dall’interno, usando le stesse armi del “nemico”, assume su di sé una sorta di investitura divina. Questo, a lungo andare, contribuisce a corrodere la legittimità anche di poteri (come quello mediatico) che si sentono immuni da qualsiasi contestazione. Il giochetto di chiedere a un Papa di distruggere la propria Chiesa (o, più in generale, a un potere di autolimitarsi), non porta a una maggiore libertà o indipendenza, ma alla situazione paradossale in cui chi comanda è colui che è riuscito ad annichilire tutti gli altri senza tuttavia distruggere completamente se stesso.

sabato 12 marzo 2016

Chicago di giorno

La Chicago violenta è tornata in prima pagina: tra gennaio e febbraio sono state ammazzate 102 persone (il doppio del 2015) e le sparatorie sono salite da 217 a 467 (Homicides soar in Chicago, marking the deadliest start to a year since 1997, “LA Times”, 1 marzo 2016).
Il primo imputato per l’impennata di violenza è chiaramente il “First Jewish Mayor” Rahm Emanuel, già finito nell’occhio del ciclone per l’indulgenza nei confronti della brutalità poliziesca; nonostante abbia tentato di spacciarsi come “afro-americano”, la popolazione nera comincia seriamente a odiarlo: suo figlio è stato rapinato davanti casa e un suo assistente (di colore) è stato aggredito con insulti antisemiti (evidentemente non rivolti a lui). Il timore è che in Chiraq esploda il rinomato odio anti-ebraico dei neri americani, anche se pure le riviste filosemite accusano il sindaco di aver fallito: «Since taking office in 2011, Emanuel has faced a mountain of criticism for controversial political moves, including the closing of nearly 50 schools in minority neighborhoods, fighting with the Chicago Teachers Union, and possessing what critics perceive as a gruff and arrogant style of governing» (Chicago is burning, “Forward”, 24 dicembre 2015).
Per capire meglio cosa sta accadendo nella capitale mondiale degli omicidi da arma da fuoco, siamo andati a fare un sopralluogo; anzi, col cazzo che ci siamo andati, scusate: forse faremo un viaggio verso i cinquanta (non è plurale maiestatis, sto parlando di me e del mio amico immaginario), quando sarà tutto passato perché i negher si saranno sterminati tra loro (del resto l’industria discografica americana fa di tutto per fomentare bambini-soldato promuovendo generi come la drill music, una forma di rap oscura e fatalistica che impone come valori lo spaccio e le sparatorie – per carità, queste cose esistono sin dai tempi di Bertram dal Bornio, ma bisognerebbe capire chi sono oggi i nuovi committenti feudali).
Quindi abbiamo preferito fare un giro solo su Google Street View senza una destinazione precisa: dalla nostra fondamentale ricerca sociologica è emerso che Chicago è soprattutto negher che nascondono i ceffi di fronte a una telecamera, camminano a torso nudo per strada, si pestano, spacciano, raccolgono rottami. Forse è tutta l’America a essere così: come recita il rapper King Louie, «My city influenced my country» (“Live and die in Chicago”). Le gang di strada, la violenza domestica, gli arresti domiciliari violati… È questa l’America che abbiamo imparato ad amare? Come scriveva Daniil Charms: «Adesso da noi, adesso qui da noi… Io dico da noi qui negli Stati Uniti, negli Stati Uniti d’America, negli Stati Uniti d’America, qui, da noi… capisci dove?».

venerdì 11 marzo 2016

Paolo VI “mangiaspaghetti”

Propaganda anticattolica nella Repubblica Democratica Tedesca degli anni ’70: Paolo VI rappresentato come “italiano mangiaspaghetti”:

No Pope Here


Graffiti anticattolici a Belfast: Taigs è un dispregiativo contro i cattolici irlandesi; UVF è la sigla degli Ulster (foto di A. Garegnani).

giovedì 10 marzo 2016

Dialogo fra un Chinese e un Europeo

«Chinese – Che c’è di nuovo in Europa?
Europeo – Tutto. Dalla forma degli stivali sino a quella della società. Ed alla China?
Ch. – Nulla. Noi siamo al punto dov’eravamo cinquemila anni fa.
Eu. – Possibile! In cinquanta secoli non avete sentito il bisogno di riformare le vostre leggi, di perfezionare le scienze e le arti che sono così arretrate presso di voi?
Ch. – Presuntuoso Europeo! Confucio, il più sapiente degli uomini, non ha egli dettate le migliori leggi per tutti i climi, per tutte le epoche della società, per tutte le razze degli uomini, sieno bianchi o neri, dolci o feroci, vivaci o stupidi? Siamo noi bambini nelle scienze e nelle arti, noi che abbiamo inventato prima degli Europei la polvere da schioppo, la stampa, e che vogliate dire, anche la bussola?
Eu. – Io professo molto rispetto al vostro Confucio, ma non credo all’ottimismo delle sue leggi. Anche noi abbiamo avuto in Europa certi Numa Pompilio, Licurgo, Solone, i cui codici furono in venerazione per molti secoli, ed ormai non si leggono più che come romanzi. A questi legislatori epitetati come divini sono sottentrati altri, che senza essere tanto in voga ci hanno però dato delle leggi più adattate alla nostre circostanze. Anche noi siamo grati al monaco che inventò la polvere, al tedesco che ritrovò la stampa, al napoletano che scoprì la bussola. Ma non ci siamo fermati ad adorarli in continue estasi; siamo andati avanti, e di generazione in generazione abbiamo raggiunte nuove scoperte alle prime, ed abbiamo accresciuto i comodi e i piaceri della vita. Insomma presso di noi i progressi in ogni cosa sono tali che pare che il figlio ne sappia sempre più di suo padre.
Ch. – Tu proferisci una bestemmia. I nostri padri debbono essere venerati. Ogni loro pensiero, ogni lor opera è sacra, quindi intangibile. Non sai, o presuntuoso Europeo, che i nostri padri hanno accaparrato tutto l’umano sapere? Guai a chi ritocca una cosa antica; non può che guastarla. Compito è il circolo delle scienze e delle arti. I nostri letterati non hanno più che a rimasticare gli scritti degli antichi dotti chinesi. Essi non si attenterebbero di aggiungere uno jota alle tradizioni antiche, perché sanno che oltre essere un’empietà, sporcherebbero lo scibile umano. Il mondo è sempre andato bene, né può andar meglio. Voi, o presuntuosi Europei, sarete rimasti castigati dalle vostre stesse innovazioni.
Eu. – Oibò; anzi siamo contentissimi della nostra incontentabilità. Ogni generazione che succede monta sulle spalle della precedente e vede più lontano. I nostri padri credevano che non si potessero frenare i delitti che col torturare, inruotare, squartare gli uomini; avevano per abito un sacco ruvido, malsano, gelavano di freddo in camere mal riparate, passavano stupidamente le serate nelle taverne. Noi discendenti ci siamo fatte delle leggi umane, delle camisce, delle stufe, dei teatri. I nostri antenati credevano che l’età della ragione per un magistrato fosse quella dei sessant’anni, e che l’attività e il valore di un generale non potessero andare scompagnati dal cinto e dalla perrucca. Noi discendenti abbiamo fatto la scoperta che anche chi monta a cavallo, danza, amoreggia, può fare delle savie sentenze in tribunale, ed abbiamo avuto a’ giorni nostri de’ giovinastri di ventisei anni per conquistatori.
Ch. – Dunque voi avete rinunciato a quel dolce torpore dello spirito, a quella soave monotonia che allunga di tanto le ore del giorno e il corso della vita!
Eu. – Ciò è verissimo. Escono a centinaia libri, opuscoli, giornali che ti tolgono il sonno e fino i momenti del pranzo. Le notizie, le scoperte, sono combattute, contraddette. I letterati sono continuamente fra loro alle prese, dicon male de’ trapassati, peggio de’ viventi, ora si lodano, ora si morsicano; gli artisti si rubano i secreti, si calunniano; ma è vero altresì che il sibarismo della vita si perfeziona in mezzo a questo guazzabuglio di cose. Quegli che sa evitare questi urti, e trarsi fuori dalla folla gode d’ogni nuovo ritrovato, esulta della dolcezza sempre crescente de’ costumi, degli sforzi de’ poeti e de’ dotti nell’idear nuove composizioni, e si diverte vedendo sorgere da questo caos, per così dire, una nuova creazione.
Ch. – Mi accorderai altresì che quella irriverenza che voi avete pe’ vostri antecessori vi attenderà egualmente un giorno presso i vostri nipoti. Che bel rispetto vi preparate nella posterità!
Eu. – Anche a questo ci siamo già rassegnati. Non ce ne cale punto. Sappiamo d’essere uomini, non infallibili, soggetti a passioni, quindi ad errori; sappiamo anche che la presunzione ne accieca. Ci pare già di sentire esclamare i nostri figli: “Come! I nostri padri che si credevano giunti all’apice della civilizzazione, mantenevano aperte nelle città le fucine de’ maniscalchi, e i macelli col pericolo e ribrezzo della popolazione; non seppero chiudere in una specie di botti le fecce che dovevano vagando in aperte latrie appestare di notte le città? I nostri padri, inesorabili innovatori, non avevano ancora bandite dalle loro cucine le pentole di rame per adottare le stoviglie, né per anco banditi il pepe, il garofano, la noce moscada e tanti altri veleni dalle loro vivande? I nostri padri abbandonavano talvolta delle case eleganti per ammucchiarsi dentro osterie che avevano l’aspetto di sudici lupanari?”. Anzi per prepararmi viemmeglio alla critica de’ nostri nipoti comincio io stesso ogni mattina a guardare il mio ritratto ch’è fatto cogli abiti carrés di quattro anni fa, e a ridere della burlesca figura che faceva con quella foggia di vesti.
Ch. – Ma non vi sono fra voi degli uomini assennati, cioè delle teste fredde, ben quadrate che devote degli usi, delle istituzioni e opinioni antiche facciano ogni sforzo per mettere una diga al torrente delle novità?
Eu. – Pur troppo anche fra noi vi sono dei Chinesi; ma questi muovono più a riso che a rabbia.
Ch. – Insolente Europeo! un Chinese può mai muovere a riso? Tu manchi di rispetto al polo pià antico della terra. Voi altri Europei siete sempre stati e sarete sempre intrattabili. Addio, banderuola.
Eu. – Addio, termine». 
(G.P. [Giuseppe Pecchio], Dialogo fra un Chinese e un Europeo, “Il Conciliatore”, n. 12, 11 ottobre 1818, cit. in Il Conciliatore, cur. V. Branca, anno I, Firenze Le Monnier, 1948, pp. 192-196)

venerdì 4 marzo 2016

L’iconoclasme mis à nu

L’Icône et la Vérité


Nombreux sont les catholiques qui ont développé une sorte de iconoclasme soft : ils sont ceux qui dès que voient une église à peine plus solennelle d’un cube de béton armé, le définissent « une cathédrale dans le désert ». Cette inquiétude naît de la crainte que tout ce qui n’est pas « intérieur » peut empêcher la méditation (mais qu’est-ce qu’ils auraient dit en présence de la version originale du chemin de croix ?). Cette obsession est un signe de misère spirituelle : l’intériorisation peut induire à penser que nos rêveries aient quelque chose à voir avec la vérité. Mais sans un rite le plus grossière, et une icône la plus laide, comment est-ce qu’on peut donner un contenu véridique à la foi ? Il serait intéressant d’enregistrer les réactions du cerveau d’une personne en prière devant quelque chose plutôt que rien.
Les catholiques pseudo-iconoclastes en définitive ignorent non seulement leur foi mais également leur histoire. Nous conseillons de relire les paroles par lesquelles Saint Jean Damascène a défendu le culte des saintes images contre l’empereur iconoclaste Léon III l’Isaurien : « Ce n’est pas la matière que j’adore mais le créateur de la matière qui, à cause de moi, s’est fait matière, a choisi sa demeure dans la matière. Par la matière, il a établi mon salut. En effet, le Verbe s’est fait chair et il a dressé sa tente parmi nous… Cette matière, je l’honore comme prégnante de l’énergie et de la grâce de Dieu ».
Plus récemment, on peut lire avec profit certaines pages du théologien orthodoxe russe Paul Florensky consacrées à l’iconostase (Ikonostas, 1922 ; texte original en russe ; traduction en français) :
« Иконостас есть граница между миром видимым и миром невидимым, и осуществляется эта алтарная преграда, делается доступной сознанию сплотившимся рядом святых, облаком свидетелей, обступивших Престол Божий, сферу небесной славы, и возвещающих тайну. Иконостас есть видение. Иконостас есть явление святых и ангелов — агиофания и ангелофания, явление небесных свидетелей, и прежде всего Богоматери и Самого Христа во плоти, — свидетелей, возвещающих о том, чтó по тý сторону плоти. Иконостас есть сами святые. И если бы все молящиеся в храме были достаточно одухотворены, если бы зрение всех молящихся всегда было видящим, то никакого другого иконостаса, кроме предстоящих Самому Богу свидетелей Его, своими ликами и своими словами возвещающих Его страшное и славное присутствие, в храме и не было бы.
По немощности духовного зрения молящихся, Церкви, в заботе о них, приходится пристраивать некоторое пособие духовной вялости: эти небесные видения, яркие, четкие и светлые, отмечать, закреплять вещественно, след их связывать краскою. Но этот костыль духовности, вещественный иконостас, не прячет что-то от верующих — любопытные и острые тайны, как по невежеству и самолюбию вообразили некоторые, а, напротив, указывает им, полу-слепым, на тайны алтаря, открывает им, хромым и увечным, вход в иной мир, запертый от них собственною их косностью, кричит им в глухие уши о Царствии Небесном, после того как оказались они недоступными речи в обыкновенный голос. Конечно, этот крик лишен всех тонких и богатых средств выразительности, которыми обладает спокойная речь; но кто же виноват, если последнюю не только не оценили, но и не заметили ее, и чтó остается тогда, кроме крика. Снимите вещественный иконостас, и тогда алтарь, как таковой, из сознания толпы вовсе исчезнет, закроется капитальною стеною. Но вещественный иконостас не заменяет собою иконостаса живых свидетелей и ставится не вместо них, а — лишь как указание на них, чтобы сосредоточить молящихся вниманием на них. Направленность же внимания есть необходимое условие для развития духовного зрения. Образно говоря, храм без вещественного иконостаса отделен от алтаря глухой стеной; иконостас же пробивает в ней окна, и тогда через их стекла мы видим, по крайней мере можем видеть, происходящее за ними — живых свидетелей Божиих. »

[« L’iconostase est la frontière entre le monde visible et le monde invisible, et cette barrière d’autel se réalise, se fait accessible à la conscience grâce à l’assemblée des saints, la nuée des témoins entourant le trône de Dieu, sphère de la gloire céleste, et proclamant le mystère. L’iconostase est une vision. L’iconostase est la manifestation des saints et des anges, l’hagiophanie et l’angélophanie, la manifestation des témoins célestes - et en premier lieu de la Mère de Dieu et du Christ lui-même dans sa chair – des témoins proclamant la réalité de l’au-delà de la chair. L’iconostase, ce sont les saints eux-mêmes. Et si tous les fidèles qui prient dans l’église étaient suffisamment remplis de l’Esprit, si la vue de tous les fidèles était toujours voyante, il n’y aurait pas dans l’église d’autre iconostase que Ses témoins se tenant devant Dieu lui-même, et proclamant par leurs visages et leurs paroles sa redoutable et glorieuse présence.
Mais la vue spirituelle déficiente des fidèles oblige l’Église, par souci pastoral, à chercher un remède à l’indolence spirituelle : il lui faut retenir ces visions célestes, claires, nettes et lumineuses, les inscrire dans la matière et fixer matériellement leur trace par la couleur. Mais cette béquille spirituelle, cette iconostase matérielle ne cache pas aux fidèles d’étonnants et profonds mystères comme l’ignorance ou l’orgueil l’ont fait imaginer à certains, mais au contraire elle leur indique, à ces demi-aveugles, les mystères de l’autel, elle leur révèle, à ces boiteux et ces infirmes, l’entrée d’un autre monde qui leur est fermé par leur immobilisme. Elle crie à leurs oreilles qui ne veulent pas entendre l’existence du Royaume de Dieu, elle le leur crie parce qu’ils sont restés sourds à la voix qui parlait normalement. Bien sûr, ce cri est dépourvu de toute subtilité et de toutes les ressources de l’expression dont dispose le langage ordinaire et paisible, mais à qui la faute si ce dernier non seulement n’a pas été apprécié, mais n’a même pas été remarqué ? Que reste-t-il alors d’autre que le cri ?
Ôtez l’iconostase matérielle et le sanctuaire en tant que tel disparaîtra complètement de la conscience de la foule, et sera fermé par un mur immense. L’iconostase matérielle ne remplace toutefois pas l’iconostase des témoins vivants, elle ne se substitue pas à eux, elle les montre pour concentrer l’attention des fidèles. Concentrer son attention est indispensable pour développer sa vue spirituelle. Pour parler en images, l’église sans l’iconostase matérielle est séparée du sanctuaire par un mur aveugle : l’iconostase y perce des fenêtres et alors, à travers les vitres, nous voyons ou tout au moins nous pouvons voir ce qui se passe derrière elles : nous pouvons voir les vivants témoins de Dieu. »]
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L’iconoclasme mis à nu


« Un corps nu résout tous les problèmes de l’univers », écrit Nicolás Gómez Dávila. C’est une de ces provocations qu’on fait semblant de comprendre. On pourrait apporter, c’est vrai, un soutien en invoquant le baroque, la corporéité anti-gnostique, la charnelité des icônes, la notion de carnavalesque et tout ça. Mais à l’égard de la croisade féministe on ne sait pas quel camp choisir, si faire les chantres de la morale (sans savoir au nom de quelle morale) ou accepter pleinement l’exploitation du corps féminin à des fins commerciales.
Il y a beaucoup d’idéologie dans le débat ; l’ancienne haine iconoclaste s’est habillé de neuf, mais dans les tirades féministes résonnent les anathèmes de Jean Calvin : « Les putains seront plus modestement accoutrées en leurs bordeaux, que ne sont point les images des Vierges aux temples des Papistes ».
Bien entendu, cela ne se compare pas une Virgo Lactans à une publicité de soutien-gorge, mais que dire des Vénus de Botticelli ? Elles aussi communiquent un message éducatif, une pédagogie pour le jeune Laurent de Médicis. Pour des raisons de cohérence, il serait donc nécessaire d’anéantir toutes les formes de représentation, de la peinture rupestre à Fernando Botero : vaste programme, mais pas pour les fanatiques.

*
Icônes dans l’espace


 
À bord de la Station Spatiale Internationale, entre Samantha Cristoforetti (la première femme astronaute italienne), Anton Nikolaïevitch Chkaplerov (commandant de la mission) et Terry Virts (astronaute de la NASA et mécanicien de bord), sont apparues sur le mur icônes sacrées et crucifix. Comme l'écrit Emmanuel Carrère (Limonov), «tous les Russes, même mécréants», partout dans le monde, ont toujours une icône « accrochée dans un coin d’une chambre sinistre ». Bien qu’en Italie la photo a été censurée (ou, plus précisément, mutilée), elle a également inspiré des observations intéressantes sur la relation entre l’orthodoxie et la cosmonautique.
Au cours des années précédentes sur la ISS a pu être observé l’icône de Notre-Dame de Kazan offerte par le patriarche Cyrille et un reliquaire avec un morceau de la vraie croix donné par Job Talats, l’hégoumène des cosmonautes russes. Cette étranges liens s’étaient produits même dans la période de l’Union soviétique : Youri Gagarine ne cachait pas sa foi chrétienne et le colonel Valentin Petrov dans un entretien a récemment raconté que Gagarine a été baptisé par l’église orthodoxe lorsqu’il était enfant, et que en 1964 ils avaient fait un pèlerinage au monastère de la Trinité-Saint-Serge. Selon un autre témoignage (du métropolite de Beyrouth Gavriil Salibi), en 1961 Gagarine aurait déclaré publiquement : « Ma foi est plus forte que la fusée qui m’a amené dans l’espace ».
Considérant l’importance croissante de la foi orthodoxe dans la Russie contemporaine, il n’est pas absurde d’imaginer que les missionnaires « cosmiques » du futur écriront en lettres cyrilliques – emportant avec eux les contradictions de l’âme russe bien résumées en une vieille blague du vétéran Gueorgui Gretchko (qui a continué à promener dans l'espace jusqu’à 50 ans) :
Хрущёв в Кремле отозвал Гагарина в сторонку: « Юра, ты бога видел? » – « Да, видел. Есть бог ». – « Так я и знал. Только никому больше не говори! ». Потом Гагарин оказался на приёме у Папы Римского, и тот тоже спрашивает: « Юрий Алексеевич, вы видели бога? » – « Нет, не видел. Нет никакого бога ». – « Так я и знал. Но только никому об этом не рассказывайте! »

[Khrouchtchev au Kremlin prend à part Gagarine et lui demande : « Youri, as-tu vu Dieu? » « Oui, je l’ai vu. Dieu existe » « Je le savais ! Ne le dis à personne ! ». Par la suite, Gagarine est accueilli par le Pape qui aussi lui demande : « Youri Alexeïevitch, Avez-vous vu Dieu ? » « Non, je ne l’ai pas vu. Dieu n’existe pas» « Je le savais ! Ne le dis à personne ! »]