mercoledì 30 marzo 2016

Commercializzare la retrodatazione

retro del Turco
Ricordo i bei tempi in cui con una serie di frasi fatte si materializzava il miraggio di un’era nella quale avremmo lavorato tutti con internet, oppure su internet, per internet o addirittura per l’Internet (quando ancora l’autorità del mezzo era garantita dalla maiuscola). Probabilmente qualcuno ce l’ha fatta, ma non è detto che se con un impiego off-line avrebbe lavorato di più o guadagnato di meno; anche l’aspirazione di contribuire nel proprio piccolo al progresso dell’umanità, si rivela ben presto un’illusione: il “lavorare” con internet corrisponde principalmente al fornire servizi e lasciarsi sponsorizzare, se non semplicemente a commercializzare la semplificazione (è questo il principio sul quale prosperano Facebook, Twitter, Youtube e, in senso differente, Wikipedia).

Lasciando da parte le considerazioni esistenziale, veniamo al sodo: negli ultimi tempi ho sfruttato al massimo la possibilità di “retrodatare” i post per far credere di poter gestire il mio blog in modo disciplinato (anche quanto sto scrivendo è stato retrodatato…). Sono convinto che la maggior parte dei miei connazionali, vuoi per digital divide, per semianalfabetismo o sottosviluppo, sia all’oscuro di tale possibilità – nello stesso modo in cui, forse, era all’oscuro che si potessero mettere foto e video online prima dell’avvento dei social network.

Ora, sorge spontanea la domanda sulla possibilità di commercializzare la retrodatazione in questa nostra Italia che «siede in terra negletta [sic] e sconsolata». Per esempio, si potrebbe creare un blog di previsioni che sfrutti al massimo tale opzione, illudendo gli sprovveduti che a gestirlo sia il più grande indovino del mondo. Non si dovrebbe far altro che prendere i numeri di una qualsiasi estrazione di una qualsiasi lotteria, inserire la falsa previsione retrodatandola e poi gabbare il maggior numero di gonzi prima che il trucco venga scoperto. Oppure, per non scadere nel penale, si potrebbe solo riempire il proprio blog di banner pubblicitari fino all’inverosimile. Nel giro di poco tempo nascerebbero altre iniziative simili e l’Italia si trasformerebbe in un paese composto da cartomanti e stregoni (anche se in parte lo è già, se il Codacons certifica che 13 milioni di italiani all’anno «si rivolgono al mondo dell’occulto»).

Credo che per avere successo con l’Internet (ma anche in altri campi), sia indispensabile creare uno stile di vita dietro il proprio marchio: non si spiegherebbe altrimenti perché gli italiani siano diventati tutti dipendenti dalla Rete, quando fino all’ascesa di Facebook avere un sito personale era considerato una cosa da reietti. pervertiti. Quindici anni fa chi metteva un autoscatto in una paginetta del proprio spazio web (dedicato magari a bazzecole quali i fumetti o i dialetti regionali) veniva severamente redarguito: «E la privacy? E i maniaci che ti possono guardare? E il tuo datore di lavoro?». Lo stesso processo psicologico potrebbe verosimilmente riprodursi nei confronti della chiaroveggenza: così come oggi le persone passano le giornate a pubblicare autoscatti sui social network, in futuro potrebbero impiegare il proprio tempo a compilare false previsioni su giochi o addirittura eventi storici e politici – o forse prima che si verifichi tale possibilità è necessario creare un social network ad hoc?

giovedì 24 marzo 2016

Bruxelles : la drôle de paix

(Leo Belgicus)
« Vous ne mesurez pas la violence - latente ou réelle -, la méfiance et la crainte auxquelles nous sommes confrontés dans nos rapports quotidiens les plus élémentaires. Essayez, à titre d’exemple, de demander votre chemin à un passant dans les rues de Bruxelles ; le résultat vous surprendra. Nous ne formons plus, en Belgique, ce qu’il est convenu d’appeler une société ; nous n’avons plus rien en commun que l’humiliation et la peur. C’est une tendance, je le sais, commune à l’ensemble des nations européennes »
(Michel Houellebecq, Lanzarote: au milieu du monde, I, Flammarion, 2000, p. 68)
La Belgique a certainement commis quelques erreurs dans la gestion du problème du terrorisme : le plus important est celui de le traiter comme une affaire d’ordre publique, une attitude qui jette les bases d’un Etat policier, la seule forme de gouvernement qui permet la gestion de l’ordinaire avec les caractéristiques de l’état d’exception (c'est ce qui se passe en France en ce moment). Cela ne justifie pourtant pas l’avalanche de vitupérations à l’égard de la Pauvre Belgique.
Par exemple le politologue français Gilles Kepel a déclaré au quotidien italien « Corriere della Sera » que la Belgique est un état en déliquescence (à l’instar de l’Afghanistan, de l’Irak et de la Syrie) et que la société belge est au bord de la guerre civile à cause de la division linguistique entre Flamands et Wallons... (Le stragi organizzate in Belgio perché somiglia a uno stato fallito, « Corriere della Sera », 22 mars 2016).
Un journaliste, dans le même quotidien,
renchérit: « Bruxelles est protégée comme une vieille installation de campagne (sic) ». Il aurait pu ajouter que « la Belgique est le bâton merdeux de l’Europe », comme disait Baudelaire.

C’est de la propagande, il est clair: tout peut aider à propager la nécessité de centraliser tout le pouvoir de décision dans les mains d’une oligarchie qui n’est élue par personne. Si une météorite était tombée sur Bruxelles, tout le monde aurait répété les mêmes choses.
Même si toute occasion est bonne pour invoquer « plus d’Europe », fonder une communauté sur la terreur, l’angoisse et la peur ne me paraît pas être une bonne idée : la crainte de sauter dans le métro va devenir la seule raison pour se sentir européens de cette manière.

C’est préoccupante surtout parce que nous ne sommes pas en guerre (aussi beaucoup prétendent le contraire). Il faut au moins être deux pour faire une guerre : comme dit Clausewitz, « Der Eroberer ist immer friedliebend » (Un conquérant est toujours ami de la paix). Pour citer Eric Werner (« L’avant-blog ») : « C’est la défense qui est à l’origine de la guerre, non l’attaque. C’est toujours, en effet, le défenseur qui décide s’il y aura ou non une guerre. […] Si la soumission est ce qui permet d’échapper à la guerre, l’inverse est vrai aussi: la guerre est ce qui permet d'échapper à la soumission ».
L’Union européenne a clairement montré la volonté de ne pas combattre, pour plein de raisons (lâcheté, paranoïa, incompétence, mal de vivre…) ; alors pourquoi ces conquérants continuent de taquiner l’adversaire au lieu de lui donner le coup de grâce ? Le « stragisme » sans but à un certain point peut conduire à une réaction disproportionnée.

C'est la drôle de la paix : une communauté qui refuse de résister (et le proclame en pleurant !) est continuellement invité à l’action par l’ennemi. A quoi ça sert ? Peut-être que l’expression Qualis rex, talis grex (« Tel qu’est le roi, tels sont ses sujets ») vaut également pour les ennemies. Peut-être que cette « Europe » mérite les conquérants les plus méprisables, les plus ignobles et les plus puéril de l’histoire humaine.

La Turchia finanzia l’Isis (ecco la prova)

(alphadesigner)
Finalmente abbiamo la prova che la Turchia finanzia l’Isis: la casa editrice turca, che prende il nome dalla dea Iside e pubblica anche volumi in italiano (nella collana “Quaderni del Bosforo”) ha infatti sede a Istanbul ed è difficile immaginare che non usufruisca di finanziamenti da parte di qualche turco. Se questa non è una prova che la Turchia (o addirittura l’Impero Ottomano) sostiene l’Isis, allora non credo possano essercene altre.
Ah già, stavate cercando il solito pezzo anti-turco: ma per quello non basta leggere un qualsiasi giornale italiano? Ormai viene dato per scontato che dietro al sedicente “Stato Islamico” ci siano Erdoğan e suo figlio che distribuiscono lingotti d’oro (trattandosi di un assioma, le prove non servono). Questo modo di porsi nei confronti della Turchia (in realtà un’estensione del tipico Selbsthass italiota) è un sintomo del nostro inguaribile provincialismo. Non si tratta tuttavia solo di un problema di indole nazionale, ma anche di circunstancia: la Turchia è diventata il capro espiatorio perfetto su cui scaricare le colpe dell’Italia, dell’Europa e di quello che chiamiamo Occidente. Proviamo a cercare di comprendere come è potuta nascere la “leggenda nera” attorno a uno dei nostri più preziosi alleati.

Prima di tutto, bisogna mettere in conto il risveglio della Russia non solo come potenza politica e militare, ma anche e soprattutto mediatica. L’idea di lanciare un canale anglofono come Russia Today è stata sicuramente un’ottima pensata, anche perché pochissimi russofili, nonostante lo zelo, sembrano intenzionati a imparare almeno qualche parola dell’idioma di Puškin (questo, tra parentesi, è uno dei motivi per cui si tende sempre più a mitizzare tutto ciò che accade a Mosca). Inoltre una classe politica uscita dal KGB all’occorrenza trova ancora vantaggioso rispolverare la cara vecchia disinformatsija: lo attestano le prove ridicole con cui si è tentato di collegare la famiglia Erdoğan ai “tagliagole” dell’Isis. Quella più eclatante (in tutti i sensi)  è stata una foto del figlio del presidente turco, Bilal, con due kebabbari, i fratelli Kember, spacciati dal Cremlino per miliziani del califfato (i primi ad abboccare sono stati ovviamente quelli di “Libero”).
Oltre all’apparato mediatico, la Russia in questi anni ha anche dispiegato la sua versione del soft power: come scrive “Le Monde” (15 febbraio) a proposito della provincia di Hatay, una zona contesta tra Turchia e Siria,
«Damas et Moscou n’auraient aucun mal à déstabiliser le Hatay, d’ores et déjà submergé par les réfugiés et les combattants en déroute. Transformer la région en un nouveau Donbass est à la portée de Moscou qui excelle à la fabrication de “trous noirs”, ces zones de non-droit apparues en Ukraine, en Géorgie (Abkhazie, Ossétie du Sud) et en Moldavie (Transnistrie)»

[“Damasco e Mosca non avrebbero alcun problema a destabilizzare Hatay, già sommersa da rifugiati e combattenti in fuga. Trasformare la regione in un nuovo Donbass è alla portata di Mosca che eccelle nella creazione di “buchi neri”, quelle zone di non-diritto comparse in Ucraina, in Georgia (Abkhazia, Ossezia del Sud) e in Moldavia (Transnistria)”].
Questo è il fattore aggiunto che ha consentito a Mosca di recuperare posizioni. In fondo la situazione della Siria odierna non differisce di molto da quella della Jugoslavia negli anni ’90: si tratta di una “guerra per procura” dove ogni potenza appoggia una fazione etnica o religiosa. Tuttavia ai tempi dell’intervento NATO nei Balcani i serbi non riuscirono a convincere gli aggressori che l’esercito bosniaco (appoggiato dai turchi) fosse composto da fondamentalisti e mujahideen provenienti da decine di Paesi. Entrambi i Clinton (marito e moglie) rivendicano ancora il fatto di aver impedito la nascita di un califfato nei Balcani grazie all’operazione Deliberate Force: questa è, mutatis mutandis, la stessa dottrina che Obama ha tentato di seguire su pressione del proprio segretario di stato (la signora Clinton, appunto). Quando l’iniziativa si è dimostrata essere quel che era, cioè una risposta vecchia a un problema nuovo, gli strateghi hanno giustamente scaricato la responsabilità sul più malinconico dei Nobel per la Pace. Al di là delle beghe condominiali alla Casa Bianca, l’andamento del conflitto dovrebbe tuttavia far intuire chi tra i contendenti ha tratto reale vantaggio dalla cannibalizzazione dell’opposizione perpetrata dall’Isis: è falso sostenere che la Turchia abbia in qualche modo beneficiato dell’estensione del sedicente califfato, anche in nome di corbellerie quali la “rivalsa sunnita” o il “neo-ottomanesimo” inventate a scopo propagandistico. Ripensando alla sorte dello stesso Milošević, ma anche di Saddam o Gheddafi, tornano alla mente le parole con cui don Abbondio ricordava Perpetua: «Ha proprio fatto uno sproposito a morire ora; ché questo era il momento che trovava l’avventore anche lei». Purtroppo i tempi non erano ancora maturi affinché anche questi rivoluzionari imbiancati trovassero il loro avventore, cioè uno spauracchio grazie al quale presentarsi come baluardi della pace, della laicità, del diritto, della libertà eccetera. Solamente Assad è riuscito, “miracolosamente” (si fa per dire – anche se bisogna dargli atto di una certa resilienza), a sopravvivere al crollo ignominioso del socialismo arabo, logorato e distrutto dalla pretesa di vecchi ufficiali golpisti di assurgere al ruolo di paladini del legittimismo (chi di spada ferisce…).

Il secondo motivo per cui la Turchia di Erdoğan è stata trasformata a livello mediatico in uno “Stato canaglia” è l’inadeguatezza delle istituzioni europee nella gestione del fenomeno migratorio. Anche qui, il parallelo con le guerre balcaniche è lampante (ma ancora ingannevole): la Germania riuscì a procurarsi manodopera qualificata a basso costo approfittando dei conflitti scoppiati nella ex-Jugoslavia; molti di quei profughi, pur essendo mussulmani, erano dal punto di vista culturale (e anche etnico) del tutto europei. Tuttavia oggi anche i tedeschi hanno preferito adottare soluzioni anacronistiche: se per tutto il 2015 i loro media hanno alimentato le speranze dei migranti siriani, anche con toni smaccatamente propagandistici (come l’accoglienza con applausi alla stazione), alla fine la doccia fredda di Colonia ha imposto il ridimensionamento delle pretese (molto più prosaiche dell’umanitarismo a buon mercato distribuito a piene mani: la Merkel voleva in un colpo solo risolvere la crisi demografica senza interrompere la guerra ai salari).
Non è quindi colpa della Turchia se a un certo punto centinaia di migliaia di profughi hanno deciso di muoversi verso l’Eldorado che è stato loro promesso; è falso dire che Ankara non abbia tentato di assorbire e gestire questa enorme massa umana; per fonte diretta so che molti siriani sono stati assunti dallo Stato come insegnanti o infermieri, ma chi tra di loro è appena più qualificato degli altri non ha potuto resistere alla tentazione di spostarsi nella “generosissima” Europa del Nord.
Affermare che la Turchia stia “ricattando” l’Unione Europea è pertanto un modo particolarmente vile per scaricarsi la coscienza: soprattutto noi italiani siamo gli ultimi a poter dare lezioni, visto come abbiamo deliberatamente sabotato qualsiasi tentativo di salvaguardare la frontiera meridionale dell’Unione a cui apparteniamo, pretendendo pure in cambio di ottenere solidarietà da chi ha lottato con tutti i mezzi disponibili per difendere quei confini (polacchi e ungheresi, tanto per citare).
L’immigrazione pone inoltre il problema dell’integrazione, al quale è poi collegato quello dei foreign fighters: anche qui, la Turchia viene incolpata di “lasciar passare” combattenti stranieri dirottandoli verso il sedicente Stato Islamico (sempre per la storia che l’Isis è bello, sunnita, ottomano ecc…). Ora, è da anni che invece le autorità di Ankara respingono al mittente migliaia di cittadini inglesi, francesi, belgi, tedeschi, olandesi (la lista è lunga…) perché sospettati di voler andare a combattere in Siria. Il problema è che, una volta rimpatriati, gli aspiranti kamikaze vengono spesso rilasciati per i motivi più disparati: alcuni servono da “esca” per rastrellare altri terroristi; altri invece vengono riciclati come spie o confidenti; ma una buona parte (è imbarazzante ammetterlo) viene lasciata libera di vagare per mezza Europa per senso di colpa, buonismo, vigliaccheria e tante altre meschine ragioni legate agli irrisolti problemi dell’integrazione e della gestione dell’ordine pubblico in una situazione dove il numero di stranieri è assolutamente sproporzionato rispetto a quello degli “indigeni”.

Vi sono poi molti altri motivi meno evidenti e più ambigui per cui la Turchia è finita sul banco degli imputati: uno di questi è la “mania curda” scoppiata nella galassia della sinistra radicale (cioè radical chic) che va di pari passo a un’implicita rivalutazione di quella che fino a poco tempo fa veniva chiamata “l’entità sionista”, da sempre promotrice della nascita di un Kurdistan a sua immagine e somiglianza (etnocentrico e guerrafondaio, quindi, ma anche molto attento al maquillage). In pratica i curdi sono diventati i nuovi palestinesi (mentre quelli “vecchi” sono stati dimenticati, forse relegati nelle tenebre del sunnismo accanto all’Arabia Saudita o allo stesso Isis), e la Turchia è diventata la cattivona di turno (è bastato sostituire nei volantini “sionismo” con “ottomanesimo” o roba del genere). Questa tendenza è osservabile non solo a livello collettivo, ma anche personale: quanti conoscenti che fino a poco tempo fa parlavano di Israele con la bava alla bocca oggi sono così attenti nel fare dei distinguo – alcuni addirittura si esaltano apertamente all’idea di uno Stato ebraico fantasmagoricamente anti-americano e filo-russo. Quello che più mi sconcerta in tutto questo è la necessità di avere sempre qualche nemico immaginario da odiare, previa ovviamente la riduzione dei conflitti internazionali al livello di una striscia di fumetti o di un film d’azione hollywoodiano (l’importante è che la distinzione tra buoni e cattivi sia la più netta ed elementare possibile).

Dulcis in fundo, il motivo principale per cui siamo diventati tutti turcofobi è la paura tremenda di dover combattere. Questa Europa si compiace di essere un’isola felice in un mondo violento e insensibile, ma finge di ignorare che tale singolare evenienza ha potuto verificarsi solamente grazie agli americani. Una volta che gli interessi degli Stati Uniti d’America dovessero divergere da quelli dei fantomatici Stati Uniti d’Europa, sarà difficile evitare lo scontro mettendosi a piangere, organizzando girotondi in piazza o creando hashtag accattivanti. Perciò abbiamo bisogno di ripeterci che la Turchia vuole trascinarci in guerra. Invece, ancora una volta, è esattamente il contrario: è solo grazie a questa patria immensa, l’ultima garanzia di stabilità in una delle regioni più lacerate e incandescenti del pianeta, che forse noi “europei” possiamo ancora godere di una prolungata pace.
Volendo essere il più realista possibile, mi domando da italiano come si porrebbero i miei connazionali nei confronti di un alleato infinitamente più esigente della Turchia quale è la Russia. Del resto, sempre parlando da italiano (o italiota?), continua a sfuggirmi la natura del dilemma “NATO o non NATO” col quale ci struggiamo da decenni: non vogliamo accettare il Patto Atlantico perché ci costringe a fare la guerra, ma al contempo ci rifiutiamo di abbandonarlo perché ciò potrebbe costringerci a fare la guerra. Oltre a ciò, continuiamo a biasimare quei Paesi che, per un motivo o per l’altro, prendono sul serio il loro ruolo nell’Alleanza o perlomeno esigono che venga rispettato il principio del pacta sunt servanda; mentre noi non abbiamo ancora deciso cosa fare da grandi: non è un caso che poi i nostri figli migliori vogliano diventare giannizzeri.

venerdì 18 marzo 2016

Senza peccato?

«Il Peccato Originale non ha luogo: Ogni uomo possiede la pienezza dei doni naturali (già ciò basta ed avanza per conferirgli capacità da dio mitologico e/o da supereroe dei fumetti), dei preternaturali e dei doni sovrannaturali. Malattia, bisogno, sofferenza, non sono entrati nell’umana esistenza. Gli uomini conoscono tre modi di nutrirsi, e li attuano tutti. Si nutrono mangiando, come facciamo noi, ma si nutrono anche sognando di mangiare ed anche esponendosi al sole. La pienezza dei doni naturali, infatti, comprende sia il dominio assoluto della mente sul corpo, che la capacità di compiere la fotosintesi. La vita umana si misura in decine di millenni e si conclude in una data precisa, ben conosciuta fin dalla nascita, con un banchetto di saluto agli amici, alla fine del quale arrivano, in veste di ultimi ospiti, gli Angeli del Paradiso, che si portano il padrone di casa, anima e corpo, mentre quest’ultimo dà appuntamento ai presenti alle porte della Gerusalemme Celeste. Si lavora ma, in tale situazione, si è realizzata anche la “utopia” marxista del valore liberatorio ed auto-realizzante del lavoro. In pratica tutti danno libera attuazione a talenti artistici e/o artigianali, facilitati in questo dalla familiarità con il mondo angelico. L’unico Sacramento è il matrimonio. Non esiste clero vero e proprio, dato che ogni uomo vede Dio faccia a faccia. In pratica ogni capofamiglia è il Re ed il Sommo Sacerdote della sua stirpe. I popoli si distinguono, più che altro, per le civiltà che hanno realizzato, le cui linee essenziali sono le stesse del nostro mondo, ma portate alle estreme conseguenze. Gesù si è incarnato, per “completare” la Creazione, ma ovviamente non ha dovuto affrontare la Passione, e regna su tutto e tutti».
(“Ucronia reazionaria” di Raffaele Minimi)
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«Attilio [Mordini] diceva che se Caifas avesse accettato Gesù come Dio si sarebbe verificata la conversione del mondo attraverso la sua conquista da parte del popolo d’Israele guidato da Gesù; si sarebbe instaurato il regno messianico predetto da Isaia ed in pratica si sarebbe avuta la fine dei tempi […]. Invece della “conversione per sottomissione” si è verificata la “conversione per innesto”, in cui ciascuna cultura, accettando il Cristo, si innesta sul tronco reciso di Israele, mantenendo perciò ciascuna di esse la propria individualità».
(Neri Capponi, In margine all’intervento sull’islamomania, “Controrivoluzione”, nn. 43-46, p. 22)
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«Il primo Uomo. La visione inizia con una scena bucolica. Un giovane uomo dall’aspetto bellissimo e molto armonioso nei suoi movimenti si sta concentrando nella raccolta di un favo di miele per portarlo ad una femmina di una specie preumana la quale sta per partorire la Bambina che, cresciuta, dovrà diventare la sua legittima sposa. Più avanti il Signore spiegherà che la Neonata è frutto di una nuova creazione che, partendo dalla prima cellula impiantata dal Signore nell’utero in affitto di quella femmina appartenente ad una specie precedente a quella umana, ha avuto modo così di nutrirsi e di crescere per venire alla luce. La stessa cosa era avvenuta già per la nascita del giovane Uomo che ora si sta prodigando in attesa del lieto evento. La scena, sempre per rivelazione del Signore, si svolge in una zona situata fra il Mar Nero e il Mar Caspio nei pressi dell’odierna Ninive alla fine dell’Eocene, a conclusione della creazione dei grandi mammiferi.
L’habitat è un luogo meraviglioso: un promontorio montano ricco di vegetazione che si protende su una vasta pianura coperta di messi spontanee e mature. Il sole è alto e il cielo è sereno. Il giovane Uomo si mostra assai industrioso: ha costruito una sua dimora a metà costa sfruttando lo spazio fra due cenge e racchiudendolo con pareti di marna perfettamente diritte e verticali. Ha incanalato l’acqua necessaria per portarla presso la sua abitazione infilando, una nell’altra, una lunga serie di canne di bambù. Si è costruito vari tipi di attrezzi legando con strisce di cuoio delle pietre taglienti a femori di animali. All’interno dell’abitazione vi è un tavolo formato da assi spaccate secondo la vena del legno, lungo le pareti vi sono degli sgabelli, dei recipienti formati da teschi di erbivori a cui sono stati tappati i buchi oculari con della pece. Appese al muro si vedono delle sacche di pelle pelosa, sul tavolo vi sono raschiatoi per scuoiare gli animali e punteruoli ben ordinati, su un mobiletto è posata una specie di piccozza. L’abitazione è dotata anche di una porta fatta di vimini intrecciati e di due aperture all’esterno per far entrare la luce a mo’ di finestre. Tutti questi manufatti così ingegnosi non devono stupirci perché l’Uomo, il primo Uomo non contaminato dal peccato d’origine, era perfetto: vale a dire molto, molto più intelligente di qualunque scienziato dei nostri tempi che inevitabilmente porta in sé delle menomazioni dovute alle conseguenze di quel peccato, anche se ai nostri occhi non appaiono tali perché siamo privi di un termine di paragone».
(da una sintesi delle visioni di don Guido Bortoluzzi, consultabili interamente sul sito genesibiblica.eu)
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«Un decadimento dell’uomo, provocato dalla colpa, è un concetto fondamentale per il pensiero cristiano: è ad esso necessariamente legata la stessa idea di ‘redenzione’, che è il cuore di tutta la dottrina rivelata.
Ma in rapporto a quale condizione si può parlare di un avvilimento umano? Dopo quanto s’è detto, la risposta è intuitiva. Appare degradato l’uomo che non è più perfettamente conformato a Cristo nella sua relazione filiale con Dio e non è più vitalmente innestato in lui.
Si può parlare di una decadenza dell’uomo oggi esistente anche nei confronti dell’uomo ipoteticamente costituito in “pura natura”, cioè senza quello che in lui eccede la semplice condizione creaturale? La teologia post-tridentina ha su questo problema condotto un dibattito acceso e inconcludente, fino ad esserne esausta. Noi abbiamo sempre pensato che la questione sia vana e intrinsecamente irresolubile, in quanto si confrontano in essa due ipotesi alle quali non siamo in grado di assegnare nessun contenuto positivo. Né la “pura natura” né la “natura puramente decaduta”, cioè senza alcun rapporto di redenzione col Figlio di Dio crocifisso e risorto, hanno mai avuto né effettiva esistenza né concreta intelligibilità, sicché il raffrontarli è impresa non solo impossibile, ma anche priva di significato.
[…] Credo che sia teologicamente indubitabile che, se un male ha un posto nel mondo di Dio, ciò avviene certamente per la libera e deprecabile decisione della creatura, ma anche perché esso ha un senso e uno scopo trascendente. Il Creatore non si lascia sorprendere dalle iniziative scapestrate dei suoi figli.
Dio ha scelto un mondo nel quale vedeva l’esistenza della colpa, perché ha inteso manifestare delle perfezioni, che solo in esso possono trovare espressione. Un mondo innocente ne avrebbe esternate altre, forse anche più grandi, ma non queste. E dal momento che il “mondo migliore possibile” è una pura assurdità, si impone una scelta senza “perché”.
Noi non dobbiamo dunque domandarci: perché il male? Ma piuttosto: che senso ha il male? A quali perfezioni divine dà occasione di palesarsi?
Eleggendo questo mondo concreto, tutto pervaso dalla colpa umana, Iddio ha voluto rivelarsi alle sue creature come un Dio di misericordia, cioè un Dio deciso a superare con l’impeto del suo amore l’ostinazione sciocca dell’uomo.
“Egli fece il cielo – scrive con straordinaria lucidità sant’Ambrogio – e non leggo che abbia riposato, fece la terra e non leggo che abbia riposato. Ma leggo che ha fatto l’uomo e allora riposò, avendo a chi perdonare i peccati”: Tunc requievit, habens cui peccata dimitteret (Esamerone, 10, 75-76). Perciò “più grande è la gioia in cielo per un solo peccatore che si pente che per novantanove giusti che di pentimento non hanno bisogno”: quel solo peccatore col suo pentimento si colloca al centro di ciò che di proprio e caratteristico c’è in questo concreto ordine di cose. Vero è che siccome gli uomini che hanno bisogno di pentirsi sono cento su cento, in cielo hanno per stare allegri più occasioni di quante a prima vista si possano ricavare da questo loghion del Signore.
Proprio l’esistenza del peccato spiega l’esistenza di Gesù crocifisso e risorto, il quale è appunto il segno supremo e l’attuazione della misericordia di Dio: il mondo non è stato pensato se non in Cristo, ma Cristo non è stato voluto se non come redentore.
Il peccato – che in sé stesso e nel suo riferimento alla decisione umana che gli dà origine è quanto di più abominevole e irrazionale si possa pensare – nell’ambito del piano divino di salvezza e in quanto oggetto della volontà permissiva di Dio, entra come elemento indispensabile all’esistenza del liberatore del mondo, ed è quindi la condicio sine qua non perché si avveri questo particolare e profondissimo tipo di rapporto tra gli uomini e l’Uomo, tra il Redentore e i colpevoli».
(card. Giacomo Biffi, Alla destra del Padre, Jaca Book, 2004)

giovedì 17 marzo 2016

Schönberg cornuto e mazziato


Il polemista cattolico Michael E. Jones ha scritto un intero libro, Dionysos Rising (1994), per rispondere a una semplice domanda: perché i Rolling Stones sono più famosi di Arnold Schönberg?

L’atonalismo e la dodecafonia portarono alle estreme conseguenze le teorie del Wagner di Arte e rivoluzione: abbandonare la tonalità voleva dire liberarsi dalle convenzioni e «scatenare tempeste di passione cromatica». Purtroppo Schönberg ne fu travolto sia personalmente che artisticamente: provò a sublimare il tradimento della moglie attraverso la sua Verklärte Nacht (1899), ma alla fine non riuscì mai a farsene una ragione. Come scrive Jones:
«Verklärte Nacht […] sostiene l’ideologia del libero amore, un’ideologia che esclude che il desiderio sessuale possa produrre tragedie. Il calore che sta “in me e in te” d’ora in avanti conquisterà ogni gelosia, ogni convenzione sociale. La notte è […] simultaneamente trascesa, esaltata e mantenuta nella sua essenza. Trasposto al campo sessuale, significa che tutti abbiamo da guadagnarci, che possiamo soddisfare il desiderio impossibile […] stando al riparo dalle [sue] tragiche conseguenze […]. Questa era la speranza da molti condivisa agli inizi del secolo, […] il contraddittorio simbolo delle aspirazioni sessuali nella Vienna fin-de-siècle» (pp. 126-127).
L’avanguardia musicale di Schönberg, ignorata dal grande pubblico, ebbe comunque un suo momento grazie alla promozione di Adorno, che tentò di “ideologizzare” il compositore (ormai in declino), identificandolo come il primo musicista ad aver accettato fino in fondo la sfida di Nietzsche. Tuttavia, al di là delle suggestioni del filosofo (che fantasticava di «demoni dilanianti la tonalità»), a prendere sul serio la dodecafonia fu soprattutto il governo tedesco del dopoguerra, che ne fece quasi una “arte di stato”: «Durante l’era Adenauer la Repubblica Federale Tedesca si incaricò della promozione della musica moderna d’élite, musica che, praticamente, nessuno voleva ascoltare […]. A tale scopo furono spesi un numero incalcolabile di milioni di dollari».

I pionieri del rock’n’roll, invece di seguire il progetto di Schönberg e farne il loro padrino estetico, gettarono alle ortiche la dodecafonia (assieme a tutto il patrimonio “classico” paradossalmente associato a essa), e si rivolsero a un nuovo ordine musicale. Jim Morrison, ad esempio, pur proclamatosi paladino della rivolta e del disordine fine a se stessi, non portò alle estreme conseguenze l’atonalismo, esorcizzando invece quei “demoni dilanianti” con un semplice ritorno al ritmo, poiché
«[Neppure] i Doors credevano nella dissonanza. Per rendere commestibile il loro messaggi anarchico a un pubblico meno selezionato di quello dei saloni della Vienna fin-de-siècle, essi dovettero ricorrere nuovamente a quella struttura tonale che i loro padri musicali avevano disprezzato. Man mano che declinava la sofisticatezza degli ascoltatori, la dissonanza divenne sempre meno adatta come mezzo per emancipare l’Occidente dalla ragione, dalla moralità e dall’ordine sociale. La tonalità tornò in forma semplificata come la serva del ritmo barbarico del rock. Si è trattato di un ritorno del represso, ovvero della tonalità riformulata e resa compatibile con il dionisismo. […] Come è tipico delle tradizioni sovversive, anche loro […] potevano comunicare il proprio messaggio a patto di entrare in contraddizione con la propria filosofia».

mercoledì 16 marzo 2016

I pederasti (Ruggero Savinio)

«Ricorda ancora l’ossessione, ammantata di allegria, prodotta da ogni ipotesi di devianza dalla norma di rapporti amorosi tra uomo e donna, presumibilmente ancorati alla loro forma più elementare, quella che un grande trasgressore con l’anima del moralista riassumeva nella formula: bouche sur bouche, sexe sur sexe, e di cui a casa sua nemmeno si faceva parola, visto il pudore che impediva di parlare, se non per allusioni scherzose, delle faccende sessuali.
L’ossessione era dunque quella dell’omosessualità, e Leo, ricordandone il peso, si stupiva di quanto, nel volgere di pochi anni, fosse cambiata la mentalità degli italiani: sembra quasi, a vedere esibiti a ogni angolo di strada atteggiamenti lontanissimi da un’ipotesi di virilità, che essi non aspettassero che il crollo delle barriere di moralità e convenienza per dare sfogo alla loro prorompente vocazione femminile.
A dire il vero, non si devono confondere omosessualità e femminilità: spesso, infatti, l’omosessualità è invece proprio una condizione di esasperato maschilismo, una venerazione idolatrica del membro maschile, pietra di paragone e omphalos di un universo di fantasia e desideri, ma questo Leone l’avrebbe imparato col tempo, quando incominciò a osservare più da vicino quel terreno misterioso e a segnalarne le regioni ciascuna con la sua specificità, distinguendo così le checche dai froci, e considerando una categoria a sé quella che nel suo ambiente familiare a quel tempo dava il nome all’intera specie: i pederasti.
Il nome era attribuito con una facilità e un’allegria esagerati. Leone ripensa al naufragio dell’amicizia di suo padre e di un suo giovane amico, ammiratore e quasi discepolo, che si sentì ferito un giorno dall’apprendere che il maestro tanto amato lo qualificava con gli altri del nome: pederasta.
[…] Ora, ripensando a quell’epoca e a come usasse classificare sotto l’etichetta di pederasta tutto quanto, uscendo dalla norma dei comportamenti accettati, fosse considerato pendere nel campo di una delicatezza donnesca tutta svenevolezze e moine, senza nerbo insomma e senza forza persuasiva, pensa agli esempi innumerevoli di un’omosessualità al contrario volta a una virilità eroica e muscolosa – quello di Michelangelo essendo il più famoso e alto; e pensa anche che l’epoca dei padri e della propria infanzia era ossessionata da un’idea di valore maschile, che occupava le menti dei più sempliciotti nelle sue versioni scalcinate e ovvie – una maschilità da caserma per tanti anni tenne il potere in Italia – ma che, nelle sue versioni più raffinate, non risparmiava nemmeno le intelligenze più sottili».
(Ruggero Savinio, Ombra portata, Anabasi, Milano, 1992, pp. 25-26).

Il primo gay pride della storia

«“Mi chiedo quanti militari che si vedono per le strade siano in realtà dei travestiti come il tuo amico”.
“E chi lo sa? Per quel che mi riguarda, vorrei che lo fossero tutti”.
“Ovviamente” disse Ignatius con voce seria e pensosa “potrebbe essere un imbroglio a carattere mondiale. La sciarpa rossa si muoveva su e giù. “La prossima guerra potrebbe trasformarsi in un’orgia collettiva. Santi numi, quanti capi militari non sono altro che vecchi sodomiti folli che recitano la propria parte? D’altro canto, questo potrebbe significare un beneficio per l’umanità, in quanto segnerebbe per sempre la fine di tutti i conflitti armati: sarebbe la soluzione ideale per uno stato di pace duraturo”.
“Ma certo” disse il giovanotto accomodante. “Pace a ogni costo”.
Nel cervello di Ignatius due nervi si toccarono, formando un’associazione immediata […].
“I capi di governo di tutto il mondo, impazziti per la sete di potere, sarebbero certamente sorpresi di scoprire che i loro eserciti sono formati da sodomiti travestiti che non vedono l’ora di incontrarsi con quelli d’altre nazioni per ballare insieme e avere così l’occasione di imparare qualche passo di danza nuovo”.
“E non sarebbe meraviglioso, forse? Pensa, un governo che ci pagasse per viaggiare. Sarebbe veramente divino: così la faremmo finita con le lotte mondiali e rinnoveremmo la speranza e la fede di tutta l’umanità”.
“Sì, forse siete proprio voi la speranza per il futuro” disse Ignatius, battendo un pugno sull’altra mano con aria altamente drammatica. “Comunque, non mi pare che ci siano molte altre cose promettenti all’orizzonte”.
“Fra l’altro, sarebbe anche un sistema per contenere lo sviluppo demografico”.
“Oh, mio Dio!” gli occhi gialli e blu mandavano lampi selvaggi. “Forse il vostro metodo è ancora più efficace e soddisfacente del sistema di controllo delle nascite che io ho sempre difeso e che, in verità, era un po’ troppo severo. Gli dedicherò un po’ di spazio nei miei futuri articoli. L’argomento merita l’attenzione di un pensatore profondo che abbia una certa prospettiva dello sviluppo culturale del mondo intero. Sono immensamente felice che tu mi abbia fornito uno spunto così brillante”.
“Oh, ma che giornata buffa è stata oggi. Tu sei uno zingaro, Timmy è un marinaio e quel meraviglioso poliziotto è un artista”. Il giovanotto emise un sospiro. “Sembra martedì grasso, ma io mi sento un pesce fuor d’acqua. Ora vado a casa e mi metto qualcosa addosso anch’io”.
“Aspetta un momento” disse Ignatius. Non avrebbe permesso che quest’opportunità gli sfuggisse fra le dite gonfie.
“Mi metterò un paio di zoccoli; sento che sono entrato nella fase Ruby Keeler” disse il giovanotto allegramente. Poi cominciò a cantare: “Tu mi metti il pastrano, io ti prendo per mano, e insieme noi andiamo. Ye-ye-ye. A Buffalo, a Buffalo andiam!”.
“Finiscila immediatamente con questa orribile esibizione” gli ordinò Ignatius con tono arrabbiato. I tipi come quello si sarebbero meritati la frusta, altroché.
Il giovanotto fece una piroetta intorno a Ignatius e disse: “Ruby è veramente un tesoro. Io ho visto tutti i suoi vecchi film alla televisione. Daremo un soldino a quel caro vecchietto, e lui la luce spegnerà, tralalalalallà”.
“Per favore, cerca di fare la persona seria, almeno per un momento. E smettila di saltellarmi intorno”.
“Moi? Saltellare? Che vuoi, zingarella?”
“Non avete mai pensato di fondare un partito e di scegliere un candidato per le elezioni?”
“Politica? Oh, Pulzella d’Orleans… No, sarebbe troppo triste”.
“Ma è importantissimo!” gridò Ignatius con aria preoccupata. […] “Anche se prima d’ora non ci avevo pensato, voi siete la chiave del futuro”.
“Be’, e allora cosa vorresti fare, Eleanor Roosevelt?”
“Dovete fondare un partito, stabilire un programma e compagnia bella”.
“Oh basta” disse il giovane con un sospiro. “Tutto questo chiacchierare da maschi mi fa girare la testa”.
“Ma voi potreste salvare il mondo!” tuonò Ignatius con tono da oratore. “Santi numi, perché non ci ho pensato prima?”
“Non puoi immaginare quanto mi deprima questo tipo di conversazione” gli disse il giovanotto. “Mi ricordi mio padre, e per me non esiste cosa più deprimente” aggiunse con un sospiro. “Adesso devo scappare: è ora che vada a vestirmi”.
“No!” Ignatius lo afferrò allora per il bavero della giacchetta.
“Oh mio Dio” disse il giovanotto portandosi una mano alla gola. “Ora dovrò continuare a prendere pillole per tutta la notte”.
“Dovete strutturarvi immediatamente”.
“Ti ho già detto che questi discorsi mi deprimono”.
“Faremo un incontro a livello organizzativo per dare il via alla nostra campagna”.
“Sarebbe a dire? Qualcosa tipo festa?”
“Be’, sì, in un certo senso. Quantunque dovrebbe servire più che altro a ribadire i nostri proponimenti”.
“Sarebbe ugualmente uno spasso. Non immagini quanto siano state tristi le feste che ho visto in questi ultimi tempi”.
“Ma la nostra non è una vera e propria festa, pezzo d’asino che non sei altro”.
“Oh, ma ci comporteremo da persone serie, vedrai”.
“Benone, ma ora ascoltami. Io verrò a tenervi una conferenza, in modo da indicarvi chiaramente la via da seguire. Per fortuna ho una certa esperienza di organizzazione a livello di partito politico”.
“Perfetto. E magari, mettiti quel costume fantastico; vedrai, non avremo occhi che per te” disse il giovanotto con un gridolino, coprendosi la bocca con una mano. “Mio Dio, che festa pazza che sarà!”
“Non c’è tempo da perdere” disse Ignatius con tono severo. “L’apocalisse non è poi lungi da venire”.»
(John Kennedy Toole, Una banda di idioti [A Confederacy of Dunces, 1963], trad. it. L. Bianciardi, Marcos y Marcos, Milano, 2003, pp. 298-301)

martedì 15 marzo 2016

La iberofonía como cuestión nacional americana


La cuestión de la iberofonía irrumpe en el debate electoral estadounidense: el candidato republicano Marco Rubio acusa al oponente Ted Cruz de no entender español, y él responde (con un fuerte acento): «Marco, si quiere, díselo ahora mismo en español, si quieres». (En el centro, Donald Trump probablemente está pensando de deportar a los dos cuando sea elegido).
Me he dado cuenta de lo importante que es la cuestión desde que mi amigo Michal Erard empezó a tuitear en español «como Jhumpa Lahiri en italiano».
Ahora sigue tuitear en español... para siempre, creo (o al menos hasta que Jhumpa Lahiri olvidará italiano). Eh, bueno, bien por él. Por otra parte, esta es una de sus previsiones para las próximas elecciones: «En el futuro, candidatos presidenciales americanos debatirán totalmente en español. Y debatiremos mexicano o cubano, cual es el mas puro».

Ritratto del Battista da giovane

(Pierluigi Battista, “La Stampa”, 12 aprile 1999)
«Qualche quesito da sottoporre a Mario Cervi, Angelo Panebianco, Vittorio Feltri e agli autorevoli commentatori che hanno sottolineato in questi giorni la persistenza di un recidivo e petulante “antiamericanismo” come chiave interpretativa dell’atteggiamento ostile nei confronti della guerra in Kosovo. Come far rientrare nel pregiudizio “antiamericano” l’esplicita perplessità espressa da Henry Kissinger sul “Newsweek” […] e la contrarietà di Colin Powell al modo di condurre la spinosa questione da parte della Albright?
[…] È possibile, inoltre, che non sia abbia voglia di chiedersi come mai, al contrario del moltissimo “antiamericani” inossidabili che anche in questa occasione hanno menato la danza suttchevolmente ripetitivo dell’antiamericanismo di maniera, molti “antiamericani” di ieri, e che magari nel 1991 portavano le loro figliolette in spalla a piazza San Pietro per protestare contro la guerra yankee in Iraq, si siano improvvisamente risvegliati fervidi “filoamericani”?
[…] L’antiamericanismo classico stavolta c’entra ben poco. C’è ovviamente da essere grati agli Stati Uniti d’America per essere stati dalla parte “giusta” per ben due volte consecutivamente, contro il nazismo prima e contro il comunismo poi. Ma sarebbe un filoamericanismo di tipo squisitamente statistico quello che fosse costretto a dire che non c’è due senza tre, che dunque gli Stati Uniti d’America hanno ragione per definizione, e che perciò chi nega questo principio è affatto da un inguaribile antiamericanismo. Proposta finale: evitare l’anatema “antiamericano”. Dimostrare di avere ragione in questa specifica circostanza e non pretendere di avere ragione solo per essersi schierati con chi ha avuto ragione nel passato (e lunga vita agli Stati Uniti d’America)».

(Pierluigi Battista, “La Stampa”, 13 aprile 1999)
«L’etica è un’ottima cosa. La sovreccitazione etica, invece no: è pessima. Con l’enfasi emotiva sulla guerra “umanitaria” si corre infatti un duplice pericolo. Da una parte la paradossale esaltazione della guerra come sola igiene “morale” del mondo, trasfigurazione bellica della nobile figura del vendicatore universale che porta il suo messaggio armato dovunque si verifichi una violazione nella sfera dei “diritti”. […] Mario Vargas Llosa, sostenitore appassionato dell’intervento Nato sul “País” e su “Repubblica” scrive che “i paesi democratici hanno l’obbligo di agire” ovunque e sempre contro chiunque calpesti i diritti: senza timore di violare la sovranità di uno Stato in base al (discutibile) dogma della “ingerenza umanitaria”.
Il secondo pericolo deriva dal fatto che il richiamo magniloquente all’assolutezza dei principi […] richiede una coerenza altrettanto assoluta nei comportamenti. Se si trattasse di una guerra “normale”; sarebbe meno imbarazzante la risposta al quesito che frequentemente ma comprensibilmente risuona da più parti: “Perché in Kosovo e non nel Kurdistan o nel Tibet?”. La guerra “normale” contempla infatti un sistema di priorità dettate dal realismo politico […]. La guerra “etica” no, non può ammettere che i principi così ampollosamente proclamati valgano in un caso e non in un altro […]».

(Pierluigi Battista, “La Stampa”, 14 aprile 1999)
«Questa guerra appare ogni giorno di più come un conflitto irriducibile tra il troppo grande e il troppo piccolo. Il troppo grande di una guerra che si carica di un compito “etico” (“le bombe a fin di bene”, come scrive con amaro sarcasmo Ida Dominijanni sul “manifesto”). Il troppo grande di un assetto che […] obbligherà ben presto a cedere quote di decisionalità dello Stato nazione a organismi o istituzioni sovranazionali.
[…] Si deplora la deriva “micronazionalista”, il rinculo “etno-religioso” (Paolo Rumiz su “Repubblica”), […] il localismo psicotico come antidoto al “mondialismo” americano, e così via. Si deplora e si stigmatizza in generale. Ma poi va quasi sempre a finire che, quando si passa dal generale al particolare, il bersaglio delle preoccupazioni “interventiste” diventa la neomitologia serba.
Ma che dire se la stessa “nevrosi identitaria”, la stessa etno-religione a sfondo mitologico, il feticcio della micronazionalità vengono condivisi anche dagli alleati della Nato? Se al richiamo pericoloso della “Grande Serbia”, scrive con giustificata apprensione Guido Caldiron sul “manifesto”, si contrappone “automaticamente l’idea di una Grande Albiania che si costituirebbe a partire dalla resistenza armata kosovoara? A parte le numerose e concordi analisi sulla cospicua presenza, tra i clan rivali in cui è suddiviso l’Uçk di poderose infiltrazioni mafiose, a parte l’influenza esercitata sui guerriglieri dell’Uçk alleati dei “mondialisti” della Nato di una fazione marxista-leninista che si ispira direttamente alla luminosa dottrina democratica dello scomparso leader albanese Enver Hoxha […] La guerra, si sa, impone di avere per amico il nemico del nemico. Basta non spacciarla per amicizia “etica”».

(Pierluigi Battista, “La Stampa”, 15 aprile 1999)
«Interpellato da “Repubblica” sulla missione degli alpini al confine tra l’Albania e la Jugoslavia, il ministro Piero Fassino ha assicurato che i militari italiani, per carità, non vanno a “fare la guerra”. Curiosa rassicurazione, visto che di solito un militare di un Paese in guerra va in una zona di guerra proprio per fare la guerra. Ma nonostante il fervore etico che anima i sostenitori dell'intervento militare, resta fortissima la propensione a cancellare la guerra dall'immaginazione collettiva rimuovendone virtuosamente la spietatezza e la brutalità. Non è solo ipocrisia. È soprattutto difficoltà ad accettare l'idea che stare dalla parte del Giusto e del Bene, come proclamano i fautori della “eticità” dell'intervento Nato contro il “nuovo Hitler”, comporti anche sofferenze, morte, violenza, panico, sangue. Perciò nel discorso pubblico sulla guerra resta soltanto la figura emotivamente schiacciante e terribile di un popolo di inermi in fuga, […] che sembra vittima di qualcosa di indicibile e disumano, di un cataclisma naturale, di un nemico che è l'incarnazione stessa del Male, di un fanatismo etnico abominevole. Di tutto, tranne che di una guerra. C'è un tratto profondamente italiano in tutto questo, […]. È soprattutto il richiamo simbolico a un carattere nazionale naturalmente incline, come ha detto D’Alema, alla “solidarietà”, l'idea che l'italiano dal cuore d’oro primeggi senza rivali nella corsa commovente al soccorso e all'ospitalità, allo spontaneo altruismo che cova invisibile nei precordi di un popolo accusato di essere egoista e insensibile alla cosa pubblica ed esplode in lacrime nell'emergenza “umanitaria”. È la retorica definita dal Foglio come il “bravogentismo degli italiani”, l'idea che gli italiani diano il meglio di sé nelle trasmissioni congiunte di Bruno Vespa e Maurizio Costanzo dove le immagini della guerra sono trasfigurate in una gara di beneficenza. Il problema è che si è scelto di fare la guerra, non solo la solidarietà. Dov’è la guerra “vera”? E l'ipotesi che i “soldati dell’Alleanza” si impegnino “su un terreno impervio e ostile in imboscate, azioni di sabotaggio, uno stillicidio di piccole battaglie con morti, feriti, devastazioni”, come lucidamente viene detto da Stefano Silvestri in un'intervista all’“Unità”? Guerra “degli altri”. A noi spetta la “solidarietà”»

(Pierluigi Battista, “La Stampa”, 18 aprile 1999)
«Su “Repubblica” David Grossman suggerisce l’ipotesi che ad alimentare l'assurda comparazione tra Milosevic e Hitler, tra le stragi in Kosovo e la Shoah, contribuisca un irrefrenabile “bisogno umano di catalogare, paragonare, mettere in relazione gli eventi”. Tuttavia, più che da smania classificatoria la reiterata propensione comparativa che è esplosa nelle argomentazioni “interventiste” per la guerra “etica” nel Kosovo appare come una risorsa psicologica cruciale per giustificare sia l'eccezionale spiegamento di forze militari nell’ex Jugoslavia, sia l'eccezionale carico di indignazione cresciuto attorno a crimini ignorati o misconosciuti in altre parti del mondo. Perché proprio adesso? E perché proprio qui? L'argomento geo-politico tradizionale non avrebbe difficoltà ad ammettere che proprio “adesso” e “qui” vengono messi in discussione interessi ed equilibri fondamentali secondo una logica ispirata alle leggi del realismo politico. Ma l'argomento “etico” che conferisce un'urgenza ideale e morale in un intervento militar-umanitario vissuto come la manifestazione di un Ordine Giusto non ammette questo genere di argomenti e non può che rispondere che “qui” e “adesso” l’orrore è più orrore di altri orrori, che qualcosa di intollerabile abbia reso indilazionabile un “fare qualcosa”, qui e ora, per mettere fine al massacro. Perché proprio adesso? E perché proprio ora? Ma perché c'è un nuovo Hitler, risponde infatti Mario Pirani su “Repubblica” a Pietro Ingrao che sul “manifesto” aveva avanzato quei quesiti. E se c’è un nuovo Hitler è ovvio che non si può essere troppo schifiltosi e bisogna intervenire al più presto e con la massima determinazione chirurgica. Se c’è il nuovo Hitler ogni altra sofferenza viene ridimensionata o comunque ricondotta a necessario prezzo da pagare per liberare il mondo dalla nuova incarnazione del Male. […] Come sostiene Lucio Caracciolo nell'editoriale che apre il numero speciale di “Limes” dedicato all'Italia in guerra, il paragone Kosovo come Auschwitz svela un aspetto preoccupante: “La perdita di controllo delle categorie semantiche è purtroppo il sintomo della nostra bancarotta strategica”. La sensazione di condurre una guerra santa contro il “nuovo Hitler” è il velo che impedisce di vedere gli effetti di quella catastrofica “bancarotta strategica”»

(Pierluigi Battista, “La Stampa”, 5 maggio 1999)
«Scrive K.S Karol sul “manifesto”: “Oggi la richiesta di Goldhagen di radere al suolo la Serbia è pubblicata dal solo quotidiano di sinistra del Regno Unito”, che poi sarebbe il “Guardian”. Daniel Goldhagen è lo storico che in un saggio molto controverso intitolato I volonterosi carnefici di Hitler ha surrettiziamente reintrodotto nel dibattito culturale la micidiale categoria della “colpa collettiva”, interpretando l’intera vicenda storica tedesca come una sequenza di passi preparatori culminata nello sterminio degli ebrei. Ma con la guerra del Kosovo Goldhagen si è segnalato per aver dapprima su “New Republic” e poi sul “Guardian” trasferito il suo “metodo” storiografico sulla Serbia, non solo ipotizzando l'identità morale tra il popolo serbo e il dittatore Milosevic ma anche esortando i troppo teneri di cuore a non immalinconirsi troppo sui civili serbi bombardati a Belgrado, complici del tiranno. Ora Goldhagen, suscitando il comprensibile sconcerto di Karol, fa un passo ulteriore e stira allo spasimo l’analogia storica per dire che non sarebbe affatto male se anche la Serbia, come è accaduto per la Germania (e il Giappone), venisse sottoposta d’autorità a un congruo periodo di “rieducazione” democratica, suggerendo l’idea che una drastica umiliazione storica inflitta alla sovranità di quello Stato, lungi dall’alimentare velleità revanscista, sarebbe pedagogicamente utile per levare un po’ di grilli dalla testa dei volonterosi carnefici di Milosevic. Lo straordinario fervore bellico di Goldhagen ha il merito di mettere in evidenza il sottinteso ideologico della pretestuosa equazione Hitler = Milosevic abbracciata dai sostenitori dell'intervento “umanitario”. E Karol ha buon gioco a smontare l’equivalenza tra “deportazioni e genocidio” che tra l'altro ha come esito un’ambigua “relativizzazione” del nazismo.
Colpisce piuttosto l’adesione alla “soluzione Goldhagen” del Foglio, il giornale che con più nettezza si è impegnato nell’impervio tentativo di separare le sovreccitate motivazioni etico-ideologiche della guerra da quelle pragmatiche e geopolitiche per “impedire a Milosevic di minacciare la stabilità in Europa dopo dieci anni di provocazioni intollerabili”. Ma la “soluzione Goldhagen”, con la sua smisurata pretesa iper-giacobina di distribuire ex cathedra vizi e virtù sull'intero pianeta e di ridisegnare la carta del mondo secondo una visione manichea del Bene e del Male, rappresenta la prova più eloquente dello sfrenato ideologismo a sfondo eticizzante che sta alla base di un intervento militare dai contorni “geo-politici” sempre più problematici. Far coincidere politica e morale nelle strategie internazionali è straordinariamente pericoloso, ma identificare politica e pedagogia porta soltanto alla febbre giacobina della “rieducazione democratica”»

domenica 13 marzo 2016

Annichilirsi meno, annichilire tutti (Tre anni di Papa Francesco)

(La Boca, Argentina)
Ah già, il Papa Francesco: son passati 3 anni, è vero. 13 marzo 2013: 3-3-3 (evitare la tentazione di moltiplicare per due). Molti conoscenti hanno sospeso il giudizio, preferendo affidare l’ardua sentenza ai posteri; alcuni hanno persino espresso apertis verbis il desiderio che Bergoglio si tolga di mezzo il prima possibile – ma solo per permettere una visione più obiettiva del suo magistero (ovviamente). Ma no, dai… In realtà nessuno di loro vorrebbe scoprire se Francesco ci è o ci fa, cioè se sconta un certo entusiasmo senile che a volte fa straparlare oppure se, come dicono gli americani, ha una agenda. Anch’io, rispetto a tale problematica, ho fatto epoché; ciò non m’impedisce però di valutare gli effetti che tale pontificato sta avendo sulla società (evitando, per quanto possibile, di giudicarlo in sé).

Il primo, funestissimo, è che Papa Francesco è riuscito a far diventare anti-progressiste ampie porzioni dell’intellighenzia occidentale che per odio invincibile verso il cattolicesimo non potrebbero mai accettarne la “linea”, neppure se ne rispecchiasse interamente i desiderata. È una situazione pericolosa trovarsi con un pontefice ansioso di mostrarsi “campione di progressismo”, poiché ciò potrebbe favorire l’accelerazione improvvisa di quel processo di sdoganamento della destra (che in questi anni è già stato avvantaggiato, tra le altre cose, dalla crisi economica).
È una conseguenza che possiamo osservare semplicemente sfogliando un quotidiano: se alcuni capi di Stato, magari in odore di massoneria, se ne infischiano allegramente delle “belle parole del Papa” senza essere redarguiti nemmeno dal più infimo rappresentante del quarto potere, è perché di fronte al precetto anti-cattolico non c’è progressismo che tenga (inoltre Bergoglio sfida continuamente la sinistra a prendersi sul serio, una cosa che irrita quelli sinceramente convinti che le opere di misericordia valgano giusto un comizio in piazza o una chiacchierata da salotto).

Il secondo effetto, collegato al primo, è che il pontificato di Francesco è il più politico degli ultimi decenni: così Bergoglio rischia di trovarsi costretto a contare le proprie divisioni (e magari a dar ragione alla battutaccia di Stalin). In realtà non ci sarebbe nulla di male in questo: anche se il Vaticano è la nazione più piccola del mondo, potrebbe comunque far valere il proprio peso come San Marino, il Lussemburgo o il Brunei. Non potrebbe tuttavia godere del credito spirituale attribuitogli da una parte consistente dell’umanità; d’altronde già si notano le conseguenze di questa contaminazione tra religione e politica sia nel fenomeno a cui ho accennato poche righe fa (lo spostamento a “destra” dell’opinione pubblica) sia, per fare un esempio recente, nell’effetto controproducente prodotto dall’ingerenza pontificia nelle elezioni americane che ha avvantaggiato il candidato repubblicano più estremista (il quale ha tutto il diritto di essere “cristiano” nelle modalità che preferisce, in base a presupposti peraltro stabiliti dallo stesso Francesco...).
Potrei sbagliarmi, ma mi sembra che nei confronto del “regno di Cesare” questo Papa mantenga lo stesso atteggiamento di Karl Barth, il quale disprezzava il potere mondano a fasi alterne: da una parte chiamava alla crociata contro i nazisti e dall’altra invocava una moratoria verso il comunismo perché Stalin si trovava a combattere contro “potenze più potenti delle altre” (cioè gli Stati Uniti e il Vaticano).

Infine, l’effetto più minaccioso ma meno evidente (e forse talmente enigmatico da non poter essere ancora compreso) è il supporto teologico che Francesco offre ad alcune istanze mondane, in particolare a quelle che chiedono al  cattolicesimo di togliersi di mezzo. È vero, come abbiamo detto, che la deriva “lussemburghese” è ormai in atto, ma ciò non impedisce che prima della politicizzazione completa il Vaticano non possa sfruttare fino all’esaurimento la sua autorità per “consacrare” qualsiasi cosa (si è visto, per esempio, come leggendari miscredenti si siano avventati sulla Laudato si’ solo per dare una base dogmatica all’ecologismo). Tale atteggiamento diventa pericoloso quando attraverso di esso si giunge a sacralizzare il nichilismo.

In fondo la posizione che il “mondo” mantiene nei confronti di ogni pontefice da tempo immemorabile è piuttosto semplice: finché un Papa contribuisce all’auto-sabotaggio, è giusto appoggiarlo. Così facendo si finge però di ignorare che un Kulturkampf condotto dall’interno, usando le stesse armi del “nemico”, assume su di sé una sorta di investitura divina. Questo, a lungo andare, contribuisce a corrodere la legittimità anche di poteri (come quello mediatico) che si sentono immuni da qualsiasi contestazione. Il giochetto di chiedere a un Papa di distruggere la propria Chiesa (o, più in generale, a un potere di autolimitarsi), non porta a una maggiore libertà o indipendenza, ma alla situazione paradossale in cui chi comanda è colui che è riuscito ad annichilire tutti gli altri senza tuttavia distruggere completamente se stesso.

sabato 12 marzo 2016

Chicago di giorno

La Chicago violenta è tornata in prima pagina: tra gennaio e febbraio sono state ammazzate 102 persone (il doppio del 2015) e le sparatorie sono salite da 217 a 467 (Homicides soar in Chicago, marking the deadliest start to a year since 1997, “LA Times”, 1 marzo 2016).
Il primo imputato per l’impennata di violenza è chiaramente il “First Jewish Mayor” Rahm Emanuel, già finito nell’occhio del ciclone per l’indulgenza nei confronti della brutalità poliziesca; nonostante abbia tentato di spacciarsi come “afro-americano”, la popolazione nera comincia seriamente a odiarlo: suo figlio è stato rapinato davanti casa e un suo assistente (di colore) è stato aggredito con insulti antisemiti (evidentemente non rivolti a lui). Il timore è che in Chiraq esploda il rinomato odio anti-ebraico dei neri americani, anche se pure le riviste filosemite accusano il sindaco di aver fallito: «Since taking office in 2011, Emanuel has faced a mountain of criticism for controversial political moves, including the closing of nearly 50 schools in minority neighborhoods, fighting with the Chicago Teachers Union, and possessing what critics perceive as a gruff and arrogant style of governing» (Chicago is burning, “Forward”, 24 dicembre 2015).
Per capire meglio cosa sta accadendo nella capitale mondiale degli omicidi da arma da fuoco, siamo andati a fare un sopralluogo; anzi, col cazzo che ci siamo andati, scusate: forse faremo un viaggio verso i cinquanta (non è plurale maiestatis, sto parlando di me e del mio amico immaginario), quando sarà tutto passato perché i negher si saranno sterminati tra loro (del resto l’industria discografica americana fa di tutto per fomentare bambini-soldato promuovendo generi come la drill music, una forma di rap oscura e fatalistica che impone come valori lo spaccio e le sparatorie – per carità, queste cose esistono sin dai tempi di Bertram dal Bornio, ma bisognerebbe capire chi sono oggi i nuovi committenti feudali).
Quindi abbiamo preferito fare un giro solo su Google Street View senza una destinazione precisa: dalla nostra fondamentale ricerca sociologica è emerso che Chicago è soprattutto negher che nascondono i ceffi di fronte a una telecamera, camminano a torso nudo per strada, si pestano, spacciano, raccolgono rottami. Forse è tutta l’America a essere così: come recita il rapper King Louie, «My city influenced my country» (“Live and die in Chicago”). Le gang di strada, la violenza domestica, gli arresti domiciliari violati… È questa l’America che abbiamo imparato ad amare? Come scriveva Daniil Charms: «Adesso da noi, adesso qui da noi… Io dico da noi qui negli Stati Uniti, negli Stati Uniti d’America, negli Stati Uniti d’America, qui, da noi… capisci dove?».

venerdì 11 marzo 2016

Paolo VI mangiaspaghetti

Propaganda anticattolica nella Repubblica Democratica Tedesca degli anni ’70: Paolo VI rappresentato come “italiano mangiaspaghetti”. Purtroppo non sono riuscito né a risalire alla fonte né comprendere quale fosse il senso del cartellone. La lascio qui, sperando che qualcuno salti fuori a darmi qualche spiegazione.

[Anti-katholischen Propaganda in der Deutschen Demokratischen Republik der 70er Jahre. Bedauerlicherweise ich konnte an diesem Bild eine Information finden...]