domenica 21 febbraio 2016

Transfinancial


Tratto da una storia vera: durante le ultime festività natalizie mi sono recato in uno di quei negozietti di provincia per acquistare una bottiglia di Veuve Clicquot da regalare a un amico; l’ho fatto non per esigenze pratiche (avevo tutto il tempo di andare a comprarlo da qualsiasi altra parte), ma per aiutare il mio prossimo attraverso il sostegno del commercio locale e dunque riportare l’economia al suo alveo naturale, quello della filosofia morale.

La buona impressione prodotta dall’avvedutezza dei metodi di protezione del prodotto, chiuso a chiave in una specie di mobiletto simil legno, si dissipò repentinamente di fronte all’incapacità dell’addetta di individuare il codice a barre sulla confezione. Riconoscendo, di avermi fatto perdere sin troppo tempo, la signora infine mi suggerì di recarmi alla cassa e iniziare a pagare gli altri prodotti, ché lei sarebbe arrivata all’istante. In effetti giunse dopo qualche minuto, consegnando alla sua collega cassiera la confezione di Veuve Clicquot… aperta!
Quel tipo di impacchettatura è fatta apposta per non poter essere richiusa, in base a un principio abbastanza ragionevole: solo i plebei conservano le scatole degli oggetti di valore che comprano (orologi, portafogli, penne, tagliacarte, portachiavi), ma è raro che un plebeo beva champagne, dunque è naturale che la scatola non si possa riaprire e chiudere né per conservarla né tantomeno per assaggiare il prodotto (e poi regalarlo a qualche cognato povero).
Con una rabbia sorda trattenuta nell’interiore (anche per l’influenza benefica del clima natalizio), raccolsi la confezione straziata dalle mani della cassiera sforzandomi di mantenere un contegno il meno disgustato possibile. Mentre appoggio il Veuve Clicquot per estrarre il portafoglio e pagare, salta fuori dal nulla un negro (farei torto alla sua negritudine definendolo semplicemente “nero”), uno di quelli che i negozietti di provincia assumono come sorveglianti, il quale, senza dire una parola, afferra la bottiglia in una mano e la scatola nell’altra e si sposta dieci metri più avanti alla ricerca di una cassa chiusa dove esercitare le sue arti taumaturgiche. Non faccio in tempo a raggiungerlo per impedirgli di fare quello che penso sicuramente farà (cioè cercare di richiudere la scatola con la forza) che lui è già lì col sorriso soddisfatto di chi è riuscito a compiere un’impresa impossibile. Cosa avrebbe potuto fare, se non spaccare il bordo della scatola sforzando il meccanismo automatico che è fatto apposta per impedire di richiuderla, come effettivamente ha fatto? Sorpreso dalla mia espressione sconvolta (che probabilmente non è riuscito ancora a spiegarsi) ebbe l’ardire di aggiungere: “Signore, ci metti un po’ di scotch”.

Ho reagito nell’unico modo non-plebeo possibile: ho pagato senza dire una parola, sono andato a casa, mi sono scolato il Veuve Clicquot e il giorno dopo sono andato a comprarne un altro in un posto migliore (risparmiando persino qualche euro). Chiaramente ho anche deciso di non mettere più piede in quel negozietto, nonostante una volta l’avessi pure eletto come “miglior negozio di vini plebei” quando degli amici polacchi mi chiesero di trovar loro trenta bottiglie di vino rosso a un euro l’una: dal momento che in fatto di beveraggi mi considero un patriota (e a ragione, dato che dal pozzo avvelenato che ci hanno lasciato le nazioni plutocratiche siamo riusciti a estrarre un’industria mondiale) ho preferito non ridurmi al discount ma mettere assieme qualcosa di decente tra barbera frizzante, freschello (perdono!) e certa roba “gaiosa” (tanto in Polonia nei ristoranti di lusso si servono vini sudamericani…).
Credo di aver reso un servizio alla nazione, anche se sono sicuro che qualche compatriota canaglia, uno di quelli che si permette di dire che i nostri vini sono imbevibili, avrebbe preferito usare i soldi degli ospiti per comprare due bottiglie (15€ l’una) di Cane Spirit Rothschild, liquore prodotto dal magnate e filantropo svizzero Edmond Adolphe Maurice Jules Jacques de Rothschild, conosciuti dagli amici come Baron Edmond Adolphe de Rothschild (1926–1997).

Ecco, spero si capisca già da questo che per me la distinzione tra plebei e aristocratici non è così netta: se, per esempio, di fronte alla tragedia che ho appena raccontato fossi tornato a casa per sfogliare in lacrime un libretto di Gómez Dávila, allora mi sarei comportato ugualmente da plebeo. Perché è appunto da plebei dedurre la propria superiorità attraverso falsi sillogismi e correlazioni spurie. D’altronde noi lombardi siamo vaccinati dal cicisbeismo sin dai tempi in cui Parini si fece beffe del giovin signore.
No, non intendo nulla di tutto questo; però la necessità di darsi una spiegazione resta. È un problema non secondario, perché a pensarci bene tutto (da Malthus all’apocalisse nucleare, dal Marchese de Sade all’olocausto) nasce da qui. Facendola meno tragica: è possibile ipotizzare che qualsiasi pensiero “aristocratico”, nella misura in cui si configura storicamente in antitesi al concetto di “plebe”, scaturisca da una dolorosa esperienza simile a quella da me descritta? Prendiamo il classico di Ortega y Gasset, La rebelión de las masas: avrei buon gioco a classificare cassiere incompetenti e camerieri maleducati nella categoria di hombre-masa, ma ciò non risolverebbe il problema. Anzi, a dirla tutta una certa indolenza che traspare dall’analisi del filosofo sembra rimandare a qualche episodio spiacevole accaduto in una hall di albergo o in una sala di aspetto. Lo si evince sin dall’incipit:
«Le città sono piene di gente. Le case, piene d’inquilini. Gli alberghi, pieni di ospiti. I treni, pieni di viaggiatori. I caffè, pieni di consumatori. Le strade, piene di passanti. Le anticamere dei medici più noti, piene d’ammalati. Gli spettacoli, appena non siano molto estemporanei, pieni di spettatori. Le spiagge, piene di bagnanti. Quello che prima non soleva essere un problema, incomincia ad esserlo quasi a ogni momento: trovar posto» (La ribellione delle masse, tr. it S. Battaglia - C. Greppi, ES, Milano, 2001, pp. 47-48).
In effetti è tutto il saggio di Ortega a rassomigliare a una lamentazione senza aggancio al concreto, qualcosa tipo “Quell’uomo-massa mi ha pestato un piede, quell’altro mi è passato davanti al caffè…”. Anche la sua definizione di señorito satisfecho, oltre a ribaltare la polemica pariniana, ha davvero ben poco di edificante, soprattutto se paragonata con l’uso che del termine fece Dostoevskij nei Demoni: «Вы атеист, потому что вы барич, последний барич» [“Voi siete ateo perché siete un signorino, l’ultimo signorino.”], intendendo Барич (“barig”) per «uomo viziato, cresciuto nella bambagia e che vive una vita oziosa».

È però vero che Ortega riconosce che una sola persona può essere “massa” e che pure l’aristocrazia è suscettibile di essere asservita a individui chiusi a ogni istanza superiore ed estranei a qualsiasi sforzo di perfezionamento. Tuttavia che ci sia un po’ troppa acrimonia si evince anche da alcuni passaggi semi-malthusiani, come questo: «Sono stati proiettati, a ondate continue, sopra la storia, mucchi e mucchi di uomini con un ritmo così accelerato che non era facile saturarli della cultura tradizionale» (p. 83). Oppure quest’altro, tra le righe ancora più duro: «La degradazione, l’incanaglimento è il modo di vita che rimane a colui che ha negato di essere quel che dovrebbe essere. Ma questo suo autentico essere non muore, bensì si trasforma in un’ombra accusatrice, in un fantasma che gli fa incessantemente sentire l’inferiorità dell’esistenza che conduce rispetto a quella che dovrebbe condurre. Il degradato è il suicida che sopravvive» (p. 129).

Atroce ritratto della commessa di provincia che riversa sul cliente tutta la sua frustrazione per non esser riuscita a diventare ballerina o cantante (o perlomeno tatuatrice). Col senno di poi, avrei forse dovuto urlare in faccia alla “rompitrice di scatole” (in senso letterale) un bel “Ma suicidati!”? Oppure in modo più compito avrei dovuto ricordarle che l’uomo-massa è «incapace di intendere che vi sono missioni particolari» a causa del fatto che, in mancanza di un io, egli è «disponibile a fingere di essere qualsiasi cosa» e poi sbraitare sull’imperio homogéneo de la vulgaridad per concludere dulcis in fundo così: “Sa cosa le dico? Lei è una donna-massa” (impagabile!).

In verità non è lecito affibbiare al povero Ortega simpatie malthusiane, eugenetiche o di ingegneria sociale, dato che egli, come già ricordato, non identificava direttamente la massa con il numero e soprattutto adombrava la possibilità di riastocraticizzare una società estremamente sviluppata dal punto di vista demografico. Ci vuole comunque un grande sforzo, leggendolo, per non farsi prendere da certe tentazioni (vale soprattutto per chi vive in condominio). A dirla tutta basterebbe che le nostre democrazie, così solerti ad esempio nel riconoscere i diritti di un individuo di sesso femminile che si sente imprigionato in un corpo maschile (o viceversa), nutrissero la stessa preoccupazione anche nei confronti delle esigenze di un’anima aristocratica nata nel corpo di un plebeo e, perché no, anche quella di un plebeo nato nel corpo di un ricco possidente, provvedendo a trasferire il patrimonio dell’uno nelle tasche di un altro (non è questa una soluzione dal sapore orteghiano?).
Recentemente un tizio americano si è proclamato transfinancial («A rich man born in a poor man’s body», come dice la definizione che mi auguro appaia nel prossimo DSM) e ha promosso una raccolta di fondi a suo favore per poter esercitare il proprio diritto all’autodeterminazione.
Non era forse ispirato da un’urgenza simile il programma di riforme sociali che gli Stati europei misero in atto nei decenni passati per scongiurare il pericolo di un qualsiasi tipo di guerra (soprattutto quella civile)? Poi, lo sappiamo, sono arrivati i teorici della “durezza del vivere”: l’interiormente ricco deve accettare il proprio destino di povertà (per i casi strani della vita, il principio non vale per il maschio che non vuol vivere nel proprio corpo da maschio).

Vabbè, in ogni caso io non sono né un elitario né tantomeno un misantropo, ma dovrò prima o poi fare i conti, da transfinancial, col mio problema di identità socio-economica. Non nego che nella plebs si possa essere comunque felici, anzi (soprattutto nel Meridione o in altre società organiche – nonostante talvolta il troppo stroppia, come si dice); però nel mio caso è andata così e non so che farci (le soluzioni da fabula fedriana o da commedia all’italiana preferirei rimanessero solo su carta o pellicola).
Questa dissociazione nasce anche dalla presentimento che, seppur non abbia nemici personali (ho avuto poche donne in vita mia), là fuori ci sia “qualcuno” che preferirebbe che io non fossi mai nato, o che vorrebbe almeno farmi sparire il più presto possibile assieme a molti altri rappresentanti della mia classe.
In fondo sono consapevole che pur prendendo lezioni di equitazione e sabrage, resto umanamente più affine al fratello negro che mi ha distrutto la scatola del Veuve Clicquot che non al più mediocre rappresentante della sempiterna razza padrona. Questa presa di coscienza, lo dico senza falsa modestia, mi rende moralmente superiore a tutti i teorici della riduzione della natalità o del Zero Population Growth, che continueranno ad ammantare di scienza le loro fantasticherie soltanto perché qualche plebeo gli è passato davanti mentre prendevano un taxi o un ascensore.

Pensiamo a quegli stronzi degli Huxley (tutti assieme), pronti a predicare l’esigenza di ridurre drasticamente la prolificità di indiani, africani e cinesi ma poi così generosi nel riprodursi come legione. Gente come questa è nata ricca e non può avere un problema di identità finanziaria, però anche con la certezza assoluta che le loro bocche saranno sempre sfamate provano un certo fastidio nel vedere la plebe brulicare. Questa è una delle peggiori violenze psicologiche nei confronti dei transfinancial: far leva sul loro disturbo per costringerli a tradire la classe a cui appartengono, nell’illusione che essi non faranno mai parte dei “sacrificabili”. Un giorno tutto questo dovrà finire; un giorno anche i transfinancial potranno finalmente vivere la propria vita in pieno equilibrio socio-economico. In fondo, chiediamo soltanto questo.

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