venerdì 12 febbraio 2016

La fortuna di Papini in Romania (un appunto)

La fortuna di Papini in Romania sarebbe un bel titolo per un saggio indispensabile (ma che nessuno ha ancora scritto): Giovanni Papini è da sempre uno degli scrittori italiani più apprezzati e tradotti in Romania. I motivi sono innumerevoli, ma al di là delle ragioni politiche e letterarie, credo che l’amicizia con Vintilă Horia e Mircea Eliade (e con almeno una decina di altri intellettuali romeni meno noti) sia stata fondamentale. Son cose che capitano, potremmo dire, senza un perché. In ogni caso, come primo passo alla scoperta del “Papini romeno” propongo una recensione di Mircea Eliade del 1934.


Mircea Eliade
“Una nuova biografia di ‘Gianfalco’”
(O nouă viaţă a lui “Gianfalco”, Vremea, VII, 353, 2 settembre 1934, p. 9; trad. it. “Una nuova biografia di ‘Gianfalco’”, L’isola di Euthanasius, cur. C. Fantechi, Bollati Boringhieri, 2000, pp. 300.-303).
«Gianfalco, come è noto, era lo pseudonimo usato da Giovanni Papini nella sua rivista d’esordio, “Leonardo”. Di Papini è apparsa di recente una voluminosa biografia che ha appunto questo titolo (Alberto Viviani, Gianfalco, Barbera, Firenze 1934, 450 pp.). non è il primo libro che esce in Italia su questo prodigioso scrittore, iniziatore di tante correnti di rinnovamento spirituale e autore dei libri più insoliti fra quanti ne abbia sfornati quest’inizio di secolo.
[…] La nuova biografia di “Gianfalco” ha il merito di raccontare con dovizia di particolare l’infanzia, l’adolescenza, la formazione intellettuale e le prime battaglie dello scrittore. Benché eccessivamente apologetico, questo libro regalerà, agli amanti di Papini, alcune ore di emozione e di verifica. Per tutti coloro per i quali Un uomo finito è stato il libro prediletto dell’adolescenza e che hanno amato Papini visceralmente – vale a dire con tutte le sue incongruenze, esagerazioni, buffonate e debolezze – la lettura di questa nuova biografia di Gianfalco sarà piena di rivelazioni. Confesso d’aver letto ciascuno dei 30 volumi di Papini almeno tre volte (e lo confesso pur sapendo che certi idioti di spirito torneranno a gridare al mio “papinismo”). Continuo ad amare tutto quanto Papini, così com’è. Credo che non vi sia miglior elogio che si possa fare a uno scrittore che quello di confessare d’amarlo interamente anche se da lui ci separano le idee, il temperamento e i princìpi religiosi o morali. Dietro quei 30 volumi c’è un uomo maledettamente vivo e integro. Le migliaia di libri che ha letto non l’hanno cambiato. Le idee che ha promosso e abbandonato una dopo l’altra non l’hanno inaridito. La vastità della sua opera non è riuscita a bloccarlo, a paralizzarlo, a consegnarlo completamente alla storia morta. Nessuno nel nostro secolo, neppure André Gide, ha affrontato tante esperienze e lottato su tanti fronti. E mentre Gide non poteva mai astenersi da quel concetto di malintesa “gratuità”, Papini si immedesimava tutto in quello che faceva al momento. Amava e odiava con passione, con ogni fibra del suo corpo, a riprova di una vitalità e di uno spessore spirituale rari. Oggi che un’intera classe di uomini pratica il compromesso per paura di esporsi, l’esempio di Papini può ridiventare attuale. È un uomo che non si vergogna dei suoi errori. Un vero segno del genio. Solo gli sterili e i mediocri si preoccupano della perfetta coerenza dei propri pensieri, e sono ossessionati dalla paura di sbagliare. Papini ha sbagliato, si è furiosamente contraddetto e compromesso. Eppure della sua opera è rimasto più di ogni “opera” perfettamente delineata, messa a punto e corretta dalla prima all’ultima pagina.
Ciò che amo immensamente del suo modo di scrivere è il coraggio di scherzare su cose serissime, e di parlare seriamente di cose di nessun conto. In un uomo qualunque, questo atteggiamento da farsa risulterebbe comico e sterile. Ma Papini non è un uomo qualunque; la sua intelligenza non si trova per strada, e neppure la sua cultura, davvero titanica, può improvvisarsi al caffè. Solo il suo desiderio di screditarsi l’ha spinto a questo. Ha fatto tutto il possibile, sistematicamente e a tutti i livelli, a questo scopo. Quando avvertiva che i lettori cominciavano ad amarlo, subito si metteva a scrivere qualcosa contro il gusto generale. Ha pubblicato volumi di racconti fantastici per minare la sua fama di giovane e geniale pensatore italiano. Ha pubblicato poesie, benché sapesse di essere adorato come polemista. Ha scritto cose serissime, in uno stile volutamente scialbo, perché il pubblico apprezzava troppo la semplicità e la causticità del suo stile. Quando l’Italia era socialista, Papini era nazionalista. Non appena l’Italia è diventata nazionalista (rubandogli senza pudore le idee e i gesti), è diventato cattolico à outrance. Quando si è stipulato il Concordato col Vaticano, e tutti si aspettavano da lui la vita della Madonna, ha pubblicato Gog. È stato sempre in prima fila, lasciandosi il paese alle spalle.
Non ha tratto profitto da nessuna delle sue campagne. Al contrario, si è compromesso. Anche se, com’è noto, il fascismo e la mistica mussoliniana hanno il loro terreno di coltura nelle sue campagne per la virilità, l’italianismo e il coraggio. Tutto quanto ha iniziato è stato portato a termine da altri, che si sono goduti la gloria e la ricompensa che gli spettavano.
Il pubblico ama conservare per tutta la vita le stesse idee o restare nello stesso “genere”. Papini, viceversa, ha sperimentato tutte le idee, tutti i furori, tutti i sentimenti e tutti i “generi”. E ha sempre fuorviato i lettori. All’apice della sua attività pubblica, Un uomo finito. E adesso, quando si credeva che lo fosse davvero, prepara la raccolta completa delle sue opere, in 24 densi volumi, e corregge il manoscritto del suo capolavoro, Adamo, che uscirà in 4 volumi, ognuno di 500 pagine.
Pur avendo passato la cinquantina non fa che riservarci sorprese. Se non ha raggiunto la celebrità è perché non l’ha voluta. L’unica sua colpa è di aver amato l’Italia con tanta violenza che l’ha fustigata per risvegliarla, l’ha insultata per infonderle un po’ di coraggio, sprecando la sua spaventosa energia per dimostrare la possibilità di un’Italia viva e personale, accanto a quella dei musei e delle pinacoteche. Se invece di amarla furiosamente avesse gridato “Viva l’Italia” e “morte ai comunisti” oggi farebbe il ministro. Ha preferito portare un briciolo di vita e d’intelligenza in un paese all’epoca sonnolento e stupido.
Leggendo il libro di Viviani tornano alla mente tutte le polemiche, tutte le passioni e tutti gli scritti di Papini. Viviani ha il merito di aver ripubblicato una serie di importanti brani, che aiutano ricostruire l’intera attività dello scrittore, e spingono a rileggerne l’opera. La favola che essa “non regga” è una stupidaggine bella e buona. Nessuna opera resisterà nell’insieme più della sua. Con Papini non si può scegliere. Si deve prendere in toto anche a patto di fare i conti con ciò che non ci aggrada e di respingerlo. Degli altri scrittori resta un libro o due; il loro “capolavoro”. Papini non può scrivere “capolavori”. È e resterà se stesso in ogni pagina, e a leggerne solo una parte si corre il rischio di non comprendere niente o di credere che questo genio senza eguali sia nulla più che un “letterato”.
Oggi che l’editore Vallecchi ne pubblica, in un’edizione elegante e anche economica, l’opera completa, non trovo altri testi da raccomandare più caldamente ai giovani. Mai come in questo caso risulta vero con più evidenza che una o cento pagine tradiscono uno scrittore, nascondendone la vita, mentre diecimila pagine uccidono lo “scrittore” portando alla luce solo quest’ultima».

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