giovedì 11 febbraio 2016

La farsa del grande stronzo

«La cultura e la sensibilità medievali sono un intreccio inestricabile di sacro e profano, nobile e carnevalesco, spirituale e corporeo, tragico e comico. Nei drammi liturgici coesistono e si fertilizzano reciprocamente le intenzioni pedagogiche della Chiesa e le insopprimibili pulsioni comico-grottesche del popolo illetterato. Nelle forme satiriche del teatro comico la cultura religiosa viene capovolta e messa alla berlina, utilizzando le varie tecniche dell’abbassamento. Tutto ciò che è alto, profondo, spirituale (la religione, i valori cavallereschi, l’amore cortese) viene trasportato sul piano del corporeo, delle esigenze primarie. L’atto di fare testamento (azione quanto mai grave), è irriso e abbassato nel testamento satirico, che diventa un vero e proprio genere letterario stile carnevalesco […].
Altrove si svela, sotto gli astratti ideali, la sostanza delle voglie del corpo: l’amore platonico dei poeti diventa l’accoppiamento (come atto primario che accomuna tutti gli esseri viventi, aldilà di ogni retorica del sentimento), gli incarichi del potere si rivelano come furto e angheria, i grandi discorsi sull’astinenza e sulla carità dei religiosi nascondono sensualità e avidità di monaci, preti, vescovi e papi.
[…] Questo modo di rappresentare la realtà non è prerogativa esclusiva delle feste  e degli spettacoli popolari. Anche in ambienti altolocati si apprezza la satira la satira parodica. È il caso della Cena Cypriani, rappresentata alla corte pontificia, in cui le figure bibliche sono osservate con la lente del grottesco, e delle innumerevoli versioni buffe dei misteri. Il simbolismo tipico del Medioevo in questo caso agisce al contrario: ogni personaggio biblico diventa simbolo non di una virtù umana ma di un vizio. Le figure bibliche ne risultano violentemente “abbassate”. Ciò genera negli spettatori quel senso di irriverenza e di autonomia espressiva nei confronti di valori assoluti e  pesantemente operanti nella vita di tutti i giorni, tipico delle esperienze comiche più liberatorie.
Un caso estremo di parodia è la Farsa carnevalesca del grande stronzo, rappresentata nel XV secolo dagli artigiani di Norimberga: una mattina i popolani trovano nel vicolo dei cimatori di panni (cioè vicino al Municipio, sede dell’autorità cittadina) un enorme stronzo. Tutti gli si fanno intorno stupiti chiedendosi l’origine del “mostro” e congetturando possibili utilizzi. La situazione permette lo scatenarsi della gestualità e del linguaggio scatologico più irriverenti. In questa situazione iperbolica si può cogliere la parodia (volontaria?) del dramma sacro originario che prevede le donne stupite che si interrogano intorno al sepolcro vuoto».

(N. L. Todarello, Le arti della scena. Lo spettacolo in Occidente da Eschilo al trionfo dell’opera, Latorre Editore, Novi Ligure, 2006, p. 146)

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