martedì 12 gennaio 2016

Una lingua universale


Parliamo, finalmente, di esperanto: uno dei più grandi limiti che sconta questo idioma artificiale è da addebitare proprio al suo carattere u-topico, cioè di lingua “senza terra”, incapace di radicarsi in un’etnia o una nazione a causa dell’obbligo di universalità che si è imposta sin dagli albori, a sua volta derivato dalle suggestioni tardo-ottocentesche del Doktoro Zamenhof, che credette prossima l’instaurazione di una Repubblica Federale Universale.

Il bisogno di “territorializzarsi”, presentatosi sin dall’inizio con i piani per l’adozione dell’idioma da parte del Moresnet Neutrale (un territorio conteso tra Germania e Belgio), ha tuttavia continuato a rappresentare un’istanza irrinunciabile, come dimostrano anche le effimere iniziative dell’Isola delle Rose (una “Repubblica Esperantista” sopravvissuta meno di un anno) e, per citare uno dei casi più stravaganti, la Repubblica di Molossia (una villetta del Nevada dichiarata indipendente dal suo proprietario nel 1999), che tuttavia ha adottato oltre all’esperanto altre 3 lingue ufficiali (e forse adotterà anche il griko salentino, a giudicare dall’interesse dimostrato dal Presidente).

Sulla fortuna dell’esperanto hanno influito inoltre le stesse contraddizioni della pseudo-ideologia che Zamenhof aveva elaborato per sostenerne la diffusione: una religiosità eterodossa e sincretista che si nutre dell’illuminismo ebraico della Haskalah, delle idee para-massoniche dei circoli sionisti tardo-ottocenteschi (lui stesso ne creò uno a Varsavia, il Chibat Zion, gli “Amanti di Sion”, nel 1881) e dell’Hillelismo, una corrente ebraica che propugnava l’unificazione dei monoteismi ispirandosi alla parabola dei tre anelli narrata da Lessing.
Alla fine egli stesso giunse a unificare tali tendenze nella sua “eresia” personale, l’Homaranismo, che risente del milieu positivista, mondialista e umanitario dell’epoca (per saperne di più, cfr. F. Gobbo, La filosofia morale di Zamenhof per il nuovo millennio, “Erewhon”, 2005).

Il miraggio di una “lingua dei tempi ultimi”, presente in tutte le religioni, è particolarmente sentito dall’ebraismo che tuttavia, nelle parole di una sua rappresentante contemporanea, paventa tentativi “babelici” di una characteristica universalis: «La via della riunificazione non può non passare per il linguaggio. Tradurre è redimere […], liberare la lingua pura in esilio, confinata e dispersa fra le tante lingue […]. Ma sarebbe un errore prendere questa “lingua pura” per una lingua universale. Se così fosse, si tratterebbe di un nuovo tentativo di riedificare la torre. […] La riunificazione può procedere solo dentro ogni lingua, non nello spazio vuoto tra le lingue. […] [La lingua messianica] sarà abissalmente profonda e polifonicamente piena. […] Il suo compimento coinciderà con il compimento della storia, con la fine dei tempi. Dopo aver detto, tra-dotto, tutto il dicibile terminerà. […] Se la punizione che Dio ha inflitto ai babelici è quella di non comprendersi più, nei tempi ultimi sarà adempiuta la promessa della comprensione» (D. Di Cesare, Grammatica dei tempi messianici, AlboVersorio, Milano, 2008, pp. 31-35).

Anche nel cattolicesimo la glossolalia come dono dello Spirito è il parlare tante lingue, non una sola (resta tuttavia il mistero se gli apostoli capissero quello che predicavano alla folla o se pure tale predicazione originasse dalle lingue di fuoco). Tuttavia è importante sottolineare come tra i tanti tentativi di radicamento, uno dei più riusciti forse fu proprio quello col cattolicesimo: la fortuna vaticana degli esperantisti è riassunta in un pregevole scritto di Carlo Sarandrea, Discernimento dei papi da san Pio X a oggi sul carisma dei Cattolici Esperantisti (22 agosto 1996), che descrive con dovizia di particolari i rapporti tra l’IKUE, l’Unione Esperantista Cattolica Internazionale (nata nel 1903 con la rivista “Espero Katolika”) e i vari pontefici.
Ricordiamo qualche aneddoto poco conosciuto: Pio X, che venne introdotto all’idioma da Luigi Giambene (professore di ebraico, soprannominato dallo stesso Papa “Monsignor Esperanto”), oltre a inviare annualmente la sua benedizione a “Espero Katolika”, riconobbe nell’esperanto «un valido mezzo per il mantenimento dell'unità fra i cattolici di tutto il mondo»; per questo gli esperantisti cattolici lo proclamarono “universale patrono celeste” (Universala ĉiela patrono de la katolikaj esperantistoj); sia Benedetto XV e Pio XI continuarono a inviare le benedizioni agli esperantisti; ancor prima di diventare Papa, Pio XII inviò un attestato di sostegno per il primo congresso della “Internazionale cattolica” (denominazione temporanea dell’IKUE, che tornò presto alla sigla originale) e nel 1951 il sacerdote belga Alfons Beckers donerà a Pacelli una copia in esperanto de La storia di Cristo del Papini; Paolo VI nell’Udienza generale del 12 agosto 1975 si rivolse ai gruppi con queste parole: «Vedete, hanno la bandiera verde che è il segno della speranza. Sono gli esperantisti» e identificò nell’esperanto una iniziativa «congruente con lo spirito ecumenico della nostra epoca»; Giovanni Paolo II fu il primo Papa a parlare  in esperanto in una cerimonia pubblica (a Częstochowa nel 1991 durante la Giornata mondiale della gioventù).
Anche Benedikto la 16-a ha continuato a fare gli auguri natalizi in esperanto e ha dichiarato dottore della Chiesa Ildegarda di Bingen (che, pur non essendo considerata una “patrona” dagli esperantisti cattolici, come riportano erroneamente Wikipedia e decine di siti che l’hanno copiata, rimane da sempre una fonte di ispirazione).

Come ho detto, la liaison col cattolicesimo rappresenta il tentativo più interessante di conciliare le ambizioni universalistiche di Zamenhof con la precarietà della condizione umana: si è trattato di un incontro leale, in cui una parte non ha cercato di influenzare l’altra (quanta differenza, per esempio, con la divinizzazione del Doktoro Esperanto perpetrato dalla setta giapponese Oomoto). Penso tuttavia che anche questa lasta espero sia ormai passata e che gli esperantisti dovranno ancora «fight for a plot | Whereon the numbers cannot try the cause» (Kaj la pec’, pro kiu ili | Batalas, ne sufiĉas eĉ por doni | Al ili ĉiuj lokon por batalo…).

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