sabato 16 gennaio 2016

Homeland in Eurabia

Ci sono volute ben cinque stagioni per far diventare Homeland un prodotto decente: nato nel 2011 su ispirazione di una serie tv israeliana (Hatufim), per riuscire a fargli acquistare un minimo di credibilità gli ideatori hanno dovuto, tra le altre cose, far morire il deuteragonista, cambiare incessantemente location e infine approfittare spregiudicatamente del ritorno della “questione islamica” sulla scena internazionale.
L’ambientazione europea ha permesso non solo di riportare la serie a un habitat più consono a quello da cui è scaturita (che non contempla la possibilità di convertire le minoranze arabe a una “religione civile” come negli Stati Uniti), ma anche di inserirla in uno dei filoni più interessanti del cinema americano degli ultimi decenni, l’euroxplotation, un sottogenere dell’action thriller che ha come sfondo un Vecchio Continente rappresentato come terra della decezione (sia consentito usare l’espressione almeno come latinismo). I produttori avrebbero dovuto intuire prima che una serie del genere deve essere realizzata alla giusta distanza (né troppo vicino né troppo lontano) dallo spettatore americano, affinché in esso l’inquietudine non prevalga sull’indifferenza (o viceversa); in fondo sarebbe bastato dare un’occhiata al mappamondo per rendersi conto che a metà strada tra Stati Uniti e Medio Oriente c’è ancora la cara vecchia Europa.
Il fatto che la serie sia andata in onda quasi in contemporanea con gli attacchi di Parigi deve essere tuttavia considerato solo un “colpo di fortuna” (se così si può chiamare…), commemorato da un apposito avviso apparso prima della puntata post-attentati:


L’Europa dà sempre tante soddisfazioni: quanta differenza con Israele o i Paesi arabi, costantemente pronti a rivendicare una qualche superiorità morale anche in forma di vittimismo (l’olocausto e l’antisemitismo montante vs. il colonialismo occidentale e l’islamofobia dialgante...). Le vittime europee invece stanno mute, e se parlano lo fanno solo per incolpare se stesse, testimoniando in tal modo la loro implicita connivenza con la decezione, sia per l’incapacità di reagire contro i terroristi, sia per il “peccato originale” della Shoah, che è altresì un touchy subject dell’euroxplotation (lo spazio da Lisbona a Vladivostok è da sempre il luogo eletto per pellicole a tema genocidario).
È questo in fondo l’unico “sublime kantiano” di cui uno spettatore americano può godere: stragi di civili, omicidi misteriosi, carneficine insensate – basta che accada in Europa.

La quinta stagione non ha, in effetti, che flebili legami con le precedenti: da ultimo è scomparso ogni riferimento al “tenente Brody” e alle sue beghe politiche e familiari che hanno dilatato la trama in maniera insopportabilmente prevedibile. È rimasta, ovviamente, l’eroina Carrie Mathison ma il suo personaggio ha finalmente smesso di fare quelle orribili smorfie che hanno reso Claire Danes uno zimbello. Inoltre sono diminuite drasticamente le scene di sesso, che invece sin dalle prime puntate si erano imposte sulla trama come “passaggio obbligato” per motivi che ancora sfuggono (l’offerta di pornografia è talmente ampia che non ha senso integrarla ad usum Delphini per il grande pubblico).
Particolarmente apprezzabile in queste dodici puntate è la vivida rappresentazione della fauna berlinese, costituita da terroristi siriani, hacker turchi, spie russe, ambasciatori israeliani, attiviste americane, tassisti iracheni e, soprattutto, biondine teutoniche (tra le quali l’impareggiabile Nina Hoss).
Infine, è da notare un curioso utilizzo della simbologia cristiana, che si riflette negli atteggiamenti della protagonista, come espressione della sua nuova natura: ora cooperatrice di una fondazione umanitaria, Carrie non disdegna di recarsi in chiesa e pare addirittura in grado di provare reale empatia per gli altri: per esempio, quando si commuove per la sorte del collega Quinn al di là di ogni codice deontologico. Il contesto sembra contagiare anche gli appartenenti alle altre religioni, come dimostrano la lealtà del console israeliano nei confronti di Saul Berenson e  i numerosi atti di misericordia dell’improvvisato terrorista Qasim, che alla fine (spoiler alert) riuscirà persino a sventare l’attentato alla stazione a costo della sua vita. Forse la “debolezza” di Europa-Venere ha anche dei lati positivi?

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