martedì 26 gennaio 2016

Adorno e le tette

Una storia che ha sconvolto gli appassionati di filosofia contemporanea più di Althusser che ammazza la moglie o Heidegger che va a vedere le partite a casa del vicino con la tv (altro che Quaderni neri!) è quella delle tre studentesse dell’Università di Francoforte che nel 1969 si denudarono di fronte a Theodor Adorno. Dopo pochi mesi, il filosofo ne morì (almeno così affermano le ricostruzioni più spinte). Si sa, il Nostro aveva chiamato la polizia per sgomberare la facoltà e gli studenti (da lui considerati dei fascisti tout court) avevano proclamato che Adorno als Institution ist tot (“Adorno come istituzione è morta”).

Sarebbe interessante fare una ricerca sul grado di Schadenfreude con cui la notizia venne accolta dai bollettini più reazionari; sfortunatamente internet non è ancora giunto a un livello ottimale di archiviazione, e l’unica raccolta disponibile in Italia, quella (ammirabile) de “La Stampa” non ne fa parola.

Dal punto di vista filosofo, invece, uno dei pochi ad aver provato a dare un senso alla storia è stato Peter Sloterdijk nel suo classico Critica della ragion cinica (cur. A. Ermano, Cortina, Milano, 2013, pp. 51-52), che tuttavia visto da distanza sembra soltanto un libro di aneddoti spassosi (il che lascia la questione irrisolta – nel senso: ma qualcuno fa ancora finta di leggerlo Adorno? E questa, per Sloterdijk, è una battuta da Kyniker o da Zyniker?).
«Per ironia della sorta proprio Theodor W. Adorno – uno tra i massimi teorico dell’estetica moderna – è stato egli stesso una vittima dell’impulso neokinico. Un giorno, un gruppo di dimostranti si fece incontro al filosofo, entrato in aula per tenere la sua lezione, e gli sbarrò l’accesso al podio degli oratori. Niente di straordinario, dato che correva allora l’anno 1969. Tuttavia, un dettaglio era destinato, nel nostro caso, a richiamare l’attenzione generale. Tra i contestatori si erano, infatti, distinte le studentesse, alcune delle quali, per protesta, si denudarono il petto di fronte al pensatore. Tale disvelamento non va sussunto da un argomentare erotico-sfrontato per cutem femininam, peraltro usuale. Quelle tette simboleggiavano, quasi in senso antico, corpi usati kinicamente ignudi, corpi a mo’ di argomenti, corpi come armi. Averle mostrate – indipendentemente dai motivi privati delle dimostranti – assunse una valenza antiteoretica. In un qualche modo confuso, costoro avevano voluto schierarsi a favore di una “prassi di cambiamento della società” o comunque per qualcosa di più che non lezioni e seminari filosofici. Adorno si ritrovò in una posizione tragica e, nondimeno, comprensibile: quella del Socrate idealista; le donne in quella del selvatico Diogene. Contro la teoria, la più ricca di discernimento, ecco dunque opporsi l’ostinato e (speriamo) intelligente uso dei corpi)».

Nessun commento:

Posta un commento