mercoledì 27 gennaio 2016

Holocaust Day

E siamo arrivati così alla quindicesima “Giornata della Memoria”. Quella del 2016 è stata forse la più “compromessa” di tutte, poiché è venuta a cadere durante la visita del presidenteiraniano a Roma, in contemporanea con le reazioni furibonde dei rappresentanti dell’ebraismo italiano. Prima di affrontare l’argomento da un punto di vista generale, sia consentito ricordare che nonostante un celebre rabbino italiano abbia definito la visita di Rouhani «intollerabile celebrazione dei negazionisti», in realtà il più grande “negazionista di stato” ultimamente si è dimostrato essere il premier israeliano Netanyahu, che ha sostenuto che fu il Muftì di Gerusalemme a convincere Hitler a sterminare gli ebrei invece di deportarli (una affermazione che in alcuni Paesi europei gli sarebbe costata un processo). È inquietante che una tesi simile venga adombrata persino dal rabbino Giuseppe Laras in un intervento per il “Corriere” (La lotta all’antisemitismo come strategia della civiltà, 25 gennaio 2016): «Può essere […] che alcuni fatti siano stati troppo sottostimati, come, per esempio, il rapporto, tutt’altro che occasionale e trascurabile, tra nazismo e Islam jihadista, quest’ultimo nutrito ed eccitato dalla Germania guglielmina prima e dal nazifascismo poi».
Se le parole hanno ancora un senso, questo è revisionismo (non che sia un crimine... ma purtroppo lo è diventato!). Bisognerebbe domandarsi perché sia in atto un tentativo di addossare la responsabilità della Shoah agli arabi. È probabile che ciò nasca dalla posizione paradossale assunta dagli ebrei d’Europa nei confronti del fenomeno immigratorio: da un lato essi sono costretti a mandar giù il paragone tra profughi e vittime dell’olocausto, pena la scomunica del mondo progressista; dall’altro tuttavia provano una certa inquietudine nell’assistere all’occupazione dei loro quartieri da parte di giovani arabi sempre più agguerriti. Se per assurdo Netanyahu riuscisse a imporre la sua interpretazione se non agli storici almeno alle opinioni pubbliche occidentali, la destra israeliana e quella europea potrebbero saldarsi in un fronte unico anti-islamizzazione (al momento la liaison, nonostante gli sforzi di entrambe le parti, stenta a decollare).

Lasciando da parte gli scenari politici, veniamo alla “Giornata”. Il nome ufficiale della commemorazione stabilito dalle Nazioni Unite è “Holocaust Remembrance Day”, ma ogni Paese ha preferito nominarla e celebrarla a propria completa discrezione. Fa specie, tra le altre cose, che la data scelta dalle Nazioni Unite non coincida con quella di Israele (stabilita decenni prima) e che in molti Paesi la ricorrenza assuma specifiche caratteristiche nazionali: in Olanda è incorporata in una versione laica del 2 novembre, in Bulgaria è il “Giorno della Salvezza” e viene festeggiata in altra data (forse per marcare la differenza tra chi ha salvato i propri ebrei e chi no); negli Stati Uniti ce ne sono addirittura tre (una delle quali è stata creata su proposta di Steven Spielberg).
Non sono questioni secondarie, poiché ancora non è chiaro se in tale liturgia laica gli ebrei debbano svolgere qualche ruolo. È un dato di fatto che negli ultimi anni le critiche più pungenti siano partite da esponenti della cultura ebraica italiana (gli unici peraltro che possono permettersi toni così aggressivi nei confronti dell'evento).
Il dilemma che nasce dalla “Giornata” si può sintetizzare così: se su questa data si vogliono gettare le fondamenta di una nuova religione civile, allora la rimembranza deve estendersi a tutte le piccole e grandi tragedie dell’umanità e fare del proprio oggetto un qualcosa di talmente universale e generico da abbandonare ogni contestualizzazione storica. Una celebrazione del genere perderebbe tuttavia il suo scopo, che è quello di impedire il verificarsi di una nuova Shoah, dal momento che molti “celebranti” non trovano nessuna contraddizione nel credere che i palestinesi di oggi siano gli ebrei di ieri e che Israele sia colpevole di genocidio, così come altri non percepiscono la contraddizione tra le odierne attestazioni di antirazzismo e l’esodo di migliaia di ebrei dalla Francia che lo stesso antirazzismo ha prodotto (ogni ideologia si prenda le sue responsabilità).
Come soluzione di comodo, le opinioni pubbliche dei Paesi europei hanno innalzato agli altari solamente gli “ebrei morti” (l’espressione è di Elena Loewenthal, prendetevela con lei), impegnandosi nel fare di costoro le uniche vittime meritevoli di Memoria: gli eventuali accenni a zingari e omosessuali servono per cacciare ancora più indietro nella macabra graduatoria, fino a un occultamento che sa di censura, i dissidenti politici (ma in tempi meno “bipartisan” la politica era fondamentalmente l’unica chiave di lettura di un genocidio).
L’alternativa che i critici propongono è di santificare gli “ebrei vivi”, il che diventa incredibilmente complicato a meno di non voler trasformare la celebrazione in pura propaganda oppure in una festa religiosa e basta, allineandola quindi allo Yom HaShoah israeliano (che per gli “Ortodossi Moderni” rientra nel calendario sacro).

Restano dunque tutte le aporie del caso. Alla fine però non si tratta nemmeno di una questione politica o geopolitica, o economica eccetera. La confusione nasce dagli attriti tra Memoria e Storia, da tutti gli sforzi messi in atto affinché non trionfi l’oblio: da qui anche quell’aura di religiosità che in un’epoca come la nostra non può che risultare sospetta. La prossima immersione nel Lete si avvicina sempre più ed è impossibile far rientrare la Testimonianza nella Storia senza dar vita a una fede. Sulla breve distanza, è prevedibile che la “Memoria” resterà ancora per anni impigliata tra il culturale e il cultuale.

Eni (il mito)

«L’Eni è la più grande impresa italiana. Fattura oltre 50 miliardi di euro, ha una capitalizzazione di borsa di circa 70 miliardi, ha ancora abbastanza dipendenti (76.000, di cui la metà all’estero) per sentirsi una comunità influente. Ha un’identità sua propria che sopravvive agli uomini, e una specie di superego d’azienda fondato sulle origini mitiche, sulle tradizioni, sui legami internazionali, sulla cultura d’impresa [...], sulle storie degli uomini e delle cose: Bescapè, la flotta aerea, il primo velivolo occidentale che ritorna a Teheran dopo la fine del khomeinismo e che porta le insegne dell’Eni, i due carrozzoni-roulottes che Eugenio Cefis allestisce e che sistema a Torvajanica e all’Isola Sacra e in cui durante il fine settimana riceve gli amici a bere vino e a mangiare formaggio, le meraviglie della Saipem 10000, la più efficiente unità di perforazione off-shore al mondo (dislocamento 96.000 tonnellate, lunghezza fuoritutto 228 metri, potenza 60.000 hp, equipaggio 160 persone, profondità massima di perforazione 30.000 piedi, sistema di ancoraggio satellitare, grazie a sei motori che aggiustano automaticamente la posizione della nave sulla base delle informazioni ricevute dal satellite»
(Marco Ferrante, Ritratti. Vittorio Mincato, “Il Foglio”, 15 gennaio 2005)

Primavera Persiana


Durante la sua visita in Italia, il presidente iraniano Hassan Rouhani ha voluto ricordare l’amicizia antica che lega i nostri Paesi: un legame plurisecolare che risale all’epoca delle ambasciate itineranti secentesche e che in tempi moderni ha trovato il suo alfiere nella figura di Enrico Mattei. Il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ha tenuto a ricordare una frase del grande imprenditore durante il Business Forum di Roma: «Quando abbiamo incominciato, eravamo sognatori», aggiungendo che finalmente il sogno si è trasformato in realtà. A riprova che nemmeno Teheran ha dimenticato il sacrificio di Mattei, una sua foto campeggia ancora negli uffici della National Iranian Oil Company di Teheran.

Sono stati anni difficili dal punto di vista commerciale per le relazioni italo-iraniane: anche se le nostre imprese hanno continuato a operare anche durante il periodo delle sanzioni (e i nostri politici, di qualsiasi appartenenza, hanno provveduto a difendere l’interesse nazionale con la giusta spregiudicatezza), la “gabbia di matti” in cui ci siamo rinchiusi, questa Unione Europea senza identità né storia, ha fatto sì che Roma, da primo partner commerciale di Teheran, durante gli anni della crisi venisse sorpassato (guarda caso) da Berlino.
La Federazione Industriale Tedesca (BDI) ha infatti già pronosticato «un boom del “made in Germany” nel Paese, dai 2,4 miliardi di euro [del 2014] a più di 10 miliardi nel medio termine», contro i 3 miliardi di euro che l’export italiano dovrebbe fruttare nei prossimi quattro anni (G. Stringa, Iran, quei 3 miliardi per il made in Italy, “Corriere”, 15 luglio 2015). Il condizionale è d’obbligo non solo perché che una moneta forte danneggia le esportazioni, ma anche perché è difficile che le altre nazioni lasceranno all'Italia lo spazio che le spetta nel nuovo mercato. Ormai è chiaro che nell’Unione Europea il successo di un Paese si basa soprattutto sulla disfatta di un altro: le possibilità di cooperazione sopravvivono perlopiù nelle menti soggiogate dal “sogno”. Gli eventi degli ultimi anni (dall’intervento in Libia alle sanzioni anti-russe, dai regolamenti europei sfavorevoli contro il “Made in Italy” alla svendita dei “gioielli di famiglia”) raccontano una guerra economica intra-europea che ha visto l’Italia perennemente sconfitta.
È dunque nelle peggiori condizioni che il Paese si affaccia a un mercato di 80 milioni di potenziali consumatori. Vari settori dell’export italiano sono stati danneggiati dalla piccola guerra fredda mossa contro la Russia dall’UE sotto supervisione tedesca e americana: non solo dal punto di vista energetico (sospensione del gasdotto South Stream; per pura coincidenza, il Nord Stream che serviva alla Germania invece è stato portato a termine) e militare (revoca del progetto per la produzione di sottomarini Classe S1000 patrocinato da Fincantieri), ma soprattutto agroalimentare, con una ricaduta anche dal punto di vista “culturale”, se così possiamo dire, poiché Federalimentare segnala che il danno economico è poca cosa in confronto della distruzione della «abitudine al gusto italiano» costruita negli ultimi decenni: adesso la carne può arrivare dal Sud America (Brasile, Argentina), il pesce dal Nord Africa (Marocco, Egitto, Algeria) e tutto il resto dalla Turchia e dalla Svizzera (che ha già soffiato il posto all’Italia nel settore caseario).

È necessario ricordare che alla “torta petrolifera” iraniana mirano concorrenti spietati quali Total (Francia), BP (Inghilterra), OMV (Austria), StatoilHydro (Norvegia) e ConocoPhillips (Stati Uniti). Non è lecito illudersi che questi colossi concederanno all'Eni di muoversi liberamente; fosse per loro,  non lascerebbero al cane a sei zampe nemmeno gli 800 milioni di residuo accumulati nel periodo precedente alle sanzioni. Pessimismo eccessivo? Può darsi, ma l’accordo sul nucleare è anche un accordo sul petrolio. Le ire dell’Arabia Saudita infatti non dipendono esclusivamente da motivi politici o religiosi, ma dal pericolo che all’interno dell’OPEC l’Iran recuperi in breve tempo la sua egemonia: per gli Stati Uniti ciò rappresenterebbe anche una ripicca per gli sgarbi diplomatici ed economici subiti dai sultani negli ultimi anni (se proprio lo shale oil deve andare fuori mercato, che almeno non sia solo la petromonarchia ad avvantaggiarsi del fallimento americano).

Per questo la prima preoccupazione degli imprenditori italiani durante l’attuale “luna di miele” riguarda proprio la necessità di “correre” (per usare l’espressione di Riccardo Monti) prima che altri Paesi approfittino del nostro complesso di inferiorità per superarci. Il fatto che il giro di visite in Europa sia iniziato proprio da Roma è di per sé un buon segno, poiché significa che il Bel Paese è tornato a essere un interlocutore privilegiato e prioritario sia dal punto di vista commerciale che politico. Non solo, infatti, durante la visita degli imprenditori iraniani sono stati siglati accordi preliminari per l’ammontare di 17 miliardi di euro, ma Rouhani si è impegnato personalmente ad appoggiare la candidatura dell’Italia come membro non permanente del Consiglio di sicurezza dell’ONU. A porte chiuse il presidente iraniano avrebbe anche pronunciato dichiarazioni di questo tenore (riportate dal “Corriere”, 26 gennaio 2016): 
«Considerateci come un ponte per l’Asia per il vostro Made in Italy, i nostri porti, la nostra rete ferroviaria, sono a vostra disposizione, possiamo diventare una base commerciale della vostra produzione per molte destinazioni internazionali. E vi assicuro che l’Iran si aprirà anche dal punto di vista finanziario, un’occasione per molte vostre banche e assicurazioni, che speriamo venga accolta con favore».
C’è di che essere fiduciosi soprattutto perché l’Italia non ha commesso l’errore di considerarsi “Frangistan” (il nome tradizionale con cui i persiani indicavano la “Terra dei Franchi”, l’estremo occidente del continente eurasiatico dal quale ogni tanto partiva qualche crociata), cioè rappresentante di un inesistente interesse comune europeo, ma invece ha agito da sola e con il coraggio necessario. Che sia la volta buona? Da questa prospettiva appaiono decisamente ridicole le polemiche scatenate sulla mancanza di vino alla cena ufficiale o sui nudi scultorei nascosti; in particolare le battutine di certe gazzette francesi e britanniche sono di una doppiezza morale ripugnante: i guardiani del politically correct adesso danno lezioni di libertà? O forse l’islamicamente corretto vale solo nei confronti dei sauditi?
Sulle proteste di parte ebraica, stendiamo un velo pietoso: invece di strumentalizzare per l’ennesima volta la Shoah, sarebbe stato più corretto minacciare ritorsioni commerciali, o anche militari. Si tratta di una confusione di identità e ruoli istituzionali che scredita ulteriormente Israele dal punto di vista diplomatico.

La storia insegna che i periodi più prosperi del rapporto tra Persia e Occidente furono quelli in cui l’Europa era un variopinto agglomerato di regni, repubbliche, corti e potentati. Le ambasciate itineranti dello Scià che giungevano in Europa trovavano ad accoglierle il duca di Mantova (mentre il Doge era impegnato a ricevere gli ottomani), e l’atmosfera romana induceva i diplomatici iraniani del XVII secolo a convertirsi al cattolicesimo. Anche ai tempi l’Italia sapeva muoversi abilmente sullo scacchiere internazionale e non aveva bisogno di alcuna balia per gestire i propri interessi. È con lo stesso spirito che, mutatis mutandis, durante la Guerra Fredda siamo riusciti ad assumere una posizione di supremazia nel Mediteranno: oggi questa spregiudicatezza nei confronti delle grandi potenze sopravvive quasi come riflesso condizionato; sfortunatamente essa è soffocata dalla volontà autolesionistica di seguire la linea segnata dai nostri avversari. Ci vorrebbe un po’ di sano machiavellismo (in fondo anche il Fiorentino è uno dei brand più esportati negli ultimi secoli).

Dulcis in fundo, le relazioni culturali; l’iranista Anna Vanzan al “Corriere” ha denunciato il provincialismo degli editori italiani nei confronti della letteratura persiana: «Nella Repubblica islamica i giovani studiano italiano nelle università pubbliche e private, si traduce molta più letteratura italiana a Teheran – e penso a classici come Dante, Calvino, Moravia, Buzzati – di quanto noi non traduciamo letteratura persiana. […] Culturalmente, l’Italia è provinciale, nel senso che i grandi editori offrono al lettore italiano gli autori extraeuropei solo dopo il successo consolidato sui mercati anglofoni e francofoni». Come si dice, tout se tient: le nostre tante sudditanze (culturali, politiche, economiche) si influenzano a vicenda. L’importante è cominciare a liberarsene, anche una alla volta.

Ambasciata persiana in vista a Roma (1615-1616),
Sala dei Corazzieri, Palazzo del Quirinale, Roma

I pederasti (Ruggero Savinio)

«Ricorda ancora l’ossessione, ammantata di allegria, prodotta da ogni ipotesi di devianza dalla norma di rapporti amorosi tra uomo e donna, presumibilmente ancorati alla loro forma più elementare, quella che un grande trasgressore con l’anima del moralista riassumeva nella formula: bouche sur bouche, sexe sur sexe, e di cui a casa sua nemmeno si faceva parola, visto il pudore che impediva di parlare, se non per allusioni scherzose, delle faccende sessuali.
L’ossessione era dunque quella dell’omosessualità, e Leo, ricordandone il peso, si stupiva di quanto, nel volgere di pochi anni, fosse cambiata la mentalità degli italiani: sembra quasi, a vedere esibiti a ogni angolo di strada atteggiamenti lontanissimi da un’ipotesi di virilità, che essi non aspettassero che il crollo delle barriere di moralità e convenienza per dare sfogo alla loro prorompente vocazione femminile.
A dire il vero, non si devono confondere omosessualità e femminilità: spesso, infatti, l’omosessualità è invece proprio una condizione di esasperato maschilismo, una venerazione idolatrica del membro maschile, pietra di paragone e omphalos di un universo di fantasia e desideri, ma questo Leone l’avrebbe imparato col tempo, quando incominciò a osservare più da vicino quel terreno misterioso e a segnalarne le regioni ciascuna con la sua specificità, distinguendo così le checche dai froci, e considerando una categoria a sé quella che nel suo ambiente familiare a quel tempo dava il nome all’intera specie: i pederasti.
Il nome era attribuito con una facilità e un’allegria esagerati. Leone ripensa al naufragio dell’amicizia di suo padre e di un suo giovane amico, ammiratore e quasi discepolo, che si sentì ferito un giorno dall’apprendere che il maestro tanto amato lo qualificava con gli altri del nome: pederasta.
[…] Ora, ripensando a quell’epoca e a come usasse classificare sotto l’etichetta di pederasta tutto quanto, uscendo dalla norma dei comportamenti accettati, fosse considerato pendere nel campo di una delicatezza donnesca tutta svenevolezze e moine, senza nerbo insomma e senza forza persuasiva, pensa agli esempi innumerevoli di un’omosessualità al contrario volta a una virilità eroica e muscolosa – quello di Michelangelo essendo il più famoso e alto; e pensa anche che l’epoca dei padri e della propria infanzia era ossessionata da un’idea di valore maschile, che occupava le menti dei più sempliciotti nelle sue versioni scalcinate e ovvie – una maschilità da caserma per tanti anni tenne il potere in Italia – ma che, nelle sue versioni più raffinate, non risparmiava nemmeno le intelligenze più sottili».
(Ruggero Savinio, Ombra portata, Anabasi, Milano, 1992, pp. 25-26).

martedì 26 gennaio 2016

E tu ti senti più realista o nominalista?

È increscioso che la querelle tra nominalismo e realismo sia scomparsa dalla filosofia (tra l’altro parecchi secoli fa, mi pare). Ancora più grave che non si sappia come sia andata a finire (un pareggio col concettualismo?). Se ne sento un’eco nello straordinario “Funes el memorioso” di Borges:  «Éste, no lo olvidemos, era casi incapaz de ideas generales, platónicas. No sólo le costaba comprender que el símbolo genérico perro abarcara tantos individuos dispares de diversos tamaños y diversa forma; le molestaba que el perro de las tres y catorce (visto de perfil) tuviera el mismo nombre que el perro de las tres y cuarto (visto de frente)».

Anche Jung in Tipi psicologici accenna alla questione in maniera ancor più buffa, paragonando la posizione nominalistica di Antistene a quella di «un proletario che faceva del suo astio una virtù», dato che non era «un greco di sangue puro, apparteneva alla periferia». Parla dello stesso modo della scuola di Megara, il cui nominalismo antiplatonico era anch’esso frutto dell’invidia «di chi non gode di tutti i diritti civili e politici del cittadino»… Il nominalismo come “filosofia del proletario”, determinata dall’oggetto sensibile, dal sentimento individualistico: uno spunto molto interessante, se pensiamo che anche Borges relegò il suo Funes in una provincia (sia geografica che mentale).

Parlandone in maniera più spicciola, è curioso come la questione emerga nella vita quotidiana senza che uno possa darsene contezza, quando, per fare un esempio, raccontiamo a persone calve e grasse barzellette sui calvi e sui grassi. In tal caso è forse il realista che pecca di provincialismo, o almeno di grettezza, poiché non si rende conto che il calvo o l’obeso guardandosi allo specchio nei momenti di sconforto considera quegli accidenti non come tali, ma come caratteristiche facenti parte della sua stessa personalità.

Solo per questo il tema meriterebbe di evadere dall’angusto confino degli appunti di qualche studente universitario e iniziare a essere affrontato in maniera seria, anche (perché no?) in un talk show, o almeno in uno di quei test da rotocalco scandalistico (E tu ti senti più realista o nominalista?).
I risultati ci aiuterebbero anche a capire qualcosa in più di noi stessi: io, per esempio, pur essendo un provinciale sono realista, ma soltanto perché la provincia non mi piace molto.

Adorno e le tette

Una storia che ha sconvolto gli appassionati di filosofia contemporanea più di Althusser che ammazza la moglie o Heidegger che va a vedere le partite a casa del vicino con la tv (altro che Quaderni neri!) è quella delle tre studentesse dell’Università di Francoforte che nel 1969 si denudarono di fronte a Theodor Adorno. Dopo pochi mesi, il filosofo ne morì (almeno così affermano le ricostruzioni più spinte). Si sa, il Nostro aveva chiamato la polizia per sgomberare la facoltà e gli studenti (da lui considerati dei fascisti tout court) avevano proclamato che Adorno als Institution ist tot (“Adorno come istituzione è morta”).

Sarebbe interessante fare una ricerca sul grado di Schadenfreude con cui la notizia venne accolta dai bollettini più reazionari; sfortunatamente internet non è ancora giunto a un livello ottimale di archiviazione, e l’unica raccolta disponibile in Italia, quella (ammirabile) de “La Stampa” non ne fa parola.

Dal punto di vista filosofo, invece, uno dei pochi ad aver provato a dare un senso alla storia è stato Peter Sloterdijk nel suo classico Critica della ragion cinica (cur. A. Ermano, Cortina, Milano, 2013, pp. 51-52), che tuttavia visto da distanza sembra soltanto un libro di aneddoti spassosi (il che lascia la questione irrisolta – nel senso: ma qualcuno fa ancora finta di leggerlo Adorno? E questa, per Sloterdijk, è una battuta da Kyniker o da Zyniker?).
«Per ironia della sorta proprio Theodor W. Adorno – uno tra i massimi teorico dell’estetica moderna – è stato egli stesso una vittima dell’impulso neokinico. Un giorno, un gruppo di dimostranti si fece incontro al filosofo, entrato in aula per tenere la sua lezione, e gli sbarrò l’accesso al podio degli oratori. Niente di straordinario, dato che correva allora l’anno 1969. Tuttavia, un dettaglio era destinato, nel nostro caso, a richiamare l’attenzione generale. Tra i contestatori si erano, infatti, distinte le studentesse, alcune delle quali, per protesta, si denudarono il petto di fronte al pensatore. Tale disvelamento non va sussunto da un argomentare erotico-sfrontato per cutem femininam, peraltro usuale. Quelle tette simboleggiavano, quasi in senso antico, corpi usati kinicamente ignudi, corpi a mo’ di argomenti, corpi come armi. Averle mostrate – indipendentemente dai motivi privati delle dimostranti – assunse una valenza antiteoretica. In un qualche modo confuso, costoro avevano voluto schierarsi a favore di una “prassi di cambiamento della società” o comunque per qualcosa di più che non lezioni e seminari filosofici. Adorno si ritrovò in una posizione tragica e, nondimeno, comprensibile: quella del Socrate idealista; le donne in quella del selvatico Diogene. Contro la teoria, la più ricca di discernimento, ecco dunque opporsi l’ostinato e (speriamo) intelligente uso dei corpi)».

sabato 23 gennaio 2016

Kubrick e la mistica della crudeltà

(Murat Palta)
Nel 1955 l’intellettuale trotzkista Isaac Deutscher stroncò Nineteen Eighty-Four di Orwell tacciandolo di “mysticism of cruelty”, definizione che diede il titolo a uno dei suoi saggi più noti; in esso il critico non soltanto contestava all’autore inglese di aver tratto eccessiva ispirazione dal romanzo Noi del russo Evgenij Zamjatin, ma anche di aver subordinato la propria arte alle frustrazioni di un liberale deluso: «La sua diffidenza verso le generalizzazioni storiche alla fine lo ha portato ad aggrapparsi alla più vieta e banale, alla più astratta e metafisica, alla più sterile delle generalizzazioni: tutti i complotti, i piani, le purghe, gli accordi diplomatici hanno origine da una sola ed unica fonte, una sadica fame di potere [sadistic power-hunger]. Ciò gli ha permesso di passare dall’ordinario e ragionevole senso comune alla mistica della crudeltà che ispira 1984».
Per Deutscher, l’approccio da “simple-minded anarchist” costringe Orwell a considerare qualsiasi realizzazione di un’idea politica nella storia come un tradimento della raison d’être in favore della raison d’état. Questo stato d’animo gli negò la possibilità, anche in quanto artista, di analizzare e comprendere il potere da un punto di vista razionale, fissando nella sua mente (e nella sua opera) un chiodo fisso: «The object of power is power» (i biografi confermano l’acuto stato di paranoia nel quale lo scrittore si trascinò fino agli ultimi giorni). D’altronde è noto che, nonostante 1984 sia stato fagocitato dalla propaganda anti-sovietica (una cosa sul quale Deutscher trova modo di ironizzare: «Poor Orwell, could he ever imagine that his own book would become so prominent an item in the programme of Hate Week?»), l’intento dell’autore fosse quello di mettere sotto accusa qualsiasi forma di potere e di ammonire gli uomini sui pericoli di totalitarismo insiti nelle democrazie occidentali (il “Ministero della Verità” è anche una caricatura del Ministry of Information creato dagli inglesi durante le due guerre mondiali).
La critica di Deutscher è chiaramente influenzata dalle sue opinioni politiche e, forse, anche da un certo risentimento personale (non del tutto ingiustificato, se pensiamo che nel 1949 Orwell lo inserì nella lista dei “simpatizzanti comunisti” stilata di sua iniziativa per il Foreign Office). Tuttavia resta per certi aspetti valida, anche solo considerando l’imbarazzante seguito che 1984 ha trovato fra i teorici del complotto, forse i più fedeli adepti della “mistica della crudeltà”. Da questo punto di vista trovo che molte perplessità espresse da Deutscher sarebbero utili anche per interpretare l’opera di Stanley Kubrick, che di tale “mistica” rappresenta il pendant anti-americano.

Partiamo dalle analogie più superficiali. In primo luogo entrambi gli artisti, a loro modo, si sentono dei liberali traditi. Se Orwell ha voluto quasi anatomizzare la sua disillusione, Kubrick invece ha mantenuto sempre un comprensibile riserbo sulle proprie opinioni politiche: c’è chi lo ha definito un social darwinist, chi un anarchico, chi come lo sceneggiatore Frederic Raphael gli ha addirittura attribuito simpatie naziste («Kubrick once remarked that “Hitler was right about almost everything” and insisted that any trace of Jewishness be expunged from the Eyes Wide Shut script»).
È indubbio che Orizzonti di gloria esprime una filosofia ben diversa rispetto ad Arancia Meccanica: se non possiamo dire che l’ingenuo russoviano si sia trasformato nel corso degli anni in un feroce seguace di Hobbes, possiamo tuttavia riconoscere una maggiore “ragion cinica” nella fase più matura del regista.
Il secondo punto che accomuna i due autori è il modo in cui le opere si sono ritorte contro i loro intendimenti. È vero che habent sua fata libelli, ma in questi casi la “rivalsa” ha superato le capacità dei lettori: è già stato accennato a come 1984 rischiò di diventare la locandina di una guerra nucleare. Invece una cosa che in pochi sanno è che lo stesso Kubrick pose il divieto di trasmettere Arancia Meccanica per via televisiva fino alla sua morte, preoccupato che il film potesse istigare la violenza che invece avrebbe dovuto denunciare.
Infine, un’affinità un po’ più sfumata è quella riguardante la denuncia della violenza del potere, che sia per Orwell che per Kubrick è universale e meta-storico, indipendentemente dalla sua manifestazione in forma di Eurasia (1984) o di Overlook Hotel (Shining). È una suggestione sottile che Deutscher lascia cadere quasi immediatamente, mentre invece il critico Giuseppe Rausa nella sua recensione a Full Metal Jacket porta fino in fondo. Il punto di partenza sono i cartelloni pubblicitari della prima sequenza vietnamita dell’opera: essi «alludono al colonialismo economico delle multinazionali americane, vero movente di ogni guerra di conquista intrapresa da questo stato/impresa, coacervo di differenti, nonché disomogenee e nemiche etnie». Il significato che si cela dietro alle scritte “33”, “Export”, “Photocopie” e “Las Vegas” è, secondo Rausa, che
«la repubblica americana, dominata dagli alti gradi della massoneria (i 33) esporta in fotocopia il suo sistema di vita (un ufficiale razzista, certo della propria superiorità, dirà, poco dopo, che tutti i vietnamiti vogliono diventare dei buoni americani), basato su un’etica edonistico-consumista (l’ossessione del denaro e del possesso di beni materiali; la vita come gioco/Las Vegas) e lo strumento per l’esportazione violenta di tale sistema sono i marines, una confraternita forte, efficiente e spietata come le SS (il numero 33 appare infatti due volte, ossia due possibili significazioni, e appare con dei caratteri che assomigliano a quelli runici, tipici del corpo scelto nazista; del resto le SS possedevano tratti simili al corpo dei marines: dal carattere iniziatico, perfino occultista in quel caso, alla crudeltà, alla spersonalizzazione dei partecipanti)».
Tuttavia il critico, esperto di simbologia kubrickiana, riconosce un significato più profondo della pellicola, che non racconta semplicemente un’aggressione imperialistica, ma una lotta tra due differenti forme di violenza politica (quasi a replicare lo scontro mimetico tra le superpotenze orwelliane):
«Nell’episodio conclusivo [della donna-cecchino] […] nel suo “bunker” si nota una bandiera del Vietnam del Nord: in essa il rosso, il blu e una stella ci raccontano la stretta parentela con quella USA. […] Il comunismo, versione estrema dell’ideale ugualitario delle logge, è in definitiva un parente stretto, seppur radicale, e perciò fortemente illiberale, del repubblicanesimo massonico nel quale invece almeno la libertà individuale è conservata (il vero potere politico risulta però altrettanto irraggiungibile in tali regimi di illusoria democrazia, regimi plutocratici, saldamente controllati da quelle oligarchie finanziarie, industriali e politiche cui allude coraggiosamente Kubrick in Shining e Eyes Wide Shut). Così gli Stati Uniti combattono contro regimi comunisti che costituiscono una sorta di degenerazione dei loro ideali, insomma dei “cattivi cugini”».
A questi appunti di Rausa bisogna affiancare la sua interpretazione di una delle più enigmatiche scene di Shining: «L’immagine simbolica del “servile” uomo-orso impegnato in un coito orale con uno dei potenti dell’Overlook [rappresenta] la Russia (la figura dell'orso, noto emblema russo) come segreta colonia degli USA».

Mi permetto di allargare un po’ la prospettiva per far capire meglio ciò che intendo dire: così come 1984 non doveva diventare un libello di propaganda anti-sovietica, ma un ammonimento universale contro le inside e i pericoli del potere, allo stesso modo tutto il cinema di Kubrick non doveva rappresentare solo un affresco del «potere totalizzante assunto dal mondo anglosassone e la stretta cerchia che lo gestisce», ma anch’esso una lettura meta-storica (e anche meta-politica) delle dinamiche di dominio.
Per dirla ancora più esplicitamente: nello stesso modo in cui Nineteen Eighty-Four è diventato per le masse una ricostruzione credibile della vita sotto l’Unione Sovietica, esiste l’eventualità che il cinema di Kubrick, una volta crollato l’establishment che governa gli Stati Uniti (o l’idea stessa di “America” come si è imposta negli ultimi trecento anni), affronti un destino simile. È questo, alla fine, il pericolo della “mistica della crudeltà”: caricare l’arte di troppi significati pur sapendo che essa li mescola e gestisce a suo piacimento (soprattutto il cinema, che è “Musa di se stesso”).

Non vorrei però passare per una prefica dell’imperialismo anglosassone: quello che mi disturba è la facilità con cui l’arte può influenzare la politica (e non viceversa!). Possiamo solamente intravvedere il momento in cui appariranno ovunque Livres noirs contro l’americanismo e la storia di un Paese verrà ricostruita in base a un gigantesco post hoc.
L’intera opera di Kubrick costituirebbe la colonna portante di tale operazione, emergendone come un continuum: il Dr. Strangelove diventerebbe rappresentante dei mille nazisti reclutati dai servizi segreti americani, come è documentato dal recentissimo volume (2014) di Eric Lichtblau, The Nazis Next Door (una politica portata avanti sia da Dulles che da Hoover, incuranti del passato criminale di personaggi come Aleksandras Lileikis, protetto dalla CIA fino all’ultimo); l’Hotel Overlook un monumento perpetuo a «un sistema storico-politico che si è costituito sulla profanazione e sulla distruzione globale di un'altra cultura, precedente e più debole», che ritornerebbe al nazismo come manifestazione di questo stesso Potere, in riferimento all’ispirazione che Hitler trasse dal sistema delle riserve indiane, da lui lodato come superba dimostrazione delle capacità della macchina di sterminio anglosassone (assieme ai campi di concentramento per i boeri del Sud Africa), così come le aveva conosciute leggendo le avventure del cowboy sterminatore Old Shatterhand inventato da Karl May; infine questo coacervo di élite sadiche, plotoni di esecuzione, libertini sanguinari e gerarchi nazisti si compendierebbe negli iniziati in maschera di Eyes Wide Shut, gli “incogniti superiori” che incitano i Jack Torrance, gli Alex e i Joker allo sterminio dei più deboli. Chissà se alla fine riusciremo persino a esclamare: Dunque era questa l’America!, illudendoci che Kubrick abbia parlato solamente di essa, e non di qualsiasi Potere, o dell’Impero a venire; e illudendoci anche che la storia non sia «a tale | Told by an idiot, full of sound and fury | Signifying nothing».

Christian State of Jerusalem and Cana

Che dire? Ringraziamo ancora YouTube...



venerdì 22 gennaio 2016

La Santa Atomica. Glossario mordiniano

Jean Duvet
Apocalypse
(1555)
Sul pensiero di Attilio Mordini (1923-1966), una delle “teologie politiche” più violente e affascinanti del dopoguerra, si è abbattuta per anni la benevola censura dei suoi seguaci (gli unici peraltro realmente interessati a un recupero della sua opera); ora tuttavia i tempi sembrano maturi per metterne in evidenza gli aspetti più controversi, che rivelano una tragica originalità nei confronti sia del cattolicesimo, sia di tutto quello che generalmente si intende come “tradizionalista”. Ho tentato di adempiere a questo compito raggruppando in un breve glossario le tematiche più ricorrenti nell’opera dello scrittore fiorentino.
[Tra i volumi più citati Il Tempio del Cristianesimo (nel testo abbreviato come TdC – corsivi e maiuscole nell’originale) del 1963, ristampato da Settecolori (1979, l’edizione di riferimento) e da Il Cerchio nel 2006; e la raccolta di articoli Il cattolico ghibellino (Settimo Sigillo, Roma, 1989).]

mercoledì 20 gennaio 2016

Il transumanesimo è un umanesimo


La prima volta che vidi 2001: Odissea nello spazio fui talmente entusiasta di aver afferrato completamente il senso del film, che non gli concessi mai una seconda visione. (Al contrario, è solo dopo anni che ho compreso che se sul Planet of the Apes non avevano costruito una Statua della Libertà con le fattezze da scimmia era perché… quello era il nostro pianeta!).

Ancora oggi sono restio a riguardarlo per non rovinare il mio piccolo trionfo. Sembra del resto che lo stesso Kubrick mi dia ragione, non solo perché ha consigliato «an instantaneous, visceral reaction that does not – and should not– require further amplification», ma anche perché le sue “convinzioni politiche e religiose” (come recita il titolo di una utilissima pagina di Wikipedia) confermano implicitamente la mia interpretazione del messaggio della pellicola, che è molto semplice: il transumanesimo è una forma di umanesimo, e l’oltreuomo è sempre un uomo.
Anche se non siamo in grado di capire se Kubrick fosse ateo o meno, sappiamo tuttavia che per il regista qualsiasi cosa dimostrasse l’esistenza di una vita dopo la morte fosse motivo di ottimismo (per questo affermò di considerare Shining una storia positiva…). Il finale di 2001, con la morte e rinascita di Bowman, è da questo punto di vista anch’esso positivo, poiché in tal caso la tecnologia sopperisce a quello che Kubrick, se fosse cattolico, considererebbe appannaggio di Dio (parliamo di risurrezione della carne, giusto?).

La tesi del regista è fin troppo chiara : «Le persone chiamano “dio” ciò che non capiscono nel mio film». Oppure lo chiamano “diavolo”, come fa Giuseppe Rausa: «Tra le molte possibili interpretazioni di 2001 c’è anche quella satanica: il nero monolito come segno del potere demoniaco; la storia umana determinata da poteri sconosciuti; l'individuo come marionetta destinata a evolversi nel fango e nel sangue, attraverso la guerra degli uomini contro gli uomini».
Nonostante Rausa (comunque un critico geniale) abbia integrato la sua interpretazione con “prove” derivanti da tutta la filmografia di Kubrick, mi sento in dovere di dissentire: sarà vero che alcuni satanisti americani indicano 2001 come il film che ha meglio raccontato «la storia umana come prodotto dell’intelligenza generata nell'uomo dalla scintilla di Dio-Satana», ma questo francamente è soltanto un loro problema (evidentemente non l’unico).

Lasciando da parte belzebù, quel monolito a me pare semplicemente il simbolo più efficace per rappresentare lo sbigottimento dell’essere umano di fronte ai “prodigi della tecnica”: il colore nero indica il mistero, invece la forma ne indica la misurabilità (cioè che esiste una possibilità di risolvere l’enigma). Il film può essere compreso senza chiamare in causa intelligenze aliene: la percezione di una presenza altra è forse soltanto un’illusione causata sia dal romanzo di Arthur C. Clarke che dalla smania ufologica di quegli anni. È lo stesso Kubrick a fornire una lettura assolutamente razionalistica della storia: «2001 mostra che quello che alcune persone chiamano “dio” è solamente un termine adeguato per nascondere la propria ignoranza. Quello che non capiscono, lo chiamano “dio”… Tutto ciò che sappiamo dell’universo rivela che non c’è nessun “dio”. […] Questo film rigetta la nozione dell’esistenza divina, come si fa a non capire?».

Una volta messo da parte “dio”, resta da risolvere il problema “uomo”: è questo intendimento che trasforma 2001 in una rappresentazione plastica del famoso motto di Voltaire: Si Dieu n’existait pas, il faudrait l’inventer. Trasferire l’onnipotenza divina a intelligenze aliene o alla stessa umanità futura per Kubrick conta poco: la cosa importante è che l’umanità sopravviva a se stessa, anche in forma di «macchine immortali […] emerse dalla crisalide della materia e trasformate in esseri di pura energia e spirito» (da un’intervista a “Playboy”). I “superiori incogniti” sono soltanto quelli che possiedono le intelligenze o i mezzi più potenti, ma sono comunque di questo mondo: anche l’onnipotenza di HAL 9000 non è che un simulacro di onnipotenza su cui l’uomo riesce sempre a prevalere.
Qualche rilievo in più meriterebbe forse il “delizio ambientino” della sequenza finale in cui Bowman alla fine rinasce: è una cosmic hotel suite settecentesca, precisamente di stile neoclassico, «lo stile dell’immortalità, lo stile del monumento che dice di essere monumento» (cit.).
È proprio questo forse il dettaglio più disturbante dell’intera scena: una volta che l’uomo supera il “transumanesimo” (sconfiggendo la macchina, che si è rivelata un supporto inaffidabile), ecco che va a rifugiarsi in un umanesimo di maniera. Per affrontare l’immortalità come surrogato dell’eternità ci vorrebbero ambienti più accoglienti; magari qualcosa di assomigliante allo studiolo di Francesco I a Palazzo Vecchio o ai dipinti di Franco Magnani descritti da Oliver Sacks (Un antropologo su Marte), nei quali il pittore proietta il suo paesello d’infanzia, Pontito, «nell’eternità per lo spazio infinito».



Solo in quel caso una pseudo-eternità di morti (solo quelle grandi, ovviamente) e di rinascite sarebbe accettaibile (anche se per chi vive in condominio pure il bilocale settecentesco va più che bene).

lunedì 18 gennaio 2016

Obama (2008-2016)

«[Obama] è uno di noi. Il leader di un grande movimento politico e civile che è il pensiero democratico»
(Walter Veltroni, Sì, Barack è uno dei nostri, “Repubblica”, 6 novembre 2008) 
«La vittoria di Obama è la sconfitta della cultura del nostro premier [S.B.] che appartiene a un’altra epoca e finirà con la presidenza Bush»
(Massimo D’Alema, “Repubblica”, 6 novembre 2008) 
«La netta vittoria di Obama è una splendida notizia che sigla la fine di un lungo e cupo ciclo politico negli Usa, nel mondo e anche qui in Italia. Ora sono finiti davvero sia il liberismo economico sia il reaganismo»
(Franco Giordano, “Repubblica”, 6 novembre 2008) 
«I miei leader oggi sono tre: il presidente brasiliano Lula, quello boliviano Morales e Barack Obama»
(Piero Sansonetti, “Il Foglio”, 8 novembre 2008) 
«[Obama] si definisce post partisan. Oltre le parti, oltre la destra, oltre la sinistra. Non basato sul passato, proiettato verso il futuro. Ed è giusto così. Non si può entrare nel XXI secolo con le categorie del XX secolo»
(Giulio Tremonti, Un uomo che supera destra e sinistra, “Corriere”, 9 novembre 2008) 
«Con la vittoria di Barack Obama, nei rapporti tra Usa e Italia non cambia nulla. Abbiamo lavorato benissimo con Clinton, benissimo con Bush, lavoreremo benissimo con Obama»
(Silvio Berlusconi, intervista a Giornale Radio Rai, 6 novembre 2008) 
«La vittoria di Obama apre una nuova era per il dialogo nelle relazioni internazionali e darà un nuovo impulso al multilateralismo economico e politico»
(Luis Rodriguez Zapatero, 6 novembre 2008)
«Obama came and said we will not fight Muslims and Islam. He is a sympathetic man, and says the United States will not fight Islam because Islam is a heavenly religion […] Obama wants to solve the issue (of the Palestinian-Israeli conflict) and wants to do something, but we must help him on how to solve it, and the Israelis must help him»
(Hosni Mubarak, 11 giugno 2009)
Obama, sinceramente, non l’ho mai capito. O, per meglio dire, comprendo perfettamente che un presidente americano non possa decidere sulla propria politica senza obbedire ai mandati di un numero abnorme di piccole e grandi oligarchie, ma la scaltrezza sta nel mascherare la volontà altrui come espressione della propria. Al contrario il “Presidente Nero” ha preferito dare al mondo l’idea di trovarsi totalmente in balia degli eventi, sempre indeciso sul da farsi, perennemente in contraddizione sia con i propri ideali che con quelli del popolo americano.

Lo storico Akira Iriye, nell’ennesima Storia del mondo prodotta in ambito anglofono (tradotta da Einaudi a cominciare dall’ultimo volume), ha sostenuto che, allo stato dell’arte, «nessuno incarna meglio di Barack Obama le tendenze nonché le speranze transnazionali dell'umanità». 
A dir la verità anche come anticristo soloveviano Obama ha fatto sempre un po’ pena: gli italiani se ne sono accorti quando quello presentato dai mass media come una sorta di “re filosofo” aggirandosi per il Colosseo ha esclamato come un coatto qualsiasi: «Perbacco, è più grande di uno stadio di baseball!». 
Dal punto di vista culturale, infatti, Obama non esiste: a parte un’infarinatura da educando radical, non è pervenuto altro. A inizio del primo mandato, alcuni giornali italiani tentarono di farne l’ultimo rappresentante del gioachimismo, affibbiandogli giudizi entusiastici sulla teologia dell’Abate da Fiore (vedi l’“Adnkronos”). In realtà si trattava di una bufala (all’epoca il blog americano “Modern Medieval” già irrideva all’entusiasmo degli italiani per la “citazione gioachimita”, pervenuta ai quotidiani attraverso fonti non verificate: «Seems more about Joachim than Obama though…»).
In realtà le cose sono andate in maniera molto più prosaica: come mi confermò nel marzo del 2009 un rappresentante del Centro Internazionale di Studi Gioachimiti (l’onorevole Franco Laratta), uno dei loro collaboratori aveva fatto pervenire allo staff del presidente un dvd di un documentario dedicato a Gioacchino:
«Non siamo riusciti a sapere esattamente quando e dove Obama ha citato Gioacchino da Fiore. La cosa certa, che hanno riportato alcune agenzie americane e alcuni studiosi, è che Obama ha effettivamente citato l’Abate nel corso di un suo intervento, nel corso del quale parlava di un tempo nuovo, dell’età dello spirito. Idee che appartengono al pensiero gioachimita. Il Presidente americano ha  citato Gioacchino anche perché al suo staff è giunto il dvd di un documentario dedicato all’Abate. A farglielo avere un giovane medico di  San Giovanni in Fiore che lavora e vive a Bologna e che era da sempre  in contatto con alcuni componenti dello staff dell’allora senatore  Obama».
Che Obama ne abbia poi tratto ispirazione per la sua politica, è tutto da dimostrare. O forse siamo davvero entrati nella famigerata “Età dello Spirito” senza accorgercene? Volendo ingigantire l’importanza dell’innocuo messianismo obamiano, dovremmo rispondere (per citare uno dei prodotti più pregevoli dell’industria culturale americana): Short answer, “yes” with an “if”. Long answer, “no” with a “but”.

In primo luogo perché la favola della guerra pulita, a “buon mercato”, da combattere pilotando droni a migliaia di chilometri di distanza, non solo ha innescato nuove stragi in Medio Oriente e in Africa, ma ha anche permesso la riabilitazione (persino in chiave “romantica”) del concetto di guerra giusta (con l’unica ricaduta positiva della sparizione dei pacifisti dalle strade delle capitali europee, soprattutto in Italia, dove i gruppi che campano di anti-americanismo, sono letteralmente scomparsi, e non crediamo per aver trovato un impiego migliore).

In secondo luogo, perché l’ideologia “arcobaleno” con cui il Presidente ha provato a smorzare l’inossidabile machismo yankee si è rivelata un bluff colossale: Obama si è impossessato della “questione omosessuale” in maniera assolutamente strumentale, si potrebbe dire (absit iniuria verbis) da vero paraculo, dato che al primo mandato aveva esordito dicendo che la famiglia è solo quella tra uomo e donna, ma dopo un generoso interessamento dei lobbisti si è reso disponibile a rivedere le proprie posizioni.
In tal modo è riuscito a trasformare un problema di politica interna nell’ideologia fondante di una nuova forma di imperialismo, riportando in auge il vocabolario della Guerra Fredda in versione gay friendly. Ricordiamo tutti con grande imbarazzo le sceneggiate per le Olimpiadi di Sochi, in cui sembrava che l’unico attrito con la Russia riguardasse le abitudini sessuali degli atleti: poi Putin si è preso la Crimea e i mass media sono stati costretti almeno per un istante a parlare di cose serie (una guerra civile ai confini dell’Europa, per dire).

Insomma, questa “Età dello Spirito” gratta gratta è sempre la solita merda. Certo, la “dissoluzione” in salsa obamiana ha avuto ricadute positive, come gli accordi con Cuba e Iran, ma anche il tal caso c’è sempre stato un prologo da “Età del Padre” (anzi del patrigno), come dimostrano i tentativi americani di fomentare rivoluzioni colorate in entrambi i Paesi che è durata, almeno per quanto riguarda Cuba, fino al 2014 (una storia che tutti hanno voluto dimenticare: agenti sudamericani inviati sull’isola nelle vesti di assistenti sanitari che usavano la copertura di seminari sulla prevenzione dell’Aids per elargire lezioni di guerriglia urbana ai giovani cubani; cfr. US sent Latin youth undercover in anti-Cuba ploy, “Salon”, 4 agosto 2014).

Sappiamo quanto sia difficile per un americano resistere alla tentazione di mettere in ginocchio l’avversario per negoziare meglio gli accordi. In ogni caso questa è, nel bene e nel male, una delle poche cose per cui verrà ricordato il Nobel per la Pace (non essendo pervenuti successi in politica interna); tuttavia, anche qualora il mondo si trasformasse in una repubblica universale, i libri di storia difficilmente potranno parlare di Obama come “primo presidente transnazionalista”, poiché gli unici momenti in cui non ha agito come un americano sono stati quelli in cui l’incapacità di comandare ha prevalso sulle responsabilità che egli stesso si era assunto.
Sarebbe facile mascherarne gli insuccessi chiamando in causa la “dimensione umana” del Presidente: ma quale ritratto mediocre dell’umanità ne verrebbe fuori! Sarebbero parimenti da evitare tutti i tentativi già in atto di collegare l’evo obamiano al pontificato attuale: i due non si sono nemmeno incontrati a metà strada, come dimostra l’esito deludente del viaggio di Papa Francesco negli Stati Uniti (Obama ha respinto l’appello ad abolire alla pena di morte, per certi versi chiudendo il suo cursus honorum così come aveva cominciato, ovvero con il plauso all’esecuzione di Saddam Hussein ai tempi in cui era ancora un promettente senatore democratico).
Dunque, stiamo a posto così: grazie Barack per averci fatto capire che l’“Età dello Spirito” in ogni caso non sarà a stelle e strisce.
Un saluto!

sabato 16 gennaio 2016

Homeland in Eurabia

Ci sono volute ben cinque stagioni per far diventare Homeland un prodotto decente: nato nel 2011 su ispirazione di una serie tv israeliana (Hatufim), per riuscire a fargli acquistare un minimo di credibilità gli ideatori hanno dovuto, tra le altre cose, far morire il deuteragonista, cambiare incessantemente location e infine approfittare spregiudicatamente del ritorno della “questione islamica” sulla scena internazionale.
L’ambientazione europea ha permesso non solo di riportare la serie a un habitat più consono a quello da cui è scaturita (che non contempla la possibilità di convertire le minoranze arabe a una “religione civile” come negli Stati Uniti), ma anche di inserirla in uno dei filoni più interessanti del cinema americano degli ultimi decenni, l’euroxplotation, un sottogenere dell’action thriller che ha come sfondo un Vecchio Continente rappresentato come terra della decezione (sia consentito usare l’espressione almeno come latinismo). I produttori avrebbero dovuto intuire prima che una serie del genere deve essere realizzata alla giusta distanza (né troppo vicino né troppo lontano) dallo spettatore americano, affinché in esso l’inquietudine non prevalga sull’indifferenza (o viceversa); in fondo sarebbe bastato dare un’occhiata al mappamondo per rendersi conto che a metà strada tra Stati Uniti e Medio Oriente c’è ancora la cara vecchia Europa.
Il fatto che la serie sia andata in onda quasi in contemporanea con gli attacchi di Parigi deve essere tuttavia considerato solo un “colpo di fortuna” (se così si può chiamare…), commemorato da un apposito avviso apparso prima della puntata post-attentati:


L’Europa dà sempre tante soddisfazioni: quanta differenza con Israele o i Paesi arabi, costantemente pronti a rivendicare una qualche superiorità morale anche in forma di vittimismo (l’olocausto e l’antisemitismo montante vs. il colonialismo occidentale e l’islamofobia dialgante...). Le vittime europee invece stanno mute, e se parlano lo fanno solo per incolpare se stesse, testimoniando in tal modo la loro implicita connivenza con la decezione, sia per l’incapacità di reagire contro i terroristi, sia per il “peccato originale” della Shoah, che è altresì un touchy subject dell’euroxplotation (lo spazio da Lisbona a Vladivostok è da sempre il luogo eletto per pellicole a tema genocidario).
È questo in fondo l’unico “sublime kantiano” di cui uno spettatore americano può godere: stragi di civili, omicidi misteriosi, carneficine insensate – basta che accada in Europa.

La quinta stagione non ha, in effetti, che flebili legami con le precedenti: da ultimo è scomparso ogni riferimento al “tenente Brody” e alle sue beghe politiche e familiari che hanno dilatato la trama in maniera insopportabilmente prevedibile. È rimasta, ovviamente, l’eroina Carrie Mathison ma il suo personaggio ha finalmente smesso di fare quelle orribili smorfie che hanno reso Claire Danes uno zimbello. Inoltre sono diminuite drasticamente le scene di sesso, che invece sin dalle prime puntate si erano imposte sulla trama come “passaggio obbligato” per motivi che ancora sfuggono (l’offerta di pornografia è talmente ampia che non ha senso integrarla ad usum Delphini per il grande pubblico).
Particolarmente apprezzabile in queste dodici puntate è la vivida rappresentazione della fauna berlinese, costituita da terroristi siriani, hacker turchi, spie russe, ambasciatori israeliani, attiviste americane, tassisti iracheni e, soprattutto, biondine teutoniche (tra le quali l’impareggiabile Nina Hoss).
Infine, è da notare un curioso utilizzo della simbologia cristiana, che si riflette negli atteggiamenti della protagonista, come espressione della sua nuova natura: ora cooperatrice di una fondazione umanitaria, Carrie non disdegna di recarsi in chiesa e pare addirittura in grado di provare reale empatia per gli altri: per esempio, quando si commuove per la sorte del collega Quinn al di là di ogni codice deontologico. Il contesto sembra contagiare anche gli appartenenti alle altre religioni, come dimostrano la lealtà del console israeliano nei confronti di Saul Berenson e  i numerosi atti di misericordia dell’improvvisato terrorista Qasim, che alla fine (spoiler alert) riuscirà persino a sventare l’attentato alla stazione a costo della sua vita. Forse la “debolezza” di Europa-Venere ha anche dei lati positivi?

Albione sagace


Un lettore del “Corriere” lamenta a Sergio Romano di aver sentito sul treno un vecchietto esclamare “Dio stramaledica gli Inglesi!” e chiede consigli su come controbattere in futuro a questi “sbottatori”. Lo storico ed ex-diplomatico gli ricorda la “simpatia” (sic) con cui l’Inghilterra «aveva assistito ai moti risorgimentali e alle guerre d’indipendenza» e il modo in cui «lo sbarco di Garibaldi in Sicilia, nel maggio del 1860, [venne] facilitato dalla benevola presenza di due navi britanniche nel porto di Marsala»; infine, dopo qualche altra storiella di circostanza, invita il lettore a utilizzare gli argomenti forniti per «dare una risposta all’anglofobia del suo compagno di viaggio» (S. Romano, L’anglofobia in Italia. Una perdita di memoria, “Corriere”, 12 gennaio 2016).

A meno che Sergio Romano non covi l’intenzione di scatenare risse sui treni, allora la sua risposta risulta decisamente ambigua: sembra quasi che egli voglia “trollare” (absit iniuria verbis) il suo interlocutore.

Il simpatico e benevolo appoggio britannico all’unificazione è infatti una delle pagine più imbarazzanti della nostra storia e sostenere che sia stato dimenticato per colpa della propaganda fascista non ha senso.
È noto infatti che il tema è entrato nella ricerca storiografica ufficiale solamente “di straforo”, dopo esser stato appannaggio per lunghissimo tempo di oscuri studi neoborbonici, papisti o cattolico-legittimisti; è per questo che il recente saggio di Eugenio Di Rienzo, Il Regno delle Due Sicilie e le Potenze europee (Rubbettino, 2012) è stato recepito come una novità assoluta nell’ambito della disciplina. Lo storico ha infatti reso “accettabile” dal punto di vista accademico l’idea che la maggior parte delle insurrezioni nel Regno delle Due Sicilie (diventato una sorta di “Giappone mediterraneo” nel giro di pochi decenni dalla sua creazione) furono eterodirette dagli inglesi, allo scopo non tanto di unificare l’Italia, quanto di renderla ingovernabile (da qui l’appoggio al famigerato Liborio Romano, che gestì la repressione camorristica dei legittimisti napoletani).

Che Sergio Romano ricordi certe vicende in tono scanzonato è effettivamente imbarazzante: a questo punto perché non aggiungere che la simpatica e benevolente ingerenza britannica negli affari italiani è continuata fino a nostri giorni, come hanno ben illustrato da Fasanella e Cereghino ne Il golpe inglese (2011)? In fondo sappiamo che Londra per alcuni italiani è un piezz’ ’e core: valga come esempio più fresco, l’exploit di Mario Sechi, ultimo rappresentante dell’anglofilia tricolore:
«[Londra] è la metafora di tutto quello che non può essere Roma: una città ordinata, una società aperta, l’incrocio dei capitali e del sapere da tutto il mondo, un’industria culturale e non una mafietta pseudoletteraria. Vado e vengo da là e trovo tutto questo molto bello. L’ultima volta che sono sbarcato a Fiumicino la prima parola che mi è venuta in mente è stata “Africa”» (L’affumato di Londra, “Il Foglio”, 30 Maggio 2013).
È l’Anglophile network nostrano che proprio nella Seconda guerra mondiale ha fatto sfaceli (la sua Woodstock ante litteram fu l’assassinio di Gentile) e che ancora oggi non perde un colpo (per rendersene conto, si consideri soltanto la smisurata attenzione dei media italiani per le imprese della famiglia reale inglese, che non ha pari neppure nei Paesi del Commonwealth).
Il consiglio di
Romano (Sergio) non è poi così sbagliato: gli italiani non dovrebbero mai dimenticare quello che gli inglesi hanno fatto loro.

venerdì 15 gennaio 2016

Questioni emergenti nell'ambito della catalogazione e della conservazione di tutto l’esistente


La tendenza della nostra epoca è quella di catalogare tutto ciò che esiste per conservarlo in eterno.
Lo Svalbard Global Seed Vault e Jurassic Park di Spielberg, Facebook e La Société du Spectacle di Debord, rispondono tutti alla necessità di ribaltare l’anatema faustiano («Alles, was entsteht, Ist wert, daß es zugrunde geht» [“Tutto ciò che esiste merita di essere distrutto”]) per affermare la sclerotizzazione del vissuto, la temporalità artefatta dell’eterno presente, «la falsa coscienza del tempo come paralisi della storia e della memoria» (così lo “spettacolo” secondo Debord).
Anche la Laudato si’ di Papa Francesco risente di questo clima intellettuale, tanto che l’ansia di catalogazione emerge immediatamente dai primi capitoli:
«Ogni anno scompaiono migliaia di specie vegetali e animali che non potremo più conoscere, che i nostri figli non potranno vedere, perse per sempre. La stragrande maggioranza si estingue per ragioni che hanno a che fare con qualche attività umana. Per causa nostra, migliaia di specie non daranno gloria a Dio con la loro esistenza né potranno comunicarci il proprio messaggio. Non ne abbiamo il diritto» (n. 33);

«Probabilmente ci turba venire a conoscenza dell’estinzione di un mammifero o di un volatile, per la loro maggiore visibilità. Ma per il buon funzionamento degli ecosistemi sono necessari anche i funghi, le alghe, i vermi, i piccoli insetti, i rettili e l’innumerevole varietà di microorganismi» (n. 34);

«Ogni territorio […] dovrebbe fare un accurato inventario delle specie che ospita, in vista di sviluppare programmi e strategie di protezione, curando con particolare attenzione le specie in via di estinzione» (n. 42).
Da un punto di vista complessivo, è abbastanza scontato osservare che con la formula “casa comune” il Papa intende ribadire in altri termini le meditazioni cattoliche sul concetto di “creato” che negli ultimi decenni hanno permesso di sviluppare una sorta di “ecologismo religioso” capace di conciliarsi con la teologia e l’antropologia tradizionale. Tale corrente è riuscita indirettamente a influenzare non solo il pensiero ma anche lo stesso gergo degli ambientalisti: non è forse vero che gli appelli a “difendere la natura” e a “salvare il pianeta” hanno come messaggio implicito che “nature” e “pianeti” non potrebbero esistere senza un soggetto in grado di contemplarle? La “Madre Terra” in fondo può sopravvivere anche fiaccata dall’inquinamento, e il paradosso della filosofia green sta tutto in questo: se l’uomo fa parte della natura, allora anche i suoi atteggiamenti sono altrettanto naturali; e se non ne fa parte, perché dovrebbe preoccuparsi di salvaguardare un habitat a lui non adatto? Per risolvere l’aporia, gli ideologi hanno deciso di adottare una sorta di antropocentrismo inconscio, proclamando di volta in volta la creatura umana come parte del problema o della soluzione. Quasi per provocazione Francesco rivolge il Silete theologi proprio contro i propugnatori di dottrine anti- o post-umane, ribadendo l’apertura alla trascendenza della concezione cristiana della natura. Tuttavia egli stesso, nel tentare di proporre una sintesi tra le tendenze più disparate, rischia a volte di assumere la stessa mentalità dei suoi bersagli polemici. Non è un caso che dopo aver ribadito l’invito a una conversione ecologica (nn. 5, 217-220) anche in termini decisamente “rustici” («Se una persona […] abitualmente si copre un po’ invece di accendere il riscaldamento, ciò suppone che abbia acquisito convinzioni e modi di sentire favorevoli alla cura dell’ambiente» [n. 211]), il Pontefice concluda rievocando il nostro comune cammino «verso il sabato dell’eternità, verso la nuova Gerusalemme, verso la casa comune del cielo», ricordando ai fedeli come «la vita eterna sarà una meraviglia condivisa, dove ogni creatura, luminosamente trasformata, occuperà il suo posto e avrà qualcosa da offrire ai poveri definitivamente liberati» (n. 243).
Se al di sopra di tutti i grandi e piccoli sacrifici quotidiani a cui la Laudato si’ esorta non ci fosse una escatologia, allora si correrebbe il rischio, più volte paventato dallo stesso Pontefice, di trasformare la Chiesa in una ONG: è per questo che alla fine il registro religioso prevale sull’eterogeneità delle argomentazioni e dello stile; ma se ciò riesce ad acquietare (almeno temporaneamente) i cattolici, resta però da vedere quanto gli “uomini di buona volontà” (a cui Francesco si rivolge seguendo le orme della Pacem in terris di Giovanni XXIII) siano in grado di recepire del messaggio.
Dal momento che il Papa si occupa, anche a livello retorico, più dell’aldiquà che dell’aldilà, sia consentito allora sintetizzare le questioni che nella Laudato si’ non trovano risposta in una domanda provocatoria: È più “cattolico” salvare il panda o lasciarlo estinguere?
Non si tratta, in realtà, di una semplice provocazione, poiché dare una risposta la più chiara possibile vorrebbe dire anche esprimere la propria opinione sulla contraddizione che innerva tutta l’enciclica, che è appunto quella tra la concezione dell’aldiquà come sistema aperto alla trascendenza e quella invece che lo considera uno spazio limitato, un hortus conclusus dove l’ingresso alla Provvidenza è impedito. Insomma, il cattolicesimo può permettersi di essere “entropico”? Papa Francesco, per scansare i numerosi paradossi che minacciano l’integrità del suo messaggio, si serve spesso di espedienti “oratori” (a volte superando persino i limiti consentiti dal protocollo di un documento ufficiale, come quando sottolinea che «nessuno vuole tornare all’epoca delle caverne» [n. 114]) e, seppur evidenziando continuamente i “limiti dell’antropocentrismo”, finisce poi per riproporlo nelle forme della tradizionale antropologia cristiana: «L’essere umano, benché supponga anche processi evolutivi, comporta una novità non pienamente spiegabile dall’evoluzione di altri sistemi aperti. […] Una singolarità che trascende l’ambito fisico e biologico» (n. 81).
Da qui ne consegue che il cattolico deve prendersi la responsabilità di salvare il panda, ovvero fuor di metafora di provvedere a conservare tutto ciò che Dio gli ha donato. È una strana riformulazione in senso cattolico del Leitmotiv del nostro tempo (“Tutto ciò che esiste merita di essere conservato”) quella che Papa Francesco esprime quando con prosa veemente sottolinea la tragicità sia «[del]la perdita di alcune specie o di gruppi animali o vegetali» (n. 35) che concorrono alla biodiversità (con particolare attenzione per le barriere coralline, che «ospitano approssimativamente un milione di specie, compresi pesci, granchi, molluschi, spugne, alghe», [n. 41]) sia quando stigmatizza ogni minaccia possibile al «patrimonio storico, artistico e culturale» (n. 143) che contribuisce anch’esso a formare il “libro della natura” assieme a «l’ambiente, la vita, la sessualità, la famiglia, le relazioni sociali, e altri aspetti» (n. 6). La Laudato si’ torna incessantemente sulla necessità di salvare tutte le cose prima di “farle nuove”: «La scomparsa di una cultura può essere grave come o più della scomparsa di una specie animale o vegetale» (n. 145).
Lo scopo finale di tutto questo sarebbe un “grande balzo avanti” (chiaramente il Papa non utilizza questa formula) «verso la meta comune, che è Dio, in una pienezza trascendente dove Cristo risorto abbraccia e illumina tutto» (n. 83). Se questo è il compito imposto all’uomo, è veramente difficile credere che egli non vorrà portarlo a termine sfruttando fino all’estremo le possibilità offerte dalla tecnica. Francesco affronta il problema da varie prospettive: parlando del consumo energetico, per esempio, egli rileva il bisogno di «adottare un modello circolare di produzione» (n. 22) e «sviluppare tecnologie adeguate di accumulazione» (n. 26), ma è sottinteso che per fare questo è necessario altresì emancipare la tecnica dal «paradigma tecnocratico imperante» (n. 112). Nonostante la vaghezza degli esempi proposti dal Papa (che si entusiasma per le «comunità di piccoli produttori» e il loro «modello di convivialità non consumistico») non è indebito dedurre che egli stia indicando una vera e propria cattolicizzazione della tecnica, che in tal modo non verrebbe più identificata come “tecnica” tout court e perderebbe il carattere di “neutralità” (vera o fittizia) che l’ha resa fino ad ora il “centro di riferimento epocale” (per usare l’espressione di Carl Schmitt). Da questo punto di vista, il “dominio impressionante” della tecnica (n. 104) che, lo ricordiamo, per Francesco non è neutrale, una volta tuttavia ordinato al bene, si auto-annullerebbe facendo emergere «l’interpretazione corretta del concetto dell’essere umano come signore dell’universo», che è «quella di intenderlo come amministratore responsabile» (n. 116).
Tale amministratore responsabile non dovrà limitarsi a «ricondurre tutte le creature al loro Creatore» (n. 83) tramite «una mera accumulazione di dati che finisce per saturare e confondere, in una specie di inquinamento mentale» (n. 47), ma dovrà in un certo senso “trasfigurarsi” nella sua stessa funzione: non stiamo qui parlando di una apocatastasi…?
Se così non fosse, dovremmo allora rassegnarci all’idea che la tecnica segua un artefatto “percorso obbligato” (magari dettato da culti antichi e nuovi che, a differenza del pensiero ebraico-cristiano, non intendono «demitizza[re] la natura» [n. 78]), e accettare che si avverino gli scenari da incubo rappresentati nei film di fantascienza (nei quali, di norma, una élite detiene ciò che Papa Francesco identifica già da oggi come «dominio impressionante sull’insieme del genere umano e del mondo intero» [n. 104]).
Prima o poi queste cose si realizzeranno, indipendentemente dalla volontà umana: anche qualora l’insieme di società che definiamo occidentali decidessero di “de-neutralizzare” la tecnica utilizzandola allo scopo di distruggere se stessa, ci saranno altre potenze che invece la sfrutteranno incuranti di qualsiasi “bioetica”. Volendo anche immaginare uno sviluppo positivo degli eventi, non si può dimenticare che il famigerato “principio antropico” (accettato anche dal pensiero cattolico) nella sua forma “finale” (così come è espressa da Barrow e Tipler) attesta che «Intelligent information-processing must come into existence in the universe, and, once it comes into existence, it will never die out» (“Sistemi intelligenti che elaborano informazione devono apparire nell’universo e, una volta che lo abbiano fatto, non moriranno più”). I tempi decisamente non sono ancora maturi per fare della Laudato si’ il manifesto di un transumanesimo cattolico, tuttavia è difficile credere che le generazioni a venire resisteranno alla tentazione, per parafrasare René Girard, di “portare Francesco all’estremo”, almeno affinché il gemito della creazione non rimanga in eterno il sospiro della specie.

giovedì 14 gennaio 2016

Manuale di pretura creativa

Come si fa a recensire negativamente i libri che ti vengono regalati a Natale? Forse è proprio su questo effetto che contano gli autori, quando ti sfornano qualcosa a ridosso delle festività. Ovviamente non voglio sostenere che se non mi fosse stato donato da amici, mi sarei permesso di parlar male di un libro di Gianrico Carofiglio, dal momento che De morosis nihil nisi bonum. Infatti ne posso dire soltanto bene, non sia mai...

Prima di tutto riconosco che Con parole precise (Laterza, 2015) non vuol essere il solito “manuale di scrittura creativa”, e me ne compiaccio. L’esperienza in magistratura ha permesso allo scrittore di portare esempi i più pratici possibili, estrapolati da prose avvocatizie, verbali, sentenze, circolari e note burocratiche. Questo avvicina il saggio più alla sceneggiatura di una classica commedia all’italiana che a un “breviario di scrittura civile” (come annuncia il sottotitolo) – a meno di non voler intendere quel civile proprio in senso giudiziario.

Tuttavia è necessario rilevare che dietro agli ammaestramenti stilistici non viene mai a mancare un impulso etico: Carofiglio condanna l’utilizzo del “difficilese” in quanto «lingua inutilmente oscura» adoperata da direttori di dipartimento, burocrati, politici e giuristi per «[difendere] il loro privilegio, la loro posizione altolocata» (p. 52).
Se nel farlo l’Autore esagera forse nel ridicolizzare “pseudo-tecnicismi” e “virtuosismi”, è perché sulla scorta dell’immancabile De Mauro, riconosce in Totò uno dei più grandi innovatori del lessico nazionale: i suoi “scherzi verbali” hanno «contribuito ad ammodernare l’italiano rendendo inutilizzabili, nella lingua di tutti i giorni, espressioni come è d’uopo e all’uopo». Il problema, per Carofiglio, è che tale castigat ridendo si è fermato solamente al linguaggio colloquiale, senza lambire l’italiano giuridico nel quale «cinquant’anni dopo quelle espressioni sono tutt’altro che rare» (p. 112).

Tutto sommato è coraggioso, da parte dello scrittore-magistrato, mettere alla berlina soprattutto i “potenti”, trascurando invece bersagli molto più facili come presentatori televisivi, giornalisti e blogger. Anche le citazioni sono di un livello superiore rispetto alla manualistica corrente: alla fine del libello compaiono addirittura una ventina di pagine di note ai capitoli che analizzano puntigliosamente le fonti utilizzate (una sorpresa inaspettata).

In generale è quindi un volumetto apprezzabile, anche se lo scopo che si prefigge (la semplificazione del gergo burocratico) lo rende una lettura più utile ad aspiranti politici, magistrati o addirittura questurini che non scrittori (il che a pensarci bene non è affatto negativo, considerando il numero esorbitante di aspiranti scrittori che sprecano la loro vita a commentare gli scritti altrui).

Lo scaffale Adelphi



D’ora in avanti dalle mie parti non sarà più consentito di accostare indecorosamente due o più volumi Adelphi sullo stesso scaffale, con le eccezioni dell’Austria-Ungheria (su questo m’hanno fregato, non c’è che dire) e delle opere dello stesso Calasso: in effetti dove collocarle al di fuori di Adelphi? Scaffale “esoterismo”, scaffale “massoneria” oppure “new age”? (Quello di filosofia o, peggio, di filosofia italiana, proprio no, a meno di non creare un sottoinsieme “pitagorico”). Non vorrei si rendesse necessaria dedicare un reparto speciale alla “sfiga”, un loculo appartato ove far confluire, oltre al buon Calasso, Bolaño, Ceronetti, Manganelli, Sgalambro… Anche se così si rischia di far rinascere lo scaffale senza accorgersene (il serpente di libri cambia pelle per sopravvivere).

Il resto invece è agevolmente deportabile: gli ebrei con gli ebrei (da Bloy a Hillesum, da Buber a Scholem ecc…), i russi con i russi, Heidegger-Nietzsche/Colli-Severino etc. tutti a coppie, ma… Adolf Loos, per esempio? Anche lui Austria-Ungheria (già monopolio adelphico) o “Architettura”? E Kundera, smerciato come nativo della Boemia? Situazione kafkiana? Ma, precisamente, questo Kafkian chi è? Sarà uno stravolgimento epocale!

Per le Memorie di una maîtresse americana ho già dovuto “decostruire” lo scaffale Femminismo dando a intendere, in maniera non troppo implicita, la mia opinione su tale corrente culturale. Del resto anche una biblioteca serve per comunicare: io lo scaffale Adelphi ce l’avevo per impressionare le femmine, mica per altro (sono gli unici libri di uguale altezza che puoi tenere vicini senza sembrare un povero, come si diceva nel 2002). Alla fine però l’unica curiosità che stimolava in loro era sempre la stessa: «Ma li hai letti tutti?». Le risposte, anche interessate, non funzionavano mai; per esempio:
a) «No, perché spesso li do in prestito o li regalo, dato che mi piace condividere tutto di me stesso, non soltanto i libri»;
«b) Sì, ma ultimamente ho sviluppato nuovi interessi paralleli alla lettura».

Nonostante tutto il battage pubblicitario per far diventare gli Adelphi “i libri dello spegnimento delle luci” (soprattutto a livello cinematografico), alla fine per esperienza ho capito che non si possono “spegnere le luci” in presenza di uno scaffale calassiano se non si è come minimo in quindici e non si aderisce collettivamente a una setta, una congrega, o almeno a un sistema condiviso di superstizioni e gesti apotropaici. Vogliamo ridurre il sabbatianesimo a una borghesissima “cuccata”? Allora tanto vale recuperare il caro vecchio “Metodo Tarkovskij” (cioè quello utilizzato dal protagonista di Sacrificio per portarsi a letto la strega); non funziona mai, ma è meno claustrofobico.

Dopo lo sfollamento ho provveduto a riempire provvisoriamente lo spazio con una selezione di volumi nazifascisti e/o a tema bellico, così magari l’antifona è più chiara (rappresenta anche una raffinata operazione culturale di trasvalutazione della trasvalutazione e, a livello più pratico, di inversione dell’inversione):

I giorni del gelo e del fuoco

Seguo con svogliatezza gli speciali che il canale di National Geographic dedica spesso agli anni ’90. Sky Italia ha voluto integrare il prodotto americano con un supplemento sui Nineties nostrani: in pratica non si fa che parlare di calcio e televisione. Non che negli Stati Uniti vada meglio, perché alla fine anche lì gli argomenti sono sempre gli stessi: la Guerra del Golfo, le sit-com, il grunge, il terrorismo, O.J. Simpson, Monica Lewinsky, la pecora Dolly e i modem rumorosi.

Se questa è La Storia, allora vorrei proporre a National Geographic uno spunto per una nuova serie di documentari dedicati all’Emergenza Gelo che si verificò a Milano nel gennaio 1985. Con un adeguato supporto economico potrei raccogliere molto materiale e, tra le altre cose, realizzare anche centinaia di interviste con tutti i protagonisti della vicenda (politici, giornalisti, gente comune), setacciare gli archivi alla ricerca di filmati e articoli dell’epoca (Focus ha già fatto il lavoro sporco – il che dimostra che anche loro tengono a La Storia) e ingaggiare una voce narrante degna del tema (pensavo a Maurizio Milani…). Oppure basterebbe semplicemente copiare dalla pagina di Wikipedia (“Nevicata del 1985”), che su argomenti di importanza capitale come questo è sempre prodiga di informazioni (soprattutto per quanto riguarda i “Ricordi dell’evento nella musica, letteratura e teatro”).

Ho già pronto anche il titolo del documentario: I giorni del gelo e del fuoco – Gli eroi dell’AEM, ispirato a una frase di un dirigente dell’Azienda Energetica Municipale dell’epoca: «Per l’AEM il grande gelo portò a giorni di fuoco».

Di seguito una antologia dalle pagine cittadine dei quotidiani (considerando i toni apocalittici, sarebbe utile che la narrazione degli eventi fosse accompagnata da sketch stile “Tv Svizzera” creati ad hoc per Nat Geo).


Martedì 8 Gennaio 1985
  • Repubblica: «L’intera azienda si è mobilitata per un allarme rosso di proporzioni inconsuete, sparpagliando in giro per la città le oltre 150 squadre (circa 360 uomini)».
  • l’Unità: «Le prime avvisaglie sono arrivate all’Aem domenica nel primo pomeriggio, quando le cinque linee a disposizione delle chiamate hanno cominciato a intasarsi».
  • Avvenire: «In previsione delle possibili conseguenze del grande freddo, l’Aem ha invitato tutti gli utenti a tenere conto della situazione di emergenza».

Mercoledì 9 gennaio 1985
  • l’Unità: «Tutto il personale Aem, non solo quello del settore gas, che può essere momentaneamente distolto dal proprio lavoro, è concentrato per far fronte all’emergenza».
  • Repubblica: «Tutto è in emergenza. Ovunque si tengono vertici e si studiano strategie. A fronteggiare l’avanzata del nemico sono state mandate sul campo le truppe dell’Aem».
  • La Notte: «La volante è composta di due tecnici che in coppia formano una squadra: per un totale di 160 squadre. Altri 110 commandos antigelo sono stati messi di rinforzo».
  • Corriere della Sera: «La direzione dell’Aem consiglia agli utenti di mantenere costantemente sotto controllo l’erogazione del gas, di registrare specialmente eventuali diminuzioni nell’afflusso ai fornelli».

Giovedì 10 gennaio 1985
  • il Giornale: «L’Aem richiamerà “alle armi” per alcuni giorni le ultime due classi di pensionati. In tutto i tecnici impiegati sono ora 460. Con i pensionati si arriverà a 540 circa».
  • l’Unità: «L’Aem sta facendo fronte all’emergenza con una mobilitazione che ha investito tutti i settori aziendali, elettricità compreso. Le quasi 200 squadre che operano all’esterno per scongelare le tubature sono in buona parte squadre miste: l’operaio del gas, esperto nel lavoro da fare, è coadiuvato da operai dell’elettricità».

Venerdì 11 gennaio 1985
  • Il Giorno: «Alla morsa di gelo che attanaglia la città, l’Azienda energetica municipale risponde con una mobilitazione che non trova precedente nei suoi 75 anni di attività. Il piano di emergenza, se c’era bisogno di sottolinearlo, ha trovato una prontissima risposta di tutti i dipendenti Aem».
  • La Notte: «L’Aem sta veramente dando il massimo e riesce a farlo con quella cortesia e quel garbo che fanno sì che l’utente che si trova in difficoltà si senta se non altro “riscaldato” dalla voce umana che trova al di là della cornetta».
  • Repubblica: «L’emergenza antigelo si è infine arricchita di una nota quasi deamicisiana: l’Aem ha richiamato in servizio i pensionati; canuti tecnici specializzati strappati alla briscola o alla Gazzetta dello Sport. Sono quelli che affrontano con maggiore serenità l’incombenza dell’ora difficile, ché di ore solenni e assai più che memorabili ne hanno già passate, dal Quaranta in poi».

Sabato 12 gennaio 1985
  • Repubblica: «I tecnici dell’Aem, sotto pressione da una settimana, ora sono col fiato sospeso: domani, seconda domenica di gennaio e tradizionale giornata da record dei consumi energetici, la rete del gas potrebbe essere sottoposta a una richiesta eccezionale, insopportabile. Per fronteggiare il freddo si è messa in piedi una organizzazione quasi militare. In campo, sulle strade, le truppe dei gasisti, a squadre di due o tre persone. Nelle retrovie, un centralino allestito nella palazzina bassa dell’Officina Orobia».
  • il Giornale: «Sul fronte del gas c’è da segnalare la decisione del Museo Poldi Pezzoli, della piscina Cozzi e degli impianti sportivi di via Olivieri e di via Meda. D’accordo con l’Aem e il Comune, si asterranno dall’uso del gas per il riscaldamento durante tutta la giornata di domenica».
  • La Notte: «Molte le chiamate di persone che si lamentavano per l’impossibilità di far da mangiare. Si è pensato anche a queste famiglie e sono stati ordinati dall’Aem 4.000 fornelli elettrici da consegnare al più presto a chi si trova maggiormente in difficoltà».

Domenica 13 gennaio 1985
  • Repubblica: «Siamo al D-Day del gelo, la giornata più temuta dall’Aem (che da dieci giorni è impegnata ad assicurare la normale erogazione del gas. Se i milanesi non seguiranno i consigli dei tecnici comunali, stamattina potrebbe verificarsi il black-out del servizio del gas».
  • l’Unità: «All’Azienda municipalizzata si confida nel senso di responsabilità, nella collaborazione della gente, peraltro ampiamente manifestata in questa durissima settimana».

Lunedì 14 gennaio 1985
  • La Notte: «L’Aem ha espresso soddisfazione per il contenimento dei consumi».
  • Il Giorno: «Dall’appello è anche scaturito un nuovo dialogo fra cittadini e Aem: finalmente i primi sentivano la “voce” del gran carrozzone, ed era una voce che annunciava interventi e preziosi arrivi di stufette e fornelli sostitutivi, che si mostrava preoccupata, ma nello stesso tempo rassicurava e chiedeva collaborazione».
  • il Giornale: «Ieri è stata una giornata alla Hitchcock. La disponibilità di gas era di 818.000 metri cubi, a mezzogiorno. Sarebbero bastati? La suspense è durata qualche ora, poi c’è stato il lieto fine: i consumi si sono fermati a 760.000 metri cubi».
  • Corriere della Sera: «Nel pomeriggio le squadre hanno potuto di nuovo dedicarsi all’opera di scongelamento delle tubature, anche se si è registrata una caduta delle telefonate da parte dei cittadini, pari al 50%. Ciò è dovuto in parte alla comprensione che i milanesi hanno avuto nei confronti dell’azienda che ha prodotto il massimo sforzo in una situazione che a memoria d’uomo non ha riscontri nel passato».