sabato 30 gennaio 2016

Benoît XVI (le vrai)


Parfois, on parle de Ratzinger, à mi-voix. C’était lui, qu’il a déconnémais personne ne le saitqui sait ? qui sait ?

Le père Silvano Fausti (1940-2015), jésuite, confesseur du cardinal ultra-progressiste Carlo Maria Martini, a déclaré dans sa dernière interview que en 2012 le Cardinal avait exigé de Benoît XVI qu’il se retirât. Fausti a également évoqué un « geste symbolique » de Ratzinger : la déposition en 2009 sur le mausolée de Célestin V du pallium qu’il portait le jour de son intronisation, exactement au milieu de son pontificat (2005-2009-2013).

La renonciation du Benoît XVI a porté un grand coup à la papauté, surtout parce que a été transformée en une sorte de Concile Vatican III. Et nous savons comment ça s’est fini (ou plutôt comment ça n’est pas encore fini).
C’est comme une expérience dialectique : d’abord le retour de la Tradition et du Moyen Âge, puis la libération, le pape François… oui, le Pape… François. Et ensuite encore un effort, comme l’a dit le Marquis.

Je ne sais plus quoi penser (ou quoi dire) : ça devient difficile de cacher la catastrophe. Au final, le pape François c’est le vrai Benoît XVI ; je parle bien entendu du Pape de Jean Raspail dans son fameux roman Le Camp des saints (1973) :
« L’avion blanc du Vatican se posa seul, nettement détaché, avec plusieurs longueurs d’avance. Toujours et partout, l’avion du Vatican arrivait le premier. A croire qu’on le tenait prêt à partir jour et nuit, chargé de médicaments, de dominicains en jeans et de pieuses missives. Probablement volait-il à la vitesse supersonique des symboles. Pour l’équiper, le pape Benoît XVI se dépouillait de tous ses biens et des dernières apparences du luxe pontifical. Mais comme il survivait encore à travers le monde, surtout dans les paroisses les plus humbles et les plus arriérées, trop de catholiques bornés et superstitieux, incapables d’imaginer un Pape pauvre sans apparat, les dons affluaient aussitôt. Avec une régularité navrante, on le refaisait riche. Il voulait rester pauvre. Heureusement que l’avion blanc était là pour le tirer d’embarras ! Un Pape sympathique aux médias, qui avait épousé son époque. Bonne page de couverture ! On le décrivait se nourrissant d’une boite de sardines, avec une fourchette de fer, dans sa petite cuisine – salle à manger sous les combles du Vatican. Quand on songe qu’il habitait Rome, ville éclatante de santé, pétante d'une richesse bien gagnée au fil des siècles, on se dit qu’il y mettait vraiment du sien, cet unique Romain mal nourri. Il restait aussi quelques Romains  indécrottables pour l’en mépriser vaguement […].
Le Vatican vient de rendre publique une déclaration de Sa Sainteté le pape Benoit XVI : “ En ce Vendredi Saint, jour d’espérance de tous les chrétiens, nous adjurons nos frères en Jésus Christ d’ouvrir leurs âmes, leurs cœurs et leurs biens matériels à tous les malheureux que Dieu envoie frapper à nos portes. Il n’existe pas d’autre voie, pour un chrétien, que celle de la charité. La charité n’est pas un vain mot, elle ne se divise pas , ne se mesure pas, elle est totale ou elle n’est pas. Voici venir l’heure, pour nous tous, de rejeter les compromis où notre foi s’est dévoyée et de répondre enfin à l’universel amour pour lequel Dieu est mort sur la croix et pour lequel il est ressuscité ”. Fin de citation. On apprenait également que sa sainteté le pape Benoit XVI avait donné l’ordre de mettre en vente tous les objets de valeur encore contenus dans les palais et musées du Vatican, au profit exclusif de l’accueil et de l’installation des immigrants. […] On ne pouvait rien attendre d’autre d’un Pape brésilien ! Les cardinaux voulaient un pape novateur, au nom de l’Église universelle, ils l’ont eu ! ».
Ce n'est pas un hasard si le même Raspail a regretté la renonciation de Benoît XVI : « Cette nouvelle m’a attristé. Il m’a semblé devenir orphelin. Benoît XVI a restitué beaucoup de choses à l’Église, surtout à l’Église d’Europe. Il a mis un terme aux dérives de la liturgie, rétabli en grande partie l’existence du sacré, redonné une impulsion essentielle ».

Oui, mais ce n’était qu’un prix de consolation ; et maintenant ils veulent aussi reprendre l’os à ronger. Il s’agissait d’un plan ambitieux et prévoyant, nous devons le reconnaître. Beaucoup d’âmes ne sont désormais plus capables de distinguer le bien du mal. Alors finalement, je peux comprendre ceux qui se détournent de l’Église pour combattre au mieux le bon combat. L’important est d’éviter de tomber dans un autre paradoxe : on reste comme ça, épicuriens réflexifs...

mercoledì 27 gennaio 2016

Holocaust Day

E siamo arrivati così alla quindicesima “Giornata della Memoria”. Quella del 2016 è stata forse la più “compromessa” di tutte, poiché è venuta a cadere durante la visita del presidenteiraniano a Roma, in contemporanea con le reazioni furibonde dei rappresentanti dell’ebraismo italiano. Prima di affrontare l’argomento da un punto di vista generale, sia consentito ricordare che nonostante un celebre rabbino italiano abbia definito la visita di Rouhani «intollerabile celebrazione dei negazionisti», in realtà il più grande “negazionista di stato” ultimamente si è dimostrato essere il premier israeliano Netanyahu, che ha sostenuto che fu il Muftì di Gerusalemme a convincere Hitler a sterminare gli ebrei invece di deportarli (una affermazione che in alcuni Paesi europei gli sarebbe costata un processo). È inquietante che una tesi simile venga adombrata persino dal rabbino Giuseppe Laras in un intervento per il “Corriere” (La lotta all’antisemitismo come strategia della civiltà, 25 gennaio 2016): «Può essere […] che alcuni fatti siano stati troppo sottostimati, come, per esempio, il rapporto, tutt’altro che occasionale e trascurabile, tra nazismo e Islam jihadista, quest’ultimo nutrito ed eccitato dalla Germania guglielmina prima e dal nazifascismo poi».
Se le parole hanno ancora un senso, questo è revisionismo (non che sia un crimine... ma purtroppo lo è diventato!). Bisognerebbe domandarsi perché sia in atto un tentativo di addossare la responsabilità della Shoah agli arabi. È probabile che ciò nasca dalla posizione paradossale assunta dagli ebrei d’Europa nei confronti del fenomeno immigratorio: da un lato essi sono costretti a mandar giù il paragone tra profughi e vittime dell’olocausto, pena la scomunica del mondo progressista; dall’altro tuttavia provano una certa inquietudine nell’assistere all’occupazione dei loro quartieri da parte di giovani arabi sempre più agguerriti. Se per assurdo Netanyahu riuscisse a imporre la sua interpretazione se non agli storici almeno alle opinioni pubbliche occidentali, la destra israeliana e quella europea potrebbero saldarsi in un fronte unico anti-islamizzazione (al momento la liaison, nonostante gli sforzi di entrambe le parti, stenta a decollare).

Lasciando da parte gli scenari politici, veniamo alla “Giornata”. Il nome ufficiale della commemorazione stabilito dalle Nazioni Unite è “Holocaust Remembrance Day”, ma ogni Paese ha preferito nominarla e celebrarla a propria completa discrezione. Fa specie, tra le altre cose, che la data scelta dalle Nazioni Unite non coincida con quella di Israele (stabilita decenni prima) e che in molti Paesi la ricorrenza assuma specifiche caratteristiche nazionali: in Olanda è incorporata in una versione laica del 2 novembre, in Bulgaria è il “Giorno della Salvezza” e viene festeggiata in altra data (forse per marcare la differenza tra chi ha salvato i propri ebrei e chi no); negli Stati Uniti ce ne sono addirittura tre (una delle quali è stata creata su proposta di Steven Spielberg).
Non sono questioni secondarie, poiché ancora non è chiaro se in tale liturgia laica gli ebrei debbano svolgere qualche ruolo. È un dato di fatto che negli ultimi anni le critiche più pungenti siano partite da esponenti della cultura ebraica italiana (gli unici peraltro che possono permettersi toni così aggressivi nei confronti dell'evento).
Il dilemma che nasce dalla “Giornata” si può sintetizzare così: se su questa data si vogliono gettare le fondamenta di una nuova religione civile, allora la rimembranza deve estendersi a tutte le piccole e grandi tragedie dell’umanità e fare del proprio oggetto un qualcosa di talmente universale e generico da abbandonare ogni contestualizzazione storica. Una celebrazione del genere perderebbe tuttavia il suo scopo, che è quello di impedire il verificarsi di una nuova Shoah, dal momento che molti “celebranti” non trovano nessuna contraddizione nel credere che i palestinesi di oggi siano gli ebrei di ieri e che Israele sia colpevole di genocidio, così come altri non percepiscono la contraddizione tra le odierne attestazioni di antirazzismo e l’esodo di migliaia di ebrei dalla Francia che lo stesso antirazzismo ha prodotto (ogni ideologia si prenda le sue responsabilità).
Come soluzione di comodo, le opinioni pubbliche dei Paesi europei hanno innalzato agli altari solamente gli “ebrei morti” (l’espressione è di Elena Loewenthal, prendetevela con lei), impegnandosi nel fare di costoro le uniche vittime meritevoli di Memoria: gli eventuali accenni a zingari e omosessuali servono per cacciare ancora più indietro nella macabra graduatoria, fino a un occultamento che sa di censura, i dissidenti politici (ma in tempi meno “bipartisan” la politica era fondamentalmente l’unica chiave di lettura di un genocidio).
L’alternativa che i critici propongono è di santificare gli “ebrei vivi”, il che diventa incredibilmente complicato a meno di non voler trasformare la celebrazione in pura propaganda oppure in una festa religiosa e basta, allineandola quindi allo Yom HaShoah israeliano (che per gli “Ortodossi Moderni” rientra nel calendario sacro).

Restano dunque tutte le aporie del caso. Alla fine però non si tratta nemmeno di una questione politica o geopolitica, o economica eccetera. La confusione nasce dagli attriti tra Memoria e Storia, da tutti gli sforzi messi in atto affinché non trionfi l’oblio: da qui anche quell’aura di religiosità che in un’epoca come la nostra non può che risultare sospetta. La prossima immersione nel Lete si avvicina sempre più ed è impossibile far rientrare la Testimonianza nella Storia senza dar vita a una fede. Sulla breve distanza, è prevedibile che la “Memoria” resterà ancora per anni impigliata tra il culturale e il cultuale.

Primavera Persiana


Durante la sua visita in Italia, il presidente iraniano Hassan Rouhani ha voluto ricordare l’amicizia antica che lega i nostri Paesi: un legame plurisecolare che risale all’epoca delle ambasciate itineranti secentesche e che in tempi moderni ha trovato il suo alfiere nella figura di Enrico Mattei. Il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ha tenuto a ricordare una frase del grande imprenditore durante il Business Forum di Roma: «Quando abbiamo incominciato, eravamo sognatori», aggiungendo che finalmente il sogno si è trasformato in realtà. A riprova che nemmeno Teheran ha dimenticato il sacrificio di Mattei, una sua foto campeggia ancora negli uffici della National Iranian Oil Company di Teheran.

Sono stati anni difficili dal punto di vista commerciale per le relazioni italo-iraniane: anche se le nostre imprese hanno continuato a operare anche durante il periodo delle sanzioni (e i nostri politici, di qualsiasi appartenenza, hanno provveduto a difendere l’interesse nazionale con la giusta spregiudicatezza), la “gabbia di matti” in cui ci siamo rinchiusi, questa Unione Europea senza identità né storia, ha fatto sì che Roma, da primo partner commerciale di Teheran, durante gli anni della crisi venisse sorpassato (guarda caso) da Berlino.
La Federazione Industriale Tedesca (BDI) ha infatti già pronosticato «un boom del “made in Germany” nel Paese, dai 2,4 miliardi di euro [del 2014] a più di 10 miliardi nel medio termine», contro i 3 miliardi di euro che l’export italiano dovrebbe fruttare nei prossimi quattro anni (G. Stringa, Iran, quei 3 miliardi per il made in Italy, “Corriere”, 15 luglio 2015). Il condizionale è d’obbligo non solo perché che una moneta forte danneggia le esportazioni, ma anche perché è difficile che le altre nazioni lasceranno all'Italia lo spazio che le spetta nel nuovo mercato. Ormai è chiaro che nell’Unione Europea il successo di un Paese si basa soprattutto sulla disfatta di un altro: le possibilità di cooperazione sopravvivono perlopiù nelle menti soggiogate dal “sogno”. Gli eventi degli ultimi anni (dall’intervento in Libia alle sanzioni anti-russe, dai regolamenti europei sfavorevoli contro il “Made in Italy” alla svendita dei “gioielli di famiglia”) raccontano una guerra economica intra-europea che ha visto l’Italia perennemente sconfitta.
È dunque nelle peggiori condizioni che il Paese si affaccia a un mercato di 80 milioni di potenziali consumatori. Vari settori dell’export italiano sono stati danneggiati dalla piccola guerra fredda mossa contro la Russia dall’UE sotto supervisione tedesca e americana: non solo dal punto di vista energetico (sospensione del gasdotto South Stream; per pura coincidenza, il Nord Stream che serviva alla Germania invece è stato portato a termine) e militare (revoca del progetto per la produzione di sottomarini Classe S1000 patrocinato da Fincantieri), ma soprattutto agroalimentare, con una ricaduta anche dal punto di vista “culturale”, se così possiamo dire, poiché Federalimentare segnala che il danno economico è poca cosa in confronto della distruzione della «abitudine al gusto italiano» costruita negli ultimi decenni: adesso la carne può arrivare dal Sud America (Brasile, Argentina), il pesce dal Nord Africa (Marocco, Egitto, Algeria) e tutto il resto dalla Turchia e dalla Svizzera (che ha già soffiato il posto all’Italia nel settore caseario).

È necessario ricordare che alla “torta petrolifera” iraniana mirano concorrenti spietati quali Total (Francia), BP (Inghilterra), OMV (Austria), StatoilHydro (Norvegia) e ConocoPhillips (Stati Uniti). Non è lecito illudersi che questi colossi concederanno all'Eni di muoversi liberamente; fosse per loro,  non lascerebbero al cane a sei zampe nemmeno gli 800 milioni di residuo accumulati nel periodo precedente alle sanzioni. Pessimismo eccessivo? Può darsi, ma l’accordo sul nucleare è anche un accordo sul petrolio. Le ire dell’Arabia Saudita infatti non dipendono esclusivamente da motivi politici o religiosi, ma dal pericolo che all’interno dell’OPEC l’Iran recuperi in breve tempo la sua egemonia: per gli Stati Uniti ciò rappresenterebbe anche una ripicca per gli sgarbi diplomatici ed economici subiti dai sultani negli ultimi anni (se proprio lo shale oil deve andare fuori mercato, che almeno non sia solo la petromonarchia ad avvantaggiarsi del fallimento americano).

Per questo la prima preoccupazione degli imprenditori italiani durante l’attuale “luna di miele” riguarda proprio la necessità di “correre” (per usare l’espressione di Riccardo Monti) prima che altri Paesi approfittino del nostro complesso di inferiorità per superarci. Il fatto che il giro di visite in Europa sia iniziato proprio da Roma è di per sé un buon segno, poiché significa che il Bel Paese è tornato a essere un interlocutore privilegiato e prioritario sia dal punto di vista commerciale che politico. Non solo, infatti, durante la visita degli imprenditori iraniani sono stati siglati accordi preliminari per l’ammontare di 17 miliardi di euro, ma Rouhani si è impegnato personalmente ad appoggiare la candidatura dell’Italia come membro non permanente del Consiglio di sicurezza dell’ONU. A porte chiuse il presidente iraniano avrebbe anche pronunciato dichiarazioni di questo tenore (riportate dal “Corriere”, 26 gennaio 2016): 
«Considerateci come un ponte per l’Asia per il vostro Made in Italy, i nostri porti, la nostra rete ferroviaria, sono a vostra disposizione, possiamo diventare una base commerciale della vostra produzione per molte destinazioni internazionali. E vi assicuro che l’Iran si aprirà anche dal punto di vista finanziario, un’occasione per molte vostre banche e assicurazioni, che speriamo venga accolta con favore».
C’è di che essere fiduciosi soprattutto perché l’Italia non ha commesso l’errore di considerarsi “Frangistan” (il nome tradizionale con cui i persiani indicavano la “Terra dei Franchi”, l’estremo occidente del continente eurasiatico dal quale ogni tanto partiva qualche crociata), cioè rappresentante di un inesistente interesse comune europeo, ma invece ha agito da sola e con il coraggio necessario. Che sia la volta buona? Da questa prospettiva appaiono decisamente ridicole le polemiche scatenate sulla mancanza di vino alla cena ufficiale o sui nudi scultorei nascosti; in particolare le battutine di certe gazzette francesi e britanniche sono di una doppiezza morale ripugnante: i guardiani del politically correct adesso danno lezioni di libertà? O forse l’islamicamente corretto vale solo nei confronti dei sauditi?
Sulle proteste di parte ebraica, stendiamo un velo pietoso: invece di strumentalizzare per l’ennesima volta la Shoah, sarebbe stato più corretto minacciare ritorsioni commerciali, o anche militari. Si tratta di una confusione di identità e ruoli istituzionali che scredita ulteriormente Israele dal punto di vista diplomatico.

La storia insegna che i periodi più prosperi del rapporto tra Persia e Occidente furono quelli in cui l’Europa era un variopinto agglomerato di regni, repubbliche, corti e potentati. Le ambasciate itineranti dello Scià che giungevano in Europa trovavano ad accoglierle il duca di Mantova (mentre il Doge era impegnato a ricevere gli ottomani), e l’atmosfera romana induceva i diplomatici iraniani del XVII secolo a convertirsi al cattolicesimo. Anche ai tempi l’Italia sapeva muoversi abilmente sullo scacchiere internazionale e non aveva bisogno di alcuna balia per gestire i propri interessi. È con lo stesso spirito che, mutatis mutandis, durante la Guerra Fredda siamo riusciti ad assumere una posizione di supremazia nel Mediteranno: oggi questa spregiudicatezza nei confronti delle grandi potenze sopravvive quasi come riflesso condizionato; sfortunatamente essa è soffocata dalla volontà autolesionistica di seguire la linea segnata dai nostri avversari. Ci vorrebbe un po’ di sano machiavellismo (in fondo anche il Fiorentino è uno dei brand più esportati negli ultimi secoli).

Dulcis in fundo, le relazioni culturali; l’iranista Anna Vanzan al “Corriere” ha denunciato il provincialismo degli editori italiani nei confronti della letteratura persiana: «Nella Repubblica islamica i giovani studiano italiano nelle università pubbliche e private, si traduce molta più letteratura italiana a Teheran – e penso a classici come Dante, Calvino, Moravia, Buzzati – di quanto noi non traduciamo letteratura persiana. […] Culturalmente, l’Italia è provinciale, nel senso che i grandi editori offrono al lettore italiano gli autori extraeuropei solo dopo il successo consolidato sui mercati anglofoni e francofoni». Come si dice, tout se tient: le nostre tante sudditanze (culturali, politiche, economiche) si influenzano a vicenda. L’importante è cominciare a liberarsene, anche una alla volta.

Ambasciata persiana in vista a Roma (1615-1616),
Sala dei Corazzieri, Palazzo del Quirinale, Roma

martedì 26 gennaio 2016

Adorno e le tette

Una storia che ha sconvolto gli appassionati di filosofia contemporanea più di Althusser che ammazza la moglie o Heidegger che va a vedere le partite a casa del vicino con la tv (altro che Quaderni neri!) è quella delle tre studentesse dell’Università di Francoforte che nel 1969 si denudarono di fronte a Theodor Adorno. Dopo pochi mesi, il filosofo ne morì (almeno così affermano le ricostruzioni più spinte). Si sa, il Nostro aveva chiamato la polizia per sgomberare la facoltà e gli studenti (da lui considerati dei fascisti tout court) avevano proclamato che Adorno als Institution ist tot (“Adorno come istituzione è morta”).

Sarebbe interessante fare una ricerca sul grado di Schadenfreude con cui la notizia venne accolta dai bollettini più reazionari; sfortunatamente internet non è ancora giunto a un livello ottimale di archiviazione, e l’unica raccolta disponibile in Italia, quella (ammirabile) de “La Stampa” non ne fa parola.

Dal punto di vista filosofo, invece, uno dei pochi ad aver provato a dare un senso alla storia è stato Peter Sloterdijk nel suo classico Critica della ragion cinica (cur. A. Ermano, Cortina, Milano, 2013, pp. 51-52), che tuttavia visto da distanza sembra soltanto un libro di aneddoti spassosi (il che lascia la questione irrisolta – nel senso: ma qualcuno fa ancora finta di leggerlo Adorno? E questa, per Sloterdijk, è una battuta da Kyniker o da Zyniker?).
«Per ironia della sorta proprio Theodor W. Adorno – uno tra i massimi teorico dell’estetica moderna – è stato egli stesso una vittima dell’impulso neokinico. Un giorno, un gruppo di dimostranti si fece incontro al filosofo, entrato in aula per tenere la sua lezione, e gli sbarrò l’accesso al podio degli oratori. Niente di straordinario, dato che correva allora l’anno 1969. Tuttavia, un dettaglio era destinato, nel nostro caso, a richiamare l’attenzione generale. Tra i contestatori si erano, infatti, distinte le studentesse, alcune delle quali, per protesta, si denudarono il petto di fronte al pensatore. Tale disvelamento non va sussunto da un argomentare erotico-sfrontato per cutem femininam, peraltro usuale. Quelle tette simboleggiavano, quasi in senso antico, corpi usati kinicamente ignudi, corpi a mo’ di argomenti, corpi come armi. Averle mostrate – indipendentemente dai motivi privati delle dimostranti – assunse una valenza antiteoretica. In un qualche modo confuso, costoro avevano voluto schierarsi a favore di una “prassi di cambiamento della società” o comunque per qualcosa di più che non lezioni e seminari filosofici. Adorno si ritrovò in una posizione tragica e, nondimeno, comprensibile: quella del Socrate idealista; le donne in quella del selvatico Diogene. Contro la teoria, la più ricca di discernimento, ecco dunque opporsi l’ostinato e (speriamo) intelligente uso dei corpi)».

domenica 24 gennaio 2016

Ritratto del Battista da giovane

(Pierluigi Battista, “La Stampa”, 12 aprile 1999)
«Qualche quesito da sottoporre a Mario Cervi, Angelo Panebianco, Vittorio Feltri e agli autorevoli commentatori che hanno sottolineato in questi giorni la persistenza di un recidivo e petulante “antiamericanismo” come chiave interpretativa dell’atteggiamento ostile nei confronti della guerra in Kosovo. Come far rientrare nel pregiudizio “antiamericano” l’esplicita perplessità espressa da Henry Kissinger sul “Newsweek” […] e la contrarietà di Colin Powell al modo di condurre la spinosa questione da parte della Albright?
[…] È possibile, inoltre, che non sia abbia voglia di chiedersi come mai, al contrario del moltissimo “antiamericani” inossidabili che anche in questa occasione hanno menato la danza suttchevolmente ripetitivo dell’antiamericanismo di maniera, molti “antiamericani” di ieri, e che magari nel 1991 portavano le loro figliolette in spalla a piazza San Pietro per protestare contro la guerra yankee in Iraq, si siano improvvisamente risvegliati fervidi “filoamericani”?
[…] L’antiamericanismo classico stavolta c’entra ben poco. C’è ovviamente da essere grati agli Stati Uniti d’America per essere stati dalla parte “giusta” per ben due volte consecutivamente, contro il nazismo prima e contro il comunismo poi. Ma sarebbe un filoamericanismo di tipo squisitamente statistico quello che fosse costretto a dire che non c’è due senza tre, che dunque gli Stati Uniti d’America hanno ragione per definizione, e che perciò chi nega questo principio è affatto da un inguaribile antiamericanismo. Proposta finale: evitare l’anatema “antiamericano”. Dimostrare di avere ragione in questa specifica circostanza e non pretendere di avere ragione solo per essersi schierati con chi ha avuto ragione nel passato (e lunga vita agli Stati Uniti d’America)».

(Pierluigi Battista, “La Stampa”, 13 aprile 1999)
«L’etica è un’ottima cosa. La sovreccitazione etica, invece no: è pessima. Con l’enfasi emotiva sulla guerra “umanitaria” si corre infatti un duplice pericolo. Da una parte la paradossale esaltazione della guerra come sola igiene “morale” del mondo, trasfigurazione bellica della nobile figura del vendicatore universale che porta il suo messaggio armato dovunque si verifichi una violazione nella sfera dei “diritti”. […] Mario Vargas Llosa, sostenitore appassionato dell’intervento Nato sul “País” e su “Repubblica” scrive che “i paesi democratici hanno l’obbligo di agire” ovunque e sempre contro chiunque calpesti i diritti: senza timore di violare la sovranità di uno Stato in base al (discutibile) dogma della “ingerenza umanitaria”.
Il secondo pericolo deriva dal fatto che il richiamo magniloquente all’assolutezza dei principi […] richiede una coerenza altrettanto assoluta nei comportamenti. Se si trattasse di una guerra “normale”; sarebbe meno imbarazzante la risposta al quesito che frequentemente ma comprensibilmente risuona da più parti: “Perché in Kosovo e non nel Kurdistan o nel Tibet?”. La guerra “normale” contempla infatti un sistema di priorità dettate dal realismo politico […]. La guerra “etica” no, non può ammettere che i principi così ampollosamente proclamati valgano in un caso e non in un altro […]».

(Pierluigi Battista, “La Stampa”, 14 aprile 1999)
«Questa guerra appare ogni giorno di più come un conflitto irriducibile tra il troppo grande e il troppo piccolo. Il troppo grande di una guerra che si carica di un compito “etico” (“le bombe a fin di bene”, come scrive con amaro sarcasmo Ida Dominijanni sul “manifesto”). Il troppo grande di un assetto che […] obbligherà ben presto a cedere quote di decisionalità dello Stato nazione a organismi o istituzioni sovranazionali.
[…] Si deplora la deriva “micronazionalista”, il rinculo “etno-religioso” (Paolo Rumiz su “Repubblica”), […] il localismo psicotico come antidoto al “mondialismo” americano, e così via. Si deplora e si stigmatizza in generale. Ma poi va quasi sempre a finire che, quando si passa dal generale al particolare, il bersaglio delle preoccupazioni “interventiste” diventa la neomitologia serba.
Ma che dire se la stessa “nevrosi identitaria”, la stessa etno-religione a sfondo mitologico, il feticcio della micronazionalità vengono condivisi anche dagli alleati della Nato? Se al richiamo pericoloso della “Grande Serbia”, scrive con giustificata apprensione Guido Caldiron sul “manifesto”, si contrappone “automaticamente l’idea di una Grande Albiania che si costituirebbe a partire dalla resistenza armata kosovoara? A parte le numerose e concordi analisi sulla cospicua presenza, tra i clan rivali in cui è suddiviso l’Uçk di poderose infiltrazioni mafiose, a parte l’influenza esercitata sui guerriglieri dell’Uçk alleati dei “mondialisti” della Nato di una fazione marxista-leninista che si ispira direttamente alla luminosa dottrina democratica dello scomparso leader albanese Enver Hoxha […] La guerra, si sa, impone di avere per amico il nemico del nemico. Basta non spacciarla per amicizia “etica”».

(Pierluigi Battista, “La Stampa”, 15 aprile 1999)
«Interpellato da “Repubblica” sulla missione degli alpini al confine tra l’Albania e la Jugoslavia, il ministro Piero Fassino ha assicurato che i militari italiani, per carità, non vanno a “fare la guerra”. Curiosa rassicurazione, visto che di solito un militare di un Paese in guerra va in una zona di guerra proprio per fare la guerra. Ma nonostante il fervore etico che anima i sostenitori dell'intervento militare, resta fortissima la propensione a cancellare la guerra dall'immaginazione collettiva rimuovendone virtuosamente la spietatezza e la brutalità. Non è solo ipocrisia. È soprattutto difficoltà ad accettare l'idea che stare dalla parte del Giusto e del Bene, come proclamano i fautori della “eticità” dell'intervento Nato contro il “nuovo Hitler”, comporti anche sofferenze, morte, violenza, panico, sangue. Perciò nel discorso pubblico sulla guerra resta soltanto la figura emotivamente schiacciante e terribile di un popolo di inermi in fuga, […] che sembra vittima di qualcosa di indicibile e disumano, di un cataclisma naturale, di un nemico che è l'incarnazione stessa del Male, di un fanatismo etnico abominevole. Di tutto, tranne che di una guerra. C'è un tratto profondamente italiano in tutto questo, […]. È soprattutto il richiamo simbolico a un carattere nazionale naturalmente incline, come ha detto D’Alema, alla “solidarietà”, l'idea che l'italiano dal cuore d’oro primeggi senza rivali nella corsa commovente al soccorso e all'ospitalità, allo spontaneo altruismo che cova invisibile nei precordi di un popolo accusato di essere egoista e insensibile alla cosa pubblica ed esplode in lacrime nell'emergenza “umanitaria”. È la retorica definita dal Foglio come il “bravogentismo degli italiani”, l'idea che gli italiani diano il meglio di sé nelle trasmissioni congiunte di Bruno Vespa e Maurizio Costanzo dove le immagini della guerra sono trasfigurate in una gara di beneficenza. Il problema è che si è scelto di fare la guerra, non solo la solidarietà. Dov’è la guerra “vera”? E l'ipotesi che i “soldati dell’Alleanza” si impegnino “su un terreno impervio e ostile in imboscate, azioni di sabotaggio, uno stillicidio di piccole battaglie con morti, feriti, devastazioni”, come lucidamente viene detto da Stefano Silvestri in un'intervista all’“Unità”? Guerra “degli altri”. A noi spetta la “solidarietà”»

(Pierluigi Battista, “La Stampa”, 18 aprile 1999)
«Su “Repubblica” David Grossman suggerisce l’ipotesi che ad alimentare l'assurda comparazione tra Milosevic e Hitler, tra le stragi in Kosovo e la Shoah, contribuisca un irrefrenabile “bisogno umano di catalogare, paragonare, mettere in relazione gli eventi”. Tuttavia, più che da smania classificatoria la reiterata propensione comparativa che è esplosa nelle argomentazioni “interventiste” per la guerra “etica” nel Kosovo appare come una risorsa psicologica cruciale per giustificare sia l'eccezionale spiegamento di forze militari nell’ex Jugoslavia, sia l'eccezionale carico di indignazione cresciuto attorno a crimini ignorati o misconosciuti in altre parti del mondo. Perché proprio adesso? E perché proprio qui? L'argomento geo-politico tradizionale non avrebbe difficoltà ad ammettere che proprio “adesso” e “qui” vengono messi in discussione interessi ed equilibri fondamentali secondo una logica ispirata alle leggi del realismo politico. Ma l'argomento “etico” che conferisce un'urgenza ideale e morale in un intervento militar-umanitario vissuto come la manifestazione di un Ordine Giusto non ammette questo genere di argomenti e non può che rispondere che “qui” e “adesso” l’orrore è più orrore di altri orrori, che qualcosa di intollerabile abbia reso indilazionabile un “fare qualcosa”, qui e ora, per mettere fine al massacro. Perché proprio adesso? E perché proprio ora? Ma perché c'è un nuovo Hitler, risponde infatti Mario Pirani su “Repubblica” a Pietro Ingrao che sul “manifesto” aveva avanzato quei quesiti. E se c’è un nuovo Hitler è ovvio che non si può essere troppo schifiltosi e bisogna intervenire al più presto e con la massima determinazione chirurgica. Se c’è il nuovo Hitler ogni altra sofferenza viene ridimensionata o comunque ricondotta a necessario prezzo da pagare per liberare il mondo dalla nuova incarnazione del Male. […] Come sostiene Lucio Caracciolo nell'editoriale che apre il numero speciale di “Limes” dedicato all'Italia in guerra, il paragone Kosovo come Auschwitz svela un aspetto preoccupante: “La perdita di controllo delle categorie semantiche è purtroppo il sintomo della nostra bancarotta strategica”. La sensazione di condurre una guerra santa contro il “nuovo Hitler” è il velo che impedisce di vedere gli effetti di quella catastrofica “bancarotta strategica”»

(Pierluigi Battista, “La Stampa”, 5 maggio 1999)
«Scrive K.S Karol sul “manifesto”: “Oggi la richiesta di Goldhagen di radere al suolo la Serbia è pubblicata dal solo quotidiano di sinistra del Regno Unito”, che poi sarebbe il “Guardian”. Daniel Goldhagen è lo storico che in un saggio molto controverso intitolato I volonterosi carnefici di Hitler ha surrettiziamente reintrodotto nel dibattito culturale la micidiale categoria della “colpa collettiva”, interpretando l’intera vicenda storica tedesca come una sequenza di passi preparatori culminata nello sterminio degli ebrei. Ma con la guerra del Kosovo Goldhagen si è segnalato per aver dapprima su “New Republic” e poi sul “Guardian” trasferito il suo “metodo” storiografico sulla Serbia, non solo ipotizzando l'identità morale tra il popolo serbo e il dittatore Milosevic ma anche esortando i troppo teneri di cuore a non immalinconirsi troppo sui civili serbi bombardati a Belgrado, complici del tiranno. Ora Goldhagen, suscitando il comprensibile sconcerto di Karol, fa un passo ulteriore e stira allo spasimo l’analogia storica per dire che non sarebbe affatto male se anche la Serbia, come è accaduto per la Germania (e il Giappone), venisse sottoposta d’autorità a un congruo periodo di “rieducazione” democratica, suggerendo l’idea che una drastica umiliazione storica inflitta alla sovranità di quello Stato, lungi dall’alimentare velleità revanscista, sarebbe pedagogicamente utile per levare un po’ di grilli dalla testa dei volonterosi carnefici di Milosevic. Lo straordinario fervore bellico di Goldhagen ha il merito di mettere in evidenza il sottinteso ideologico della pretestuosa equazione Hitler = Milosevic abbracciata dai sostenitori dell'intervento “umanitario”. E Karol ha buon gioco a smontare l’equivalenza tra “deportazioni e genocidio” che tra l'altro ha come esito un’ambigua “relativizzazione” del nazismo.
Colpisce piuttosto l’adesione alla “soluzione Goldhagen” del Foglio, il giornale che con più nettezza si è impegnato nell’impervio tentativo di separare le sovreccitate motivazioni etico-ideologiche della guerra da quelle pragmatiche e geopolitiche per “impedire a Milosevic di minacciare la stabilità in Europa dopo dieci anni di provocazioni intollerabili”. Ma la “soluzione Goldhagen”, con la sua smisurata pretesa iper-giacobina di distribuire ex cathedra vizi e virtù sull'intero pianeta e di ridisegnare la carta del mondo secondo una visione manichea del Bene e del Male, rappresenta la prova più eloquente dello sfrenato ideologismo a sfondo eticizzante che sta alla base di un intervento militare dai contorni “geo-politici” sempre più problematici. Far coincidere politica e morale nelle strategie internazionali è straordinariamente pericoloso, ma identificare politica e pedagogia porta soltanto alla febbre giacobina della “rieducazione democratica”»

sabato 23 gennaio 2016

Kubrick e la mistica della crudeltà

(Murat Palta)
Nel 1955 l’intellettuale trotzkista Isaac Deutscher stroncò Nineteen Eighty-Four di Orwell tacciandolo di “mysticism of cruelty”, definizione che diede il titolo a uno dei suoi saggi più noti; in esso il critico non soltanto contestava all’autore inglese di aver tratto eccessiva ispirazione dal romanzo Noi del russo Evgenij Zamjatin, ma anche di aver subordinato la propria arte alle frustrazioni di un liberale deluso: «La sua diffidenza verso le generalizzazioni storiche alla fine lo ha portato ad aggrapparsi alla più vieta e banale, alla più astratta e metafisica, alla più sterile delle generalizzazioni: tutti i complotti, i piani, le purghe, gli accordi diplomatici hanno origine da una sola ed unica fonte, una sadica fame di potere [sadistic power-hunger]. Ciò gli ha permesso di passare dall’ordinario e ragionevole senso comune alla mistica della crudeltà che ispira 1984».
Per Deutscher, l’approccio da “simple-minded anarchist” costringe Orwell a considerare qualsiasi realizzazione di un’idea politica nella storia come un tradimento della raison d’être in favore della raison d’état. Questo stato d’animo gli negò la possibilità, anche in quanto artista, di analizzare e comprendere il potere da un punto di vista razionale, fissando nella sua mente (e nella sua opera) un chiodo fisso: «The object of power is power» (i biografi confermano l’acuto stato di paranoia nel quale lo scrittore si trascinò fino agli ultimi giorni). D’altronde è noto che, nonostante 1984 sia stato fagocitato dalla propaganda anti-sovietica (una cosa sul quale Deutscher trova modo di ironizzare: «Poor Orwell, could he ever imagine that his own book would become so prominent an item in the programme of Hate Week?»), l’intento dell’autore fosse quello di mettere sotto accusa qualsiasi forma di potere e di ammonire gli uomini sui pericoli di totalitarismo insiti nelle democrazie occidentali (il “Ministero della Verità” è anche una caricatura del Ministry of Information creato dagli inglesi durante le due guerre mondiali).
La critica di Deutscher è chiaramente influenzata dalle sue opinioni politiche e, forse, anche da un certo risentimento personale (non del tutto ingiustificato, se pensiamo che nel 1949 Orwell lo inserì nella lista dei “simpatizzanti comunisti” stilata di sua iniziativa per il Foreign Office). Tuttavia resta per certi aspetti valida, anche solo considerando l’imbarazzante seguito che 1984 ha trovato fra i teorici del complotto, forse i più fedeli adepti della “mistica della crudeltà”. Da questo punto di vista trovo che molte perplessità espresse da Deutscher sarebbero utili anche per interpretare l’opera di Stanley Kubrick, che di tale “mistica” rappresenta il pendant anti-americano.

Partiamo dalle analogie più superficiali. In primo luogo entrambi gli artisti, a loro modo, si sentono dei liberali traditi. Se Orwell ha voluto quasi anatomizzare la sua disillusione, Kubrick invece ha mantenuto sempre un comprensibile riserbo sulle proprie opinioni politiche: c’è chi lo ha definito un social darwinist, chi un anarchico, chi come lo sceneggiatore Frederic Raphael gli ha addirittura attribuito simpatie naziste («Kubrick once remarked that “Hitler was right about almost everything” and insisted that any trace of Jewishness be expunged from the Eyes Wide Shut script»).
È indubbio che Orizzonti di gloria esprime una filosofia ben diversa rispetto ad Arancia Meccanica: se non possiamo dire che l’ingenuo russoviano si sia trasformato nel corso degli anni in un feroce seguace di Hobbes, possiamo tuttavia riconoscere una maggiore “ragion cinica” nella fase più matura del regista.

Il secondo punto che accomuna i due autori è il modo in cui le opere si sono ritorte contro i loro intendimenti. È vero che habent sua fata libelli, ma in questi casi la “rivalsa” ha superato le capacità dei lettori: è già stato accennato a come 1984 rischiò di diventare la locandina di una guerra nucleare. Invece una cosa che in pochi sanno è che lo stesso Kubrick pose il divieto di trasmettere Arancia Meccanica per via televisiva fino alla sua morte, preoccupato che il film potesse istigare quella violenza che avrebbe dovuto condannare.

Infine, un’affinità un po’ più sfumata è quella riguardante la denuncia della violenza del potere, che sia per Orwell che per Kubrick è universale e meta-storico, indipendentemente dalla sua manifestazione in forma di Eurasia (1984) o di Overlook Hotel (Shining). È una suggestione sottile che Deutscher lascia cadere quasi immediatamente, mentre invece il critico Giuseppe Rausa nella sua recensione a Full Metal Jacket porta fino in fondo. Il punto di partenza sono i cartelloni pubblicitari della prima sequenza vietnamita dell’opera: essi «alludono al colonialismo economico delle multinazionali americane, vero movente di ogni guerra di conquista intrapresa da questo stato/impresa, coacervo di differenti, nonché disomogenee e nemiche etnie». Il significato che si cela dietro alle scritte “33”, “Export”, “Photocopie” e “Las Vegas” è, secondo Rausa, che
«la repubblica americana, dominata dagli alti gradi della massoneria (i 33) esporta in fotocopia il suo sistema di vita (un ufficiale razzista, certo della propria superiorità, dirà, poco dopo, che tutti i vietnamiti vogliono diventare dei buoni americani), basato su un’etica edonistico-consumista (l’ossessione del denaro e del possesso di beni materiali; la vita come gioco/Las Vegas) e lo strumento per l’esportazione violenta di tale sistema sono i marines, una confraternita forte, efficiente e spietata come le SS (il numero 33 appare infatti due volte, ossia due possibili significazioni, e appare con dei caratteri che assomigliano a quelli runici, tipici del corpo scelto nazista; del resto le SS possedevano tratti simili al corpo dei marines: dal carattere iniziatico, perfino occultista in quel caso, alla crudeltà, alla spersonalizzazione dei partecipanti)».
Tuttavia il critico, esperto di simbologia kubrickiana, riconosce un significato più profondo della pellicola, che non racconta semplicemente un’aggressione imperialistica, ma una lotta tra due differenti forme di violenza politica (quasi a replicare lo scontro mimetico tra le superpotenze orwelliane):
«Nell’episodio conclusivo [della donna-cecchino] […] nel suo “bunker” si nota una bandiera del Vietnam del Nord: in essa il rosso, il blu e una stella ci raccontano la stretta parentela con quella USA. […] Il comunismo, versione estrema dell’ideale ugualitario delle logge, è in definitiva un parente stretto, seppur radicale, e perciò fortemente illiberale, del repubblicanesimo massonico nel quale invece almeno la libertà individuale è conservata (il vero potere politico risulta però altrettanto irraggiungibile in tali regimi di illusoria democrazia, regimi plutocratici, saldamente controllati da quelle oligarchie finanziarie, industriali e politiche cui allude coraggiosamente Kubrick in Shining e Eyes Wide Shut). Così gli Stati Uniti combattono contro regimi comunisti che costituiscono una sorta di degenerazione dei loro ideali, insomma dei “cattivi cugini”».
A questi appunti di Rausa bisogna affiancare la sua interpretazione di una delle più enigmatiche scene di Shining: «L’immagine simbolica del “servile” uomo-orso impegnato in un coito orale con uno dei potenti dell’Overlook [rappresenta] la Russia (la figura dell'orso, noto emblema russo) come segreta colonia degli USA».

Mi permetto di allargare un po’ la prospettiva per far capire meglio ciò che intendo dire: così come 1984 non doveva diventare un libello di propaganda anti-sovietica, ma un ammonimento universale contro le inside e i pericoli del potere, allo stesso modo tutto il cinema di Kubrick non doveva rappresentare solo un affresco del «potere totalizzante assunto dal mondo anglosassone e la stretta cerchia che lo gestisce», ma anch’esso una lettura meta-storica (e anche meta-politica) delle dinamiche di dominio.
Per dirla ancora più esplicitamente: nello stesso modo in cui Nineteen Eighty-Four è diventato per le masse una ricostruzione credibile della vita sotto l’Unione Sovietica, esiste l’eventualità che il cinema di Kubrick, una volta crollato l’establishment che governa gli Stati Uniti (o l’idea stessa di “America” come si è imposta negli ultimi trecento anni), affronti un destino simile. È questo, alla fine, il pericolo della “mistica della crudeltà”: caricare l’arte di troppi significati pur sapendo che essa li mescola e gestisce a suo piacimento (soprattutto il cinema, che è “Musa di se stesso”).

Non vorrei però passare per una prefica dell’imperialismo anglosassone: quello che mi disturba è la facilità con cui l’arte può influenzare la politica (e non viceversa!). Possiamo solamente intravvedere il momento in cui appariranno ovunque Livres noirs contro l’americanismo e la storia di un Paese verrà ricostruita in base a un gigantesco post hoc.
L’intera opera di Kubrick costituirebbe la colonna portante di tale operazione, emergendone come un continuum: il Dr. Strangelove diventerebbe rappresentante dei mille nazisti reclutati dai servizi segreti americani, come è documentato dal recentissimo volume (2014) di Eric Lichtblau, The Nazis Next Door (una politica portata avanti sia da Dulles che da Hoover, incuranti del passato criminale di personaggi come Aleksandras Lileikis, protetto dalla CIA fino all’ultimo); l’Hotel Overlook un monumento perpetuo a «un sistema storico-politico che si è costituito sulla profanazione e sulla distruzione globale di un’altra cultura, precedente e più debole», che ritornerebbe al nazismo come manifestazione di questo stesso Potere, in riferimento all’ispirazione che Hitler trasse dal sistema delle riserve indiane, da egli ammirato come superba dimostrazione delle capacità della macchina di sterminio anglosassone (assieme ai campi di concentramento per boeri del Sud Africa), così come lo aveva conosciuto attraverso le avventure del cowboy Old Shatterhand creato da Karl May; infine questo coacervo di élite sadiche, plotoni di esecuzione, libertini sanguinari e gerarchi nazisti si compendierebbe negli iniziati in maschera di Eyes Wide Shut, i “superiori incogniti” che incitano i Jack Torrance, gli Alex e i Joker allo sterminio dei più deboli.

Chissà che non finiremo per esclamare Dunque era questa l’America!, illudendoci che Kubrick parlasse solamente di essa, e non di qualsiasi Potere, o dell’Impero a venire; e illudendoci anche che la storia non sia «a tale | Told by an idiot, full of sound and fury | Signifying nothing».

venerdì 22 gennaio 2016

La Santa Atomica. Glossario mordiniano

Jean Duvet
Apocalypse
(1555)
Sul pensiero di Attilio Mordini (1923-1966), una delle “teologie politiche” più violente e affascinanti del dopoguerra, si è abbattuta per anni la benevola censura dei suoi seguaci (gli unici peraltro realmente interessati a un recupero della sua opera); ora tuttavia i tempi sembrano maturi per metterne in evidenza gli aspetti più controversi, che rivelano una tragica originalità nei confronti sia del cattolicesimo, sia di tutto quello che generalmente si intende come “tradizionalista”. Ho tentato di adempiere a questo compito raggruppando in un breve glossario le tematiche più ricorrenti nell’opera dello scrittore fiorentino.
[Tra i volumi più citati Il Tempio del Cristianesimo (nel testo abbreviato come TdC – corsivi e maiuscole nell’originale) del 1963, ristampato da Settecolori (1979, l’edizione di riferimento) e da Il Cerchio nel 2006; e la raccolta di articoli Il cattolico ghibellino (Settimo Sigillo, Roma, 1989).]

Ho la febbre e sono maschio

Al giorno d’oggi non ci si può più ammalare senza venir derisi per ogni dove: in casa, sul lavoro, in televisione, sui social network. Una valanga di battutine e reprimende, tipo “Voi maschi per un raffreddore correte a fare testamento” ecc…

La cosa personalmente non mi tange, anche perché è la scienza a dar ragione agli uomini. Come è stato dimostrato dagli americani, l’influenza colpisce i maschi in modo più aggressivo delle femmine: «I sintomi dell'influenza maschili sono davvero peggiori di quelli femminili: colpa della carenza di estrogeni, che nell’altra metà del cielo giocano invece un ruolo protettivo contro le infezioni», scrive “Focus”.

Inoltre, la vita media si è allungata e le persone si sposano tardi (e magari poi divorziano), quindi in diverse circostanze della vita si ritrovano sole. A causa di ciò, la naturale decadenza del corpo, con il conseguente calo delle difese immunitarie, viene vissuta in modo particolarmente penoso, obbligando a un eccesso di bilanci esistenziali che non possono che risultare insoddisfacenti.

Nel mio caso, per esempio, ricordo bene che ai tempi del liceo non mi ammalavo mai, neanche se masticavo sigarette o mi piazzavo nudo davanti alla finestra spalancata in pieno inverno dopo aver fatto una doccia. Per rimanere a casa dovevo fingere di svenire non appena sceso dal letto, oppure dare a intendere che il braccio formicolante sul quale mi ero addormentato fosse l’avvisaglia di un’incipiente paralisi.

Adesso invece non tengo più il conto delle volte che mi sono preso la febbre, e percepisco come immane sofferenza anche i sintomi collaterali: mal di gola, mal di testa, afte, dolori alle ossa. E più passano gli anni, meno ho il diritto di lamentarmi: se almeno fossi un padre di famiglia, la gente nonostante tutto sarebbe obbligata a compatirmi (invece di squadrarmi come per augurarmi di morire).

In ogni caso, qualche anno fa ho trovato un’eccellente apologia dell’ammalato maschio su un grande blog (ormai non più aggiornato, come quasi tutti i grandi blog di una volta), Il supplizio del raffreddore maschile (“Mr. Nice Guy”, 24 Aprile 2013). La pubblico qui prima che scompaia dall’internet senza lasciare traccia:

«È opinione diffusa e ampiamente condivisa fra le varie fasce d’età del popolo femminile, che gli uomini, quando si ammalano, diventano delle lagne spaventose. Che mentre una donna è in grado di sopportare tutti i dolori della terra senza fare un lamento, un uomo per un banale raffreddore ne faccia una questione di vita o di morte. Che si senta pronto a rassegnare l’anima al Creatore, e si comporti di conseguenza.
Le sostenitrici di questa teoria, di solito tirano fuori i dolori del parto. Una donna è comunque in grado di sopportare il travaglio e un dolore straziante, arrivando addirittura a definirlo “il momento più bello della loro vita”, e tutto senza farne un affare di stato. Per cui, a detta di molte, già questo dovrebbe chiudere la discussione. Ed effettivamente, far uscire un melone attraverso un posto progettato per le banane, non dev’essere proprio una passeggiata. Quindi ogni volta che ci penso, ringrazio tanto di essere uomo. Però la questione non è chiusa affatto.
È stato infatti ampiamente dimostrato che un calcio sui gioielli di famiglia, anche soltanto per la quantità di terminazioni nervose coinvolte, è molto più doloroso del parto. Si tratta infatti di uno dei pochi dolori che possono causare la perdita di conoscenza e l’arresto cardiaco. Così, tanto per dirne una. E non è che il cuore ti si ferma perché sei un frignone.
In ogni caso, le argomentazioni a sostegno della teoria femminile sono molte, dettagliate e ben strutturate. Ma anch’io ho una mia teoria a riguardo. Per come la vedo io, tutto dipende dal fatto che le donne ne hanno sempre una, mentre gli uomini generalmente stanno sempre bene, e questo causa una distorsione delle percezioni. Ecco che allora quando il loro uomo sta male, e per la prima volta magari in un anno si lamenta, alle donne sembra che si senta pronto a fare testamento. Quindi si convincono che mentre loro non si lamentano mai, nonostante tutti i dolori che le affliggono, il loro lagnosissimo moroso/compagno/consorte sta facendo una storia che non finisce più per un banale raffreddore.
Quello che magari gli sfugge, è che la realtà è un’altra. Le donne si lamentano di continuo.
Intendiamoci, è assolutamente incontestabile che una donna debba fronteggiare tutta una serie di acciacchi che sono quasi una maledizione. A partire dal mal di testa da sindrome premestruale per arrivare ai dolori da ciclo, praticamente per 2 settimane al mese ha qualcosa che la fa stare male. Per tutti gli altri giorni, ci sono il mal di schiena, le gambe gonfie ed i dolori a spalle, polsi, caviglie e ginocchia. Praticamente non c’è un solo giorno al mese, in cui non capiti qualcosa degno di essere menzionato. Se succedesse a me, mi sparerei domani. Quindi giustamente le donne se ne lamentano.
Tristemente costretta ad un tormento quotidiano sempre diverso, con una rottura nuova ogni mattina che le accompagna dal buongiorno alla buonanotte, non passa giorno che Dio manda in terra, senza che una donna non abbia qualche dolore di cui lamentarsi. Allora la lamentela diventa come un mantra, ripetuto ogni giorno, tutti i giorni, per tutto l’anno. Di continuo.
Chiaramente le donne non se ne accorgono, perché probabilmente hanno cominciato a lamentarsi a 14 anni, e da allora non hanno più smesso. E lo sappiamo tutti che quando una cosa la fai di continuo, smetti di rendertene conto. Come respirare, o ricordarsi se hai chiuso la macchina in parcheggio.
Si lamentano talmente tanto, che nemmeno gli uomini se ne accorgono più, perché si sono abituati. Sono stati abituati prima dalla madre, dopo dalle amichette, poi dalle fidanzate e infine dalle mogli. Tutte a lamentarsi di continuo, al punto che le lamentele smettono di essere addirittura percepite. Semplicemente diventano un rumore di sottofondo. Tipo il traffico o la televisione accesa.
In sostanza, è vero quindi che gli uomini quando hanno il raffreddore si lamentano, intanto perché non sono abituati a stare male, e poi perché il raffreddore è veramente una tortura, però non è altrettanto vero che le donne non si lamentano mai. Anzi. Si lamentano così tanto, che intere generazioni di uomini hanno perfezionato la nobile arte di ignorarle completamente. E questa, va detto, è senza dubbio un’impresa notevole.
Se ci riuscissero anche con il “non sai cosa mi è successo oggi”, sarebbe il paradiso. Se fosse possibile estendere l’arte di ignorare completamente la propria compagna anche ad altri ambiti della relazione, probabilmente si getterebbero le fondamenta di un futuro radioso per il genere umano. Un futuro dove le donne possono parlare liberamente e sentirsi ascoltate, mentre gli uomini continuano a guardare la partita indisturbati, senza rischiare la crisi di coppia. Un traguardo per l’umanità.
Tuttavia, anche se sono abbastanza fiducioso nella mia teoria, in coscienza non mi sento di incoraggiare le donne a raccontare più spesso “non sai cosa mi è successo oggi” di ritorno dal lavoro, né di spingere gli uomini a domandarlo tutte le sere. Ci potrebbe volere molto tempo, ed in quel caso si corrono gravissimi rischi. Ad esempio, la fine della relazione.
O peggio, un omicidio.»

mercoledì 20 gennaio 2016

Obama (2008-2016)

«[Obama] è uno di noi. Il leader di un grande movimento politico e civile che è il pensiero democratico»
(Walter Veltroni, Sì, Barack è uno dei nostri, “Repubblica”, 6 novembre 2008) 
«La vittoria di Obama è la sconfitta della cultura del nostro premier [S.B.] che appartiene a un’altra epoca e finirà con la presidenza Bush»
(Massimo D’Alema, “Repubblica”, 6 novembre 2008) 
«La netta vittoria di Obama è una splendida notizia che sigla la fine di un lungo e cupo ciclo politico negli Usa, nel mondo e anche qui in Italia. Ora sono finiti davvero sia il liberismo economico sia il reaganismo»
(Franco Giordano, “Repubblica”, 6 novembre 2008) 
«I miei leader oggi sono tre: il presidente brasiliano Lula, quello boliviano Morales e Barack Obama»
(Piero Sansonetti, “Il Foglio”, 8 novembre 2008) 
«[Obama] si definisce post partisan. Oltre le parti, oltre la destra, oltre la sinistra. Non basato sul passato, proiettato verso il futuro. Ed è giusto così. Non si può entrare nel XXI secolo con le categorie del XX secolo»
(Giulio Tremonti, Un uomo che supera destra e sinistra, “Corriere”, 9 novembre 2008) 
«Con la vittoria di Barack Obama, nei rapporti tra Usa e Italia non cambia nulla. Abbiamo lavorato benissimo con Clinton, benissimo con Bush, lavoreremo benissimo con Obama»
(Silvio Berlusconi, intervista a Giornale Radio Rai, 6 novembre 2008) 
«La vittoria di Obama apre una nuova era per il dialogo nelle relazioni internazionali e darà un nuovo impulso al multilateralismo economico e politico»
(Luis Rodriguez Zapatero, 6 novembre 2008)
«Obama came and said we will not fight Muslims and Islam. He is a sympathetic man, and says the United States will not fight Islam because Islam is a heavenly religion […] Obama wants to solve the issue (of the Palestinian-Israeli conflict) and wants to do something, but we must help him on how to solve it, and the Israelis must help him»
(Hosni Mubarak, 11 giugno 2009)
Obama, sinceramente, non l’ho mai capito. O, per meglio dire, comprendo perfettamente che un Presidente americano non possa prendere decisioni senza obbedire ai mandati di un numero abnorme di piccole e grandi oligarchie, ma la scaltrezza sta nel mascherare la volontà altrui come espressione della propria. Al contrario il “Primo Presidente Nero” ha preferito dare al mondo l’idea di trovarsi totalmente in balia degli eventi, sempre indeciso sul da farsi, perennemente in contraddizione sia con i propri ideali che con quelli del popolo americano.

Lo storico Akira Iriye, nell’ennesima Storia del mondo prodotta in ambito anglofono (tradotta da Einaudi a cominciare dall’ultimo volume), ha sostenuto che, allo stato dell’arte, «nessuno incarna meglio di Barack Obama le tendenze nonché le speranze transnazionali dell'umanità». 
A dir la verità anche come anticristo soloveviano Obama ha fatto sempre un po’ pena: gli italiani se ne sono accorti quando quello presentato dai mass media come una sorta di “re filosofo” aggirandosi per il Colosseo ha esclamato come un coatto qualsiasi: «Perbacco, è più grande di uno stadio di baseball!».

Dal punto di vista culturale, infatti, Obama non esiste: a parte un’infarinatura da educando radical, non è pervenuto altro. A inizio del primo mandato qualcuno ha tentato di farne l’ultimo rappresentante del gioachimismo, affibbiandogli giudizi entusiastici sulla teologia dell’Abate da Fiore. Molti giornali italiani riportarono infatti la notizia che Obama avrebbe indicato Gioacchino come uno dei suoi “ispiratori” (vedi per esempio l’“Adnkronos”). Sembra che in realtà si trattasse di una fake news ante litteram, perché le cose andarono in maniera più prosaica. Come mi confermò ai tempi un rappresentante del Centro Internazionale di Studi Gioachimiti (nella lettera che pubblico qui di seguito), uno dei loro collaboratori aveva fatto pervenire allo staff del presidente un dvd di un documentario dedicato a Gioacchino:
«Non siamo riusciti a sapere esattamente quando e dove Obama ha citato Gioacchino da Fiore. La cosa certa, che hanno riportato alcune agenzie americane e alcuni studiosi, è che Obama ha effettivamente citato l’Abate nel corso di un suo intervento, nel corso del quale parlava di un tempo nuovo, dell’età dello spirito. Idee che appartengono al pensiero gioachimita. Il Presidente americano ha  citato Gioacchino anche perché al suo staff è giunto il dvd di un documentario dedicato all’Abate. A farglielo avere un giovane medico di San Giovanni in Fiore che lavora e vive a Bologna e che era da sempre  in contatto con alcuni componenti dello staff dell’allora senatore  Obama».
Uno dei motivi per cui questa storia generò, come si dice, un “certo scalpore” (almeno dalle nostre parti), fu che tradizionalmente al gioachimismo (il quale in estrema sintesi annuncia il compimento della “Terza era dello Spirito”, l’età di pace universale che succederà a quella del Padre dell'Antico Testamento e del Figlio del Vangelo), è attribuito anche un lato oscuro, dal momento che tale dottrina presenta il “tempo del compimento” non come libera scelta degli uomini, ma come percorso obbligato, ispirato a una sorta di determinismo teologico o metafisico: l’Era dello Spirito diventa quindi un esito che non si può evitare.

Obama in effetti sembra esser stato, forse involontariamente, l’“esecutore” di talune ansie millenaristiche, contaminate con i classici impulsi apocalittici della “religione americana”,  che a un certo punto hanno portato a minacciare il delicato equilibrio mondiale proprio in nome della pace universale.

Ricordiamo, in primo luogo, l’illusione della guerra pulita, se non a “buon mercato”, da combattere pilotando droni a migliaia di chilometri di distanza, la quale non solo ha innescato nuovi conflitti in Medio Oriente e Africa, ma ha anche permesso la riabilitazione (persino in chiave “romantica”) del concetto di guerra giusta (con l’unica ricaduta positiva della sparizione dei pacifisti dalle strade delle capitali europee).
In secondo luogo, siamo costretti a chiamare in causa anche l’ideologia “arcobaleno” con cui il Nobel per la Pace ha provato a smorzare l’inossidabile machismo yankee, che si è rivelata in definitva un bluff colossale: Obama si è impossessato della “questione omosessuale” in maniera assolutamente strumentale (per giunta al primo mandato aveva esordito dicendo che la famiglia è solo quella tra uomo e donna). In tal modo è riuscito a trasformare un problema di politica interna nell’ideologia fondante di una nuova forma di imperialismo, riportando in auge il vocabolario della Guerra Fredda in versione gay friendly. Ricordiamo tutti con grande imbarazzo le sceneggiate per le Olimpiadi di Sochi, in cui sembrava che l’unico attrito con la Russia riguardasse le abitudini sessuali degli atleti: poi Putin si è preso la Crimea e i mass media sono stati costretti almeno per un istante a parlare di cose serie (una guerra civile ai confini dell’Europa, per dire).

Insomma, questa “Età dello Spirito” non è stata poi così stupefacente come era stato annunciato. Certo, una “dissoluzione” in salsa obamiana ha avuto ricadute positive, come gli accordi con Cuba e Iran, ma anche il tal caso c’è sempre stato un prologo da “Età del Padre” (anzi del patrigno), come dimostrano i tentativi americani di fomentare rivoluzioni colorate in entrambi i Paesi, andati avanti, almeno per quanto riguarda Cuba, fino al 2014 (una storia che tutti hanno voluto dimenticare, quella degli agenti sudamericani inviati sull’isola nelle vesti di assistenti sanitari che usavano la copertura di seminari sulla prevenzione dell’Aids per elargire lezioni di guerriglia urbana ai giovani cubani; cfr. US sent Latin youth undercover in anti-Cuba ploy, “Salon”, 4 agosto 2014).

Sappiamo quanto sia difficile per un americano resistere alla tentazione di mettere in ginocchio l’avversario per negoziare meglio gli accordi. In ogni caso questa è, nel bene e nel male, una delle poche cose per cui verrà ricordato il Primo Presidente Nero (non essendo pervenuti successi in politica interna); tuttavia, anche qualora il mondo si trasformasse per magia in una Repubblica Universale, i libri di storia difficilmente potranno parlare di Obama come “primo presidente transnazionalista”, poiché gli unici momenti in cui non ha agito come un americano sono stati quelli in cui l’incapacità di comandare ha prevalso sulle responsabilità che egli stesso si era assunto.
Sarebbe facile mascherarne gli insuccessi chiamando in causa la “dimensione umana” del Presidente: ma quale ritratto mediocre dell’umanità ne verrebbe fuori! Sarebbero parimenti da evitare tutti i tentativi già in atto di collegare l’evo obamiano al pontificato attuale: i due non si sono nemmeno incontrati a metà strada, come dimostra l’esito deludente del viaggio di Papa Francesco negli Stati Uniti (Obama ha respinto l’appello ad abolire alla pena di morte, per certi versi chiudendo il suo cursus honorum così come aveva cominciato, ovvero con il plauso all’esecuzione di Saddam Hussein ai tempi in cui era ancora un promettente senatore democratico).
Dunque, a posto così: grazie Barack, e a mai più rivederci...

Il transumanesimo è un umanesimo


La prima volta che vidi 2001: Odissea nello spazio fui talmente entusiasta di averne compreso immediatamente il senso, che non gli concessi mai una seconda visione (al contrario, ho impiegato davvero troppo tempo –per una persona normale, intendo– a capire perché sul pianeta delle scimmie c’era una Statua della Libertà col volto umano…).

Ancora oggi sono restio a riguardarlo per non sminuire quel misero trionfo: lo stesso Kubrick, d’altronde, tende a darmi ragione, non solo perché consigliò «una visione immediata, viscerale, che non dovrebbe implicare ulteriore approfondimenti», ma anche perché le sue convinzioni politiche e religiose (come recita il titolo di una straordinaria pagina di Wikipedia) confermano implicitamente la mia interpretazione, che in realtà si potrebbe riassumere in poche parole: il transumanesimo è una forma di umanesimo (corrolario: l’oltreuomo resta sempre un uomo).

Pur conoscendo poco o nulla delle convinzioni religiose di Kubrick (che si è sempre nascosto dietro un sobrio ateismo), sappiamo tuttavia che qualsiasi cosa provasse l’esistenza di una vita dopo la morte fosse per lui motivo di ottimismo (per questo affermò di considerare Shining una storia positiva…). La sequenza conclusiva di 2001, con la morte e rinascita di Bowman, è da questo punto di vista anch’esso un “lieto fine”, poiché in esso la tecnologia sopperisce a ciò che Kubrick, se fosse stato cattolico, avrebbero considerato appannaggio di Dio, ovvero la risurrezione della carne.

«Le persone chiamano “dio” ciò che non capiscono nel mio film», afferma ancora Kubrick. A dirla tutta, c’è anche chi, come Giuseppe Rausa, preferisce chiamarlo “diavolo”: «Tra le molte possibili interpretazioni di 2001 c’è anche quella satanica: il nero monolito come segno del potere demoniaco; la storia umana determinata da poteri sconosciuti; l'individuo come marionetta destinata a evolversi nel fango e nel sangue, attraverso la guerra degli uomini contro gli uomini».
Questa interpretazione, per quanto affascinante, non mi convince del tutto, anche perché il fatto che alcuni satanisti americani indicano 2001 come il film che ha meglio raccontato «la storia umana come prodotto dell’intelligenza generata nell'uomo dalla scintilla di Dio-Satana», francamente rappresenta soltanto un loro problema (evidentemente non l’unico).

Tenderei a lasciar da parte belzebù e a vedere quel monolito semplicemente come il simbolo più efficace per rappresentare lo stupore dell’essere umano di fronte ai “prodigi della tecnica”: il colore nero indica il mistero, invece la forma ne indica la misurabilità (cioè che esiste una possibilità di risolvere l’enigma).
Escluderei anche sì la presenza di famigerate “intelligenze aliene”, nonostante vengano chiamate in causa dallo stesso romanzo di Arthur C. Clarke che ha ispirato il film. È sempre Kubrick, in verità, a fornire una lettura “razionalistica” della storia: «2001 mostra che quello che alcune persone chiamano “dio” è solamente un termine adeguato per nascondere la propria ignoranza. Quello che non capiscono, lo chiamano “dio”… Tutto ciò che sappiamo dell’universo rivela che non c’è nessun “dio”. […] Questo film rigetta la nozione dell’esistenza divina, come si fa a non capire?».

Una volta messo da parte “dio”, resta da risolvere il problema “uomo”: è questo intendimento che trasforma 2001 in una rappresentazione plastica del famoso motto di Voltaire: Si Dieu n’existait pas, il faudrait l’inventer.
Trasferire l’onnipotenza divina agli alieni o alla stessa umanità (proiettata nel futuro), per Kubrick conta poco: l’importante è che gli esseri umani sopravvivano a se stessi, anche in forma di «macchine immortali […] emerse dalla crisalide della materia e trasformate in esseri di pura energia e spirito» (intervista a “Playboy”).
I “superiori incogniti”, quelli che possiedono le intelligenze o i mezzi più potenti, sono comunque esseri di questo mondo; anche la supremazia di HAL 9000 non è che apparente: l’uomo può sempre prevalere su ciò che lui stesso ha creato, al di là di tutte le paranoie sulla tecnica.

Qualche rilievo in più meriterebbe forse il “delizio ambientino” in cui Bowman “rinasce”, la cosmic hotel suite di stile neoclassico («lo stile dell’immortalità, lo stile del monumento che dice di essere monumento», cit.).
È questo forse un dettaglio disturbante, poiché sembra comunicarci che una volta superato il cosidetto “transumanesimo” (cioè quando l’uomo si sbarazza della macchina “antropomorfizzata”, rivelatasi un supporto inaffidabile), ecco che egli finisce per rifugiarsi in un umanesimo di maniera.

Per affrontare un’immortalità posticcia, un surrogato dell’eternità, credo sarebbero necessari ambienti meno “letterari” e più accoglienti; magari qualcosa di assomigliante allo studiolo di Francesco I a Palazzo Vecchio o ai dipinti di Franco Magnani analizzati da Oliver Sacks in Un antropologo su Marte, nei quali l’artista proietta Pontito, il suo paesello d’infanzia, «nell’eternità per lo spazio infinito». Solo in tal caso una pseudo-eternità di morti e di rinascite sarebbe accettabile (anche se per chi vive in condominio il bilocale settecentesco va più che bene).



martedì 19 gennaio 2016

Papież Franciszek i trend naszych czasów


Tendencją naszego czasu jest katalogowanie wszystkiego, co istnieje. Globalny Bank Nasion i Park Jurajski, Facebook i Społeczeństwo spektaklu Guya Deborda, wszystkie te rzeczy reagują na tę potrzebę: konieczność utworzenia sztucznej czasowość wiecznej teraźniejszości, „fałszywa świadomość czasu […] jako społeczna organizacja paraliżu historii i pamięci” (to „Spektakl”, według Deborda).
Również Encyklika Laudato si’ papieża Franciszka wydaje się być pod wpływem tego klimatu intelektualnego, katalogowania lęk wynika z pierwszych rozdziałów:
„Każdego roku znikają tysiące gatunków roślin i zwierząt, których nie będziemy już mogli poznać, których nie będą już mogły zobaczyć nasze dzieci, gatunków utraconych na zawsze. Zdecydowana większość ginie z przyczyn związanych z jakimś ludzkim działaniem. Z naszego powodu tysiące gatunków nie będzie swoim istnieniem chwaliło Boga ani też nie będą przekazywać nam swego orędzia. Nie mamy do tego prawa” (n. 33);
„Zapewne niepokoją nas informacje o wyginięciu określonego gatunku ssaków lub ptaków, bo są one bardziej widoczne. Ale dla prawidłowego funkcjonowania ekosystemów potrzebne są również grzyby, glony, owady, gady i niezliczona różnorodność mikroorganizmów” (n. 34);
„Każdy kraj […] powinien dokonać dokładnej inwentaryzacji żyjących gatunków w celu opracowania programów i strategii ochrony, dbając ze szczególną troską o te, które są zagrożone wymarciem” (n. 42).
Z ogólnej perspektywy, to jest oczywiste, aby zobaczyć, że wyrażenie „wspólny dom” Papież chce potwierdzić katolickich rozważania na temat koncepcji „stworzonej/stworzenie” (oczywiście, stworzony przez Boga), które mogli się pogodzić z tradycyjnej teologii i antropologii.
Papież na końcu encykliki przywołuje naszą wspólną podróż „w drodze do szabatu wieczności, do nowego Jeruzalem, do wspólnego domu w niebie”, przypominając wiernym, że „życie wieczne będzie wspólnym zadziwieniem, gdzie każde stworzenie, świetliście przemienione, zajmie swoje miejsce i będzie miało coś, czym obdarzy ubogich ostatecznie wyzwolonych” (n. 243).
Papież Franciszek, podkreślając „wypaczony antropocentryzm”, ostatecznie musi potwierdzać tradycyjne motywy antropologii chrześcijańskiej: „Człowiek, choć jest również objęty procesami ewolucyjnymi, niesie ze sobą pewną nowość, której nie da się wyjaśnić przez ewolucję oraz inne systemy otwarte. [...] Zdolność do refleksji, rozumowania, kreatywności, interpretacji, twórczości artystycznej i inne oryginalne możliwości ukazują pewną wyjątkowość, która wykracza poza dziedzinę fizyczną i biologiczną” (n. 81). Wynika stąd, że katolik musi wziąć odpowiedzialność, aby zachować wszystko, co Bóg dał człowiekowi.


Jest to przeformułowanie w katolickim sensie motywu przewodniego naszego czasu ("Wszystko, co istnieje, zasługuje by być zachowane”), który Papież wyraża, kiedy mówi tragedia „strata pewnych gatunków lub grup zwierząt i roślin” (n. 35), i zagrożenia dziedzictwa historycznego, artystycznego i kulturowego (n. 143), co również przyczynia się do powstania tej książki natury wraz z „środowisko, życie, seksualność, rodzinę, relacje społeczne, a także inne aspekty” (n. 6).
Ludzkość i wszystkie stworzenia, „zmierzają [...] ku ostatecznemu kresowi, jakim jest Bóg w transcendentalnej pełni, gdzie zmartwychwstały Chrystus wszystko ogarnia i oświetla” (n. 83).
Jest to zadanie przypisane do człowieka: trudno uwierzyć, że potencjał tej techniki nie będzie rozwijana, aby go zrealizować. Franciszek podchodzi do problemu z różnych perspektyw: mówi o zużyciu energii, na przykład, wskazuje na potrzebę by „rozwijać odpowiednie technologie gromadzenia energii” (n. 26) i „wyzwolenie z faktycznie panującego paradygmatu technokratycznego” (n. 112).
Pomimo niejasności przykładów papieża, wydaje się, że sugeruje on prawdziwe ewangelizacja techniki („dobrze zorientowana” technika).
Prędzej czy później, te rzeczy mają być wykonane, niezależnie od ludzkiej woli. Możemy również wyobrazić sobie pozytywne zmiany, ale nie możemy zapominać o finalnej zasadzie antropicznej, która mówi, że „inteligentne przetwarzanie informacji musiało pojawić sie we Wszechświecie, a gdy już się pojawiło, to nigdy nie zaniknie”. Oznacza to stworzenie wiecznego życia bezpośrednio na tej ziemi. Ale jest jeszcze za wcześnie, by przeobrazić tę encyklikę w manifest katolickiego transhumanizmu