martedì 8 dicembre 2015

Uno scoiattolo ubriaco


Qual era il filosofo che sosteneva che gli dèi e gli animali vivono in perfetto equilibrio e perciò non hanno bisogno di ricercare l’ebbrezza? Non ricordo, ma mi sembra che questo concetto emerga spesso nella storia del pensiero occidentale (Epicuro, Hume, Nietzsche: uno di questi tre sicuramente l’ha detto). In parole povere, gli animali non si ubriacano perché non ne hanno alcuna necessità: la tendenza a intossicarsi e alterare la propria coscienza è esclusiva dell’essere umano. Poi salta fuori il video di uno scoiattolo che si ubriaca con frutta o verdura fermentata, e ogni preconcetto crolla all’istante. A questo aggiungiamo anche i cinquemila bovini del Kansas (City?) che vengono soppressi ogni anno perché quando scoprono le erbette inebrianti diventano tossicomani (l’ho letta su Focus), oppure i pettirossi americani che mangiano le bacche del caprifoglio fino a stordirsi, o ancora le formiche sanguinee che “mungono” gli afidi o gorgoglioni per gustare la loro inebriante essudazione, una specie di latte talmente tossico che finisce per distruggere l’intera vita del formicaio (sempre Focus, credo).

Alla maggior parte di noi, le immagini di una scimmia o un elefante che barcollano provocano un attacco di risa irrefrenabile. I motivi sono innumerevoli, e del resto l’uomo ride anche dei propri simili quando inciampano o si tirano una martellata sul dito. Tuttavia, nel caso degli animali, la risata dovrebbe esser mista a un senso di tristezza, nel constatare come la creazione tenda tutta intera verso l’auto-distruzione. Se nemmeno un essere di puro istinto può resistere a questa spinta, allora ci restano pochissime speranze. Aveva forse ragione Cornelio Fabro a commuoversi per le bestie che «senza loro colpa pagano la conseguenza del peccato originale».

A parte le indispensabili informazioni rinvenute su Focus, ho trovato interessanti anche gli studi dello psicofarmacologo Ronald K. Siegel, riassunti nel volume Intoxication: Life in Pursuit of Artificial Paradise (1989). Oltre i babbuini che saccheggiano le piantagioni di tabacco e le renne che vengono radunate grazie alla loro dipendenza dall’amanita muscaria, l’esempio più eclatante è quello degli elefanti: essi si ubriacano con i frutti fermentanti degli alberi di marula e il loro comportamento da ebbri ricorda quello degli esseri umani (andatura irregolare, difficoltà a controllare i movimenti della proboscide e delle orecchie). Per “testare” le sue osservazioni, Siegel ha confinato per un mese un gruppo di elefanti in uno spazio ristretto e li ha fatti bere... Non stupisce che le sue ricerche siano state contestate da alcuni ricercatori di Bristol nel 2006, ma la predilezione degli elefanti per i frutti fermentati è stata osservata, oltre che in Africa, anche nel Bengala e in Indonesia con i durian.
Il dato ci conferma ancora una volta gli oscuri motivi che spingono l’intera creazione all’ottundimento.

Nessun commento:

Posta un commento

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.