venerdì 11 dicembre 2015

Papini stroncato

Dopo aver distribuito stroncature a destra e a manca nei primi due decenni del Novecento, anche Giovanni Papini alla fine se ne è beccata qualcuna. 

Resta negli annali quella di Barberi Squarotti: ad appena qualche anno dalla morte, Papini venne liquidato dal critico in una paginetta scarsa de La narrativa italiana del dopoguerra (Cappelli, Rocca San Casciano, 1965, pp. 11-12):
«Una letteratura ancora più lontana [rispetto a quella di Nicola Lisi, scil.] da ogni sospetto sullo stato delle cose e da una vera “dimensione” religiosa del mondo è quella di Papini, ma Lisi ha a suo vantaggio il carattere innocuo dei suoi esili, vaporanti fantasmi, in confronto con i mostri evocati e diffusi con la perfetta irresponsabilità del letterato che gioca con le idee, da Papini. […] Buon evocatore di ordinate campagna, di ben pettinati luoghi, come richiedono le antologie scolastiche […] sono gli esigui vantaggi di Papini. Contro, sta il totale fallimento della maggiore ambizione papiniana, il Giudizio universale (1957), in cui l’evocatore di tanti “mostri” nazionalisti e fascisti, della religione come strumento di successo e di dominio, l’uomo che aveva scritto di tutti non comprendendo nessuno, il falsificatore di Dante, Carducci, S. Agostino, Michelangelo, Croce, Kafka, Sartre, e tanti altri ancora, si trova tradito dai fantasmi che improvvidamente ha interrogato, ricacciato nella banalità, a un infimo grado di inutilità. Accanto, quanti altri libri infelici […] ondeggianti fra le enormi ambizioni e gli esiti sempre più deboli, lo stile gonfio o genericamente giornalistico, l’accumularsi della cultura di seconda mano mal compresa, la rivelazione dell’incapacità morale, che dalla recente pubblicazione del Diario (1962) ha avuto conferme agghiaccianti, in rapporto con la guerra, con i massacri degli Ebrei, con i campi di concentramento tedeschi (e già la pretesa di essere la voce del papa del futuro – Lettere agli uomini di Papa Celestino VI, 1946 – ben aveva definito la vanità del letterato, prima che il Giudizio universale testimoniasse l’ambizione di essere la voce stessa di Dio). Se ci siamo fermati su Papini così a lungo in rapporto con la portata minima delle sue opere, è stato per testimoniare la letteratura che la guerra ha spazzato via, definitivamente demistificandone la vergogna, l’orrore o la decoratività superficiale».
Per smentire Barberi Squarotti potremmo riportare i giudizi di Jorge Louis Borges, William James e Mircea Eliade (per dirne tre a caso); ma sarebbe solo leziosaggine, anche se col passare degli anni gli attacchi si sono intensificati, fino a giungere apertamente all’insulto; per esempio, nel Dizionario Bompiani delle Opere il critico accusa Papini di essere “noioso”, “retrivo”, “spietato”, “privo di carità”, “antisemita” (calunnia rilanciata da Sergio Luzzatto), “livoroso”, “gretto”, “provinciale” ecc…

Lasciando da parte gli “anni formidabili” in cui la letteratura doveva essere ancella dell’ideologia, risulta invece più “impegnativa” la stroncatura di Romano Amerio contenuta nel celebre Iota unum. Nonostante nelle prime pagine l’esempio di Papini (accanto a Gemelli, Psichari, Claudel, Péguy) venga portato come prova che la Chiesa post-conciliare «non converte più nessuno», alla fine del tomo Amerio stronca lo scrittore in due righe:
«Anche scrittori censiti tra i cattolici hanno rifiutato l’inferno come incompatibile con le leggi della ragione. Sarebbe da citare Il Diavolo di Giovanni Papini se, come scrive l’“Osservatore Romano” in un articolo intitolato Una condanna superflua, la sostanza dottrinale del libro non fosse nulla e il suo autore, che cita il Vangelo credendo di citare Agostino, non fosse da rimandare al catechismo».
L’articolo anonimo dell’OR era in realtà opera di don Giuseppe De Luca (su richiesta di Ottaviani), il quale disapprovava la riproposizione in chiave moderna dell’apokatastasis di Origene, dottrina secondo la quale alla fine dei tempi Dio avrebbe “restaurato tutte le cose”, perdonando il diavolo e i suoi accoliti.

La disputa creatasi attorno a Il Diavolo lascerà i segni anche su un discorso di Pio XII, che ovviamente confermerà l’immutabilità e l’eternità della condanna.
Perciò sarebbe da stolti volersi opporre alla stroncatura di Amerio: Papini non è un idolo, ed è giusto che sia valutato anche come cattolico dal momento che a un certo punto della sua vita si presentò come tale. Tuttavia qualche dubbio sorge considerando gli apprezzamenti dell’Amerio nei confronti di Giordano Bruno e Tommaso Campanella: anche costoro vennero “rimandati al catechismo” (e non solo!), ma in questo caso Amerio non si proibisce di presentarli niente di meno che come apologeti.
Ci si domanda allora perché tale atteggiamento non debba valere anche per Papini. E ci si risponde che quando uno scrittore viene citato da Paolo VI in un’omelia e in un discorso per quinto centenario della nascita di Michelangelo, e se un suo libro, la Storia di Cristo, viene definito da Papa Ratzinger come una delle più entusiasmanti biografie di Gesù, allora non è così semplice rispedirlo con una tirata d’orecchie al catechismo.

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