mercoledì 16 dicembre 2015

L’aeroplano del Papa (Pio X)

«Sua Santità si interessò molto del meraviglioso successo dell’aviatore francese Beaumont, vincitore del volo aereo Parigi-Roma. “Fatemi sapere quando starà per arrivare” – disse al suo seguito – “Vorrei vederlo e salutare quel caro figliolo… Voglio dare il saluto della Chiesa cattolica a questo nuovo progresso...”.
Dall’Osservatorio del Vaticano si intravide un puntino nero, che rapidamente andava, poco a poco, ingrandendosi. L’aviatore francese era in arrivo e già sorvolava la Campagna romana.
Il cardinale Merry del Val avvertì Sua Santità. Pio X si avvicinò al balcone e ammirò il bellissimo volteggiare dell’areoplano che ben presto volò attorno a San Pietro. Pio X fece un gesto di benedizione paterna e rivolto al cardinale disse: “Sono felice, perché ho visto adesso una delle più belle realizzazioni di questo secolo”»

(“Espero Katolika”, giugno 1911, cit. in C. Sarandrea, Discernimento dei papi da san Pio X a oggi sul carisma dei Cattolici Esperantisti, 1996)

martedì 15 dicembre 2015

Quando Mao commosse Iddio

“Come Yu Kung rimosse le montagne” è uno dei più noti discorsi di Mao Tse-tung, pronunciato l’11 giugno 1945 al VII Congresso nazionale del Partito comunista cinese e pubblicato poi nel Libretto Rosso. Il testo di per sé sarebbe una prova della natura “ircocervica” del maoismo, collocato a metà strada tra l’ideologia occidentale (per i cinesi l’occidente era la Russia), la tradizione mitologica e sapienziale dell’Oriente e le religioni antiche del Celeste Impero. Per spiegare la sua rivoluzione al popolo, Mao riprende un tema del folklore cinese, la favola del “Vecchio pazzo che smuove le montagne”. In realtà tutte le traduzioni italiane interpretano “Yu Kung” (愚公) come nome proprio del protagonista, quando invece questi caratteri significano semplicemente “vecchio folle o illuso”. La storia è molto semplice: un vecchio vuole sbarazzarsi di due montagne che gli intralciano il cammino e perciò si mette a scavare con i suoi figli. Tutti lo prendono per pazzo, ma lui crede che un giorno finalmente le generazioni successive riusciranno a colpi di zappa a livellare le cime. Dio si commuove e invia due angeli sulla terra che si caricano le montagne sulle spalle e le portano in cielo.
È interessante osservare come i traduttori italiani giocano sull’ambiguità del termine “Shang Di” (上帝) e lo traducono a seconda dei gusti come Dio, Cielo, Signore Celeste. Di seguito riprendiamo il passaggio originale in lingua cinese e due traduzioni, una della Casa editrice in lingue estere per le Opere scelte (1969-1975) e un’altra da una antologia scolastica del 1968.

中国古代有个寓言,叫做“愚公移山”。说的是古代有一位老人,住在华北,名叫北山愚公。他的家门南面有两座大山挡住他家的出路,一座叫做太行山,一座叫做王屋山。愚公下决心率领他的儿子们要用锄头挖去这两座大山。有个老头子名叫智叟的看了发笑,说是你们这样干未免太愚蠢了,你们父子数人要挖掉这样两座大山是完全不可能的。愚公回答说:我死了以后有我的儿子,儿子死了,又有孙子,子子孙孙是没有穷尽的。这两座山虽然很高,却是不会再增高了,挖一点就会少一点。为什么挖不平呢?愚公批驳了智叟的错误思想,毫不动摇,每天挖山不止。这件事感动了上帝,他就派了两个神仙下凡,把两座山背走了。现在也有两座压在中国人民头上的大山,一座叫做帝国主义,一座叫做封建主义。中国共产党早就下了决心,要挖掉这两座山。我们一定要坚持下去,一定要不断地工作,我们也会感动上帝的。这个上帝不是别人,就是全中国的人民大众。全国人民大众一齐起来和我们一道挖这两座山,有什么挖不平呢?
«Una antica favola cinese, intitolata “Come Yu Kung rimosse le montagne”, racconta di un vecchio che viveva tanto, tanto tempo fa nella Cina settentrionale ed era conosciuto come il “vecchio sciocco delle montagne del nord”. La sua casa guardava a sud e davanti alla porta due grandi montagne, Taihang e Wangwu, gli sbarravano la strada. Yu Kung decise di spianare con l’aiuto dei figli, le due montagne a colpi di zappa. Un altro vecchio, conosciuto come il “vecchio savio”, quando li vide all’opera scoppiò in una risata e disse: “Che sciocchezza state facendo! Non potrete mai, da soli, spianare due montagne così grandi”. Yu Kung rispose: “Io morrò, ma resteranno i miei figli; morranno i miei figli, ma resteranno i nipoti, e così le generazioni si susseguiranno all’infinito. Le montagne sono alte, ma non possono diventare ancora più alte; ad ogni colpo di zappa, esse diverranno più basse. Perché non potremmo spianarle?” Dopo aver così ribattuto l’opinione sbagliata del vecchio savio, Yu Kung continuò il suo lavoro un giorno dopo l’altro, irremovibile nella sua convinzione. Ciò impietosì il Cielo, il quale inviò sulla terra due esseri immortali che portarono via le montagne sulle spalle. Oggi due grandi montagne opprimono con tutto il loro peso il popolo cinese: una è l’imperialismo, l’altra il feudalesimo. Il Partito comunista cinese ha deciso già da tempo di spianare queste due montagne. Dobbiamo essere perseveranti e lavorare senza tregua, e noi pure commuoveremo il Cielo, e questo Cielo non è altro che il popolo di tutta la Cina. Se esso si solleverà per spianare con noi le montagne, perché non potremmo riuscirci?» 
«Una antica favola cinese, intitolata “Come Yu Kung rmosse le montagne”, racconta di un vecchio che viveva tanto, tanto tempo fa nella Cina settentrionale ed era conosciuto come “il vecchio sciocco delle montagne del Nord”. La sua casa guardava a sud e davanti alla porta, due grandi montagne, Thaihang e Wangwe, gli sbarravano la strada. Yu Kung decise di spianare, insieme ai figli, le due montagne a colpi di zappa. Un altro vecchio, conosciuto come il “vecchio savio”, quando li vide all’opera scoppiò in una risata e disse: “Che sciocchezza state facendo! Non potrete mai, da soli, spianare due montagne così grandi”. Yu Kung rispose: “Io morrò, ma resteranno i miei figli; morranno i miei figli, ma resteranno i nipoti, e così la generazioni si susseguiranno all’infinito. Le montagne sono alte, ma non possono diventare ancora più alte; ad ogni colpo di zappa, esse diverranno più basse. Perché non potremmo spianarle?”. Dopo aver così ribattuto l’opinione sbagliata del vecchio savio, Yu Kung continuò il suo lavoro un giorno dopo l’altro, irremovibile nella sua convinzione. Ciò impietosì Iddio, il quale inviò sulla terra due angeli che portarono via le montagne sulle spalle. Oggi due grandi montagne opprimono con tutto il loro peso il popolo cinese: una è l’imperialismo, l’altra il feudalesimo. Il partito comunista cinese ha deciso già da lungo tempo di spanare queste due montagne. Dobbiamo essere perseveranti e lavorate senza tregua, e noi pure commoveremo Iddio, e questo dio non è altro che il popolo di tutta la Cina. Se esso si solleverà per spianare con noi le montagne, perché non potremmo riuscirci?»

Putin ha incontrato Reagan come spia del KGB?

Putin ha incontrato Reagan come spia del KGB?
(Adrian Blomfield, Did Vladimir Putin meet Ronald Reagan as an undercover KGB man?, “Telegraph”, 19 marzo 2009)

Vladimir Putin si trova al centro di una bizzarra polemica dopo la pubblicazione di una fotografia che mostra l’ex spia del KGB mentre finge di far parte di una comitiva turistica incaricata di provocare Ronald Reagan sul rispetto dei diritti umani negli Stati Uniti. 
Secondo Pete Souza, il fotografo ufficiale del presidente Barack Obama, l’immagine che egli stesso scattò nella Piazza Rossa vent’anni fa dimostra che Putin faceva parte di un piano del KGB per mettere in imbarazzo Reagan durante la sua prima visita a Mosca.
Nonostante il Cremlino si diletti spesso nella divulgazione di fotografie di Putin che va a caccia o a pesca a dorso nudo, i funzionari di Mosca hanno reagito furiosamente alla pubblicazione dell’immagine.
Fonti politiche hanno detto che il Cremlino è convinto che l’amministrazione Obama abbia approvato la diffusione della fotografia nel tentativo di infangare Putin. Il portavoce ufficiale del Primo Ministro non ha rilasciato dichiarazioni, ma alcuni esperti russi hanno affermato che il giovane uomo in maglietta con una macchina fotografica al collo non può essere Putin.
Tuttavia Souza non ha dubbi riguardo l’autenticità della fotografia: egli ha infatti dichiarato alla radio che l’incontro avvenne nell’estate del 1988, mentre Gorbaciov stava accompagnando Reagan nella sua visita alla Piazza Rossa.
Pete Souza faceva parte della delegazione in qualità di fotografo ufficiale di Reagan. Il presidente americano fu condotto verso un gruppo di turisti russi che erano stati evidentemente chiamati nella Piazza Rossa proprio allo scopo di incalzare Reagan con una serie di domande mirate sulla situazione dei diritti umani negli USA.
Souza sostiene che un ufficiale dei servizi segreti gli avrebbe rivelato la reale identità dei turisti: «Erano membri del KGB con i loro familiari».
«Tra le mie fotografie ce n’è una di un turista con una macchina fotografica al collo» continua Souza. «Mi è stato fatto notare che quell’uomo era Putin, come poi abbiamo verificato. Non appena vedrete la fotografia anche voi esclamerete: “Oddio, è proprio lui!”».
Gli esperti di Mosca tuttavia sono poco persuasi.
Al momento della visita di Reagan, Putin era in servizio come spia di livello medio a Dresda, nella Germania dell’Est, e non sarebbe mai stato richiamato a Mosca per una cosa del genere.
Inoltre l’uomo nella foto sembra avere più capelli di quanto Putin non ne abbia mai avuti. Sembra anche troppo magro: Putin ha sempre detto di aver messo su un sacco di chili a Dresda, perché beveva quasi 4 litri di birra a settimana.

sabato 12 dicembre 2015

La tassa sulla barba

«Nel 1698, Pietro I di Russia istituì una tassa sulla barba per modernizzare la società della Russia seguendo i modelli europei. Quelli che pagavano l’imposta erano obbligati a tenere con sé un “gettone della barba”. Si trattava di una moneta di rame o d’argento con impressa su un lato un’aquila bicipite e sull’altro la parte inferiore di un volto con naso, bocca, baffi e barba. Sul gettone erano incise anche due frasi: “L’imposta sulla barba è stata pagata” e “La barba è un peso superfluo”» (en.wikipedia). 
«Le tariffe, stabilite col Regio Decreto del 10 gennaio 1705 , erano le seguenti:
– nobili, ufficiali e funzionari: 600 rubli all’anno;
– commercianti stranieri: 100 rubli all’anno;
– mercanti e cittadini di ceto elevato: 60 rubli;
– servi, cocchieri, carrettieri e ceti più bassi: 30 rubli.
I contadini non erano tenuto a pagare, ma ogni volta che entravano in città venivano tassati di un copeco. Dal 1715 si impose un’unica tariffa di 50 rubli. Nel 1772 venne abolita ogni tassa» (ru.wikipedia).

venerdì 11 dicembre 2015

Papini stroncato

Dopo aver distribuito stroncature a destra e a manca nei primi due decenni del Novecento, anche Giovanni Papini alla fine se ne è beccata qualcuna. 

Resta negli annali quella di Barberi Squarotti: ad appena qualche anno dalla morte, Papini venne liquidato dal critico in una paginetta scarsa de La narrativa italiana del dopoguerra (Cappelli, Rocca San Casciano, 1965, pp. 11-12):
«Una letteratura ancora più lontana [rispetto a quella di Nicola Lisi, scil.] da ogni sospetto sullo stato delle cose e da una vera “dimensione” religiosa del mondo è quella di Papini, ma Lisi ha a suo vantaggio il carattere innocuo dei suoi esili, vaporanti fantasmi, in confronto con i mostri evocati e diffusi con la perfetta irresponsabilità del letterato che gioca con le idee, da Papini. […] Buon evocatore di ordinate campagna, di ben pettinati luoghi, come richiedono le antologie scolastiche […] sono gli esigui vantaggi di Papini. Contro, sta il totale fallimento della maggiore ambizione papiniana, il Giudizio universale (1957), in cui l’evocatore di tanti “mostri” nazionalisti e fascisti, della religione come strumento di successo e di dominio, l’uomo che aveva scritto di tutti non comprendendo nessuno, il falsificatore di Dante, Carducci, S. Agostino, Michelangelo, Croce, Kafka, Sartre, e tanti altri ancora, si trova tradito dai fantasmi che improvvidamente ha interrogato, ricacciato nella banalità, a un infimo grado di inutilità. Accanto, quanti altri libri infelici […] ondeggianti fra le enormi ambizioni e gli esiti sempre più deboli, lo stile gonfio o genericamente giornalistico, l’accumularsi della cultura di seconda mano mal compresa, la rivelazione dell’incapacità morale, che dalla recente pubblicazione del Diario (1962) ha avuto conferme agghiaccianti, in rapporto con la guerra, con i massacri degli Ebrei, con i campi di concentramento tedeschi (e già la pretesa di essere la voce del papa del futuro – Lettere agli uomini di Papa Celestino VI, 1946 – ben aveva definito la vanità del letterato, prima che il Giudizio universale testimoniasse l’ambizione di essere la voce stessa di Dio). Se ci siamo fermati su Papini così a lungo in rapporto con la portata minima delle sue opere, è stato per testimoniare la letteratura che la guerra ha spazzato via, definitivamente demistificandone la vergogna, l’orrore o la decoratività superficiale».
Per smentire Barberi Squarotti potremmo riportare i giudizi di Jorge Louis Borges, William James e Mircea Eliade (per dirne tre a caso); ma sarebbe solo leziosaggine, anche se col passare degli anni gli attacchi si sono intensificati, fino a giungere apertamente all’insulto; per esempio, nel Dizionario Bompiani delle Opere il critico accusa Papini di essere “noioso”, “retrivo”, “spietato”, “privo di carità”, “antisemita” (calunnia rilanciata da Sergio Luzzatto), “livoroso”, “gretto”, “provinciale” ecc…

Lasciando da parte gli “anni formidabili” in cui la letteratura doveva essere ancella dell’ideologia, risulta invece più “impegnativa” la stroncatura di Romano Amerio contenuta nel celebre Iota unum. Nonostante nelle prime pagine l’esempio di Papini (accanto a Gemelli, Psichari, Claudel, Péguy) venga portato come prova che la Chiesa post-conciliare «non converte più nessuno», alla fine del tomo Amerio stronca lo scrittore in due righe:
«Anche scrittori censiti tra i cattolici hanno rifiutato l’inferno come incompatibile con le leggi della ragione. Sarebbe da citare Il Diavolo di Giovanni Papini se, come scrive l’“Osservatore Romano” in un articolo intitolato Una condanna superflua, la sostanza dottrinale del libro non fosse nulla e il suo autore, che cita il Vangelo credendo di citare Agostino, non fosse da rimandare al catechismo».
L’articolo anonimo dell’OR era in realtà opera di don Giuseppe De Luca (su richiesta di Ottaviani), il quale disapprovava la riproposizione in chiave moderna dell’apokatastasis di Origene, dottrina secondo la quale alla fine dei tempi Dio avrebbe “restaurato tutte le cose”, perdonando il diavolo e i suoi accoliti.

La disputa creatasi attorno a Il Diavolo lascerà i segni anche su un discorso di Pio XII, che ovviamente confermerà l’immutabilità e l’eternità della condanna.
Perciò sarebbe da stolti volersi opporre alla stroncatura di Amerio: Papini non è un idolo, ed è giusto che sia valutato anche come cattolico dal momento che a un certo punto della sua vita si presentò come tale. Tuttavia qualche dubbio sorge considerando gli apprezzamenti dell’Amerio nei confronti di Giordano Bruno e Tommaso Campanella: anche costoro vennero “rimandati al catechismo” (e non solo!), ma in questo caso Amerio non si proibisce di presentarli niente di meno che come apologeti.
Ci si domanda allora perché tale atteggiamento non debba valere anche per Papini. E ci si risponde che quando uno scrittore viene citato da Paolo VI in un’omelia e in un discorso per quinto centenario della nascita di Michelangelo, e se un suo libro, la Storia di Cristo, viene definito da Papa Ratzinger come una delle più entusiasmanti biografie di Gesù, allora non è così semplice rispedirlo con una tirata d’orecchie al catechismo.

martedì 8 dicembre 2015

La tripletta populista

Mi sono imbattuto per caso in un articolo di “Repubblica” di qualche anno fa, Insieme contro gli immigrati così cresce la galassia dell’odio (4 novembre 2007): lo ripropongo ai lettori perché col senno di poi è decisamente... perturbante.
«I partiti xenofobi si sono fanno largo, conquistano seggi nei parlamenti nazionali e a Strasburgo, diffondono messaggi d’odio. […] L’Olanda ricorda lo choc dell’ascesa e dell’assassinio di Pim Fortuyn. Nel 2001 il leader populista aveva dichiarato che “l’Olanda è piena”. Un anno dopo è stato assassinato da un immigrato. L’Austria non ha dimenticato l’isolamento imposto dai partner europei ai tempi in cui al governo partecipavano i liberali di Jorg Haider, ultranazionalisti e xenofobi. Haider lascerà poi il partito, ma nel frattempo il paese ha varato nuove norme sull’asilo, considerate le più restrittive d’Europa. In Francia un veterano dell’esercito, Jean-Marie Le Pen, è diventato il simbolo della xenofobia. Usando la sua eloquenza e slogan populisti ha fondato -era il 1972- il Fronte Nazionale e nel 2002 è riuscito persino ad arrivare al ballottaggio nelle elezioni presidenziali, battendo l ex premier Lionel Jospin. Razzista e antisemita, è a favore della pena di morte e si è battuto per leggi molto restrittive sull’immigrazione chiedendo anche l’uscita della Francia dall’Unione Europea. La Polonia ha rispolverato atteggiamenti antisemiti grazie all’arrivo dei gemelli Kaczyński, Jaroslaw e Lech, rispettivamente primo ministro e capo dello stato. La loro xenofobia era basata soprattutto sul richiamo a radici cristiane, intese come parte dell’identità polacca e opposte di conseguenza ad ogni “diverso”».
Ecco, i tre nominati... son tutti morti
Fortuyn in realtà all’epoca era già stato ucciso, ma l’articolista si è confuso, forse suggestionato dal pensiero di una sacrosanta vendetta del povero immigrato contro il bieco leader xenofobo: sfortunatamente l’assassino era olandese purissimo, un militante animalista che ha ucciso lo sventurato Pim per motivi che ancora non abbiamo capito.

Le Pen (Jean-Marie) invece è l’eccezione che conferma la regola, un po’ come il fumatore di sigari che campa cent’anni (anche se in realtà sembra abbia avuto un angelo custode piuttosto potente, nella figura di Mitterand).

Uno che invece non avrebbe mai potuto andare avanti era Jörg Haider (1950–2008). Non c’è tuttavia soltanto lui a esser morto a causa del suo populismo: ricordiamo infatti il terzo nominato, Lech Kaczyński (1949–2010), scomparo addirittura con tutto il governo (96 persone tra ministri, deputati, capi dell’esercito, ammiragli, e pure il cappellano militare). Il Kaczyński era un puro rappresentante di quel «male dentro l’Europa, letale e contagioso» che vuole «impantanare l’Europa con tre armi: il nazionalismo, l’appello al cristianesimo, la politica dei valori» (Barbara Spinelli nel 2007). E adesso chi resta? Ah sì, Nigel Farage: Peccato che il giornalista di cui sopra si sia dimenticato di inserirlo nella “galassia dell’odio”, altrimenti a quest’ora ce lo saremmo tolti dai piedi… Ma diamo tempo al tempo!


*
PS: Su Pym Fortuyn, propongo la traduzione di un articolo da un sito complottista francese che, seppur datato, offre ancora qualche spunto interessante sul tema delle “morti per populismo”...

Fortuyn e gli F-35
(Le JSF de Fortuyn, “Dedefensa”, 30 giugno 2002)

Il quotidiano olandese “Volkstrant” ha pubblicato alcune interessanti rivelazioni sulle circostanze in cui il partito di Pim Fortuyn, il leader populista-libertario assassinato il 6 maggio 2002, appoggiò l’ingresso dei Paesi Bassi nel programma Joint Strike Fighter.
L’omicidio non ha interrotto le elezioni olandesi, che si sono tenute il 15 maggio in un clima decisamente insolito.
Il “Guardian” di Londra, nell’edizione del 28 giugno [2002], ha pubblicato a sua volta le rivelazioni del quotidiano olandese a proposito di Mat Herben, il successore di Pim Fortuyn. Herben sarebbe un agente del Ministero della Difesa (ovvero dei servizi segreti olandesi) infiltrato nel partito di Fortuyn con lo scopo principale di scongiurare la sua opposizione all’entrata dei Paesi Bassi nel programma JSF/F-35.
Broos Schnez, membro del comitato di selezione nato per valutare l’ingresso di Herben nel partito di Fortuyn, ha dichiarato al quotidiano olandese: «La scoperta ci ha sconvolto. I cittadino olandesi devono conoscere la disonestà di questa persona. È un vecchio funzionario della difesa col compito di infiltrare il partito e obbligarlo a votare per l’acquisto degli F-35, una scelta che ci ha sempre trovati contrari. Gli ho già consigliato di trovarsi un buon avvocato per difendere la sua reputazione, ma lui non ha fatto nulla, e questo è un atteggiamento molto sospetto».
Tra le altre cose, il “Guardian” aggiunge:
«Alcuni colleghi di Fortuyn hanno dichiarato al principale quotidiano olandese Volkstrant che Herben, 49 anni, ha lavorato per l’ufficio stampa del Ministero della Difesa e ha fatto strada nel partito attraverso i ricatti. Questi collaboratori sostengono anche che Herben potrebbe essere un infiltrato messo lì per assicurare a chi di dovere l’appoggio del partito avrebbe al piano di 200 miliardi di dollari voluto dagli USA per la costruzione di un nuovo caccia stealth.
La prima azione del nuovo parlamento è stata quella di stanziare 800 milioni di dollari per il progetto F-35. Tutti i 24 membri della Lista Fortuyn si sono uniti agli altri due partiti di governo nel voto favorevole al progetto, nonostante il partito e il suo fondatore si fossero opposti fino all’ultimo. La votazione ha fatto tirare un sospiro di sollievo al complesso militar-industriale americano, anche perché le riserve del governo precedente di sinistra avevano reso incerta la partecipazione olandese al progetto.
I sospetti sollevati dai collaboratori di Fortuyn sono confermati da alcune email, pubblicate sempre dal Volkstrant, inviate da Herben prima dell’assassinio di Fortuyn per convincere il partito a cambiare opinione e sostenere il progetto F-35. Il giornale riporta le dichiarazioni di cinque componenti di un comitato di selezione del precedente partito di Fortuyn, Leefbaar Nederland, che avevano esaminato Herben in gennaio, i quali affermano che quest’ultimo aveva provato a ricattarli con la minaccia di divulgare informazioni false sulla tossicodipendenza di Fortuyn» (A. Osborn, Fortuyn’s successor ‘is security plant’,  “Guardian”, 28 giugno 2002). 
Le rivelazioni pubblicate dal Vokstrant esasperano un clima reso già pesante dai recenti fatti accaduti nei Paesi Bassi, ovvero il successo del partito di Fortuyn, il suo assassinio, e il modo in cui l’Olanda è entrata nel programma JSF. Alcune informazioni trapelate obbligano a fare dei collegamenti tra questi diversi casi. Riportiamo di seguito un passaggio di un articolo sulla situazione dei Paesi Bassi pubblicato l’11 maggio 2002 dal giornalista Henk Ruyssenaars sul sito della “Foreign Press Foundation”, dedicato proprio alle opinioni di Fortuyn sulla partecipazione olandese al programma JSF: 
«L’ambasciatore degli Stati Uniti, le forze armate olandesi e il Joint Strike Fighter (JSF).
La posta in gioco è la possibilità di accumulare enormi profitti. Nelle situazioni d’emergenza contano poco le leggi, i diritti umani e la libertà di parola. Sul tavolo, insieme a molte altre offerte, abbiamo: un accordo multimilionario per l’ordinazione di aerei Joint Strike Fighter (che all’Olanda nemmeno servirebbero). Il professor Fortuyn è stato ucciso lunedì 6 maggio 2002. Il giorno prima l’ambasciatore statunitense in Olanda, Clifford Sobel, assieme ad alcuni “analisti” americani e a dei generali olandesi, ha incontrato Fortuyn per parlare dell’affare JSF. Dal momento che Fortuyn aveva la vittoria assicurata alle elezioni, il suo voto sarebbe stato decisivo. Egli avrebbe risposto all’ambasciatore americano e alla delegazione che, visti i problemi attuali dell’economia olandese, quei miliardi sarebbe serviti per altri problemi urgenti, come il finanziamento della sanità, dell’educazione, del trasporto pubblico ecc…
Precedentemente Fortuyn aveva dichiarato (anche nel suo programma politico) la volontà di smantellare l’Aeronautica e parte dell’esercito, per concentrare tutte le risorse nella Marina Militare. Per le persone in uniforme, questa non sarebbe stata una grande idea. Per Fortuyn, sarebbe stato l’ultimo giorno di vita» 
Le informazioni pubblicate da Volkstrant suggeriscono alcune domande:
1) Quale effetto avranno queste rivelazioni sulla formazione del nuovo governo olandese? Il Guardian dice che dopo la loro pubblicazione «Il futuro del partito politico lasciato dall’assassinio di Fortuyn è incerto». Il Partito di Fortuyn è coinvolto nel processo di creazione del nuovo governo.
2) Quali saranno gli effetti sulla questione JSF nei Paesi Bassi? […] Attualmente, osserviamo l’evoluzione dei laburisti del Partij van de Arbeid, che quando erano al governo non vollero prendere una decisione chiara sugli F-35, ma una volta passati all’opposizione si sono dichiarati apertamente ostili al programma.
3) Quali saranno gli sviluppi sul mercato dei caccia da combattimento? Il caso olandese è il secondo, dopo il caso degli F-15K della Corea del Sud, a dimostrare come questo mercato è soggetto a infiltrazioni sospette. In aggiunta, possiamo domandarci quale sarà l’impatto sulle relazioni transatlantiche, dal momento che questa evoluzione verso interventi “concreti” coinvolge anche i mercati di Paesi alleati, obbligandosi a una scelta a senso unico. Ma una tale domanda lascia supporre la possibilità di un cambiamento della posizione europea in tale tipo di relazione, il che resta improbabile.

Bevi Rothschild!


Un blog senza pubblicità fa tristezza, ecco perché ho deciso di sponsorizzare a titolo gratuito il Cane Spirit Rothschild, il liquore prodotto da una delle famiglie più amate da grandi e piccini. Io non l’ho mai assaggiato, ma sono certo che la qualità non sarà inferiore a quella della Prunella Ballor. Gli intenditori lo descrivono così:
«Un distillato del succo non fermentato della canna da zucchero, simile a una miscela di rhum e gin. La produzione è costantemente tenuta sotto controllo da due esperti enologi provenienti dalle cantine del Château Clarke. Il C.S.R. ha una gradazione di 40° ed è ideale soprattutto come base per long drink e cocktail».
L’idea di investire negli alcolici fu del geniale Edmond Adolphe Maurice Jules Jacques de Rothschild, conosciuti dagli amici come Baron Edmond Adolphe de Rothschild (1926–1997), magnate e filantropo svizzero.
Il suo rampollo, Benjamin de Rothschild, ha ereditato anche il marchio di vini pregiati Château Clarke.
Il prezzo di una bottiglia è di circa 15€; sarà disponibile anche in quei discount che sputano come funghi? Chissà...

domenica 6 dicembre 2015

La spia del progressismo

Dopo la morte del dittatore comunista Wojciech Jaruzelski continuano a emergere particolari sul colossale sistema di spionaggio messo in atto dal suo regime militare, che riempì il Vaticano di suoi emissari nelle vesti di sacerdoti polacchi, tutti arruolati dai servizi segreti.
Quello che è davvero rilevante in questa storia, al di là dello stupore artefatto dei giornali, è che già quarant’anni fa c’erano tutti gli elementi per accorgersi di quanto stava accadendo, come dimostra l’analisi di Thomas Molnar risalente appunto alla metà degli anni ’60 (cfr. Vero e falso dialogo, Borla, Torino, 1968, pp. 156-158):
«Coloro che non osano manifestare il proprio dissenso [per le persecuzioni dei regimi comunisti], sono chiamati a far parte di una Chiesa nazionale “patriottica”, sotto una gerarchia che gode la fiducia del partito comunista. Questa “gerarchia”, reclutata con l’intimidazione o la corruzione, esiste ed esercita i suoi poteri con il consenso dei suoi “padroni”. Così i membri della gerarchia sono non soltanto obbedienti esecutori della politica comunista all’interno della loro Chiesa da burla, ma sono anche spie del governo comunista, obbligati a denunciare chiunque in questa “Chiesa nazionale” volesse seguire una linea di condotta più indipendente. La delegazione dei vescovi ungheresi al concilio era, per esempio, sotto la continua sorveglianza di alcuni preti, che facevano parte anch’essi della delegazione. […] La maggior parte di queste false Chiese oggi esistenti è in Polonia. A rigor di termini, non è una Chiesa, ma un movimento detto Pax, diretto da un noto informatore della polizia segreta, Bolesław Piasecki. Ex nazista, fu reclutato dopo la guerra dal generale sovietica della NKVD, Ivan Serov, che gli promise di sottrarlo alla pena capitale in cambio del suo aiuto per minare la Chiesa polacca, incrollabile ostacolo alla “comunistizzazione” del Paese. Il movimento della Pax ha avuto due funzioni: l’indebolimento della Chiesa polacca per mezzo della tecnica già descritta, e la sovversione dei cattolici francesi ai quali i polacchi sono sempre stati particolarmente legati da vincoli stretti di fiducia. Il piano globale era dimostrare agli intellettuale cattolici francesi, i più vicini al marxismo e i più influenti nella cristianità che il cristianesimo è compatibile con il comunismo e che il futuro della religione dipende, comunque, dal suo modo di comportarsi sotto i regimi comunisti. […] Zenon Kliszko, vicepresidente del parlamento polacco, inviato al concilio personalmente dal segretario del partito, Gomulka, dichiarò a Roma che l’obiettivo supremo del partito è sempre la sistematica repressione del clericalismo e una laicizzazione totale. […] Dopo che gli intellettuali della Chiesa erano stati impressionati a dovere da questo parlar chiaro, Gomulka inviò a Roma Piasecki, il quale dichiarò che la sola alternativa rimasta ai cattolici polacchi era l’arruolamento nel Pax o l’eliminazione totale».

mercoledì 2 dicembre 2015

La Regina in lilla

La Regina incontra Papa Francesco, con un cambiamento esteriore

Ogni volta che la Regina, ovvero il Governatore Supremo della Chiesa d’Inghilterra, visita il Vaticano e gentilmente concede un’udienza al Papa di Roma, il protocollo richiede che essa indossi un velo o un cappello e che, come tutti i sovrani non cattolici, vesta di nero, indipendentemente dal fatto che la visita sia ufficiale o privata. In questo modo l’eresia si manifesta attraverso l’abbigliamento.

Nel 2000, la regina vestiva di nero di fronte al bianco radioso di Giovanni Paolo II:


Lo stesso abbigliamento del 1980:


e del 1961, all’incontro con Giovanni XXIII:


e del 1951, con Pio XII:


Così la Regina Madre nel 1959:



E così Diana, Principessa del Galles, nel 1985:


Anche Margaret Thatcher vestì in nero quando incontrò Paolo VI nel 1977:


e quando incontrò Giovanni Paolo II nel 1980:


e quando incontrò Benedetto XVI nel 2009:


Ma il 3 aprile 2014 Papa Francesco non ha preteso tale abbigliamento dal Governatore Supremo della Chiesa d’Inghilterra:


Alcuni potrebbero considerare questo fatto del tutto irrilevante e privo di alcun significato. Invece un significato simbolico ce l’ha: il nuovo capo della Chiesa di Roma sembra provare più rispetto per lo statuto storico e teologico della Chiesa d’Inghilterra rispetto al suo predecessore. Infatti, a differenza dell’attuale Papa Emerito, Francesco sembra riconoscere a Sua Maestà il titolo di governatore di una “Chiesa sorella” e non semplicemente di una “comunità ecclesiale” (cioè una non-chiesa), al contrario di quanto il Cardinal Ratzinger affermava nel 2000 (Domini Iesus) e confermava come Benedetto XVI nel 2007:
«…Non si vede, d’altra parte, come a tali Comunità possa essere attribuito il titolo di “Chiesa”, dal momento che non accettano il concetto teologico di Chiesa in senso cattolico e mancano di elementi considerati essenziali dalla Chiesa cattolica.
Occorre, comunque, ricordare che dette Comunità, come tali, per i diversi elementi di santificazione e di verità in esse realmente presenti, hanno indubbiamente un carattere ecclesiale e un conseguente valore salvifico»
La Chiesa d’Inghilterra è sia Cattolica che Riformata. Sotto il pontificato di Francesco, si sta evidentemente aprendo una nuova era di ecumenismo; probabilmente attraverso un riconoscimento della validità degli ordini anglicani e di un vero episcopato nella successione apostolica. Forse, eventualmente, anche di una Eucarestia condivisa.

La Regina vestita di lilla e non di nero per molti non significherà nulla, ma chi è attento riconoscerà il lento ma costante sviluppo dei rapporti. La visita della Regina in Vaticano fa parte di una lunga serie di incontri tra sovrani inglesi e pontefici dopo la Riforma:

29 aprile 1903 – Re Edoardo VII incontra Leone XIII.
1918 – Edoardo, principe del Galles (poi Edoardo VIII e Duca di Windsor) incontra Benedetto XV.
1923 – Re Giorgio V e Mary di Teck incontrano Pio XI.
10 maggio 1949 – La Principessa Margaret incontra Pio XII.
13 aprile 1951 – La Principessa Elisabetta (oggi Regina) e il Duca di Edimburgo incontrano Pio XII.
23 aprile 1959 – La Regina Madre e la Principessa Margaret incontrano Giovanni XXIII.
5 maggio 1961 – La Regina incontra Papa Giovanni XXIII.
17 ottobre 1980 – La Regina incontra Giovanni Paolo II.
29 agosto 1985 – Il principe Carlo e Diana, Principessa del Galles, incontrano Giovanni Paolo II.
9 dicembre 1985 – Il principe e la principessa Michael di Kent incontrano Giovanni Paolo II.
10 aprile 1990 – Il Duca di Edimburgo incontra Giovanni Paolo II.
3 novembre 1994 – La duchessa di Kent incontra Giovanni Paolo II.
17 ottobre 2000 – La Regina e il Duca di Edimburgo incontrano Giovanni Paolo II.
27 aprile 2009 – Il principe Carlo e la Duchessa di Cornovaglia incontrano Papa Benedetto XVI.

Ci sono ancora un paio di ostacoli, apparentemente insormontabili, sul cammino verso l’unità dei cristiani. Ma che cosa sono i secoli per Dio?