giovedì 12 novembre 2015

Sabbatai prossimo mio


Nel documentario From Toledo to Jerusalem (1989) l’artista israeliano Yehoram Gaon racconta in ladino (la lingua giudeo-spagnola diffusa per l’intero Mediterraneo) l’epopea della comunità sefardita a cui appartiene, alternando memorie familiari, ricostruzioni storiche e ballate tradizionali.

A un certo punto l’artista accenna alle vicissitudini della sua famiglia, ricostruendo l’incontro tra il padre, Moshe David Gaon (1889-1958), che dalla città natale di Sarajevo, dopo aver errato per l’Europa, giunse in Turchia a insegnare ebraico, e la madre, Sarah Hakim, un’ex allieva di Smirne che egli sposò a Gerusalemme (e alla cui memoria il figlio ha appena dedicato una biblioteca nella città di Yahud, in Israele).

È curioso che, tra un aneddoto e l’altro, il buon Gaon si senta in dovere di chiamare in causa il famigerato messia apostata Sabbatai Zevi (1626–1676) e il suo akto mistiko, il “matrimonio con la Torah” [el kazamiento kon la Ley], celebrato dal messia nella sinagoga di Neve Shalom a Istanbul.

Il sorriso con cui egli riporta l’evento farebbe pensare a un parallelo ironico tra il matrimonio dei suoi genitori e quello di Zevi coi sacri rotoli. Stupisce più di tutto la levità con cui Gaon menziona una figura che fu protagonista di «uno degli episodi più strani e paradossali nella storia della religione ebraica» (così Gershom Scholem) e che sconvolse nel profondo la fede dei padri.

È forse azzardato credere che l’artista stia alludendo a una discendenza sabbatiana della madre, le cui origini andrebbero dunque cercate tra i famigerati dönme, quel gruppo di famiglie ebraiche che nel XVII secolo sulla scia di Zevi si convertì in massa all’islam? Il cognome della madre, Hakim, è la versione turca dell’ebraico Hakham e potrebbe far pensare a un “aggiustamento” avvenuto in tempi sospetti.

Del resto Smirne fu una delle “città sante” di quel culto apostatico e orgiastico che secondo lo stesso Scholem sarebbe ancora praticato in segreto: «Nel 1910 dei giovani dönme confidarono ai loro compagni di studio ebrei che quelle cerimonie [i rituali orgiastici] erano ancora praticate […] e un medico stabilitosi a Smirne [nel 1942] ammise che suo nonno aveva partecipato a uno scambio rituale di mogli a Salonicco» (L’idea messianica nell’ebraismo, Adelphi, Milano, 2008, p. 161).

Tale supposizione non è in ogni caso verificabile, perciò è meglio lasciarla cadere, anche per evitare congetture spiacevoli sulla vita di una donna ricordata affettuosamente dal figlio.

Un’ipotesi meno impegnativa e più pacifica è che Sabbatai Zevi, una volta “neutralizzato” nel suo contesto storico rappresenti una sorta di simbolo identitario per la comunità sefardita contemporanea, al pari di qualche innocuo filosofo o poeta. In ogni caso il dettaglio rimane perturbante.

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