lunedì 23 novembre 2015

La geopolitica non è una scienza esatta


«La geopolitica è una scienza esatta», afferma Aleksander Dugin probabilmente con lo stesso tono con cui più di un secolo fa Alfred Jarry presentò la patafisica come «scienza delle soluzioni immaginarie». Dugin come sempre esagera: lui, che è riuscito a trasformare Mackinder, «un bizzarro personaggio dell’era edoardiana che mai ebbe una cattedra a Oxford», in una sorta di «Cardinal Richelieu di Whitehall» (cit.) e che ha fatto della “geopolitica” il suo brand personale, dovrebbe riconoscere quanto certe elucubrazioni debbano all’occultismo e all’irrazionalismo otto-novecentesco. Secondo l’orientalista Alessandro Grossato, le stesse teorie di Mackinder, all’apparenza “scientifiche”, riprenderebbero in realtà «descrizioni mitiche e rappresentazioni simboliche delle religioni dell’Asia centro-orientale e meridionale che circolavano ampiamente negli ambienti fabiani di cui l’autore era frequentatore, […] [come] la rappresentazione dell’Eurasia nella cosmologia indù e buddhista, […] un’unica isola-continente ruotante attorno all’asse immobile della montagna cosmica» (cfr. “Geopolitica”, 15 novembre 2014).

La geopolitica, al di là dell’opinione di questo conteur oriental (E. Carrère), è tutto fuorché una “scienza esatta”; può essere tutt’al più considerata come un utile orpello per riscattare da una prosaicità eccessiva le varie interpretazioni del caos internazionale. Da questo punto di vista non meno affascinanti delle sparate di Dugin (quasi mai farina del suo sacco, anche se il soggetto ha un’altissima opinione di sé), le teorie dell’ammiraglio statunitense (e storico di Harvard) Samuel Eliot Morison (1887–1976) che traduce la dicotomia tra talassocrazia e tellurocrazia nella lotta perenne tra libertà e tirannia: da una parte Atene, il Regno Unito e l’America, dall’altra Alessandro Magno, la Prussia e la Cina maoista. Una “storia del mondo” lontana per ispirazione da quella di Carl Schmitt di Land und Meer, ma che si nutre anch’essa di simboli e mitologie: il fatto che la stessa idea sia passata dalla testa di un filosofo nazista a quella di un Boston Brahmin come Eliot, per poi finire nelle sapienti mani del Rasputin di turno, contribuisce ad alimentarne il fascino. Sarà per questo che molti analisti americani oggi si improvvisano seguaci di Mackinder (vedi il grottesco George Friedman) e scrivono manuali di strategia con lo stesso tono della letteratura self-help che oggi va per la maggiore (a quando un Heartland for dummies?).

La verità è che qui si sta semplicemente trasformando un problema del tempo presente (l’incapacità degli Stati Uniti di gestire il proprio spazio imperiale) nella base di una sorta di scienza cosmica degli assoluti, o qualcosa del genere. Da questo deriva l’illusione ottica di vede una strategia (“del caos” o, come la chiama Emmanuel Todd, “del pazzo”) dove non vi è strategia alcuna, ma soltanto il mero tentativo di prorogare il ridimensionamento delle proprie ambizioni. Presentare la politica estera degli Stati Uniti come tipica di una talassocrazia vuol dire non solo offrire (anche inconsapevolmente) una immagine degli americani come eterni vincitori, ma anche giustificare il dispotismo come necessità imposta dalla “terra” (russa, orientale o araba che sia).
La verità è che gli Stati Uniti hanno mancato ogni appuntamento storico per testare le loro capacità imperiali. Se è lecito indagare le cause della catastrofe, non è consentito trasfigurare la circostanza storica in una “falsa coscienza” che giustifichi il ritorno della tirannide come tappa obbligata nel passaggio di consegne da una civiltà all’altra.

Partiamo dunque dai fatti: dopo una certa esaltazione dovuta alla cessione di mezza Europa a Stalin mascherata come vittoria militare, gli Stati Uniti hanno dovuto fare i conti con disastri come la guerra di Corea e quella del Vietnam (combattute talmente male che i due Stati sono gli unici al mondo a dirsi ancora socialisti). A partire dagli anni ’80, una volta preso atto della situazione, l’impero riluttante iniziò ad affidarsi a eserciti mercenari (con l’eccezione della ridicola invasione di Grenada del 1983 e altri episodi minori): se questa è una “strategia”, allora anche i genitori di un alunno che si finge malato per saltare il compito in classe possono considerarlo un grande stratega ed evitare di punirlo (come oggi, effettivamente fanno). Per sfruttare la metafora fino in fondo, potremmo aggiungere che l’atteggiamento è apparso per qualche anno vincente solo perché la maestra è venuta a mancare e il ragazzino si è illuso di poter saltare la verifica per sempre.

L’attuale situazione siriana, in cui gli aiuti economici e militari degli Stati Uniti ai “ribelli” sono finiti nelle casse degli estremisti, sembra una replica di quel che accadde in Cambogia all’inizio degli anni ’80: il sostegno militare (armi “non letali”) e finanziario (10 milioni di dollari) degli anglo-americani al “Governo di coalizione della Kampuchea Democratica” formato dai monarchici (guidati direttamente dal re), dai comunisti polpottiani (freschi di genocidio) e dai nazionalisti anticomunisti, finì agli eredi della “Kampuchea Democratica” che rappresentavano la maggioranza delle forze anti-vietnamite sul campo. (È incerto se in futuro le atrocità dell’Isis verranno attribuite interamente all’islamismo così come quelle dei Khmer rossi sono state accollate al comunismo sconfitto).

Lo stesso discorso vale per l’Ucraina, con qualche aggravante: in primis, l’aver affidato la  “transizione democratica” (chiamiamola così) non a un rassicurante governo fantoccio, ma agli elementi della peggior destra possibile. Il modo goffo in cui gli Stati Uniti hanno agito dimostra come il terrore di dover mandare truppe sul campo abbia impedito loro persino di imparare da errori recenti: quanti milioni di dollari ci sono voluti per capire, tanto per fare un esempio, che la causa tibetana sarebbe stata meglio rappresentata da un Dalai Lama pacioso e conciliante che non da tutti i freedom fighters, eredi del precedente regime feudale e invisi alle popolazioni contadine, paracadutati nel Paese per incitare una insorgenza anticinese?

Scottati dal fallimento dell’ennesima “rivoluzione colorata”, gli americani hanno agito irrazionalmente, come se si trovassero in piena guerra fredda, auspicando che il riciclaggio di personaggi impresentabili venisse accettato dall’opinione pubblica come un male necessario per salvare il mondo libero: al contrario, è proprio per questo che diversi osservatori statunitensi adesso si prodigano nel segnalare la continuità tra i collaborazionisti del Reich che vissero il “sogno americano” (vedi Jaroslav Stetsko) e la galassia neonazista che oggi gravita attorno ai partiti di governo (per un approfondimento sui legami tra neonazisti ucraini e americani, cfr. Is the US backing neo-Nazis in Ukraine?, “Salon”, 25 febbraio 2014).
Il tour dell’imbarazzante John McCain a braccetto di Svoboda e le dichiarazione dell’altrettanto sgradevole Victoria Nuland che manda a farsi fottere l’Unione Europea fotografano bene il tracollo del soft power statunitense (lasciando da parte gli attriti diplomatici con la Polonia, per nulla contenta dei 5 miliardi di dollari investiti «nella costruzione di competenze e istituzioni democratiche in Ucraina» finiti in parte nelle fauci degli odiati eredi dei banderisti – che durante la Seconda guerra mondiale sterminarono centomila polacchi e i cui epigoni del Battaglione Azov sembrano intenzionati a ripeterne le gesta).

Sembra inoltre che gli Stati Uniti abbiano trasmesso agli eserciti alleati l’incapacità di combattere a terra, inquinando il proverbiale “morale delle truppe” con l’impiego massiccio delle solite compagnie militari private, servite soprattutto a rendere più cocente la sconfitta di Debaltsevo (grazie alla quale i filorussi si sono impossessati del sud-est ucraino).
L’Ucraina oggi è una nazione terribilmente precaria, che gli eurocrati con le loro “riforme” hanno condannato a una recessione eterna. Il “mito americano” (che gli stessi americani ormai vedono incarnato da… Vladimir Putin!) non salverà Kiev dalla disoccupazione, dalla corruzione e dalla violenza. Le bande nazionaliste hanno già tentato di assaltare il parlamento e nei prossimi anni diventeranno un fattore di instabilità perpetua, di contro all’inarrestabile ascesa nell’Europa Orientale di potenze regionali quali la Polonia e l’Ungheria.
Escludendo dunque a priori l’ipotesi di intervento (anche “per interposta persona”), cosa potranno fare gli Stati Uniti di fronte al declino della loro influenza ai confini d’Europa? Invieranno pacchi di fotocopie del “manuale Sharp”? Organizzeranno conferenze di Soros? Probabilmente sì, ma questo non farà che abbreviare l'agonia.

Alla luce della situazione attuale si aprono per l’Europa scenari inediti, sui quali la “scienza esatta” della geopolitica ancora non riesce a dir nulla, se non ripetere la solita paternale eurasiatica: rinunciare all’orgoglio nazionale per creare un immenso continente tellurocratico da Lisbona a Vladivostok. In questi giorni concitati la Francia ha dato una lezione di dignità ai sostenitori di questo macro-nazionalismo asfissiante (di stampo leggermente quislinghiano). Col senno di poi, il ritorno della Francia nella NATO (avvenuto alla chetichella nel marzo 2009), che ha inaugurato una nuova stagione dell’imperialismo gallico in Africa e Medio Oriente, si è rivelato una mossa previdente: se la Francia avesse voluto mantenere una neutralità artefatta, a quest’ora gli attentati parigini non avrebbero suscitato una tale reazione a livello internazionale. Il paraocchi ideologico impedisce a certi anti-imperialisti di riconoscere che anche all’interno del Patto Atlantico i rapporti di forza possono essere ribaltati (sempre che esista la volontà di farlo). In poche ore il quadro della situazione internazionale è infatti mutato notevolmente: mentre una nuova alleanza franco-russa si manifestava sull'onda dell'emotività, con gesti grandi (i bombardamenti congiunti sulla Siria, l’assenso dei francesi a una “transizione democratica” guidata da Assad) e piccoli (i soldati russi che scrivono “Per Parigi” sulle bombe, i poliziotti che inviano un cucciolo di pastore belga alla polizia francese per rimpiazzare quello deceduto durante i blitz), la Germania di Angela Merkel (appena incoronata dal “New York Times” come la Kennedy d’Europa) letteralmente spariva dalla scena, un po’ per cattiva coscienza, un po’ per l’invidia suscitata dal Sorgenkind francese, che da vero figliol prodigo ha potuto reintrodurre nel discorso politico europeo parole quali “guerra”, “spietatezza” e “vendetta” (alla faccia anche di Régis Debray, che su “Le Monde Diplomatique” paventava «l’effémination des valeurs et des mœurs» dell’Europa se la Francia non fosse uscita immediatamente dalla NATO). Finalmente qualcuno ricorda ai tedeschi chi ha perso la Seconda guerra mondiale.

L’Eurasia, in fondo, non è che una espressione geografica, o addirittura un flatus vocis, parola magica (accanto, appunto, a “geopolitica”) con la quale si spera di aprire chissà quale scrigno segreto. C’è tuttavia chi non è ancora disposto a sacrificare i propri diritti in nome di una fantomatica integrazione che dovrebbe estendersi fino a chissà quale confine. Non è solo l’insopprimibile volontà egemonica tedesca a impedire qualsiasi tipo di cooperazione a livello continentale (e che per certi versi fa dei rapporti russo-tedeschi attuali il massimo di collaborazione consentita dal temperamento dei contraenti), ma anche i ripetuti fallimenti a cui questa Unione Europea è andata incontro. L’ultimo, in ordine cronologico, riguarda la questione “sicurezza”, che dipende a sua volta dall’incapacità di creare un progetto politico in grado di bilanciare ordine e libertà (Bruxelles militarizzata offre una rappresentazione plastica del dilemma).

Ora come ora l’unica forza su cui può contare l’Europa è proprio quel residuo di patriottismo che alcuni Paesi sono riusciti a salvaguardare. Giusto qualche esempio, per non dilungarsi troppo: l’Ungheria, che ha sconfitto da sola il “Golia” dell’immigrazione e grazie agli accordi commerciali con la Cina ha riaperto la Via della Seta; la Polonia, che ha saputo modernizzarsi senza svendere la propria identità storica, religiosa, etnica e culturale; infine, i poco amati cugini francesi ai quali però va riconosciuta un coraggio antico e nuovo, una ribellione autentica a una contemporaneità fatta di piagnistei, sensibilità e vittimismo. Soltanto da loro potevamo aspettarcelo: probabilmente faranno pagare il conto a qualcun altro, ma sarà sempre meglio che morire di inedia.

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