giovedì 12 novembre 2015

In Memoriam René Girard (1923-2015)


Nonostante ci si senta profondamente indegni di ricordare l’immenso René Girard, venuto a mancare una settimana fa, pubblichiamo comunque qualche semplice riflessione in segno di ringraziamento per tutto ciò che con la sua opera ha fatto (e ci ha permesso di fare).
Innanzitutto ringraziamo Girard per aver individuato una chiave interpretativa universale non contraffatta come quelle del marxismo e del freudismo, i pilastri di un’epoca che molti oggi non riescono neppure a immaginare, e che spiega anche certi giudizi prorompenti dell’autore contro «l’ignorance de gosses de riches, de privilégiés étourdis».
In secondo luogo, un plauso per aver offerto non tanto agli atei la possibilità di fingersi credenti, quanto ai cattolici la possibilità di dissimulare la propria fede, consentendo loro di svicolare da tutte le inquisizioni contemporanee. Grazie a questa sorta di “marranesimo girardiano” è oggi possibile lasciarsi alle spalle i complessi di inferiorità dovuti all’appartenenza religiosa. Mi torna alla mente un interlocutore saccente che, messo alle strette, per dimostrare a uno come me di saperla lunga tirò in ballo il nome del filosofo, come a esorcizzare la potenza di un pensiero che liberava di colpo quelli come me dall’obbligo della riverenza verso il guru di turno. A suo modo, nella cultura Girard ha avuto un ruolo un ruolo “cristico”, proclamando l’innocenza delle vittime sacrificali dell’egemonia culturale.
Infine, i libri di Girard sono ancora oggi il più grande antidoto al cosiddetto “adelphismo”, l’ideologia pseudo-gnostica promossa da Calasso & Associati attraverso il «lungo serpente di pagine» della sua casa editrice. Il fatto che a portare in Italia le tesi di Girard sia stata proprio l’Adelphi resta un enigma: Calasso ha tentato spesso di “regolare i conti” con l’autore da lui stesso arruolato, tentando di farne un figlioccio di Marx (per la “incongrua pretesa” di ridurre il sacrificio a «copertura di qualche tensione sociale») e relegandolo nella profanità, utile tutt’al più come orpello polemico ed essoterico per accusare il cristianesimo di non aver saputo risolvere il problema della violenza e “superare” il sacrificio.
Eppure Girard sembra farsi beffe di tutto quello in cui Calasso “crede”, quando per esempio ne La violenza e il sacro scrive che «solo il donchisciottismo masochista di un mondo protetto dalla violenza essenziale, qual è ancora il nostro, ha potuto trovare del dilettevole nel Dioniso delle Baccanti», oppure quando dedica l’ultima parte di Vedo Satana cadere come la folgore (1999) a far piazza pulita delle interpretazioni che vorrebbero trasformare le sue teorie nell’ennesimo atto di accusa contro il cristianesimo. È proprio con uno dei passaggi più espliciti di quest’opera (pp. 234-236) che vorrei chiudere il mio breve e modestissimo ricordo:
«Non è […] il cristianesimo, nel nostro mondo, a trarre profitto dal trionfo della pietà per le vittime, bensì quello che bisogna definire come il nuovo totalitarismo […]: quello che, anziché opporsi apertamente alle aspirazioni giudaico-cristiane, le rivendica come proprie e contesta l’autenticità della preoccupazione cristiana per le vittime (non senza una certa apparenza di ragione a livello delle azioni concrete, dell’incarnazione storica del cristianesimo reale nella storia). Anziché opporsi con franchezza al cristianesimo, il nuovo totalitarismo vuole scavalcarlo a sinistra.
[…] Il movimento anticristiano più forte è quello che fa sua e “radicalizza” la preoccupazione verso le vittime per paganizzarla. Le Potestà e i Principati si danno adesso una veste “rivoluzionaria” e rimproverano al cristianesimo di non difendere le vittime con sufficiente ardore, non scorgendo nel passato cristiano altro che persecuzioni, oppressioni, inquisizioni. Il nuovo totalitarismo si presenta come liberatore dell’umanità. Per usurpare il posto di Cristo, le Potestà lo imitano in maniera rivalitaria, denunciando nella compassione cristiana verso le vittime un’imitazione ipocrita ed evanescente della vera crociata contro l’oppressione e la persecuzione, quella di cui invece loro sarebbero la punta di diamante.
Seguendo il linguaggio simbolico del Nuovo Testamento si può dire che, nello sforzo di recuperare terreno e trionfare di nuovo, Satana prende in prestito il linguaggio delle vittime. Egli imita sempre meglio Cristo e pretende di superarlo. È il processo che il Nuovo Testamento designa nei termini dell’Anticristo. Per comprendere questa espressione è necessario iniziare a sdrammatizzarla, giacché corrisponde a una realtà assai quotidiana e prosaica.
L’Anticristo si vanta di recare agli uomini la pace e la tolleranza che il cristianesimo senza risultati promette loro. In realtà, quello che la radicalizzazione della “vittimologia” contemporanea porta con sé è l’effettivo ritorno a ogni sorta di abitudini pagane: l’aborto, l’eutanasia, l’indifferenziazione sessuale, i giochi da circo di ogni tipo […].
Questo neopaganesimo vuol fare del Decalogo e di tutta la morale giudaico-cristiana l’espressione di una violenza intollerabile, e il suo obiettivo primario è la loro abolizione completa. L’osservanza scrupolosa della legge morale è percepita come una complicità con le forze della persecuzione, che sarebbero essenzialmente quelle religiose.
E poiché le Chiese cristiane hanno preso tardi coscienza della loro mancanza di carità, della loro connivenza con l’ordine stabilito, nel mondi perennemente “sacrificale” di ieri e di oggi, esse rimangono vulnerabili al perenne ricatto cui il neopaganesimo contemporaneo le sottopone.
Questo neopaganesimo identifica la felicità nell’appagamento illimitato dei desideri e, di conseguenza, nella soppressione di tutti i divieti, idea che acquista una parvenza di verosimiglianza nell’ambito circoscritto dei beni di consumo, il cui prodigioso moltiplicarsi, grazie ai progresso della tecnica, attenua certa rivalità mimetiche, conferendo un’apparenza di plausibilità alla tesi che fa di ogni legge morale un semplice strumento di repressione e persecuzione».

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