mercoledì 11 novembre 2015

Il teatrino di guerra


Nel 2002 il politologo francese Emmanuel Todd scrisse Après l’empire. Essai sur la décomposition du système américain (tr. it. Dopo l’impero, Net, 2005)  un volumetto nel quale sostiene che tutte le guerre scatenate dagli Stati Uniti dopo la fine dell’Unione Sovietica sono soltanto un espediente “coreografico” per nascondere una inarrestabile decadenza politica e militare.

Secondo l’autore gli americani, attaccando gli “attori minori” di volta in volta disponibili sulla scena internazionale, metterebbero in pratica un (micro)militarismo teatrale basato sulla cosiddetta “strategia del pazzo”, allo scopo di intimorire indirettamente i veri avversari e a mantenere «l’illusione di un pianeta instabile, pericoloso, che ha bisogno di essere protetto».
Il disordine in certe aree strategiche è segretamente tollerato (o apertamente promosso) a fini simbolici (rappresentare una “bandiera” per l’Occidente) ed economici (controllare politicamente le risorse mondiali). Le continue provocazioni e i clamorosi errori farebbero in realtà parte di un piano spettacolare per evitare che «l’America si trovi isolata in un mondo che non ha più bisogno di lei».

È interessante notare come Todd rivolga le critiche più pesanti non agli pseudo-intellettuali della destra neo-con, ma a due pezzi da novanta del pensiero liberal quali Noam Chomsky e Benjamin R. Barber, definendo il primo “un vecchio arnese” (poiché continua a credere che gli Stati Uniti siano onnipotenti) e affibbiando al secondo la qualifica di “nazionalista americano” (sempre per la sopravvalutazione delle capacità della propria nazione).

Nonostante l’autore presenti le sue ipotesi con stile accattivante, se dovessimo analizzare gli sviluppi della guerra al terrorismo negli anni ’00, dovremmo concludere o che la “strategia del pazzo” non è mai esistita, oppure che è fallita immediatamente dopo la sua messa in pratica.
In tal caso andrebbero rivolte a Todd le stesse critiche da lui mosse contro Chomsky e Barber: credere che l’irresponsabilità sia il frutto di una strategia è anch’esso un modo per sopravvalutare le capacità americane.

L’autore è in effetti pronto a riconoscere l’incapacità degli Stati Uniti di occupare un territorio e gestire uno spazio imperiale, ma alla fine le sue congetture fanno il paio con altri tentativi –sicuramente meno riusciti– di dare il senso a una politica che invece senso non ne ha.
Prendere in considerazione la possibilità che gli Stati Uniti stiano agendo senza uno scopo preciso (nemmeno quello di far trionfare il disordine) è una ipotesi inaccettabile per un intellettuale (soprattutto se francese).

È incredibile come in qualsiasi modo si muovano gli americani sulla Grande Scacchiera, ci sia sempre a disposizione una citazione di Zbigniew Brzezinski per dimostrare che viviamo ancora nel migliore dei mondi possibili. Todd si rifà a lui continuamente per confermare il genio machiavellico dell’imperialismo a stelle e strisce. Anche questa è una illusione: immaginare una nuova scena internazionale senza la presenza degli Stati Uniti è impossibile proprio per quelli che, nel bene o nel male, credono che essi siano ancora gli attori principali.

L’unico vero “teatro di guerra” è forse quello allestito dagli intellettuali per illudersi che questa volta la storia finirà in modo diverso dalle altre.

Nessun commento:

Posta un commento

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.