mercoledì 4 novembre 2015

Il desiderio di essere come tutti

Per descrivere la nuova sinistra di governo vale ancora il titolo di un fortunato (ma infelicissimo) libro di Francesco Piccolo: Il desiderio di essere come tutti (Einaudi, 2013). Prima di sviscerare il significato politico di tale operazione editoriale, sia lecito spendere due parole sulla qualità letteraria del manufatto: in questo saggio in forma di romanzo (o romanzo in forma di saggio, non si capisce), perennemente in bilico tra l’elzeviro e l’autobiografia, l’autore si illude che l’esser stato un simpatizzante comunista negli anni ’80 consenta di avere una prospettiva privilegiata nei confronti non solo della politica italiana, ma della condizione umana tout court. Questo abbaglio influenza pesantemente la prosa, fino a logorarla in una lotta senza quartiere tra forma e sostanza che riduce entrambe alla mediocrità: emblematico il fatto che Fausto Bertinotti nel romanzo assurga al ruolo di deuteragonista, a conferma che la semi-cultura è in grado di intaccare non solo la militanza ideologica, ma anche quella letteraria (l’orizzonte dell’autore del resto non va oltre Carver, Kundera e Come eravamo).

Dopo aver liquidato l’opera dal punto di vista estetico, veniamo finalmente al politico. Il “piano programmatico” è noto: Piccolo vuole mettere in scena una specie di autodafé contro la sinistra “pura” e “profonda” che ha il «piacere della sconfitta»; tuttavia il proposito, per sé intrigante, tradotto in pratica s’incaglia continuamente nella comicità involontaria di un confiteor modulato sulla mestizia e il grigiore:
«In questi venti anni, ho sempre vissuto a Piazza Vittorio a Roma, vantandomi di far crescere i miei figli in un quartiere multietnico, ma un sacco di volte tiro via i bambini davanti a uno straniero che mi sembra pericoloso, e odio con tutta l’anima quelli ubriachi, che dormono davanti al mio portone» (p. 230);

«Ho visto tutta la prima stagione del Grande Fratello comprese alcune ore notturne in cui loro dormivano e io ero sveglio a guardare loro che dormivano; ho votato più volte a X Factor il mio cantante preferito, mandando un sms. Ho fatto anche il trenino a Capodanno e la donna davanti a me era una del Grande Fratello che era stata fotografata nella villa di Berlusconi, e mi piaceva molto, ed ero molto euforico» (p. 235).
Sfugge il senso di tale fantasmagoria penitenziale che, anche epurata dai ghirigori post-adolescenziali, risulterebbe indigesta persino ai compilatori di antologie scolastiche ad usum Delphini: a meno di non voler credere che l’autore sia un dilettante, siamo costretti a considerare gli infiniti ed egocentrici giri di parole come un diversivo atto a occultare il messaggio politico del libro, che si palesa alla fine della seconda parte con la dissacrazione di un mito della sinistra italiana quale Enrico Berlinguer. Tra una tiritera e l’altra il lettore disattento non si avvede nemmeno di ciò che Piccolo afferma apertamente, ovvero che con la rottura definitiva tra PCI e PSI «la sinistra si ritirava per sempre […] dal proposito del progresso per trasformarsi in forza reazionaria. […] Da quel momento in poi, ogni sconfitta politica diventa un rafforzativo delle proprie idee. Una conferma che è il mondo è corrotto e che il progresso è malato» (pp. 154-155).
In questo caso bisogna dar atto all’autore di aver ridato un senso politico (anche se in negativo) alla figura di Berlinguer, che negli ultimi decenni era stata ridotta ai suoi funerali. Tuttavia manca il coraggio di una sconfessione piena, che invece viene e diluita in uno sconclusionato compitino semi-autobiografico. Ciò fa nascere il sospetto che dietro al volume si celi un tentativo di giustificare l’operazione politica renziana attraverso un’apologia che a livello culturale mira a far apparire il centro-sinistra finalmente “impuro” e “superficiale” – quindi vincente. Se fosse altrimenti, non si capirebbe perché l’autore spreca il briciolo di talento che possiede in un insostenibile sermo generalis sulla necessità di riappacificarsi con l’universo parallelo della teledipendenza e dei trenini a Capodanno.
In ogni caso, al di là delle insinuazioni, il limite più grande dell’autore sta nell’incapacità di comprendere la differenza fondamentale tra l’essere e il dover essere – una differenza che vale anche quando si affronta una questione nebulosa e scialba come quella della superficialità: invece di vivere (o raccontare) questa famigerata superficialità, lo scrittore allestisce un complicato e pedantesco rito (auto-)assolutorio che tende ad assomigliare a una “corazzata Potëmkin” del disimpegno. In pratica un disimpegno impegnato, che trasforma la “vita impura” in un feticcio da esorcizzare attraverso la cupa liturgia della sinistra di governo. Tuttavia l’idea che il rituale purificatorio (“insozzatorio”, anzi) possa essere efficace rimane una pia illusione.
Tutto quello che è “di destra” in questo Paese è stato confinato, a torto a ragione, nelle tenebre, dove la superficialità non è un mezzo per vincere le elezioni, ma uno stile di vita coltivato assiduamente all’ombra delle forche. Non può esistere una “ascesi” alla superficialità, perché chi la vive non riconosce una dicotomia tra puro e impuro (se non nelle categorie tradizionali di “sacro” e “profano”), ma accetta fino in fondo la brutalità del mondo (e alcune volte la combatte con una brutalità più intensa).

In conclusione, la nuova pseudo-ideologia proposta da Piccolo rappresenta il punto di non ritorno di un’intera classe intellettuale e politica che vorrebbe abdicare alle responsabilità culturali e morali che essa stessa ha voluto imporsi (e che spesso ha utilizzato come arma contro gli avversari) solo perché sono finalmente maturate le condizioni per arrivare al governo (ancora una volta non per merito proprio). Sfortunatamente questa classe non è in grado di superare i modelli da essa stessa creata, e di conseguenza si trova costretta a scimmiottare la propria idea di “mondo”, cioè un insieme di persone superficiali ed egoiste che passano la propria vita a guardare la tv e “fare trenini”. Questo non significa superare se stessi, ma solo cercare una scappatoia al fallimento politico ed esistenziale un attimo prima che la catastrofe travolga non solo la propria tribù, ma tutto il corpo sociale.

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