domenica 1 novembre 2015

Perché Halloween non s’ha da fare

Adesso che è passato Halloween, questa sorta di doppio “lunare” del carnevale (che a ogni anno perde sempre più il suo carattere di eccezionalità in una società dove lo sballo è routine), vorrei formulare l’obiezione più forte contro l’importazione di tale festività. A mio parere non si tratta di una questione né culturale, né religiosa e neppure politica, ma semplicemente urbanistica. In Italia Halloween non s’ha da fare per il motivo che ci sono più condomìni che villette a schiera. L’ho capito l’altra sera osservando sparuti gruppetti di fanciulli martoriati dal freddo che tentavano di intrufolarsi in qualche palazzo (presumibilmente dopo essere stati cacciati dal proprio) citofonando come assatanati (è il caso di dirlo) allo scopo di fare il giro dei pianerottoli chiedendo “dolcetto o scherzetto?”. Non so da quanti anni si celebra questa americanata, ma per me è già un miracolo che nessun ragazzino sia ancora volato giù per le scale: questo dimostra tutto sommato che gli italiani non sono così selvatici come li si dipinge (ma non posso garantire lo stesso sugli immigrati: che i bimbi nostrani abbiano avuto l’accortezza di importare, oltre alla festa, anche la mentalità da W.A.S.P. che proibisce di bussare alle porte di chi ha cognomi strani?).

Perciò il motivo principale per cui Halloween non può diventare il fondamento di una religio civilis importata è proprio il fatto che il paesaggio urbano italiano non corrisponde a quello hollywoodiano. Sicuramente anche negli USA ci sarà qualche ragazzino che va a fare “dolcetto o scherzetto” nei condomìni, ma mai una scena del genere è finita in una sola pellicola americana.
A dirla tutta, è il condominio stesso a essere considerato, nel cinema statunitense, con accezioni esclusivamente negative. Il primo esempio che mi viene in mente è il bruttissimo action movie The Expatriate (genere euroxplotation, 2012), ambientato a Bruxelles: il protagonista sfugge ai suoi inseguitori rifugiandosi in un appartamento abitato da una famiglia di immigrati marocchini con prole numerosa. Il condominio diventa quindi un (non)luogo nel quale non vige alcuna legge umana (e divina, visto che alla fine c’è pure una bella strage…). Sempre parlando di visioni recenti, anche il grottesco falansterio venezuelano (il Centro Financiero Confinanzas) nel quale il sergente Brody viene nascosto nella terza stagione di Homeland è ispirato allo stesso principio – in questo caso il condominio diventa terra incognita persino per la CIA.


Mi sembra quindi che la regola non scritta “condominio = hic sunt leones” sia valida per quasi tutte le produzioni americane: il condominio viene sempre rappresentato come lo spazio della perdizione, dell’assassinio, dello stupro, dello spaccio ecc… Di conseguenza, la scena di un bambino che va a chiedere dolcetti in un palazzone potrebbe comparire solo in un horror o un poliziesco (magari con protagonista un sociopatico che regala caramelle avvelenate).
Dunque non c’è alternativa: o si proibisce Halloween o si regala una villetta a chi deve subirlo. Un Piano Marshall magico-urbanistico, perché no? Si potrebbe anche chiedere semplicemente più rispetto da parte dei registi hollywoodiani per chi vive in un condo, ma poi obiettivamente chi guarderebbe poi un film americano senza la classica morale che i poveri meritano di essere tali?

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