giovedì 5 novembre 2015

Femminicidio

«Prendete questo nuovo arrivato fra le parole di cui si compone la neolingua che è “femminicidio”. Imposto da una minoranza, è ormai (da un paio d’anni) di uso corrente sui mass media. Nessuno sembra accorgersi di quanto questa parola sia moralmente ripugnante. Nessuno sembra rendersi conto che usarla significa sottintendere che assassinare una donna è più grave che uccidere un qualsiasi altro essere umano. È più grave che assassinare un bambino? O un vecchio? O, se è per questo, un uomo adulto? Basterebbe pensarci anche solo un momento per comprendere quanto disgustoso sia l’uso di questo termine»
(Angelo Panebianco, Il politicamente corretto fa male all’Europa, “Sette” 12 dicembre 2014).
Un plauso alla scorrettezza da omo salvatico di Panebianco, anche se poi il politologo tralascia di ricordare che il giornale per cui scrive è tra i primi responsabili della divulgazione del termine (o forse il rimprovero è implicito?). La situazione, oggi, non è sicuramente migliorata, anzi: l’espressione sta passando dalle gazzette alla letteratura di consumo (non si contano più i libri nel quale il termine viene usato) e, soprattutto, al cinema. Un esempio recente è 7 psicopatici (“Seven Psychopaths”), film del 2012 diretto da Martin McDonagh con Colin Farrell e Christopher Walken. In una scena uno dei personaggi ha appena ucciso la sua fidanzata e Farrell sconvolto gli urla contro «Ti rendi conto di essere un assassino?» – nella versione inglese, perché in quella italiana “assassino” è stato reso con “femmincida”. I traduttori hanno così alterato l’umorismo grottesco del dialogo, che esaltava il paradosso di un’accusa di assassinio a un omicida seriale (interpretato dall’attore Sam Rockwell), dando invece l’impressione che Farrell sia turbato solamente perché la vittima è una donna. L’episodio è meno imbarazzante che grave, ma date le premesse credo sarebbe il caso di vigilare su eventuali ri-doppiaggi fatti allo scopo di “sensibilizzare le masse” (cosa sarebbero in grado di combinare alle prese con Omicidio! di Hitchcock?).

È necessario che i giornalisti tornino a chiamare l’uccisione del coniuge “uxoricidio” e non “femminicidio”. Uxoricidio è infatti un’espressione che, essendo contemplata dal diritto penale, permette di affrontare il problema in modo più razionale e meno emotivo; al contrario “femminicidio” è solo una formula ideologica che le femministe americane hanno mutuato dai massacri di Ciudad Juárez causati da una guerra tra narcotrafficanti (non è un caso che fino al 2011 i quotidiani italiani utilizzassero il termine esclusivamente per riferirsi a questi massacri: vedi 500 giovani assassinate. Marisela lotta per la verità, “Repubblica”, 24 novembre 2008 e Le donne di Ciudad Juárez. Vittime, madri e sicarie, “Corriere”, 16 agosto 2011). In Italia neppure nel peggior ghetto mafioso si è mai verificato qualcosa di paragonabile a tale tragedia, perciò ci vorrebbe un minimo di prudenza prima di etichettare qualsiasi fatto di cronaca con un termine divenuto internazionalmente famoso per descrivere una strage.

La definizione “uxoricidio”, inoltre, restituisce in modo più attendibile la natura dei fatti: il marito non uccide la moglie in quanto femmina, ma proprio perché è sua moglie (quelli che uccidono le donne in quanto donne non sono né “uxorcidi” né “femminicidi”, ma assassini seriali).
Riportando l’omicidio al contesto coniugale, poi si comprende meglio quanto essa dipenda non tanto dalla cultura machista o dall’attitudine predatoria dell’uomo, ma da un’involuzione generale delle nostre istituzioni, incapaci di mantenere un minimo di equilibrio tra ordine e libertà. Non è del tutto errato collegare la piaga degli omicidi di donne con il declino e la crisi della famiglia, come fa la celebre sociologia americana Camille Paglia: «Un tempo, se toccavi una donna italiana, sapevi che il padre o il fratello sarebbero venuti a cercarti per regolare i conti» (Ci salveranno i camionisti, “La Lettura”, 3 novembre 2013). Non per questo si dovrebbe auspicare il ritorno alla faida come antidoto al “femminicidio”: basterebbe solo la certezza del diritto.
Non è singolare che più il tema del “femminicidio” acquista risonanza mediatica e meno i reati contro la persona vengono sanzionati con la pena adeguata?

Una delle cause è proprio l’estrema ideologizzazione con cui viene affrontato il problema: il termine “femminicidio”, è importante ribadirlo, proviene dal femminismo radicale. La definizione stessa («Uccisione delle donne in quanto donne»), lo apprendiamo dal blog femminile del “Corriere” La 27esima Ora, è tratta dal testo di Jill Radford e Diana E. H. Russell, Femicide: the politics of woman killing (1992, p. 26): «All patriarchal societies have used -and continue to use- femicide as a form of punishment or social control of women by men» [“Tutte le società patriarcali hanno usato -e continuano a usare- il femminicidio come forma di punizione e controllo sociale sulle donne”].
Questa espressione nasconde dunque non sete di giustizia, ma un desiderio di vendetta contro il fantomatico “patriarcato”. Ciò dimostra che il femminismo inteso come sottocultura genera i suoi miti regressivi e tecnicizzati come ogni altra ideologia totalitaria, ovvero manipolando in modo anti-scientifico i dati provenienti da qualsiasi tipo disciplina, dalla storia alla sociologia, dalla letteratura alla filosofia, dall’antropologia alla filologia (financo l’archeologia…). Il rischio di questa deriva irrazionalistica è che invece di auspicare riforme legislative in linea col cambiamento di costumi, la collettività preferirà “chiudere un occhio” di fronte alla riproposizione della faida sotto altre specie (quante aspiranti Valerie Solanas non vedrebbero l’ora di regolare i conti con il “patriarcato”?)

In tutto questo, bisogna infine considerare il modo in cui l’allarmismo mediatico ha relegato la donna nel ruolo di vittima perenne, ravvivando nell’immaginario collettivo l’archetipo della donna angelicata, l’intangibilità del corpo femminile in quanto ontologicamente superiore: un ennesimo lascito accidentale della rivoluzione culturale.

Tuttavia, proprio da tale prospettiva, vorremmo concludere con una nota positiva. I recenti e terribili casi di sfregio dei volti femminili, riportano alla mente un episodio di cronaca risalente al 1972: il danneggiamento della Pietà di Michelangelo da parte di uno squilibrato di origine ungherese, che riuscì a colpire la statua con un martello per quindici volte.


L’evento sconvolse il mondo ed ebbe un forte impatto sulla collettività; un mese dopo Paolo VI pronuncerà il famoso discorso sul fumo di Satana entrato nel tempio di Dio: pur non nominandolo esplicitamente, egli interpreterà lo sfregio come simbolo di una Chiesa indifesa contro le aggressione di un potere oscuro.
La stampa dell’epoca attribuì al vandalo pulsioni misogine: se non è possibile stabilire quanto tali impulsi abbiano contribuito a ispirarne la follia, non è però insensato affermare e che il gesto favorì indirettamente l’incremento dell’interesse mediatico nei confronti della questione femminile, e che gli italiani lo interpretarono anche come attentato verso la femminilità (che poi l’ideologia abbia strumentalizzato la nuova sensibilità emergente, è un altro problema).



A ricordarci l’oltraggio alla cristianità e alla bellezza, dal marzo 1973 uno schermo di vetro a prova di proiettile protegge la Pietà dal mondo esterno.
Chi va a Roma, non può che osservare il capolavoro da lontano, irraggiungibile.
Allo stesso modo, si può dire che l’opinione pubblica abbia gradualmente costruito uno schermo a protezione del corpo femminile: ipotizzare che dietro tale evoluzione vi sia qualche influenza ultra-progressista nordeuropea (o una cosa del genere), non è meno assurdo che individuarne la causa in quel nonsoché così dolcemente arcaico che il terrore per la “profanazione” della donna ispira. E che ci auguriamo sia l’unico sentimento che alla fine possa prevalere.

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