domenica 1 novembre 2015

Expo 2015 (2015-2015)

Il busto del poeta Khayyam nel padiglione iraniano
L’expo è finito e oggi mi sembra il giorno adatto per parlarne, dato che è già stato “santificato” (o santinizzato) e messo in soffitta. Giusto qualche annotazione di getto, per non dover intellettualizzare un evento che in realtà nessuno dei nostri intellettuali, impegnati com’erano a recitare nell’eterno teatrino dell'anti-italianità, è stato in grado di comprendere fino in fondo.

Bisogna ammettere che in parte è stato un fiasco, ma non per quello che hanno scritto i mangiacrauti della “Frankfurter Allgemeine Zeitung” (Hier ist keine Allegorie zu schief, 1 maggio 2015) con la solita delicatezza teutonica: «Materialverschwendungsorgie von epochalem Ausmaß» (“spreco orgiastico di materiali di dimensioni epocali”). Semmai questo era il lato che avremmo dovuto valorizzare, proprio perché è ciò che gli altri popoli ci invidiano; hanno voluto lasciarci solo la corruzione e il cibo, e noi siamo riusciti a trasformarli in oro. Quale altra nazione può vantare una industria culturale interamente basata sulla denuncia della corruzione? E quale altro Paese in Europa, una volta relegato al ruolo di “cioccolataio” e “pizzaiolo” dalle potenze avversarie, sarebbe riuscito a trasformare cioccolato e pizza in motori dell’economia?

La verità è che si è sprecato troppo poco: le code chilometriche ai padiglioni dimostrano come lo spazio fosse decisamente angusto per una manifestazione del genere. Qualcuno avrebbe dovuto prendersi la responsabilità di mettere a tacere i piagnistei sull’infiltrazione mafiosa e sulla difesa dell’ambiente che da un lato hanno imposto controlli burocratici eccessivi alle ditte partecipanti (in tanti non hanno aderito all’“orgia” per la quantità di incartamenti da produrre) e dall’altro hanno impedito di asfaltare il maggior numero possibile di ettari (in spregio alle fantasie d’arcadia di chi non ha mai vissuto nella campagna lombarda). 

I pochi padiglioni che sono riusciti a fare bene nonostante la mancanza di spazio sono stati quello della Francia (semplice ma azzeccato) e quello della Turchia, che con un intelligente open space ha annullato come per magia tutte le code.


Per il resto, ho apprezzato molto il cosmopolitismo italiano che è riuscito a far convivere mondi estranei come il biologico e i fast-food, gli Emirati Arabi Uniti e il Consorzio Franciacorta:


Un po’ seccante, invece, l’assenza di molti paesi nordeuropei (Danimarca, Finlandia, Svezia e Norvegia), e anche dell’India, del Portogallo, dell’Arabia Saudita e delle Filippine. In compenso però abbiamo avuto la Bielorussia, il Libano, Timor Est, il Türkmenistan, lo Yemen e, soprattutto, l’orgoglioso Kirghizistan.


È mancata, a mio parere, anche una promozione adeguata: a fine di aprile ho girato mezza Polonia (un Paese che adora l’Italia anche per i suoi lati negativi) e non ho visto un solo volantino dedicato all’evento. Alcuni amici che recentemente hanno visitato Madrid, Londra e Atene hanno avuto la mia stessa impressione.

Il vero flop, tuttavia, è stato quello delle nostre agenzie culturali, che con i loro deliri di anti-italianità hanno dato il peggio di sé. Io non mi vergogno di essere italiano, ma di doverlo essere assieme (e nonostante) loro.

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