lunedì 2 novembre 2015

Carlo Alberto Pasolini

«[Mio padre] è morto due notti fa, dopo un’emorragia al fegato, che l’ha martirizzato. Tu sai come io andassi poco d’accordo, con mio padre, come in certi momenti e in certo modo quasi lo odiassi: ma è morto in un modo che ora mi fa sentire colpevole per qualsiasi mio sentimento avuto verso di lui. Gli ultimi giorni aveva una faccia che chiedeva pietà: “Non lo vedi che sto per morire?” pareva mi dicesse. E io continuavo ad essere duro e evasivo con lui, sempre rimproverandogli le terribili sofferenze che aveva dato a mia madre e a me. Voleva morire, non si curava, non aveva più niente al mondo, se non la sua cupa angoscia, il suo odio, il suo bisogno di essere un altro, di amare e essere amato. Se n’è andato così, come a perpetuare uno sciopero contro di noi e la vita che da tanti anni attuava: improvvisamente, o troppo presto, insomma. Le uniche piccole sue gioie erano i miei successi letterari: e in questi ultimi tempi ce n’erano stati pochi. È morto veramente senza nessun conforto».
(Pier Paolo Pasolini, lettera a Francesco Leonetti, 21 dicembre 1958, in Lettere 1955-1975, Einaudi, Torino, 1988, pp. 406-407)
«La notte del 19 dicembre, Pasolini torna a casa appena in tempo per vedere il padre morire. Soffriva di cirrosi epatica e invece di curarsi, come sempre beveva molto. […] “Non ci dava ascolto a me e mia madre, perché ci disprezzava”, dirà il figlio. Ma è difficile intendere questo disprezzo perché anche negli ultimi anni il vecchio Pasolini era riuscito a manifestare la sua orgogliosa devozione al figlio, lasciando le tracce della sua calligrafia nei margini bianchi dei tanti articoli che testimoniavano i suoi successi e le sue fortune, diligentemente datati e inviati ai parenti».
(Nico Naldini, “Cronologia”, in Lettere 1955-1975, p. XLIV)

Nessun commento:

Posta un commento

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.