venerdì 30 ottobre 2015

Mark Zuckerberg si rivolge in cinese a una platea di studenti


Mark Zuckerberg si rivolge in cinese a una platea di studenti: forse è così che Jed Martin, il protagonista de La carta e il territorio di Michel Houellebecq, avrebbe esaltato l’evento nella “serie delle composizioni d’impresa”, accanto a opere come Bill Gates e Steve Jobs parlano del futuro dell’informatica o Damien Hirst e Jeff Koons si spartiscono il mercato dell’arte.

La scena è, come si dice, “emblematica”, ma il tentativo di darle un senso potrebbe condurre ai lidi inospitali della fuffologia, la dottrina di riferimento di molti opinionisti contemporanei. Sarebbe facile filosofeggiare con levità sull’ansia di catalogazione che attanaglia i contemporanei (non è forse Facebook una versione antropica del Deposito globale di sementi delle Svalbard?) e attribuirla o alle necessità del capitale (torna alla mente una suggestiva interpretazione ghezziana dei capolavori di Spielberg Jurassic Park e Schindler’s List: «Un dittico di precisione stupefacente sulla fabbrica che è il capitale, in bilico tra campo di sterminio e campo di restaurazione conservazione e esibizione museale») oppure considerarla la fase suprema (l’evoluzione del vissuto a rappresentazione) della società dello spettacolo – una eventualità che non ha impedito agli odierni debordiani di arrendersi ai social network.

L’utopia di Zuckerberg sembra infatti ribaltare l’anatema del Faust, “Tutto ciò che esiste merita di essere distrutto” («Alles, was entsteht, Ist wert, daß es zugrunde geht»), in un nuovo programma: tutto ciò che esiste merita di essere conservato, per affermare la sclerotizzazione del vissuto, «la falsa coscienza del tempo come paralisi della storia e della memoria» che impone la temporalità artificiale dell’eterno presente (così Debord descrive ciò che per lui è spettacolo).

Questa ansia da catalogazione potrebbe forse spiegare le ragioni per cui Zuckerberg ha deciso di compromettere la sua fama di pifferaio magico con una performance che oltraggia una delle cose più care al popolo cinese: la madrelingua.
Chi è completamente digiuno di mandarino difficilmente potrà rendersi conto della modestia della prestazione di Zuckerberg: l’impressione che il giovanotto si esprima in modo fluente è solo una illusione ottica (acustica, anzi), dovuta al contrasto tra l’estrema semplicità della grammatica cinese e l’estrema complessità della pronuncia. È molto semplice imparare a costruire frasi in mandarino, ma se non si conoscono i toni alla perfezione qualsiasi tentativo di comunicazione causerà come minimo decine di equivoci (soprattutto quando si tratta di ordinare il pranzo o acquistare un servizio da tè). È per tale  motivo che l’intervistatore si intromette spesso nella discussione per tradurre quello che l’ospite crede sia Chinese in qualcosa di comprensibile alla platea.

Si parva licet, al sottoscritto è capitato una volta di trasformare la frase “Sono uno studente e vorrei visitare Shanghai” in “Sono un marinaio pronto a salpare pei mari”, a causa della negligenza per l’intonazione che ha portato la mia interlocutrice a confondere xuéshēng [“studente”] (学生) con shuǐshǒu [“marinaio”] (水手) e a interpretare “Shanghai” secondo l’etimo –ovvero, letteralmente, “sul mare”– per dare coerenza alla frase (comunque è stata una discussione piuttosto insignificante).
Pretendere di parlare cinese senza usare i toni appropriati è come credere di padroneggiare il tedesco senza conoscere i casi, oppure di conversare spagnolo semplicemente aggiungendo una “s” alla fine di ogni parola italiana.

In realtà dovremmo ringraziare Zuckerberg per averci offerto una rappresentazione plastica del famoso motto “I soldi non fanno la felicità” (e aver confutato con altrettanta efficacia il detto cinese Yǒu qián néng shǐ guǐ tuī mó [有钱能使鬼推磨], “Se sei ricco puoi far girare la macina al diavolo”). Il patrimonio del fondatore di Facebook, stimato in 41 miliardi di dollari, fa presupporre che egli abbia potuto usufruire dei migliori insegnanti di cinese: se nemmeno questo è servito a portarlo a un livello più alto di quello di uno studente universitario del primo anno, c’è di che disperare sul potere del denaro. Non tutto si può comprare: quello che fino a ieri sembrava un luogo comune, si rivela ora in tutta la sua drammaticità.

È probabile che Zuckerberg abbia voluto applicare alla vita reale la filosofia internettiana del You Can Do Anything: «I tried and therefore no one should criticize me». In questo riconosciamo anche il nostro “ultracrepidarianismo” e proviamo una certa empatia: internet ha generato un tale complesso di inferiorità che ormai andare oltre le scarpe è la cifra dell’intellettuale contemporaneo, che si sente in grado di passare dall’interpretazione allegorica dei canti sciamanici centro-asiatici all’analisi delle sorti delle principali economie sudamericane.

Sarebbe perciò semplice assolvere Zuckerberg dalle accuse di dilettantismo ed eclettismo, ma non è soltanto questo a lasciare interdetti. Quanto sconcerta sopra ogni cosa è il fatto che egli, al di là del tempo e dei soldi sprecati, non sia riuscito a imparare i toni nonostante avesse accanto una moglie cinese (e dei suoceri anch’essi madrelingua).
In pratica colui che ha costruito la sua fortuna sul facilitare la comunicazione tra le persone non è stato nemmeno capace di relazionarsi con i propri familiari. Sarebbe utile capire quanto il carattere del suo creatore abbia influenzato Facebook. In questo caso forse può solo aiutarci l’antica saggezza cinese, che nella figura di LaoTzu proclamava Zhì zhě bù yán, yán zhě bùzhī (知者不言、言者不知), “Chi sa, non parla; chi parla, non sa”.

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