venerdì 30 ottobre 2015

Mezzofanti Appreciation Society

Non ho ancora capito come il buon Michael Erard, giornalista del “New York Times” e autore di Babel no more, sia riuscito non solo a scovare un mio articolo sul cardinale Mezzofanti, ma anche a comprenderlo (pur non parlando italiano) e infine a segnalarlo su Twitter.

È un mistero che non sono riuscito a risolvere nemmeno chiedendo un parere ad amici più saggi di me, i quali hanno preferito attribuirne la responsabilità a un intervento soprannaturale. Mi sembra l’unica spiegazione razionale possibile: che questa sia allora una chiamata a porre le basi di una “Mezzofanti Appreciation Society” che permetta di valorizzare il genio di colui che, al di là dei confini nazionali (dove è ingiustamente trascurato), viene considerato il più grande poliglotta di tutti i tempi.

Nel breve ma intenso (!) confronto avuto con Erard (poi proseguito in privato), è emerso lo stupore dello studioso americano per la nostra indifferenza nei confronti del Mezzofanti («Anche la gente di Bologna non ne aveva mai sentito parlare»).
Sui motivi di tale ingiustificabile damnatio memoriae, ho abbozzato lì per lì un paio di ipotesi (che prima o poi sarà costretto ad approfondire): in primis, il declino dell’afflato missionario che ha ridotto le interazioni tra poliglottismo e cattolicesimo (una volta fiorenti, se pensiamo che –per fare un esempio tra mille– ancora oggi il dizionario Italo-Indonesiano di riferimento è quello composto dal saveriano p. Lorenzo Lini); in secondo luogo, l’onnipresente Kulturkampf  anti-cattolico che anima parte dell’accademia e dell’industria culturale italiane; infine –la tesi più azzardata– la migrazione dei potenziali epigoni di Mezzofanti verso l’orientalistica (pensiamo solo a Giuseppe Tucci).

In ogni caso non è così importante capire le cause di questo oblio, quanto rimediare a esso con ogni mezzo necessario. Sembra che Erard sia disposto a far parte della “missione”, considerando che è stato lui il primo a scovare nell’archivio di Mezzofanti non solo le “flashcards” (di cui si è già parlato), ma anche alcuni esperimenti stenografici del Cardinale, che a quanto pare voleva creare un proprio alfabeto fonetico. Anche Erard, come il sottoscritto, è convinto che non sia stato Mezzofanti a inventare le famose carte di cui ancora oggi molti poliglotti si servono, ma ammette di non esser stato in grado di risalire all’origine.
Dal mio punto di vista, uno studio dal quale Mezzofanti avrebbe potuto attingere è quello del domenicano Johannes Romberch, che nel 1553 elaborò un alfabeto visuale (Congestorium artificiosae memoriae) basato sulla mnemotecnica tradizionale.

Secondo Frances Yates,
«in considerazione delle continue citazioni di Tommaso d’Aquino sui simboli corporei e sull’ordine di memoria che troviamo nel libro di Romberch, si affaccia la possibilità che si conservi, in questo tardivo trattato mnemonico domenicano, qualche lontana eco del sistema di memoria dello stesso aquinate» (L’arte della memoria, Einaudi, Milano, 1972, p. 113).
Le vicissitudini dell’ars memoriae in ambito cattolico sono note: da pilastro dell’apologetica a eresia rinascimentale, con in mezzo l’avversione protestante che portò al trionfo del ramismo, una mnemotecnica senza immagini. Da tale prospettiva è quasi un bene che le flashcards non abbiano avuto molto successo tra i frati, perché così come Giovanni Calvino aveva paragonato le immagini della Vergine nei “templi dei papisti” alle prostitute, il predicatore protestante William Perkins nel XVI secolo accusò Pietro da Ravenna (grande mnemonista italiano) di aver proposto ai giovani figure libidinose (riferendosi «alle osservazioni di Pietro su come usava la sua amica, Ginevra di Pistoia, come immagini infallibile per stimolargli la memoria» [Yates, p. 254]).

C’è molto lavoro da fare, insomma; ma non dimentichiamo che we're on a mission from God!

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