giovedì 22 ottobre 2015

L’ombrello dell’euro

Mi stupisce che le invettive contro il dollaro, che per anni hanno fatto da colonna portante di tanti discorsi, libri, canzonette e film, non si siano automaticamente convertite in invettive anti-euro. Al contrario sembra che l’euro, nonostante non contenga nessun riferimento a Dio, conservi una sua sacralità inviolabile, almeno per quelli che insorgono regolarmente contro gli $porchi dollari in$anguinati.

Eppure di materiale ce ne sarebbe: Jean-Claude Trichet, da presidente BCE, ha paragonato la cultura al denaro e le poesie alle monete (oltre a spararle grosse sulla cultura europea in generale: Mosè, Platone, Dante. Il cuore dell’Europa, “Corriere”, agosto 2009). Se neanche di questo possiamo farci beffa, allora vuol dire che l’euro non è più una moneta (e neanche una poesia!), ma qualcosa di interiorizzato, un progetto che ormai va difeso per riflesso pavloviano.

L’unica nota in positiva, in tutto questo, è che gli apologeti della moneta unica hanno smesso di utilizzare l’imbarazzante espressione “ombrello dell’euro” che ci difenderebbe (a seconda dei casi) dalla crisi, dalla globalizzazione, dal nazionalismo, dal populismo, dagli USA, dalla Russia, dalla Cina, dall’India ecc…

L’ultimo a utilizzare la metafora è stato il ministro delle finanze greco Yannis Stournaras («Per sopravvivere dobbiamo rimanere sotto l’ombrello dell’euro», κάτω από την ομπρέλα του ευρώ). Poi, una volta “implementata la cultura della stabilità”, si è optato per simboli meno impegnativi.

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