domenica 4 ottobre 2015

Jean Raspail in saldo

Nella sua ultima intervista a “Le Point” (Que les migrants se débrouillent, 29 settembre 2015), Jean Raspail confessa di sentirsi a disagio ogni volta che Il campo dei santi viene ristampato in corrispondenza di una crisi immigratoria in Europa. L’autore sembra anche annoiato dalle stesse solite domande: Lei si sente di destra o di estrema destra? È razzista? Si crede un profeta?

Non è venuto ancora il momento per una dislocazione del suo capolavoro dalla politica alla storia della letteratura: l’unico ad averci provato in tempi non sospetti è stato Fabrizio Sandrelli, il curatore della versione italiana per le Edizioni di Ar, quella che paradossalmente lo stesso Raspail sembra disconoscere (a ogni ristampa la dimentica sempre nel “Répertoire chronologique des editions”), forse perché basata sulla prima stesura del romanzo (in seguito emendata da battute anacronistiche sul Ku Klux Klan, l’Unione Sovietica e Kenyatta).

Al di là delle solite risposte un po’ stereotipate (le stesse di un’intervista di tre anni fa per il “Corriere”), è interessante notare come per difendersi dall’accusa di razzismo Raspail rivendichi sempre la sua appartenenza alla Società degli esploratori francesi e la sua carica di Console generale della Patagonia. È una testimonianza della sua adesione (almeno in spirito) al filone di quella estrema dal “cuore avventuroso” (Das abenteuerliche Herz è un’opera di Ernst Jünger) che riunisce gli appassionati delle spedizioni delle SS-Ahnenerbe in Tibet, dell’etologia di Konrad Lorenz, dei canti epici siberiani, dell’eurasismo, del neo-ottomanesimo ecc…
È una corrente poco omogenea e difficilmente inquadrabile, i cui confini possono estendersi dai reportage di Leni Riefenstahl sulle tradizioni africane al diario sardo di Jünger, dalla conversione del maggiore Johann von Leers in Omar Amin (addetto alla propaganda antisionista di Nasser) ai vari documentari “mondo” di Jacopetti, fino a casi più sublimi come quello dello scalatore del sacro Marco Pallis o del delicato Drieu La Rochelle che si suicida con le Upaniṣad accanto.

Ne Il campo dei santi, tuttavia, l’avversione al terzomondismo obbliga Raspail a dipingere l’avanzata del popolo del Gange come quella degli zombie nei classici dell’horror hollywoodiani, allontanandolo impercettibilmente dalla destra europea (che eppure è di bocca buona) e rendendolo più consono alla “sensibilità” di quella amerikana, anch’essa impegnata a riscoprirlo a ondate (immigratorie) alterne.
Dopo l’interessamento, dal punto di vista accademico (o Kulturkampfiano…), di Paul Kennedy e Samuel Huntington e, dal punto di vista politico, di Ronald Reagan, sta tornando tra gli yankee la voglia di farne un testo profetico. Un sito paleoconservatore americano, dopo aver dedicato al libro diversi articoli, ha coniato addirittura un nuovo modo di dire, “Vilsbergismo” (pendant destrorso del “Quislinguismo”) che, considerando la brama di neologismi degli americani, rischia di finire direttamente nel vocabolario dell’ultima campagna elettorale.

Certo è bizzarro che in questi “ripescaggi” nessuno si renda conto che Raspail descrive sostanzialmente una colossale sconfitta per il Primo Mondo, sul fronte europeo e americano (“occidentale” per gli occidentalisti) e, almeno nella prima versione, anche per il versante sovietico del Secondo Mondo (travolto dall’immigrazione “gialla”). Gli eventi vengono raccontati dalla prospettiva della catastrofe già avvenuta: il narratore è “rifugiato” in una Svizzera che sta per varare nuove leggi sull’immigrazione allo scopo di rientrare nel consesso delle nazioni civili, ora dominate da un multiculturalismo totalitario. Perciò l’idea di farne un “manifesto” è per certi versi sorprendente; d’altra parte chi la pensa come Raspail non può che gioire al pensiero che la massa di immigrati travolgerà per primi i suoi più ardenti sostenitori occidentali: il giornalista mulatto progressista che accoglie la frotta a braccia aperte viene strangolato dopo aver assistito inerme allo stupro collettivo della sua compagna; le femministe sono ridotte a schiave sessuali in postriboli creati appositamente per la “iniziazione dalla donna bianca”; i missionari laici sgozzati e buttati giù dai battelli; la borghesia benpensante costretta a cedere l’appartamentino ai più prolifici vicini magrebini. «La volontà del Terzo Mondo non deve nulla a nessuno; essa non accetta di sminuire il significato radicale della propria vittoria condividendola con dei transfughi. Ringraziarli, o semplicemente riconoscerne il ruolo, equivarrebbe a perpetuare una forma di soggezione» (p. 296).
È come se la consolazione (o il Consolamentum, in senso cataro) per questa destra sia quella di vedere comunque trionfare la propria concezione di Realtà contro le illusioni delle anime belle: se il mondialismo s’ha da fare, che almeno sia brutale e tirannico, che almeno porti con sé guerre civili e sacrifici umani.
Del resto sembra che Raspail non creda molto a parole come “destra”, “Europa” e “tradizione”; per lui sono solo flatus vocis, maschere per celare il nichilismo invincibile:
«Chi ama davvero le tradizioni non le prende troppo sul serio e va in guerra divertendosi un mondo; sa infatti che sta per morire per qualcosa di evanescente, generato dai suoi fantasmi, una via di mezzo tra l’umorismo e la farneticazione. Forse si tratta un sentimento più sottile: quel fantasma cela il pudore di un uomo ben nato che per non apparire così ridicolo da battersi per un’idea 1’ammanta di note strazianti, di parole vuote, di orpelli inutili e si concede il piacere supremo di un sacrificio quasi fosse uno scherzo di carnevale. Questo, la Sinistra non l’ha mai capito: perciò riesce a secernere solo un rancoroso sarcasmo. Quando sputa sulla bandiera, piscia sulla fiamma del Milite Ignoto, sogghigna al passaggio di vecchi reduci idioti col basco in testa e grida Woman’s lib! quando due sposi escono da una chiesa, per citare soltanto gli esempi più banali, lo fa in modo tremendamente serio, “da coglione”, direbbe, se sapesse giudicarsi. La vera Destra non è seriosa. Per questo la Sinistra la odia, così come un boia odierebbe un condannato al patibolo che ridesse e scherzasse in faccia alla morte. La Sinistra è un livido incendio che divora e consuma. Nonostante le apparenze, le sue feste sono tetre quanto una sfilata di marionette a Norimberga o a Pechino. La Destra è una fiamma inquieta che guizza allegramente, un fuoco fatuo nella cupa foresta carbonizzata» (p. 239).
(È per queste ed altre considerazioni, il curatore dell’edizione italiana si sente obbligato a biasimarlo: «Lo scrittore rischia di deformare in senso caricaturale il testo e di allentarne il ritmo narrativo» [p. 340]).
Tale atteggiamento rappresenta qualcosa di più del “Muoia Sansone con tutti i Filistei”, perché in ogni caso comporta sempre la possibilità di un ordine, se non eroico, almeno gerarchico e sanguinario.

Spiace dover chiamare in causa per l’ennesima volta Michel Houellebecq, ma questo è anche il leitmotiv della “futurologia” esposta nei suoi due ultimi romanzi: ne La carta e il territorio (2010) la Francia perde il suo posto tra le potenze mondiali, diventando un Paese deindustrializzato e semi-agricolo meta prediletta di turisti arabi, russi e cinesi, ma in compenso può godere delle stragi di migranti lontane dalle proprie coste («Dirigendosi verso i nuovi paesi industrializzati, i migranti africani si esponevano adesso a un viaggio assai rischioso. Attraversando l’Oceano Indiano e il mar della Cina, le loro imbarcazioni venivano assalite spesso dai pirati, che li spogliavano dei loro ultimi risparmi, quando non li gettavano in mare e basta»), mentre nel dirompente Sottomissione (2015) la nuova repubblica franco-islamica cancella decenni di femminismo, sindacalismo, terzomondismo, cattocomunismo, costringendo persino gli ebrei progressisti (quelli che Houellebecq, fervente sionista più per scorrettezza intellettuale che per intimo convincimento, considera nemici) a fuggire per sempre dal Paese. In questo romanzo trionfa appunto la magnifique obsession di Raspail: una sinistra che si strangola con le sue stesse mani.

Da questa prospettiva, dovremmo considerare l’eventualità che Il campo dei santi non sia un romanzo politico, ma erotico. Questo forse è il segreto del suo successo: rappresentare l’unica forma di pornografia che la destra politica può permettersi.

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