domenica 25 ottobre 2015

Il santo patrono dei poliglotti


«Amato da studiosi laici e non credenti, venerato con punte di vero e proprio culto della personalità da linguisti e appassionati della materia, e dimenticato, invece, nel suo mondo cattolico. Un curioso destino quello del cardinale Mezzofanti, il più grande poliglotta di sempre».
Così l’incipit di un articolo di Andrea Galli (Il cardinale prodigio che parlava 78 lingue, “Avvenire”, 25 maggio 2008) che a distanza di anni rimane una delle poche testimonianze a favore del Mezzofanti (1774–1849), la cui fama in Italia è per l’appunto inversamente proporzionale a quella riscossa all’estero.
È incredibile infatti che il Cardinale sia divenuto oggetto di vera e propria venerazione in un ambito come quello anglosassone, generalmente ostile a tutto ciò che è italiano e cattolico: siti come “Languageholic” lo considerano il loro patrono e ne accreditano persino le leggende più bizzarre (come quella secondo cui avrebbe imparato in una notte la lingua di due condannati a morte per dargli l’assoluzione prima dell’esecuzione).
Lo scrittore Michael Erard ne ha tratto ispirazione per un volume (Babel no more, pubblicato nel Regno Unito come Mezzofanti’s Gift, a conferma della notorietà del cardinale da quelle parti), nel quale pur mantenendo un approccio critico non riesce a nascondere l’immensa ammirazione per il Mezzofanti. È stato proprio Erard a scovare nell’archivio del porporato una versione ottocentesca delle odierne flashcards:
«Durante l’ultimo giorno della mia visita all’archivio del Mezzofanti nell’Archiginnasio di Bologna, ho scoperto una cosa di cui nessuno ha mai parlato: le flashcards di Mezzofanti. La foto ritrae una scatola contenente flashcards in 13 lingue (georgiano, ungherese, turco, arabo, algonchino, russo, tagalog, più tre serie non etichettate). […] I bibliotecari non le avevano mai notate e, dato che loro non parlavano inglese e io non capivo l’italiano, gesticolavano freneticamente per farmi capire che non potevo fotografarle impilate sul tavolo.
Il “segreto” di Mezzofanti è ancora avvolto dal mistero, ma il suo metodo è ormai noto. In ogni caso nessuno aveva mai descritto le sue flashcards prima d’ora»
(M. Erard, annotazione a C.W. Russell, The Life of Cardinal Mezzofanti, “Genius”, 2014).

Questa fortunosa scoperta è un’ulteriore prova dell’indifferenza italiana nei confronti del genio felsineo (una noncuranza che a quanto pare ha contagiato persino il mondo accademico). Negli ultimi dieci anni, al di là dell’articolo del Galli, il Cardinale è stato citato da un giornale solamente in un’altra occasione: un trafiletto dedicato all’“iperpoliglotta” brianzolo Emanuele Marini su una rivista allegata al “Corriere”, nel quale peraltro le capacità del prelato venivano ridotte a dato folkloristico (sfortunatamente non è possibile ritrovare il pezzo online). Ben diversa, invece, l’attenzione che il personaggio ha suscitato in corrispondenza della pubblicazione del volume di Erard, come dimostrano le recensioni entusiastiche apparse sul “Guardian” e sull’“Economist”.

L’uso delle flashcards da parte del Mezzofanti lascia supporre che egli non fosse del tutto estraneo ai metodi della mnemotecnica tradizionale, che per secoli fu un pilastro dell’apologetica cattolica (anche per l’apprendimento delle lingue, come nel caso di Matteo Ricci). L’associazione sinestetica tra immagini, concetti e suoni, praticata da Dante, Tommaso e Alberto Magno (come dimostrano le eccellenti ricostruzioni di Frances A. Yates ne L’arte della memoria), subì un primo attacco da parte del puritanesimo, che estendeva l’iconoclastia al mondo interiore derubricando l’ars memoriae a sofisticheria scolastica, e infine ricevette il colpo di grazia dai maghi rinascimentali, che ne fecero un astruso e inutilizzabile culto ermetico.
Se l’antica arte non fosse caduta in disgrazia, forse il Mezzofanti avrebbe potuto imparare perfettamente anche quelle lingue che rimasero sempre il suo cruccio, come il ruteno, il frisone, il lettone, il cornico, il quechua e il bambara.

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