giovedì 22 ottobre 2015

Civiltà e ideologia. Contro Samuel Huntington

La prima volta che mi imbattei nel volume Lo scontro delle civiltà di Samuel P. Huntington (pubblicato in Italia da Garzanti nel 1996) ne rimasi affascinato: la tesi che nel XXI secolo il mondo si sarebbe diviso in blocchi compattati da una “Civiltà” comune era talmente suggestiva da impedirmi di notare gli innumerevoli paradossi con cui l’autore cercava di tenere assieme una teoria che, a distanza di qualche anno, si sarebbe dimostrata a dir poco fallace.
È scorretto giudicare le ipotesi dello studioso col fatidico senno di poi, tuttavia una certa temerarietà nel presentarle («Il mondo sarà ordinato per civiltà, o non lo sarà affatto» [p. 225]), unita all’aura di profeta che sostenitori e detrattori gli hanno attribuito, sono un irresistibile invito a cogliere fior da fiore: Huntington afferma in diversi passaggi che la Corea del Sud e quella del Nord si sarebbero presto unite (essendo culturalmente identiche…) e che «molti sudcoreani [considererebbero] una bomba nordcoreana semplicemente una bomba coreana, un’arma cioè che non sarebbe mai stata usata contro i sudcoreani» (p. 278); sostiene che una guerra russo-ucraina è possibile solo secondo «l’approccio statalista», mentre «il modello fondato sulle civiltà [cioè il suo] la ritiene molto poco probabile e sottolinea invece la possibilità che l’Ucraina si spacchi in due» (p. 39), con la parte orientale del Paese inserita in una sorta di “blocco ortodosso” nel quale gli Stati Uniti hanno concesso alla Grecia e a tutte le ex repubbliche sovietiche di confluire liberamente (p. 233); aggiunge che Malta e Cipro non sarebbero entrate nell’Unione Europea perché una “troppo piccola” e l’altra “ortodossa” (p. 232); prevede una drastica riduzione («se non l’eliminazione totale») dell’immigrazione verso l’Europa entro «la metà degli anni Novanta» (p. 295); insinua che gli europei parteciperanno a tutte le guerre statunitensi contro i Paesi islamici perché «nei confronti tra civiltà, a differenza di quanto avviene con quelli ideologici, si sta sempre dalla parte della propria razza» (p. 319); caldeggia la possibilità di una guerra tra USA e Giappone come prova definitiva della validità del suo modello (p. 326); infine si profonde in una lunga e prolissa descrizione della prossima guerra mondiale, provocata dalla mancata osservanza del suo infallibile modello: «Stati Uniti, Europa, Russia e India si sono dunque ritrovate coinvolte in una guerra planetaria contro Cina, Giappone e gran parte del mondo islamico» (p. 470). Risparmiamo i dettagli per non apparire troppo irriverenti.

La domanda sorge spontanea: com’è possibile che questo Don Ferrante della politologia abbia ottenuto credito illimitato da istituzioni accademiche di mezzo mondo? Le ipotesi sono due, ma sfortunatamente soltanto una di essa dà per scontata la buonafede dell’autore. Partiamo proprio da quest’ultima: la poca lucidità con cui Huntington interpreta gli eventi internazionali attraverso il suo rigido modello può forse derivare dallo sconvolgimento creato dalla situazione balcanica di quegli anni. È stupefacente la frequenza con cui l’autore chiama in causa i conflitti della ex-Jugoslavia come prova che il mondo si starebbe dividendo in blocchi di civiltà: almeno una quarantina di volte Huntington spiega al lettore che la guerra nei Balcani è stata «una guerra di civiltà» (p. 431), perché i russi sono intervenuti a favore dei serbi, alcune nazioni islamiche a fianco della Bosnia e parte dell’Europa si è schierata con la Croazia. Quando tuttavia arriva il momento di spiegare in che modo l’intervento statunitense si inserisca in questa “guerra di civiltà”, Huntington non riesce a dare nessuna motivazione convincente, o almeno compatibile col suo modello, e si limita a ripetere le fandonie della propaganda clintoniana (pp. 432-435).
È sospetto che, nonostante la mancanza di un mea culpa per le previsioni errate, Huntington non abbia mai perduto la stima delle istituzioni politiche e accademiche americane.
Veniamo quindi alla seconda ipotesi: e se Lo scontro delle civiltà non fosse altro che un’opera di pura propaganda? Huntington in tal caso starebbe semplicemente proponendo una ideologia in grado di garantire la pace in un mondo in cui, sancita la «fine dell’epoca del progresso» (p. 130), il welfare state viene drasticamente ridotto e la “cultura” di appartenenza diventa il surrogato dello standard di vita a cui le masse iniziavano ad abituarsi. Gli indizi che Huntington stia suggerendo ai politici una nuova forma di “falsa coscienza” sono molti, anche se lui stesso respinge tale accusa con una certa indignazione (excusatio non petita…). Una ipotesi del genere, pur essendo sleale, riesce tuttavia a dare un senso al gran numero di paradossi presenti nel volume, a cominciare dalla proposta (un cavallo di battaglia di Huntington) rivolta agli Stati Uniti (o alla “civiltà occidentale”) di praticare il relativismo a livello internazionale e il dogmatismo in politica nazionale, ovvero da una parte abbandonando le “pretese universalistiche” e accettando «la propria civiltà come qualcosa di peculiare, ma non di universale» (p. 15) e dall’altra respigendo «sul piano interno i canti di sirena disgregatori dei paladini del pluralismo culturale» (p. 458). Il politologo strumentalizza questo relativismo sui generis per far passare tesi aberranti: «Se in futuro l’India dovesse soppiantare l’Asia orientale come area di più intenso sviluppo economico del mondo, è bene che il mondo si prepari ad affrontare lunghe disquisizioni sulla superiorità della cultura indù [e] sul contributo offerto dal sistema delle caste allo sviluppo economico […]» (p. 154).
Affermazioni come questa fanno nascere il sospetto che Huntington, deplorando «le pretese universalistiche dell’Occidente», si stia in realtà riferendo non tanto all’eurocentrismo o all’umanitarismo, ma all’assistenza sanitaria, all’istruzione pubblica, alla previdenza sociale, insomma a tutte quelle cose che hanno permesso di elevare il livello di vita delle collettività. Emerge sempre più chiaramente quali sono i reali interessi celati dietro al concetto di “civiltà”: sul fronte occidentale esso serve a giustificare le varie controriforme nel campo dei diritti, mentre sugli altri fronti a frenare ogni prospettiva di sviluppo in nome dell’integrità culturale del proprio blocco di appartenenza. Questo spiegherebbe anche perché in alcuni passaggi Huntington denunci la “miopia del secolarismo” («Interi millenni di storia umana dimostrano come la religione non sia affatto una “piccola differenza”» [p. 377]) ma poi “dimentichi” di inserire il cristianesimo tra le civiltà (islamica, ortodossa, buddista, indù…), considerandolo un tutt’uno con la “civiltà occidentale” e addirittura indicando la protestantizzazione del Sud America (“Civiltà latino-americana”) come unica via possibile all’integrazione con la cultura euroamericana. Decisamente stucchevole, aggiungiamo, è il modo in cui Huntington traccia le linee di demarcazione tra una civiltà e l’altra, rendendoci –bontà sua– edotti del fatto che «il Giappone è […] l’unico stato della civiltà giapponese» (p. 195).
Anche a livello scientifico le teorie di Huntington fanno acqua da tutte le parti: se, per fare un esempio, all’inizio egli respinge, sulla scorta di Braudel, la dicotomia classica Kultur/Zivilisation per conferire un carattere “granitico” ai blocchi di civiltà in cui vuole dividere il pianeta, alla fine è costretto a farla rientrare dalla finestra distinguendo la “civiltà” (con l’iniziale minuscola) dalla “Civiltà”, l’età dell’oro di un mondo che finalmente ha trovato l’equilibrio tra le varie identità (p. 478).
In definitiva la proposta di Huntington non è che l’apologia di una controrivoluzione universale mascherata col volto rassicurante della cultura di appartenenza. È un bene che egli abbia escluso totalmente il cattolicesimo dal suo Risiko (tanto che, per dire, non ha problemi a inserire le Filippine nella “Civiltà sinica” e Timor Est in quella islamica, mentre al contrario considera la Guyana e il Suriname come parti della “Civiltà indù” e della “Civiltà sinica”). Se non altro almeno su tale argomento ha evitato di esprimere giudizi avventati e un po’ ingenui che non si è invece risparmiato nei confronti delle altre religioni (compreso il confucianesimo).

Le civiltà secondo Huntington (Wikipedia)
La prova definitiva dell’intento propagandistico dell’opera è il suo precoce anacronismo: rileggerla oggi è come sfogliare un giornale vecchio di qualche settimana, che non ha neppure maturato il fascino del sic transit gloria mundi.
In uno sforzo estremo di empatia, per salvare ancora la sua buonafede, potremmo ipotizzare in Huntington una sorta di “ansia da prestazione” nei confronti di  Spengler e Toynbee, che lo ha portato a ingannarsi anche laddove non era necessaria la sfera di cristallo (come quando afferma che «il Tagikistan, di lingua persiana, ha adottato caratteri arabi», notizia campata in aria che però serve ancora a confermare la radicalizzazione “culturale” del mondo). Tuttavia se egli arriva a proporre come base per la “rigenerazione morale” di Nord America ed Europa «la creazione di un’area transatlantica di libero scambio» (p. 459), approvando l’odierno TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership), allora l’intento propagandistico risulta innegabile, e la damnatio memoriae (se non politica, almeno intellettuale) più che necessaria.

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