lunedì 5 ottobre 2015

Adelphi non si tocca (#Adelphinonsitocca)

Rcs libri venduta alla Mondadori. Così il “Corriere” confina a pagina 20 una notizia dalla quale dipende la sua stessa esistenza: comprensibile la scelta di mantenere un profilo basso, anche nei riguardi della “questione Adelphi”, dal momento che Calasso si è comprato la quota di maggioranza (58%).

Evitando così la farsa della diaspora come ai tempi dell’Einaudi («Nel novembre 1994 se ne andarono soltanto in due», ricorda Corrado Stajano) e la risibile speranza in uno sgambetto dall’Antitrust, quelli di Adelphi si sfilano immediatamente e fanno la loro bella figura da catari (in senso etimologico).
Salvata la purezza, ora si pone l’eterno dilemma dei finanziamenti, poiché si sa che Adelphi è sì una “forma”, un opus, ovvero, per i profani, un marchio, un brand (definizione che Calasso stesso sembra avvalorare); ma è anche e soprattutto una “Agenzia Culturale”, dunque il rischio che a fine anno sia necessario appianare qualche perdita è sempre presente. C’è chi parla già di un interessamento da parte della famiglia Agnelli (da sempre socio di minoranza) che, come scrive “Il Fatto Quotidiano”, «tiene in grande considerazione il raffinatissimo catalogo di Calasso»: non è un caso che l’editore abbia appena pubblicato due volumi di Marella, vedova di Gianni, il raffinato libro-intervista Ho coltivato il mio giardino e La Signora Gocà (già al centro di un imbarazzante intrigo editoriale).


L’altro giorno avrei voluto inaugurare il mio profilo twitter con l’hashtag #Adelphinonsitocca, in favore di Calasso e il brand unico che ha saputo creare, ma poi ho temuto che l’iniziativa venisse presa sul serio anche dagli stessi responsabili dei tweet adelphiani.
Se analizzassimo seriamente la fortuna di Adelphi a livello nazionalpopolare, dovremmo infatti riconoscere che nel corso degli anni essa è riuscita a costruirsi l’immagine di casa editrice “impegnata” (in senso assoluto).
Per esempio, nel film Tre uomini e una gamba il famoso «mattone polacco minimalista di scrittore morto suicida giovanissimo» che Giacomino Poretti sta sfogliando nella speranza di far colpo su una ragazza non è che Essenza del nichilismo di Emanuele Severino, come fanno orgogliosamente notare gli “studiosi della sua opera” (e che non si tratti di una scelta casuale si deduce dal fatto che, oggi come nel 1997, sarebbe impossibile trovare un testo del genere sugli scaffali di un autogrill italiano).


Peraltro anche il regista Silvio Soldini, quando vuole appioppare a un personaggio femminile lo stigma della “riflessività”, le mette in mano dei libri Adelphi (si veda Licia Maglietta ne Le acrobate e in Agata e la tempesta).

Edmondo Berselli, nel suo Venerati Maestri (Mondadori, 2006) ricostruisce in tono caustico le tappe attraverso le quali il “raffinatissimo catalogo” si è imposto nelle case degli italiani: in principio era Siddharta, il volume che oggi viene considerato «una cretinata» ma che ai tempi inaugurò la nuova “Cattedrale profana del Riflusso” pronta ad assorbire «tutti i libri, i saggi, le analisi, i progetti politici […] precipitati nell’insignificanza» (p. 34). Poi venne L’insostenibile leggerezza dell’essere di Kundera, trasformato in un tormentone dalla trasmissione “Quelli della notte” (assieme all’edonismo reaganiano). Infine, alle soglie del nuovo secolo, La versione di Barney di Mordecai Richler, propagandato da Giuliano Ferrara come manifesto di un neoconservatorismo  possibile (ma il cui messaggio politico è praticamente inesistente). In mezzo a tutto questo, «l’idolatria filistea per Bruce Chatwin come guida o baedeker per le vacanze esotiche alle Seychelles» (p. 42) e –dimentica Berselli– anche la “riscoperta” di Maigret, che dal volto rassicurante di Gino Cervi è passato a essere, dopo il “trattamento” calassiano, messaggero «del mondo com’è realmente, in tutto il suo squallore, le sue lusinghe, la sua casuale crudeltà» (John Banville, Profondo Noir, il cuore oscuro di Simenon, “Corriere”, 26 gennaio 2009).
Berselli non ha un’opinione molto positiva nei confronti del lettore medio Adelphi: «Quelle fanfaluche su Dioniso, “dio che muore”, e Apollo, “luce terribile e devastante”, erano buone tutt’al più per stagionate professoresse di liceo, che dietro l’immagine di un sole giallo e nero evocata dal pensiero apollineo sognavano di farsi ingroppare in modo fin troppo ctonio da aitanti apolli» (p. 36). Né sulla casa editrice stessa: «Le tinte pastello mi sembrano sempre più inattuali, confuse nell’opacità del contingente, private dell’eterno» (p. 42).
Gli strali più plebei li conserva però per la persona di Roberto Calasso, del quale si permette persino di motteggiare la biografia: «[Adorno] rimase molto impressionato dalla cultura sterminata del giovane interlocutore, tanto da confessare in seguito agli amici: “Kvel Kalasso ha letto tutti i miei libri, compresi kvelli che non ho scritto”» (p. 37). Non che il “Venerato Maestro” faccia molto per allontanare da sé questa aura da magnate fantozziano che, al di là del modo di porsi, trasuda dalla ripetitività degli aneddoti con cui blandisce l’interlocutore (l’anno Nietzsche, il cinese in fila che legge…) e da alcune dichiarazioni incaute («È il posto migliore dove stare, il Grand Hotel dell’Abisso», intervista dic. 2012 al “Corriere”) che non andrebbero date in pasto al grande pubblico se non sepolte nella prosa fluviale di qualche saggio.

Nel mainstream ormai si è imposta prepotentemente l’idea che un volume Adelphi rappresenti la quintessenza del «solito libro sfigato che non conosce nessuno» (sempre per citare Giovanni Storti), come dimostra il recente caso degli “Adelphi Ignoranti” che danno voce (in maniera ignorantissima, appunto) a un comune sentire represso per troppo tempo. Il rischio è che Adelphi, in solitaria, si fossilizzi nell’immagine che ha di se stessa, nello stile «del monumento che dice di essere monumento» (cit.) e che i suoi stessi propugnatori si riducano a caratteristi di una pochade nel ruolo di Duca Conti e Megadirettori, oppure, nel peggiore dei casi, di travet dell’iniziazione.

1 commento:

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