venerdì 30 ottobre 2015

Mezzofanti Appreciation Society

Non ho ancora capito come il buon Michael Erard, giornalista del “New York Times” e autore di Babel no more, sia riuscito non solo a scovare un mio articolo sul cardinale Mezzofanti, ma anche a comprenderlo (pur non parlando italiano) e infine a segnalarlo su Twitter.

È un mistero che non sono riuscito a risolvere nemmeno chiedendo un parere ad amici più saggi di me, i quali hanno preferito attribuirne la responsabilità a un intervento soprannaturale. Mi sembra l’unica spiegazione razionale possibile: che questa sia allora una chiamata a porre le basi di una “Mezzofanti Appreciation Society” che permetta di valorizzare il genio di colui che, al di là dei confini nazionali (dove è ingiustamente trascurato), viene considerato il più grande poliglotta di tutti i tempi.

Nel breve ma intenso (!) confronto avuto con Erard (poi proseguito in privato), è emerso lo stupore dello studioso americano per la nostra indifferenza nei confronti del Mezzofanti («Anche la gente di Bologna non ne aveva mai sentito parlare»).
Sui motivi di tale ingiustificabile damnatio memoriae, ho abbozzato lì per lì un paio di ipotesi (che prima o poi sarà costretto ad approfondire): in primis, il declino dell’afflato missionario che ha ridotto le interazioni tra poliglottismo e cattolicesimo (una volta fiorenti, se pensiamo che –per fare un esempio tra mille– ancora oggi il dizionario Italo-Indonesiano di riferimento è quello composto dal saveriano p. Lorenzo Lini); in secondo luogo, l’onnipresente Kulturkampf  anti-cattolico che anima parte dell’accademia e dell’industria culturale italiane; infine –la tesi più azzardata– la migrazione dei potenziali epigoni di Mezzofanti verso l’orientalistica (pensiamo solo a Giuseppe Tucci).

In ogni caso non è così importante capire le cause di questo oblio, quanto rimediare a esso con ogni mezzo necessario. Sembra che Erard sia disposto a far parte della “missione”, considerando che è stato lui il primo a scovare nell’archivio di Mezzofanti non solo le “flashcards” (di cui si è già parlato), ma anche alcuni esperimenti stenografici del Cardinale, che a quanto pare voleva creare un proprio alfabeto fonetico. Anche Erard, come il sottoscritto, è convinto che non sia stato Mezzofanti a inventare le famose carte di cui ancora oggi molti poliglotti si servono, ma ammette di non esser stato in grado di risalire all’origine.
Dal mio punto di vista, uno studio dal quale Mezzofanti avrebbe potuto attingere è quello del domenicano Johannes Romberch, che nel 1553 elaborò un alfabeto visuale (Congestorium artificiosae memoriae) basato sulla mnemotecnica tradizionale.

Secondo Frances Yates,
«in considerazione delle continue citazioni di Tommaso d’Aquino sui simboli corporei e sull’ordine di memoria che troviamo nel libro di Romberch, si affaccia la possibilità che si conservi, in questo tardivo trattato mnemonico domenicano, qualche lontana eco del sistema di memoria dello stesso aquinate» (L’arte della memoria, Einaudi, Milano, 1972, p. 113).
Le vicissitudini dell’ars memoriae in ambito cattolico sono note: da pilastro dell’apologetica a eresia rinascimentale, con in mezzo l’avversione protestante che portò al trionfo del ramismo, una mnemotecnica senza immagini. Da tale prospettiva è quasi un bene che le flashcards non abbiano avuto molto successo tra i frati, perché così come Giovanni Calvino aveva paragonato le immagini della Vergine nei “templi dei papisti” alle prostitute, il predicatore protestante William Perkins nel XVI secolo accusò Pietro da Ravenna (grande mnemonista italiano) di aver proposto ai giovani figure libidinose (riferendosi «alle osservazioni di Pietro su come usava la sua amica, Ginevra di Pistoia, come immagini infallibile per stimolargli la memoria» [Yates, p. 254]).

C’è molto lavoro da fare, insomma; ma non dimentichiamo che we're on a mission from God!

Mark Zuckerberg si rivolge in cinese a una platea di studenti


Mark Zuckerberg si rivolge in cinese a una platea di studenti: forse è così che Jed Martin, il protagonista de La carta e il territorio di Michel Houellebecq, avrebbe esaltato l’evento nella “serie delle composizioni d’impresa”, accanto a opere come Bill Gates e Steve Jobs parlano del futuro dell’informatica o Damien Hirst e Jeff Koons si spartiscono il mercato dell’arte.

La scena è, come si dice, “emblematica”, ma il tentativo di darle un senso potrebbe condurre ai lidi inospitali della fuffologia, la dottrina di riferimento di molti opinionisti contemporanei. Sarebbe facile filosofeggiare con levità sull’ansia di catalogazione che attanaglia i contemporanei (non è forse Facebook una versione antropica del Deposito globale di sementi delle Svalbard?) e attribuirla o alle necessità del capitale (torna alla mente una suggestiva interpretazione ghezziana dei capolavori di Spielberg Jurassic Park e Schindler’s List: «Un dittico di precisione stupefacente sulla fabbrica che è il capitale, in bilico tra campo di sterminio e campo di restaurazione conservazione e esibizione museale») oppure considerarla la fase suprema (l’evoluzione del vissuto a rappresentazione) della società dello spettacolo – una eventualità che non ha impedito agli odierni debordiani di arrendersi ai social network.

L’utopia di Zuckerberg sembra infatti ribaltare l’anatema del Faust, “Tutto ciò che esiste merita di essere distrutto” («Alles, was entsteht, Ist wert, daß es zugrunde geht»), in un nuovo programma: tutto ciò che esiste merita di essere conservato, per affermare la sclerotizzazione del vissuto, «la falsa coscienza del tempo come paralisi della storia e della memoria» che impone la temporalità artificiale dell’eterno presente (così Debord descrive ciò che per lui è spettacolo).

Questa ansia da catalogazione potrebbe forse spiegare le ragioni per cui Zuckerberg ha deciso di compromettere la sua fama di pifferaio magico con una performance che oltraggia una delle cose più care al popolo cinese: la madrelingua.
Chi è completamente digiuno di mandarino difficilmente potrà rendersi conto della modestia della prestazione di Zuckerberg: l’impressione che il giovanotto si esprima in modo fluente è solo una illusione ottica (acustica, anzi), dovuta al contrasto tra l’estrema semplicità della grammatica cinese e l’estrema complessità della pronuncia. È molto semplice imparare a costruire frasi in mandarino, ma se non si conoscono i toni alla perfezione qualsiasi tentativo di comunicazione causerà come minimo decine di equivoci (soprattutto quando si tratta di ordinare il pranzo o acquistare un servizio da tè). È per tale  motivo che l’intervistatore si intromette spesso nella discussione per tradurre quello che l’ospite crede sia Chinese in qualcosa di comprensibile alla platea.

Si parva licet, al sottoscritto è capitato una volta di trasformare la frase “Sono uno studente e vorrei visitare Shanghai” in “Sono un marinaio pronto a salpare pei mari”, a causa della negligenza per l’intonazione che ha portato la mia interlocutrice a confondere xuéshēng [“studente”] (学生) con shuǐshǒu [“marinaio”] (水手) e a interpretare “Shanghai” secondo l’etimo –ovvero, letteralmente, “sul mare”– per dare coerenza alla frase (comunque è stata una discussione piuttosto insignificante).
Pretendere di parlare cinese senza usare i toni appropriati è come credere di padroneggiare il tedesco senza conoscere i casi, oppure di conversare spagnolo semplicemente aggiungendo una “s” alla fine di ogni parola italiana.

In realtà dovremmo ringraziare Zuckerberg per averci offerto una rappresentazione plastica del famoso motto “I soldi non fanno la felicità” (e aver confutato con altrettanta efficacia il detto cinese Yǒu qián néng shǐ guǐ tuī mó [有钱能使鬼推磨], “Se sei ricco puoi far girare la macina al diavolo”). Il patrimonio del fondatore di Facebook, stimato in 41 miliardi di dollari, fa presupporre che egli abbia potuto usufruire dei migliori insegnanti di cinese: se nemmeno questo è servito a portarlo a un livello più alto di quello di uno studente universitario del primo anno, c’è di che disperare sul potere del denaro. Non tutto si può comprare: quello che fino a ieri sembrava un luogo comune, si rivela ora in tutta la sua drammaticità.

È probabile che Zuckerberg abbia voluto applicare alla vita reale la filosofia internettiana del You Can Do Anything: «I tried and therefore no one should criticize me». In questo riconosciamo anche il nostro “ultracrepidarianismo” e proviamo una certa empatia: internet ha generato un tale complesso di inferiorità che ormai andare oltre le scarpe è la cifra dell’intellettuale contemporaneo, che si sente in grado di passare dall’interpretazione allegorica dei canti sciamanici centro-asiatici all’analisi delle sorti delle principali economie sudamericane.

Sarebbe perciò semplice assolvere Zuckerberg dalle accuse di dilettantismo ed eclettismo, ma non è soltanto questo a lasciare interdetti. Quanto sconcerta sopra ogni cosa è il fatto che egli, al di là del tempo e dei soldi sprecati, non sia riuscito a imparare i toni nonostante avesse accanto una moglie cinese (e dei suoceri anch’essi madrelingua).
In pratica colui che ha costruito la sua fortuna sul facilitare la comunicazione tra le persone non è stato nemmeno capace di relazionarsi con i propri familiari. Sarebbe utile capire quanto il carattere del suo creatore abbia influenzato Facebook. In questo caso forse può solo aiutarci l’antica saggezza cinese, che nella figura di LaoTzu proclamava Zhì zhě bù yán, yán zhě bùzhī (知者不言、言者不知), “Chi sa, non parla; chi parla, non sa”.

lunedì 26 ottobre 2015

Do widzenia Panie Donaldzie


L’esito delle elezioni polacche segna la fine dell’era Tusk e il ritorno dello spirito dei Kaczyński. O, per meglio dire, lo “spettro” dei Kaczyński che da anni terrorizza gli stessi eurocrati che nel 2010 disertarono in massa il funerale di Lech (un oltraggio che i polacchi non hanno dimenticato) prendendo a pretesto l’eruzione di un vulcano islandese.
In Polonia ha vinto una formazione politica che oggi è obbligatorio definire “populista”, anche se rispetto a tutte le altre destre prospera in un Paese dove non c’è l’euro, il tasso di disoccupazione è inferiore a quello dell’Unione Europea (purtroppo anche a causa della grande emigrazione) e la crescita economica si mantiene costante. In confronto alle altre destre, questa non ha nemmeno bisogno di sedurre la sinistra perché in Polonia a livello politico, sociale e culturale sono i compagni a essere minoritari (uno dei pochi lasciti positivi del comunismo). Molti osservatori hanno inoltre rilevato come la qualifica di “populista” sarebbe più adatta a descrivere un leader come Donald Tusk, che è stato accolto nella grande famiglia europoide solamente per aver battuto il  “governo clerical-reazionario” (cit.) di Kaczyński.
Come epitaffio del Tuskizm valga questa canzonetta rap che negli anni passati ha ottenuto un discreto successo tra le file dei suoi numerosi oppositori (ognuno ha i cantori che si merita).


Basti
“Dziękujemy Panie Donaldzie”
(2013)

domenica 25 ottobre 2015

Il santo patrono dei poliglotti


«Amato da studiosi laici e non credenti, venerato con punte di vero e proprio culto della personalità da linguisti e appassionati della materia, e dimenticato, invece, nel suo mondo cattolico. Un curioso destino quello del cardinale Mezzofanti, il più grande poliglotta di sempre».
Così l’incipit di un articolo di Andrea Galli (Il cardinale prodigio che parlava 78 lingue, “Avvenire”, 25 maggio 2008) che a distanza di anni rimane una delle poche testimonianze a favore del Mezzofanti (1774–1849), la cui fama in Italia è per l’appunto inversamente proporzionale a quella riscossa all’estero.
È incredibile infatti che il Cardinale sia divenuto oggetto di vera e propria venerazione in un ambito come quello anglosassone, generalmente ostile a tutto ciò che è italiano e cattolico: siti come “Languageholic” lo considerano il loro patrono e ne accreditano persino le leggende più bizzarre (come quella secondo cui avrebbe imparato in una notte la lingua di due condannati a morte per dargli l’assoluzione prima dell’esecuzione).
Lo scrittore Michael Erard ne ha tratto ispirazione per un volume (Babel no more, pubblicato nel Regno Unito come Mezzofanti’s Gift, a conferma della notorietà del cardinale da quelle parti), nel quale pur mantenendo un approccio critico non riesce a nascondere l’immensa ammirazione per il Mezzofanti. È stato proprio Erard a scovare nell’archivio del porporato una versione ottocentesca delle odierne flashcards:
«Durante l’ultimo giorno della mia visita all’archivio del Mezzofanti nell’Archiginnasio di Bologna, ho scoperto una cosa di cui nessuno ha mai parlato: le flashcards di Mezzofanti. La foto ritrae una scatola contenente flashcards in 13 lingue (georgiano, ungherese, turco, arabo, algonchino, russo, tagalog, più tre serie non etichettate). […] I bibliotecari non le avevano mai notate e, dato che loro non parlavano inglese e io non capivo l’italiano, gesticolavano freneticamente per farmi capire che non potevo fotografarle impilate sul tavolo.
Il “segreto” di Mezzofanti è ancora avvolto dal mistero, ma il suo metodo è ormai noto. In ogni caso nessuno aveva mai descritto le sue flashcards prima d’ora»
(M. Erard, annotazione a C.W. Russell, The Life of Cardinal Mezzofanti, “Genius”, 2014).

Questa fortunosa scoperta è un’ulteriore prova dell’indifferenza italiana nei confronti del genio felsineo (una noncuranza che a quanto pare ha contagiato persino il mondo accademico). Negli ultimi dieci anni, al di là dell’articolo del Galli, il Cardinale è stato citato da un giornale solamente in un’altra occasione: un trafiletto dedicato all’“iperpoliglotta” brianzolo Emanuele Marini su una rivista allegata al “Corriere”, nel quale peraltro le capacità del prelato venivano ridotte a dato folkloristico (sfortunatamente non è possibile ritrovare il pezzo online). Ben diversa, invece, l’attenzione che il personaggio ha suscitato in corrispondenza della pubblicazione del volume di Erard, come dimostrano le recensioni entusiastiche apparse sul “Guardian” e sull’“Economist”.

L’uso delle flashcards da parte del Mezzofanti lascia supporre che egli non fosse del tutto estraneo ai metodi della mnemotecnica tradizionale, che per secoli fu un pilastro dell’apologetica cattolica (anche per l’apprendimento delle lingue, come nel caso di Matteo Ricci). L’associazione sinestetica tra immagini, concetti e suoni, praticata da Dante, Tommaso e Alberto Magno (come dimostrano le eccellenti ricostruzioni di Frances A. Yates ne L’arte della memoria), subì un primo attacco da parte del puritanesimo, che estendeva l’iconoclastia al mondo interiore derubricando l’ars memoriae a sofisticheria scolastica, e infine ricevette il colpo di grazia dai maghi rinascimentali, che ne fecero un astruso e inutilizzabile culto ermetico.
Se l’antica arte non fosse caduta in disgrazia, forse il Mezzofanti avrebbe potuto imparare perfettamente anche quelle lingue che rimasero sempre il suo cruccio, come il ruteno, il frisone, il lettone, il cornico, il quechua e il bambara.

sabato 24 ottobre 2015

Ti spunta un fiore in bocca


Ogni tanto riaffiora alla memoria la celeberrima pubblicità di un dentifricio che aveva come slogan “Ti spunta un fiore in bocca”. È possibile che gli ideatori non conoscessero il significato che Pirandello aveva dato all’espressione? Sarebbe utile capire a quale categoria fosse rivolta la reclame: forse a una massa di semi-analfabeti che stava per scoprire le virtù dell’igiene orale e mandava in malora il cerusico del paesello? Difficile crederlo, eppure che nessuno finora abbia notato la coincidenza desta qualche sospetto.

L’altro giorno il motivetto mi è tornato in mente ancora e perciò sono andato a rileggermi il tremendo atto unico del Nobel di Girgenti, L’uomo dal fiore in bocca (1922).
Il primo dato che attira l’attenzione è l’ambientazione del dramma: un Caffè notturno della stazione, uno dei luoghi simbolo dei vari caroselli, sfruttato a dismisura anche da romanzieri e registi, che invano hanno provato a restituirgli l’aura poetica e pastorale che Pirandello toglie di mezzo in poche battute.
Il dialogo iniziale tra L’uomo dal fiore e L’avventore esprime tutta la noia della chiacchiera quotidiana in una Italia che si ritrae inorridita e disorientata dalle virtù borghesi che ha appena iniziato ad assaporare. L’uomo dal fiore cova in sé più di un epitelioma: potremmo dire banalmente che esso è simbolo del mal de vivre, ma il modo in cui Pirandello ritrae il malessere attraverso il carattere italiano ha qualcosa di strabiliante e persino profetico. Che L’uomo dal fiore esista ancora oggi lo comprendiamo dalle sue stesse parole:
«Sono capace di stare anche un’ora fermo a guardare dentro una bottega attraverso la vetrina. Mi ci dimentico. Mi sembra d’essere, vorrei essere veramente quella stoffa là di seta… quel bordatino… quel nastro rosso o celeste che le giovani di merceria, dopo averlo misurato sul metro, ha visto come fanno? se lo raccolgono a numero otto intorno al pollice e al mignolo della mano sinistra, prima d'incartarlo. (Pausa). Guardo il cliente o la cliente che escono dalla bottega con l'involto appeso al dito o in mano o sotto il braccio... Li seguo con gli occhi, finché non li perdo di vista… immaginando… - uh, quante cose immagino! Lei non può farsene un'idea.
[…] Ah, non lasciarla mai posare un momento l'immaginazione: – aderire, aderire con essa, continuamente, alla vita degli altri… – ma non della gente che conosco. No, no. A quella non potrei! Ne provo un fastidio, se sapesse, una nausea».
Non credo che un pensionato teledipendente o un appassionato di reality potrebbero descrivere la loro quotidianità in modo migliore. Se avesse la tv, L’uomo dal fiore probabilmente non uscirebbe nemmeno di casa:
«Io le dico che ho bisogno d’attaccarmi con l’immaginazione alla vita altrui, ma così, senza piacere, senza punto interessarmene, anzi… anzi… per sentirne il fastidio, per giudicarla sciocca e vana, la vita, cosicché veramente non debba importare a nessuno di finirla».
Oggi tra le cause di tale angoscia forse metteremmo al primo posto la visione ossessiva dei telegiornali, che sottomettono psicologicamente lo spettatore con una sequela grandguignolesca di omicidi, rapine e stupri. L’uomo dal fiore sembra addirittura precorrere i tempi nell’accennare alla possibilità di un omicidio tanto insensato quanto attraente per i cronisti:
«Mi fa una stizza, che lei non può credere. Le salto addosso, certe volte, le grido in faccia: – Stupida! – scrollandola. Si piglia tutto. Resta li a guardarmi con certi occhi... con certi occhi che, le giuro, mi fan venire qua alle dita una selvaggia voglia di strozzarla. Niente. Aspetta che mi allontani per rimettersi a seguirmi a distanza».
In un passaggio successivo, L’uomo dal fiore diventa ancora più esplicito e riesce forse a dare un senso delle stragi quotidiane alle quali ormai assistiamo impotenti e increduli:
«Ho bisogno di starmene dietro le vetrine delle botteghe, io, ad ammirare la bravura dei giovani di negozio. Perché, lei capisce, se mi si fa un momento di vuoto dentro… lei lo capisce, posso anche ammazzare come niente tutta la vita in uno che non conosco… cavare la rivoltella e ammazzare uno che come lei, per disgrazia, abbia perduto il treno…».
Il momento più coinvolgente è quando L’uomo dal fiore rivela la propria malattia all’interlocutore: dai toni accattivanti da commesso viaggiatore usati per confessare il proprio male, si intuisce come Pirandello avrebbe sbeffeggiato l’Italia del dopoguerra se fosse sopravvissuto per vederla:
«Se la morte, signor mio, fosse come uno di quegli insetti strani, schifosi, che qualcuno inopinatamente ci scopre addosso… Lei passa per via; un altro passante, all'improvviso, lo ferma e, cauto, con due dita protese le dice: “Scusi, permette? lei, egregio signore, ci ha la morte addosso”. E con quelle due dita protese, la piglia e butta via… Sarebbe magnifica!».
Lei, egregio signore, ci ha la morte addosso! Ecco un altro slogan perfetto per il carosello di un’agenzia di pompe funebri. Il tono da reclame tocca poi al suo apice nel momento della rivelazione:
«Ora io, (Si alzerà), caro signore, ecco… venga qua… (Lo farà alzare e lo condurrò sotto il lampione acceso), qua sotto questo lampione… venga… le faccio vedere una cosa… Guardi, qua, sotto questo baffo… qua, vede che bel tubero violaceo? Sa come si chiama questo? Ah, un nome dolcissimo… più dolce d’una caramella: – <Epitelioma>, si chiama. Pronunzii, sentirà che dolcezza: <epitelioma>… La morte, capisce? è passata. M’ha ficcato questo fiore in bocca, e m'ha detto: – “Tientelo, caro: ripasserò fra otto o dieci mesi!”».
L’uomo dal fiore vuol vendere la verità, il dolore, ma da bravo piazzista sa anche destreggiarsi tra un soggetto all’altro, e in un istante passa dal dramma all’idillio:
«Ma ci sono, di questi giorni, certe buone albicocche... Come le mangia lei? con tutta la buccia, è vero? Si spaccano a metà; si premono con due dita, per lungo... come due labbra succhiose... Ah, che delizia! (Riderà. – Pausa). Mi ossequi la sua egregia signora e anche le sue figliuole in villeggiatura. (Pausa) Me le immagino vestite di bianco e celeste, in un bel prato verde in ombra…».
Non è questo un programma televisivo dei giorni nostri? Il servizio su un malato terminale o su un morto ammazzato ancora “fresco” che si interrompe per lasciare il posto a uno spot con due giovinette vestite di bianco e celeste, in un bel prato verde a sorseggiare succo d’albicocca – oppure, perché no, mentre provano un nuovo dentifricio proprio al gusto di albicocca, o chissà quale altra diavoleria aromatizzata.

Volendo restare fedeli al testo, potremmo anche chiamare in causa la famigerata “incomunicabilità”. Con Bergman e Antonioni questa espressione è finita irrimediabilmente tra le grinfie dei barzellettieri e non c’è modo di ridarle nobiltà. Purtroppo non ho approfondito abbastanza il rapporto tra Pirandello e il cinema, per ipotizzare che con gli stessi mezzi egli avrebbe forse fatto meglio e non si sarebbe incagliato in stilemi e banalità “esistenzialiste”. Tuttavia posso osservare come per comunicare la sua inquietudine profonda e la sua convinzione che «il mondo è merda» (M. Soldati) Pirandello non abbia mai avuto bisogno di deformare e snaturare eccessivamente il mezzo espressivo, se non in direzione della commedia, quasi per schermirsi e impedire a se stesso di diventare un funzionario della nuova industria culturale. In realtà la sua critica alla società contemporanea incide ancora oggi poiché non è subordinata a nessuna utopia o ideologia redentrice. La sfiducia nei confronti del sistema democratico emerge sottilmente anche in questo dramma:
«[…] Certi richiami d'immagini, tra loro lontane, sono così particolari a ciascuno di noi; e determinati da ragioni ed esperienze così singolari, che l’uno non intenderebbe più l'altro se, parlando, non ci vietassimo di farne uso. Niente di più illogico, spesso, di queste analogie».
Ne Il fu Mattia Pascal questa concezione della perdita di identità e del conseguente isolamento sociale sono più esplicite – in particolare nella figura del teosofo sui generis Anselmo Paleari e nell’idea, “democraticissima”, di poter cambiare vita in ogni istante, incarnandosi continuamente in nuovi personaggi, senza mai soffermarsi un istante a considerare la propria condizione (ma questo argomento andrebbe approfondito a parte).

Tornando a L’uomo dal fiore, non so se le mie balzane interpretazioni abbiano convinto qualcuno: leggere il dramma come una macabra parodia dell’Italia borghese è ovviamente una forzatura, tuttavia suscita ugualmente una certa impressione immaginare quanti italiani abbiano canticchiato il motivetto del “fiore in bocca” senza neppure percepire l’oscurità che esso portava in sé: un promemoria per l’Italia del benessere che assume i toni dell’anatema.

giovedì 22 ottobre 2015

Papa Francesco e l’Italia dei rebus


Un intramontabile articolo di Alessandro Giorgiutti, I rebus della “Settimana Enigmistica”, risalente a luglio 2009 e custodito da “Il Covile”, esorta il lettore a penetrare nel mistero rappresentato dalle miniature della “Settimana Enigmistica”, al fine di delinearne una specifica poetica (se non, addirittura, una mistica):
«Anche se non rientro nel novero degli abili solutori, sono un fedele lettore della “Settimana  Enigmistica”. Mi piace, in particolare, guardare le vignette dei rebus.
In quelle tavole in bianco e nero è rappresentata un’Italia che non c'è più. Come se, in quelle pagine, la nostra nazione, il nostro popolo si fosse stranamente fermato agli anni ’50. Ci sono donne velate che entrano in chiesa con le mani giunte o sgranando un rosario. Contadini che portano sulle spalle pesanti sacchi, dai quali cade sempre qualcosa. I bambini danno la caccia a un’oca con un bastone, oppure giocano con le fionde, e le nascondono dietro la schiena negando di aver rotto la finestra  dell'edificio  di fronte. Nelle case c’è un tavolino con la foto di uno zio lontano, con i capelli corti e i baffi. Nella sala da pranzo, le sedie e il tavolo sono di legno. Sul tavolo, una cesta di frutta e un libro di scuola dimenticato da un ragazzino (in quell’epoca d’oro si studiavano Carducci e Virgilio, l’Iliade e l’Orlando Furioso, già alle elementari). Le finestre si aprono su paesaggi agresti. Nel cielo sfrecciano le rondini.  Ci sono vecchi che pompano l’acqua da un pozzo. I bimbi hanno i calzoni corti e le ginocchia sbucciate. I signori portano il cappello largo, le signore la gonna lunga. Una coppia di giovanotti incrocia una coppia di ragazze lungo la strada del paese. Ma non è uno scenario idealizzato. Non mancano le liti anche violente e, particolare che mi ha sempre impressionato, ci sono sempre alcune donne ammanettate, dallo sguardo cupo, che severi poliziotti conducono in prigione. Ma questi particolari sgradevoli non fanno che rendere realistica la raffigurazione, acuendo pertanto nel giovane lettore quella strana nostalgia di un tempo che non si è vissuto».
Per una di quelle coincidenze storiche che in tempi di crisi ci lascia sperare in una finalità intrinseca all’umane vicende, l’immagine dell’Italia offerta da questi rebus combacia con quella che oggi impronta il magistero sociale di Papa Francesco, una certaine idée de l’Italie cristallizzata nelle mitologie familiari dei migranti piemontesi in Argentina.

Una comunità fiera della «forza della razza» (come dichiarò Bergoglio nel libro-intervista del 2010 El Jesuita, ristampato in occasione dell’elezione nel 2013), dove le nonne insegnano ai bambini le poesie dialettali di Nino Costa (in diverse occasioni Francesco ha recitato a memoria “Rassa nostran-a”, canto dedicato ai piemontèis ch’a travajo fòra d’Italia), e dove il futuro pontefice cresce come «il più italiano di tutti, perché allevato dai nonni»; un microcosmo nel quale, come una di quelle vignette in bianco e nero, c’è uno zio materno “svergognato” che insegna ai nipoti «delle canzonette sconce in dialetto genovese» e ci sono genitori severi che «non tollerano un figlio o un nipote sfaccendati»; dove, infine, tutti sono costretti a parlare in dialetto piemontese, persino, come ricorda il De Amicis, «i tedeschi, gli inglesi, i francesi che fanno affari con la colonia».

Le poesie di Nino Costa hanno enormemente contribuito a forgiare il patrimonio simbolico di Bergoglio: liriche come “Ai piemonteis dl’Argentin-a” (nella quale il poeta ricorda ai “fratei dl’Argentin-a” il suono delle campane, le acque che sgorgano dai ghiacciai, il respiro delle pecore, le movenze delle belle monferrine, il ginger di Torino…), “Don Bòsch” (un affresco epico de «la prima companìa dij Salesian»), oppure quella “Rassa nostran-a” che, come abbiamo detto, Francesco non perde occasione di declamare («Dritt e sincer, còsa ch’a son, a smìo: | teste quadre, polss ferm e fìdigh san | a parlo pòch ma a san còsa ch’a dìo | bele ch’a marcio adasi, a van lontan»), hanno modellato la leggenda della umile Italia, «eredità dei padri nel presente», benedetta e pastorale, laboriosa e feconda.

Tutto ciò che può offuscare l’immagine della Patria ideale viene da Francesco fortemente osteggiato. Per esempio, il calo della natalità è per lui «una forma di suicidio sociale» (p. 159), tanto che anche nella famosa polemica sul “Non siamo conigli” egli ha comunque proposto un limite di tre figli per coppia. O, ancora, il timore di un’apostasia collettiva in favore del protestantesimo, un fenomeno al quale Bergoglio da cardinale ha dovuto assistere in molte comunità del Sud America, lo costringe a concedere all’Italia che ha in mente più di quello che il radicalismo di massa contemporaneo consentirebbe.

Da tale mitologia derivano molte delle contraddizioni e degli attriti che il magistero di Francesco deve continuamente affrontare. È la sua utopia personale e, se Dio lo vorrà, sarà la realtà a piegarsi a essa e non viceversa. Ma è ancora troppo presto per parlare di questo.

Civiltà e ideologia. Contro Samuel Huntington

La prima volta che mi imbattei nel volume Lo scontro delle civiltà di Samuel P. Huntington (pubblicato in Italia da Garzanti nel 1996) ne rimasi affascinato: la tesi che nel XXI secolo il mondo si sarebbe diviso in blocchi compattati da una “Civiltà” comune era talmente suggestiva da impedirmi di notare gli innumerevoli paradossi con cui l’autore cercava di tenere assieme una teoria che, a distanza di qualche anno, si sarebbe dimostrata a dir poco fallace.
È scorretto giudicare le ipotesi dello studioso col fatidico senno di poi, tuttavia una certa temerarietà nel presentarle («Il mondo sarà ordinato per civiltà, o non lo sarà affatto» [p. 225]), unita all’aura di profeta che sostenitori e detrattori gli hanno attribuito, sono un irresistibile invito a cogliere fior da fiore: Huntington afferma in diversi passaggi che la Corea del Sud e quella del Nord si sarebbero presto unite (essendo culturalmente identiche…) e che «molti sudcoreani [considererebbero] una bomba nordcoreana semplicemente una bomba coreana, un’arma cioè che non sarebbe mai stata usata contro i sudcoreani» (p. 278); sostiene che una guerra russo-ucraina è possibile solo secondo «l’approccio statalista», mentre «il modello fondato sulle civiltà [cioè il suo] la ritiene molto poco probabile e sottolinea invece la possibilità che l’Ucraina si spacchi in due» (p. 39), con la parte orientale del Paese inserita in una sorta di “blocco ortodosso” nel quale gli Stati Uniti hanno concesso alla Grecia e a tutte le ex repubbliche sovietiche di confluire liberamente (p. 233); aggiunge che Malta e Cipro non sarebbero entrate nell’Unione Europea perché una “troppo piccola” e l’altra “ortodossa” (p. 232); prevede una drastica riduzione («se non l’eliminazione totale») dell’immigrazione verso l’Europa entro «la metà degli anni Novanta» (p. 295); insinua che gli europei parteciperanno a tutte le guerre statunitensi contro i Paesi islamici perché «nei confronti tra civiltà, a differenza di quanto avviene con quelli ideologici, si sta sempre dalla parte della propria razza» (p. 319); caldeggia la possibilità di una guerra tra USA e Giappone come prova definitiva della validità del suo modello (p. 326); infine si profonde in una lunga e prolissa descrizione della prossima guerra mondiale, provocata dalla mancata osservanza del suo infallibile modello: «Stati Uniti, Europa, Russia e India si sono dunque ritrovate coinvolte in una guerra planetaria contro Cina, Giappone e gran parte del mondo islamico» (p. 470). Risparmiamo i dettagli per non apparire troppo irriverenti.

La domanda sorge spontanea: com’è possibile che questo Don Ferrante della politologia abbia ottenuto credito illimitato da istituzioni accademiche di mezzo mondo? Le ipotesi sono due, ma sfortunatamente soltanto una di essa dà per scontata la buonafede dell’autore. Partiamo proprio da quest’ultima: la poca lucidità con cui Huntington interpreta gli eventi internazionali attraverso il suo rigido modello può forse derivare dallo sconvolgimento creato dalla situazione balcanica di quegli anni. È stupefacente la frequenza con cui l’autore chiama in causa i conflitti della ex-Jugoslavia come prova che il mondo si starebbe dividendo in blocchi di civiltà: almeno una quarantina di volte Huntington spiega al lettore che la guerra nei Balcani è stata «una guerra di civiltà» (p. 431), perché i russi sono intervenuti a favore dei serbi, alcune nazioni islamiche a fianco della Bosnia e parte dell’Europa si è schierata con la Croazia. Quando tuttavia arriva il momento di spiegare in che modo l’intervento statunitense si inserisca in questa “guerra di civiltà”, Huntington non riesce a dare nessuna motivazione convincente, o almeno compatibile col suo modello, e si limita a ripetere le fandonie della propaganda clintoniana (pp. 432-435).
È sospetto che, nonostante la mancanza di un mea culpa per le previsioni errate, Huntington non abbia mai perduto la stima delle istituzioni politiche e accademiche americane.
Veniamo quindi alla seconda ipotesi: e se Lo scontro delle civiltà non fosse altro che un’opera di pura propaganda? Huntington in tal caso starebbe semplicemente proponendo una ideologia in grado di garantire la pace in un mondo in cui, sancita la «fine dell’epoca del progresso» (p. 130), il welfare state viene drasticamente ridotto e la “cultura” di appartenenza diventa il surrogato dello standard di vita a cui le masse iniziavano ad abituarsi. Gli indizi che Huntington stia suggerendo ai politici una nuova forma di “falsa coscienza” sono molti, anche se lui stesso respinge tale accusa con una certa indignazione (excusatio non petita…). Una ipotesi del genere, pur essendo sleale, riesce tuttavia a dare un senso al gran numero di paradossi presenti nel volume, a cominciare dalla proposta (un cavallo di battaglia di Huntington) rivolta agli Stati Uniti (o alla “civiltà occidentale”) di praticare il relativismo a livello internazionale e il dogmatismo in politica nazionale, ovvero da una parte abbandonando le “pretese universalistiche” e accettando «la propria civiltà come qualcosa di peculiare, ma non di universale» (p. 15) e dall’altra respigendo «sul piano interno i canti di sirena disgregatori dei paladini del pluralismo culturale» (p. 458). Il politologo strumentalizza questo relativismo sui generis per far passare tesi aberranti: «Se in futuro l’India dovesse soppiantare l’Asia orientale come area di più intenso sviluppo economico del mondo, è bene che il mondo si prepari ad affrontare lunghe disquisizioni sulla superiorità della cultura indù [e] sul contributo offerto dal sistema delle caste allo sviluppo economico […]» (p. 154).
Affermazioni come questa fanno nascere il sospetto che Huntington, deplorando «le pretese universalistiche dell’Occidente», si stia in realtà riferendo non tanto all’eurocentrismo o all’umanitarismo, ma all’assistenza sanitaria, all’istruzione pubblica, alla previdenza sociale, insomma a tutte quelle cose che hanno permesso di elevare il livello di vita delle collettività. Emerge sempre più chiaramente quali sono i reali interessi celati dietro al concetto di “civiltà”: sul fronte occidentale esso serve a giustificare le varie controriforme nel campo dei diritti, mentre sugli altri fronti a frenare ogni prospettiva di sviluppo in nome dell’integrità culturale del proprio blocco di appartenenza. Questo spiegherebbe anche perché in alcuni passaggi Huntington denunci la “miopia del secolarismo” («Interi millenni di storia umana dimostrano come la religione non sia affatto una “piccola differenza”» [p. 377]) ma poi “dimentichi” di inserire il cristianesimo tra le civiltà (islamica, ortodossa, buddista, indù…), considerandolo un tutt’uno con la “civiltà occidentale” e addirittura indicando la protestantizzazione del Sud America (“Civiltà latino-americana”) come unica via possibile all’integrazione con la cultura euroamericana. Decisamente stucchevole, aggiungiamo, è il modo in cui Huntington traccia le linee di demarcazione tra una civiltà e l’altra, rendendoci –bontà sua– edotti del fatto che «il Giappone è […] l’unico stato della civiltà giapponese» (p. 195).
Anche a livello scientifico le teorie di Huntington fanno acqua da tutte le parti: se, per fare un esempio, all’inizio egli respinge, sulla scorta di Braudel, la dicotomia classica Kultur/Zivilisation per conferire un carattere “granitico” ai blocchi di civiltà in cui vuole dividere il pianeta, alla fine è costretto a farla rientrare dalla finestra distinguendo la “civiltà” (con l’iniziale minuscola) dalla “Civiltà”, l’età dell’oro di un mondo che finalmente ha trovato l’equilibrio tra le varie identità (p. 478).
In definitiva la proposta di Huntington non è che l’apologia di una controrivoluzione universale mascherata col volto rassicurante della cultura di appartenenza. È un bene che egli abbia escluso totalmente il cattolicesimo dal suo Risiko (tanto che, per dire, non ha problemi a inserire le Filippine nella “Civiltà sinica” e Timor Est in quella islamica, mentre al contrario considera la Guyana e il Suriname come parti della “Civiltà indù” e della “Civiltà sinica”). Se non altro almeno su tale argomento ha evitato di esprimere giudizi avventati e un po’ ingenui che non si è invece risparmiato nei confronti delle altre religioni (compreso il confucianesimo).

Le civiltà secondo Huntington (Wikipedia)
La prova definitiva dell’intento propagandistico dell’opera è il suo precoce anacronismo: rileggerla oggi è come sfogliare un giornale vecchio di qualche settimana, che non ha neppure maturato il fascino del sic transit gloria mundi.
In uno sforzo estremo di empatia, per salvare ancora la sua buonafede, potremmo ipotizzare in Huntington una sorta di “ansia da prestazione” nei confronti di  Spengler e Toynbee, che lo ha portato a ingannarsi anche laddove non era necessaria la sfera di cristallo (come quando afferma che «il Tagikistan, di lingua persiana, ha adottato caratteri arabi», notizia campata in aria che però serve ancora a confermare la radicalizzazione “culturale” del mondo). Tuttavia se egli arriva a proporre come base per la “rigenerazione morale” di Nord America ed Europa «la creazione di un’area transatlantica di libero scambio» (p. 459), approvando l’odierno TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership), allora l’intento propagandistico risulta innegabile, e la damnatio memoriae (se non politica, almeno intellettuale) più che necessaria.

lunedì 19 ottobre 2015

San Bartolomeo a Milano





La straordinaria scultura del San Bartolomeo scorticato, opera dell’oscuro Marco d’Agrate (XVI sec.), offre sempre qualche spunto di meditazione a chi trova un istante per contemplarla.

Quando, per fare un esempio, sul Duomo viene schiaffata la pubblicità di un profumo col palestrato d’ordinanza, Bartolomeo è sempre lì a fare il controcanto, ad ammonire quelli che si sottopongono a supplizi agonistici con la speranza di assurgere all’empireo dei modelli ideali, sul triste destino da carne da cannone reclamistica che li attende.


Quando invece il famigerato Gunther von Hagens  inaugura una nuova mostra di “Body worlds”, con gli stessi toni con cui riviste come “Men’s Health” annuncerebbero l’apertura di una nuova palestra, ecco il San Bartolomeo a riportarci a un’estetica a misura d’uomo, paradossalmente in un periodo storico in cui alla ricerca della forma perfetta nella “vita vera” corrisponde una tendenza obbligatoria alla deformità nelle arti.

Probabilmente la contemplazione di quest’opera non produrrà i benefici promessi dal Von Hagens («Il 9% delle persone passate per Body Worlds ha smesso di fumare ed il 25% ha migliorato il suo stile di vita, iniziando o riprendendo a fare attività fisica», dichiara la curatrice), ma questo non importa, per i motivi che abbiamo accennato (vedi il palestrato di cui sopra).


Infine, a conferma della sua attualità (e di una certa preveggenza del d’Agrate), Bartolomeo irride ai ridicoli desideri di sviluppo legati a tutto ciò che è fatuo e superficiale (i vestiti, il cibo, le piante).

Ortoressia

L’ortoressia (dal greco orthos -corretto- e orexis -appetito-), definita come «una forma di attenzione abnorme alle regole alimentari, alla scelta del cibo e alle sue caratteristiche» (Wikipedia), è la malattia che i self-hating Italians diagnosticano a quei connazionali che vanno all’estero per “mangiare italiano”.

Del resto non è colpa degli “italioti” se oltre i confini nazionali la ristorazione sembra avere a che fare più con la produzione di concimi che non la gastronomia.
La prova più lampante è nel modo in cui gli altri popoli, incapaci di abbinare quella cosa che chiamano cibo con la giusta bevanda, affogano il tutto in litri di alcol. Una tendenza che nei popoli nordici è presente da secoli, a quanto scrive lo Slicher van Bath nella sua classica storia agraria dell’Europa occidentale: «In Svezia il consumo medio di birra nel XVI era quaranta volte superiore a quello attuale, perché il sale e le spezie per rendere il cibo commestibile e conservarlo erano usate in quantità enormi» (The agrarian history of Western Europe, AD 500–1850, Edward Arnold, Londra, 1966).
Più o meno i metodi di conservazione e preparazione delle vivande devono esser rimasti gli stessi, anche se oggi come alibi vale soprattutto il freddo (che in effetti non si può combattere in molti modi, questo è pacifico pure per i maomettani che vivono in Scandinavia).

All’estero, quindi, non sanno mangiare e di conseguenza non sanno bere. Lo conferma la testimonianza del musicista britannico Robert Wyatt (intervista a “Musiche”, primavera 1996): «Una delle cose che ha tentato di insegnarmi [mia moglie] è “come bere”, perché io, d’abitudine, bevevo come i nordeuropei (che lo fanno solo per ubriacarsi) e lei mi ha detto: “Guarda come bevono gli italiani: bevono durante i pasti e poi, per lo più, smettono”. Così, quando siamo venuti in Italia, ha avuto occasione di dimostrarmi come vivere bene restando civili. E dunque: grazie Italia […]».

Quanto è provinciale, al confronto, un Ceronetti che piagnucola perché «eccetto un certo tipo di lambrusco fermo, privo di solfiti, presente in pochi negozi di prodotti biologici, da undici gradi, un vino [italiano] realmente bevibile non lo conosco». (Il più crudele dei mesi, “Corriere”, 4 agosto 2013).
Se costui avesse assistito a certe scenate di compagni est-europei pronti ad accapigliarsi per una bottiglia di Freschello come fosse ambrosia, sarebbe rimasto sconvolto. Per non dire del saporaccio di quei vinelli sudamericani che polacchi o lituani pagano un occhio della testa: dov’è l’Italia con i suoi vini imbevibili? Si perde un mercato per l’eterno complesso di inferiorità. Per altro noi italiani conosciamo il trucco per far diventare buono un vino cattivo: lo si allunga con l’acqua, come ci viene insegnato fin da piccoli. A furia di annacquarlo pure quel barbera frizzante che toglie la voglia di vivere, diventa un cocktail sbarazzino adatto per tutte le occasioni.

È vero che la nozione di “gusto” è una costruzione storica e che ogni criterio obiettivo di classificazione si imbatte sempre nel de gustibus: ma proprio per questo bisogna riconoscere che l’ossessione italiana per la buona cucina dipende anche dalle modalità con cui si è configurato negli ultimi decenni lo sviluppo industriale nel nostro Paese. Senza troppi giri di parole: se le altre potenze commerciali hanno imposto all’Italia di diventare una nazione di cioccolatai e pizzaioli, gli italiani nel fare di necessità virtù hanno ancora acquisito una posizione di predominio a livello mondiale, appunto nell’ambito dell’industria alimentare. Non dovrebbe essere sconvolgente il fatto che alcuni italiani facciano del “mangiare bene” la loro bandiera: è una delle poche cose che ci hanno lasciato (e l’abbiamo trasformato in oro).

Poi, è ovvio, c’è chi preferirà sempre i pierogi ai riavoli, il fish and chips alla cotoletta e qualsiasi bevanda esotica a un Brunello: ma quello è solo il proverbiale Selbsthass italiota che conosciamo, che sfocia regolarmente nell’eteroressia (dai dizionari medici ottocenteschi: «appetito strano, depravato»).

domenica 18 ottobre 2015

Think like a tank. Affabulazioni orientali e occidentali


Think like a tank.
Affabulazioni orientali e occidentali



È imbarazzante l’attenzione che il mondo della cosiddetta “controinformazione” ha riservato negli ultimi anni ai “filosofi di corte” americani: l’esempio più recente è quello di George Friedman, un ferrovecchio della Guerra Fredda la cui performance retorica potete apprezzare nel video qui sopra.
«Your cynicism is simply a pose»: è con questa battuta dal Ritratto di Dorian Gray che andrebbe liquidato il machiavellismo di certi “analisti”, assimilato da chissà quale manuale di self-help. Le varie agenzie culturali, fondazioni e think thank gravitanti attorno al potere più che predire il futuro si limitano infatti a propagandare l’idea che la posizione degli Stati Uniti al centro del mondo sia inattaccabile.
Le credenziali di questo Friedman sono di tutti rispetto: di origine ebraico-ungherese, vive in Texas (inquietante la somiglianza con George W. Bush, i cui tratti somatici però scontano anni di etilismo) e nel 1991 ha predetto la guerra tra Giappone e Stati Uniti (The Coming War With Japan). Come si può quindi dubitare delle sue opinioni sull’Europa, la Russia o l’Ucraina? Tutto procede secondo la volontà degli Stati Uniti: Germania e Russia sono finalmente divise da un cordon sanitaire (pronunciato all’americana), i conflitti più importanti rispondono al divide et impera dell’unico impero rimasto, e il resto del pianeta è pronto a sventolare la bandiera a stelle e strisce.
È difficile rimanere seri di fronte a tali affermazioni, infatti anche Friedman non riesce a trattenere le risatine: forse è consapevole che i primi ad abboccare ai suoi ballon d’essai saranno proprio i più acerrimi oppositori degli Stati Uniti, che finiranno per pensarla come vogliono lui e i suoi committenti.

Le rivoluzioni (s)colorate

 
Se volessimo essere realmente cinici, dovremmo riconoscere che in Ucraina gli Stati Uniti hanno perso non solo dal punto di vista politico e militare, ma anche morale, dal momento che, essendo fallita la “rivoluzione colorata”, essi hanno mandato avanti la “gladio” di turno. Tuttavia è incredibile che nessuno dei vari osservatori e “inviati” d’oltreoceano si sia reso conto come, nei quattro anni precedenti la crisi, sia stato proprio Janukovič a permettere a Svoboda di “cannibalizzare” l’opposizione e mettere in crisi i moderati.
Nel momento in cui scriviamo le opinioni pubbliche di molti Paesi europei sono convinte che l’Ucraina sia in mano a un pugno di nostalgici del Terzo Reich e che Putin abbia evitato un genocidio russo in Crimea.
Era questo che volevano gli americani? Evidentemente no, ed è un errore al quale non si può rimediare nemmeno con la solita guerriglia psicologica.
(Per ironia della sorte, è lo stesso sbaglio che fecero i nazisti: prima cercarono l’appoggio degli elementi più intransigenti tra i nazionalisti ucraini, e poi furono costretti a spedire in campo di concentramento il loro leader Stepan Bandera).
È inutile continuare a ripetere che la strategia delle rivoluzioni colorate è andata a buon fine perché ha prodotto l’ingovernabilità: gli Stati Uniti non volevano il caos, ma una serie di “Democrazie Cristiane” in salsa nordafricana, ucraina e siriana, che costruissero nuovi spazi di potere in forma di protettorati, enclave o satelliti, e formassero infine quel benedetto cordon sanitaire (che ormai non si può più fare, perché senza Crimea manca la bitta per stenderlo).
Uno dei sintomi della confusione che vige sul fronte americano è l’ipocrisia con cui Hillary Clinton, per ragioni di campagna elettorale, sta sventolando il “successo” bosniaco del marito come prova che Obama abbia seguito una politica opposta a quella della precedente dinastia democratica. In realtà la catastrofe strategica origina proprio dall’ottusità con cui gli Stati Uniti hanno adottato il “modello balcanico” in una situazione nuova, nella quale la Russia ha riguadagnato la posizione perduta e l’estremismo islamico si è dimostrato indocile al giogo americano. Una prova che anche il brzezinskismo, in fondo, non è altro che una forma di propaganda (più “democratica” di quella di Friedman, ma sempre avulsa dalla realtà).

Negritudine polacca

  
I generali americani possono appuntare quante medaglie vogliono sul petto dei soldati ucraini: ormai la possibilità di un’Ucraina pacificata (in senso “atlantista”) è compromessa.
Ogni minima concessione alla Russia darà il via a nuove “Maidan” sempre più monopolizzate dagli estremisti; ogni successo militare si rivelerà un disastro sociale ed economico che fomenterà ulteriormente i sentimenti antieuropei a livello continentale.
Questo slittamento a destra dell’Ucraina, che procede da anni non solo a livello politico ma anche culturale, preoccupa inoltre uno degli alleati fondamentali della NATO a Est, la Polonia.
Sembra che i polacchi, nonostante la pressante propaganda anti-Putin (ogni libreria di Varsavia che si rispetti deve avere una sezione dedicata all’espansionismo russo) e la partecipazione attiva alle manovre del Patto tra il Baltico e il Mar Nero, non siano affatto disposti a morire per Kiev.
Se a livello popolare è già stato espresso un certo malumore verso l’Unione Europea, dai piani alti filtra l’insofferenza per l’atteggiamento americano.
Ultimamente il Ministro degli esteri Radosław Sikorski ha svelato che nel 2008 Putin propose al governo polacco di spartirsi l’Ucraina contando sulla lunga storia di inimicizia tra i due popoli: i polacchi ancora non perdonano gli eccidi dei banderisti e delle Waffen-SS galiziane (mentre la Russia ha pubblicamente chiesto perdono per Katyn e le persecuzioni dell’era sovietica).
Sikorski è stato altresì protagonista di uno scandalo intercettazioni attraverso il quale è trapelato il suo punto di vista sugli attuali rapporti con gli Stati Uniti:
«L’alleanza polacco-americana non vale niente. È persino dannosa, perché crea un falso senso di sicurezza in Polonia. […]  Bullshit totale. Andiamo verso la guerra sia con i russi che con i tedeschi e penseremo che tutto questo sia super, perché abbiamo fatto un pompino (laskę) agli americani. Siamo dei perdenti, solo dei perdenti (frajerzy).
[…]  Il problema dei polacchi è che abbiamo un orgoglio molto basso e poca autostima. È la nostra negritudine (murzyńskość)…»
Ricordiamo che Sikorski è marito di Anne Applebaum, un’altra tank-thinker di altissimo rango che di recente sul “Washington Post” ha accusato Romano Prodi niente meno che di putinismo (Ukrainian smears and stereotypes, 21 febbraio 2014). Questo solo per sottolineare che gli sfoghi di Sikorski possono arrivare a livelli più alti di quelli frequentati da George Friedman, rimasto ancora a Piłsudski, del quale chiama in causa il piano Międzymorze (“Intermarum”), dimenticandosi di spiegare come una Crimea russa possa rientrare nel progetto, quando lo stesso maresciallo faceva della penisola un protettorato perno del suo “prometeismo”.

NATO per odiare
Il buon Friedman dovrebbe ugualmente evitare di sbandierare il fatto che gli Stati Uniti abbiano agito fuori dalla NATO e in disaccordo con l’Unione Europea, poiché è da tale atteggiamento che deriva l’incapacità di mettere in atto il divide et impera in un mondo multipolare. Gli americani durante la guerra fredda hanno armato molti di quei soggetti che ora sono diventati loro nemici, in base alla convinzione che l’Unione Sovietica fosse invincibile. Ecco un’altra conseguenza ovvia alla quale i tank-thinkers non hanno pensato: se rifornisci di armi nucleari i Paesi che in un modo o nell’altro potrebbero aiutarti a combattere l’altro Impero, una volta che il contrappeso scompare come li convinci a restituirtele o a “smaltirle”?
Altro che dividere e conquistare, gli Stati Uniti oggi hanno esattamente il problema opposto: come unire Paesi oggi talmente potenti da riuscire ad agire unilateralmente senza lo spauracchio di una minaccia comune (anche presunta).
Friedman finge di ignorare che molti “vassalli” stanno dimostrando di poter gestire una politica estera autonoma: l’ultimo caso, eclatante, è quello di Israele, che ha appena concluso un accordo militare con la Russia per il coordinamento delle azioni in Siria.
Aggiungiamo che di recente è avvenuta anche una piccola rivoluzione “filo-turca” all’interno della NATO: se nella prima guerra del Golfo Stati Uniti e Germania si erano rifiutati di garantire alla Turchia la stessa protezione riservata agli altri membri in caso di attacco iracheno, oggi in conseguenza degli “sconfinamenti” dei caccia russi sul confine siriano la NATO ha invece assicurato a Erdoğan protezione totale. È una evoluzione causata anch’essa dal complete operational control della Crimea, che da una parte ha accelerato le operazioni per il Turkish Stream (il gasdotto alternativo al South Stream boicottato dall’Unione Europea) e dall’altra ha fatto emergere la “questione tatara”, molto sentita nel contesto della strategia geopolitica dell’attuale premier turco.
Sui rapporti tra Usa, Iran e Iraq, che Friedman presenta come un caso esemplare di cinismo imperialista, i famigerati analisti hanno affermato tutto e il contrario di tutto. Sarebbe interessante raccogliere le opinioni di Kissinger e Brzezinski sulla questione dagli anni ’70 a oggi: ci troveremmo di fronte a un turbinio di posizioni paradossali e incoerenti. Adesso che l’intesa con l’Iran è più scoperta che mai,  gli “esperti” tentano di far passare la tesi che la guerra tra sciiti e sunniti è a tutto vantaggio dell’Impero, che può così liberarsi di un po’ di sandniggers e fare affari vendendo armi a entrambe le parti (ancora una volta, l’anarchia imprenditoriale in campo bellico ha un raggio d’azione limitato da condizioni oggettive, la più importante delle quali è quella di non avvantaggiare soggetti in grado di distruggere il sistema nel quale la propria industria prospera, non per spirito patriottico, ma per semplice business). Putin dal suo canto può più concretamente ringraziare Bush e Obama per aver fatto fuori Saddam (una operazione costata agli USA più di quattromila soldati e miliardi di dollari) e aver favorito la nascita di un blocco sciita filorusso, anti-saudita e anti-israeliano.

Heartland for dummies

 
Veniamo al tema più intrigante: l’alleanza russo-tedesca come minaccia all’egemonia americana.
Fa specie che molti studiosi americani si siano appassionati alla dottrina dell’Heartland, una fantasia che il geografo Mackinder elaborò per la gloria dell’Impero britannico e che venne invece adottata da quelli che avrebbero voluto affondarlo.
Negli anni ruggenti essa fu un cavallo di battaglia di un certo romanticismo fascista, rappresentato tra i tanti da Drieu La Rochelle, che in piena Vichy auspicò il ritorno dell’umanità a quello che lui definiva il “totalitarismo totale”, una teocrazia eurasiatica guidata dalla Germania nazista (o, nel peggiore dei casi, dall’Unione Sovietica: «Tant pis, si cette théocratie a la tête en bas»), che avrebbe dovuto appunto integrare tecnologia tedesca e risorse russe: «Imaginez-vous quelle chose signifierait demain, pour la grandeur européenne, la reprise de la collaboration séculaire entre l’élite européenne et les masses russes pour l’exploitation des plus importantes ressources du monde» (L’Allemagne européenne, “Nouvelle Revue Français”, n. 335, 1 gennaio 1942).
Non sembri fuori luogo chiamare in causa lo scrittore francese, poiché egli fu degno testimone dell’unica alleanza russo-tedesca che, dopo Bismarck, ha resistito più di qualche mese: il patto Molotov-Ribbentrop. In quei due anni Drieu La Rochelle poté assistere al riallineamento filonazista del Partito Comunista Francese (che invitava alla “fraternizzazione” con gli occupanti) e alla messa al bando delle opere di Trotzkij (ma non quelle di Stalin) attraverso la famigerata Liste Otto.
A un livello più generale, il patto permise ai tedeschi di accaparrarsi a prezzi stracciati materie prime (che poi vennero utilizzate proprio per i preparativi militari contro la Russia stessa) e di concentrare le truppe in continente alleggerendo il fronte orientale.
L’Unione Sovietica ottenne in cambio un debito di 229 milioni di marchi (che poi si riprese con gli interessi, ma che al momento dell’invasione tedesca non aveva ancora saldato) e la consegna dell’incrociatore Lützow, del quale tuttavia Hitler si dimenticò di inviare i pezzi per farlo funzionare.
Ora, è alquanto singolare che proprio un americano non si accorga di quanto sia anacronistico tale progetto.
In primo luogo perché i tedeschi hanno ripetutamente dimostrato nel corso della loro storia di non conoscere il significato della parola “unione”: la loro irrefrenabile volontà di egemonia impedisce alla lunga qualsiasi tipo di cooperazione. Sembra che i russi ormai lo abbiano capito (mentre, quando Hitler ruppe il patto, Stalin e Molotov rimasero letteralmente traumatizzati).
In secondo luogo (e questa è una cosa che Friedman sa benissimo, visto che lo scrive lui stesso) nel contesto attuale qualsiasi integrazione russo-tedesca deve tenere in considerazione la Francia. Se è vero che l’Unione Europea è nata soprattutto per assicurare la completa coincidenza degli interessi di francesi e tedeschi, allora una politica autonoma di uno dei due Paesi farebbe saltare un equilibrio già di per sé fragilissimo. Considerare la Germania come rappresentante esclusivo di tutti gli interessi europei (o addirittura come un continente a se stante) vorrebbe dire svilire la geopolitica a gioco da tavolo.
Al contrario, se tenessimo in conto per una volta la realtà, dovremmo ammettere che l’accordo russo-tedesco è già un dato di fatto, nelle forme consentite dalla situazione attuale, forse le uniche possibili: l’alleanza si scontra infatti con dei limiti che nessuna teoria può annullare, e questo dovrebbero accettarlo anche quelli che usano il ricatto eurasiatico per giustificare l’egemonia tedesca in Europa, umliando le legittime aspirazioni degli altri membri dell’Unione.
(Un accenno anche alla questione delle “risorse”: ha ancora senso utilizzare il termine in modo così dogmatico, come se a livello energetico non ci fosse stata nessuna evoluzione negli ultimi duecento anni? Può sembrare una provocazione, ma oggi che l’India invia una sonda su Marte con un costo equivalente a quello per produrre un colossal hollywoodiano, non è forse più realistico andare a fondare una nuova tellurocrazia su un altro pianeta che tentare di conquistare il mondo partendo dall’Artico?).

Affabulatori orientali e occidentali
Non è poi così strano che George Friedman condivida certe fantasie geopolitiche con quello che viene erroneamente considerato l’ideologo di Putin, Aleksandr Dugin.
A Dugin va il merito di aver reso popolare in Russia la parola “geopolitica” e di aver trasformato «an obscure Edwardian curiosity who never got tenure at Oxford into a sort of Cardinal Richelieu of Whitehall» (così Mackinder secondo il “Journal of International Security Affairs”), riuscendo a influenzare indirettamente qualche figura vicina al potere (come il direttore dei servizi segreti Nikolai Patruscev).
Tuttavia anche i più convinti sostenitori di Dugin difficilmente arrivano a prendere sul serio ognuna delle sue sparate: spesso il personaggio viene considerato come un conteur oriental (E. Carrère) o, per dirla in italiano, un cazzaro. La sua personalità contraddittoria e a tratti schizofrenica emerge soprattutto nel rapporto con Putin, che esalta o maledice a seconda dell’umore (alcuni dei suoi attacchi sono riportati in E. Di Renzo, Perché Aleksandr Dugin non è “l’ideologo di Putin”, “Corriere”, 30 giugno 2015).
Nel caso di Dugin è quasi spontaneo attribuire l’attrazione per Mackinder al potenziale irrazionalistico delle sue elucubrazioni, recentemente portato alla luce dall’orientalista Alessandro Grossato, secondo il quale la famosa geopolitica riprenderebbe «descrizioni mitiche e rappresentazioni simboliche delle religioni dell’Asia centro-orientale e meridionale che circolavano ampiamente negli ambienti fabiani di cui l’autore era frequentatore, […] [come] la rappresentazione dell’Eurasia nella cosmologia indù e buddhista, […] un’unica isola-continente ruotante attorno all’asse immobile della montagna cosmica, ma anche il cosiddetto “martello mongolo” […] che, a sua volta, echeggia talune concezioni escatologiche e apocalittiche medievali, non solo cristiane» (Geopolitica e Mackinder in Sapienza, “Geopolitica”, 15 novembre 2014).
Più complicato, invece, accostare la retorica brutale e fintamente realista di George Friedman a certe suggestioni così distanti dalla mentalità americana. Eppure non è la prima volta che in coincidenza della fine di un impero, o di un trapasso di potere, emergano bizzarre figure di intellettuali-stregoni, perse nei loro progetti di conquista mondiale attraverso chissà quale dottrina segreta: pensiamo ai neoplatonici di scuola ateniese, agli ultimi filosofi bizantini, agli scrittori della Vienna di fine secolo, agli intellettuali di Vichy (come il La Rochelle già citato), agli alchimisti assoldati da  Franco per fabbricare oro e, per l’appunto, ai nazionalbolscevichi post-sovietici (dei quali Dugin è degno rappresentante) o ai famigerati con (pronuncia americana).
In generale bisognerebbe diffidare di tutte queste forme di “falsa coscienza” che attraverso l’oracolarità e l’ermetismo costruiscono una continuità artefatta per dissimulare l’inevitabile passaggio di consegne da una civiltà all’altra.

Da Mosca a Canossa (e va bene così)


Esistono ancora delle voci razionali nel dibattito, ed è quelle che è necessario ascoltare.
Recentemente alcuni intellettuali francesi hanno lanciato un appello su “Le Monde” per chiedere la rifondazione di una scuola di pensiero strategico sulla Russia (segno che da quelle parti sopravvivono ancora nostalgie di eccezionalità culturale).
Anche Costanzo Preve, non del tutto estraneo alle suggestioni di cui sopra, ha sentito l’obbligo di fornire all’eurasianesimo una base umanistica: «Mentre l’americanismo, a causa del suo carattere messianico ed espansivo, mette in mortale pericolo l’identità culturale europea, questo non avviene per l’eurasiatismo, perché la Russia (che fa comunque parte integrante dell’Europa, sia pure con alcune modalità particolari), e ancor più la Cina, l’India, i paesi dell’Asia Centrale e il Giappone non sono dotati di una natura “cannibalica” espansiva, e possono diventare partners eguali e non diseguali dell’Europa» (Filosofia e Geopolitica, Edizioni all'insegna del veltro, Parma, 2005, p. 107).
Da parte russa, la linea Primakov (considerato il “Kissinger russo”) perdura nel credito che Sergej Karaganov riscuote presso le istituzioni internazionali, impegnandosi in cambio a ricalibrare verso Occidente le aspirazioni di Putin.
Per quanto concerne gli americani, ai fini di un dialogo più proficuo sarebbe utile rivolgersi ai veri “intellettuali” che questo Paese ha prodotto, ovvero i “lavoratori dello spettacolo” (una categoria che comprende anche i politici, considerando l’assenza di demarcazione netta tra gli ambiti): importanti personalità come Steven Seagal («Putin è uno dei maggiori leader mondiali viventi») e Mickey Rourke («Mi piace questo tipo») oppure, a livello politico, conservatori di un certo livello quali Rudolph Giuliani o Pat Buchanan, che hanno espresso pareri positivi nei confronti del leader russo.
Non è assurdo credere che buona parte della russofilia attuale nasca dall’affinità che alcuni simpatizzanti individuano tra Putin e gli eroi hollywoodiani. Nessuno in fondo capisce veramente la Russia, e anche Mosca, consapevole delle “difficoltà di comunicazione”, ha voluto lanciare un canale televisivo interamente in inglese (Russia Today) per fidelizzare quel pubblico che non sa una parola di russo ma vorrebbe ugualmente praticare il Kul’t ličnosti Putina.
È probabile che molti ultras putiniani di oggi, una volta che negli USA verrà eletto un presidente un po’ meno effeminato di Obama (anche la Clinton, quindi), andranno a Canossa: sarà forse l’apice della razionalità politica che essi potranno esprimere, ma andrà bene così. In fondo, è sempre meglio che pendere dalle labbra dei Friedman di turno

George W. Bush, "Ritratto di Putin" (olio su tela, 2014)