martedì 15 settembre 2015

Žižek vuole scrivere un libro vero?


Recentemente Slavoj Žižek, in una intervista per “La Lettura” (inserto del “Corriere”) ha espresso il desiderio di scrivere un libro su Galeazzo Ciano, un personaggio da rivalutare in quanto «l’Albania fascista con lui visse un’età d’oro» (L. Mastrantonio, Slavoj Žižek, un marxista contro i sindacati, “La Lettura”, 26 ottobre 2014). È raro che le opinioni del filosofo, una volta caduta la maschera “supercazzolistica” (o, per dirla in modo più raffinato, il Lacanian Smokescreen), non si rivelino di una pochezza a tratti sconcertante.

Sarebbe un colpo basso richiamare qui la proposta di «un biglietto di sola andata in prima classe per il gulag» per chi non sostiene Syriza (Zizek proposes 'gulag' for those who do not support SYRIZA, “Ekathimerini”, 20 maggio 2013 – anche se forse Tsipras ci sta pensando…),  tuttavia essa è sintomatica del livello intellettuale (e anche morale) di Žižek.
In questo caso, la sua dichiarazione sul “Ciano benefattore” è sospetta per due motivi: in primis perché forse con questa battuta egli ha cercato di sedurre il lettore italiano (il personaggio, come conferma l’intervista stessa, soffre della sindrome da attention whore), dimostrando una visione parziale ed equivoca del nostro Paese; in secondo luogo perché essa giunge dopo una serie di affermazioni decisamente sconvenienti sulla necessità della creazione di una “Grande Albania” etnocentrica e totalitaria per risolvere la questione balcanica (consigliata l’eccellente “decostruzione” di uno degli ultimi libri di Žižek, From Myth to Symptom: The Case of Kosovo, da parte del politologo serbo Dragan Plavšić sulla rivista “LeftEast” [Did Somebody Say Ethnic Partition? A Critique of Žižek on Kosovo and the Balkans, 9 giugno 2014], un articolo nel quale si evidenzia anche l’ambiguità con cui Žižek ha affrontato il tema del bombardamento della Serbia nel 1999, nascondendo la sua adesione completa all’intervento NATO dietro i soliti non sequitur).

Al di là di quanto possiamo pensare sul filosofo, è evidente che egli non ha gli strumenti intellettuali per scrivere un libro minimamente comprensibile, ancor meno per affrontare un argomento controverso e problematico come l’Albania fascista (egli stesso sembra essere consapevole dei suoi limiti, tanto è vero che subito dopo dichiara di avere “lavori più seri” da fare…). In ogni caso, se il suo desiderio di pubblicare finalmente qualcosa di leggibile fosse sincero, egli dovrebbe sin da subito rendersi conto della vastissima bibliografia sul tema, a cominciare magari dal quarto volume della monumentale opera L’epoca delle rivoluzioni nazionali in Europa di Michele Rallo, dedicato appunto a Albania e Kosovo (Settimo Sigillo, Roma, 2002), dove peraltro troverebbe giudizi entusiastici sull’occupazione italiana pari a quelli da lui espressi (la tesi dello storico, dichiaratamente neofascista, è che l’Italia è stata una perenne «dispensatrice di benessere per il popolo albanese»). Se non altro Žižek comincerebbe a capire che la cosiddetta “epoca d’oro” non fu soltanto il capolavoro di Ciano, ma soprattutto l’esito di un lunghissimo rapporto di amicizia tra i due popoli iniziato decenni prima, non soltanto attraverso azioni militari e politiche, ma anche e soprattutto culturali (l’Italia promosse missioni archeologiche, costruzione di scuole, ospedali, orfanotrofi, acquedotti, strade: il centro di Tirana fu rifatto a nuovo dall’architetto Armando Brasini). Dunque parlare del rapporto italo-albanese solo in termini di “fascismo” è un eccesso degno di chi oggi non si perita di fomentare il nazionalismo più becero solo per épater la bourgeoisie multiculturelle, come afferma Plavšić. Bisogna tuttavia concedere che ai tempi in cui l’Albania divenne «la nuova gemma della corona sabauda» l’alleanza tra i due popoli fu molto più vivace e coinvolgente di quella odierna, che invece viene affermata ormai quasi esclusivamente in nome di un triste e inconcludente europeismo (o per meglio dire “eurismo”).
Per capire lo spirito dell’“epoca d’oro” (che, come detto, non fu solamente fascista), si potrebbe leggere con un certo profitto Albania. Quinta sponda d’Italia (CETIM, Milano, 1939) di Pio Bondioli (1890–1958), ufficiale in Albania e Grecia durante la Prima Guerra Mondiale.


Il libello, pubblicato un mese dopo l’arrivo di Ciano a Tirana (un instant book d’epoca), è densissimo di annotazioni storiche, letterarie ed etnografiche da fare invidia a qualsiasi monografia moderna. Chiaramente lo spirito del tempo si percepisce forte e chiaro, ma forse è questa l’unica lettura che concretamente gioverebbe alle aspirazioni immaginarie di Žižek; in consigliamo particolare le pagine 162-163, dove è riportato un discorso del Ministro Ciano alla Camera dei Fasci del 15 aprile 1939 (un mese dopo l’invasione) sul contributo italiano alla rinascita dell’Albania:
«275 chilometri di strade costruite ex novo; 1500 chilometri di strade riattate su tracciati preesistenti; 100 ponti di media e grande lunghezza e 1000 di lunghezza minore; tutti gli edifici pubblici di proprietà demaniale nelle città di Tirana, Durazzo, Scutari, Elbassan, Argirocastro, Berat e Coritza; costruzione del Porto di Durazzo; arginatura e canali di irrigazioni di numerose Provincie, italiane le Società minerarie, italiane le Società elettriche, italiane tutte le imprese che tendevano a mettere in giusto valore le risorse naturali del Paese e ad offrire ad un popolo, troppo lungamente abbandonato ad un triste destino che per le sue virtù civili e guerriere non merita, un adeguato campo di attività  produttrice. E infine italiane, sempre italiane, le iniziative dirette ad elevare culturalmente e spiritualmente le masse popolari albanesi. I capitali impiegati dall’Italia in Albania dal 1925 ad oggi ammontano alla cifra di un miliardo e 837 milioni di lire; cospicua in se stessa, ma resa ancor più imponente dal patrimonio di operosità e di fede profuso a piene mani dalla schiera benemerita di quegli Italiani che hanno fatto dell’Albania il non sempre agevole centro del loro lavoro, pionieri silenziosi e infaticabili di una pacifica impresa, ai quali oggi deve andare la espressione della nostra schietta ed ammirata riconoscenza».
Ora non resta che al filosofo sloveno accordare tutto questo con il cinema di Hitchcock, una pagina a caso di Benjamin, il capitalismo singaporiano e la teologia politica di san Paolo.

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