giovedì 3 settembre 2015

Una ghirlanda insanguinata

La Ghirlanda fiorentina (prequel)
«A partire dagli anni ’30 [del XVIII secolo] la massoneria cominciò ad estendere i suoi tentacoli su tutta la penisola, spesso con la compiacente tolleranza e la protezione suicida dei prìncipi riformatori. […] La prima loggia italiana fu fondata a Firenze da un gruppo di inglesi ivi residenti, tra il 1731 e il 1732. L’installazione della loggia rientrava nella politica imperialistica dell’Inghilterra.
[…] Sembra che il primo venerabile sia stato Enrico Fox, al quale successe Sewallis Shirley. La loggia dapprima si radunava in via Maggio nella locanda di un tale Pasciò, poi si trasferì nell’albergo di un altro massone inglese, Collins. Il gruppo iniziale si accrebbe di una sessantina di membri […]. Sotto la protezione dell’ambasciatore inglese, il massone Horace Mann, la massoneria fiorentina divenne il centro propulsore della cultura illuministico-borghese e della lotta contro la società tradizionale.
[…] Con la complicità di Gian Gastone prima e di Francesco Stefano di Lorena poi, la setta penetrò nei gangli vitali della burocrazia statale. Massoni erano tra gli altri Giulio Rucellai, segretario della Giurisdizione; il ministro Carlo Rinuccini; i ministri del Consiglio di Reggenza Marco Craon ed Emanuele de Richecourt. Non mancavano neppure intellettuali, preti e banchieri.
Le forze cattoliche cercarono di arginare l’assalto settario sostenuto dallo stesso governo. Nel 1737 il gesuita padre Cordara aveva scritto quattro Sermones, nei quali attaccava la cultura laicistica e razionalistica che faceva capo all’università di Pisa. L’anno seguente papa Clemente XII emanava la prima bolla di scomunica contro la massoneria. Il governo granducale non si degnò neppure di registrare la bolla. Per precauzione i massoni fiorentini decidono comunque di sciogliere la loggia.
[…] Francesco Stefano, stretto fra il desiderio di difendere i confratelli, le proteste inglesi e il timore di una rottura con la Santa Sede, scelse salomonicamente una vittima sacrificale nella persona del poeta Tommaso Crudeli, che venne arrestato la notte del 9 maggio 1739. Il processo dell’Inquisizione, condotto dal padre Ambrogi, venne intralciato in tutti i modi dall’omertà massonica della cricca di governo. Il Rucellai si lamentò col Richecourt; fu organizzata una gazzarra massonica a favore dell’arrestato, mentre la Gran Loggia di Londra provvedeva a una colletta. Il Crudeli fu condannati al domicilio coatto, ma non come massone, bensì per certe sue “bagatelle” (così il Rucellai). Morì nel 1745, salutato come il primo martire della causa massonica»
(Gian Pio Mattogno, La rivoluzione borghese in Italia. 1700-1815, Edizioni all’Insegna del Veltro, Parma, 1989, pp. 79-81)

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Una ghirlanda insanguinata.
La morte di Gentile e
la claustrofobia della storia


Nel dicembre 2013 Roberto Calasso annunciava in un’intervista la pubblicazione di un testo sull’assassinio di Giovanni Gentile dal quale sarebbero emerse «verità sconvolgenti». Ora che La ghirlanda fiorentina è arrivato nelle librerie, scopriamo che di sconvolgente c’è soprattutto la capacità di Adelphi di imprimere il proprio marchio anche sulla più imparziale ricerca storica. A rendere questo libro un gioiello non sono infatti né l’argomento in sé, né il monumentale apparato di note, la sterminata bibliografia o i documenti inediti scoperti dall’Autore, quanto lo “spirito” che anima la narrazione.
Lo scenario della ricerca di Luciano Mecacci (già autore de Il caso Marilyn M.) è, secondo il risvolto di copertina, «la Firenze cupa e claustrofobica occupata dai tedeschi», nei giorni di quell’aprile 1944 in cui Giovanni Gentile venne freddato sulla strada del ritorno a casa.
La “cupezza” e la “claustrofobia” sono elementi essenziali di una Storia che diventa luogo eletto dell’inganno e della dissimulazione, dove all’approssimarsi della verità si accompagna un insostenibile senso di vertigine.

Prima di affrontare la “forma” della narrazione, tuttavia, è necessario partire dai contenuti: nella sua ottima recensione (Agguato a Giovanni Gentile. Riemerge la pista britannica, “Corriere della Sera”, 1 aprile 2014), Paolo Mieli concentra l’attenzione sulle ipotesi finali prospettate da Mecacci, ponendo in secondo piano il minuzioso lavoro di scomposizione e ricostruzione dei rami intrecciati di questa ghirlanda insanguinata, grazie al quale l’Autore ha aperto «squarci in zone d’ombra dove la luce non era mai penetrata, senza avere la pretesa di dire una parola definitiva».
In realtà l’idea che dietro all’uccisione del filosofo potesse esserci una “mente inglese” non è mai stata scartata dagli storici, tanto è vero che ciclicamente torna alla ribalta: il primo a formularla, su suggerimento di Curzio Malaparte, è Benedetto Gentile, figlio del filosofo, nel 1951; pochi anni dopo, nel 1956, Luigi Villari accusa il sistema di radio impiantato dagli Alleati sul territorio nazionale di aver “passato” l’ordine di esecuzione; nel 1985 Luciano Canfora con La sentenza si impegna a dare un sostegno storico più robusto alla tesi; anche Renzo De Felice, in una delle sue ultime opere, accenna cautamente al ruolo dei servizi segreti britannici: «Erano tempi in cui bastava una “parolina” ben detta…» (Rosso e Nero, 1995).

Quello che c’è di nuovo nel libro di Mecacci è la ricostruzione suggestiva e al tempo stesso angosciante del clima accademico e culturale fiorentino dell’epoca, nel quale l’Autore si è orientato seguendo, come abbiamo detto, i rami della “ghirlanda”, ovvero un quaderno d’appunti (intitolato proprio Ghirlanda fiorentina) in cui il docente scozzese di italianistica John Purves nel 1938 annotò, per conto dei servizi segreti inglesi, i nomi «degli uomini […] di cultura con cui, nell’eventualità di un conflitto che ormai si profilava all’orizzonte, sarebbe potuto entrare in contatto per proporre una collaborazione a livello di intelligence» (p. 327).
Dall’elenco emergono personalità appartenenti a quel milieu che Elena Croce descriverà come “snobismo liberale”, una sorta di impero invisibile che anima le ville e le scuole della Toscana profonda. Senza una adeguata preparazione culturale, ad avventurarsi in questi cenacoli si rischia come minimo il martirio intellettuale. Neppure Mecacci riesce a lungo a sostare nelle «zone d’ombra» (tra le pagine più stranianti, quelle dedicate al doppio “Aris” e alla sua identità, pp. 192-198) ed è più volte costretto a tornare su suoi passi, alla luce dell’erudizione e soprattutto della bibliofilia (magistrale il capitolo dedicato alla figura di Mario Manlio Rossi, gli “amici” del quale Gentile temeva più di tutti).

Alla fine è la Storia stessa a uscirne sconfitta: forse essa non è altro che «a tale told by an idiot», oppure, visto che siamo nell’ambito dell’anglofilia spinta, «a nightmare from which I am trying to awake».
A trionfare sono la mistificazione e l’inganno, non soltanto a livello particolare – anche se, in questo caso, è la roccaforte della Firenze albionica, quella moltitudine opaca di agenti segreti, nobiltà iniziatica e docenti di italianistica, a configurarsi come l’ostacolo più arduo alla scoperta della verità (non è un mistero –o forse lo è!– che Firenze sia una delle “capitali spirituali” di quell’international Anglophile network del quale parlava lo storico statunitense Carroll Quigley).

Da questo punto di vista, fanno un certo effetto le metafore utilizzate da Mecacci: a parte quella “vegetale” della Ghirlanda («un insieme di elementi diversi – fiori misti, foglie – fra loro intrecciati»), nelle pagine finali ne emerge un’altra, definitiva: quella dei cerchi nell’acqua.
«Si parte da un cerchio interno, ristretto a coloro che presero inizialmente la decisione, da cui si irradia il movimento dei cerchi più periferici, fino ad arrivare all’ultimo cerchio, quello dei gappisti, che infine produce l’onda distruttiva» (p. 344).
Che la storia sia veramente un incubo dal quale non ci si risveglia? Del resto anche il “mestiere” dello storico comporta una buona dose di turbamenti, ossessioni e inquietudini. Se non ricordo male, fu  Valéry a descrivere lo studio del passato come una specie di “chiromanzia a ritroso”. Nel caso di Gentile, potremmo dire con Mieli che «i colpi non furono esplosi per il suo passato, ma per il futuro», ovvero per soffocare sul nascere ogni tentativo di riappacificazione nazionale e far scoppiare la guerra civile in tutta la sua brutalità.
Mecacci, consapevole di tutto questo, nelle ultime righe del suo libro lancia un’accusa nei confronti di un intero mondo culturale attraverso la quale riesce nuovamente a nobilitare (anche nel mero senso “moralistico”) il ruolo dello studioso:
«Una cosa però è certa – la morte di Gentile rinforzò un abito, non infrequente, degli intellettuali italiani: obbedire ai diktat del proprio partito, autoassolversi, soddisfarsi delle vulgate, nel migliore dei casi tacere» (p. 346).
Bisogna sempre affrontare la verità, per quanto dolorosa e disarmante: nonostante tutto, resta viva l’aspirazione all’onestà intellettuale, a una moralità più alta. La storia non è quindi né giustiziera né giustificatrice, ma ancora una volta maestra di vita, portatrice di luce in un mondo «cupo e claustrofobico» affinché l’inganno e la mistificazione non abbiano l’ultima parola.

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