martedì 29 settembre 2015

Un Lama alla fine del mondo


Il Dalai Lama in una intervista alla BBC di qualche giorno fa ha dichiarato che se sarà una donna a rimpiazzarlo, allora la scelta dovrà ricadere su un esemplare femminile dal volto «molto, molto attraente». Alla richiesta di spiegazioni dell’intervistatore, il Maestro ha risposto che, pur essendosi profuso un attimo prima nella sua celebre risata, non stava affatto scherzando. I giornali si sono scatenati: “Dalai Lama shock”; “Il Dalai Lama traumatizza i suoi seguaci”; “La battuta di spirito del Dalai Lama turba gli attivisti per l'eguaglianza” (non sono titoli inventati).
In realtà il Dalai Lama aveva detto la stessa cosa un anno fa in un’intervista con Beppe Severgnini (fa specie che neanche al “Corriere” se ne siano ricordati):
«Se le circostanze saranno giuste, una donna Dalai Lama potrebbe essere più utile per il servizio al Buddha Dharma. Ma se accadrà, questa donna dovrà essere molto, molto attraente, con una bella faccia… Una Dalai Lama femmina con una brutta faccia non servirebbe a molto (ride)…» (Ammiro Francesco, è trasparente. Una donna Dalai Lama? Io dico sì, “Corriere”, 13 giugno 2014)
Probabilmente il povero Tenzin Gyatso ha inserito la battuta nel suo repertorio considerandola già rodata. Del resto è risaputo il suo debole per il gentil sesso, così come le strategie con cui cerca di resistere alle sue seguaci più attraenti (viste le premesse, è plausibile che non sia rimasto molto colpito dalla prima donna occidentale riconosciuta come Lama reincarnato, l’americana di origini italo-ebraiche Alyce Louise Zeoli…):
«A volte nei miei sogni affiorano donne che mi si avvicinano, creature meravigliose, attraenti come dipinti. Ma i sensi non sono un grosso problema, so reagire automaticamente, facendo ricorso alla saggezza e all’esperienza. Perché già nel sogno, subito mi sovviene chi e che cosa sono: un monaco, che è in grado di resistere» (Il Dalai Lama e le belle donne: Le sogno, ma so resistere, “Corriere”, 22 luglio 2007).
Anche lo psichiatra Howard C. Cutler, autore di un libro-intervista al Maestro, lascia trapelare tra le righe questa passione profana:
«Una mattina, dopo aver tenuto la consueta conferenza, s’incamminò, circondato dal seguito, lungo il patio esterno che conduceva alla sua stanza d’albergo. Avendo notato vicino all’ascensore una delle cameriere dell’hotel, si fermò e le chiese di dove fosse. Per un attimo la donna parve intimidita da quel personaggio esotico con la veste rosso scuro e da quell’entourage che lo trattava con deferenza, poi però sorrise e rispose schiva: “Sono messicana”. Egli si trattenne un attimo a parlare con lei, poi proseguì, lasciandola visibilmente contenta ed emozionata. La mattina dopo, alla stessa ora, la cameriera si fece trovare nello stesso luogo assieme a una compagna, e le due salutarono calorosamente il Dalai Lama quando questi entrò in ascensore. Lo scambio di cortesie fu breve, ma le due donne tornarono al lavoro con aria assai felice. Giorno dopo giorno, il gruppo di tibetani incontrò sempre più cameriere nell’ora e nel luogo designati, finché al termine della settimana, lungo il patio che conduceva agli ascensori, a salutare l’ospite illustre c’era un’intera fila di donne con l’impeccabile divisa bianca e grigia» (H.C. Culter, La ricerca della felicità, Mondadori, Milano, 2000, p. 17).
In generale tutti riconoscono al Dalai Lama una assoluta semplicità sia a livello dottrinale che personale, ma se per i suoi ammiratori essa è manifestazione di una sapienza più alta, per gli scettici non è altro che ingenuità: «Il Dalai Lama fece una pausa durante la quale parve riflette, raccogliere le idee. O forse stava solo cercando una parola in inglese» (H.C. Culter, ivi, p. 44).
È anche vero che Tenzin Gyatso pur di venire incontro ai gusti del pubblico farebbe qualsiasi cosa: il concetto base della sua predicazione, l’empatia, si traduce nella pratica in un vago desiderio di piacere a tutti. Per anni egli ha avuto, a livello religioso, il monopolio assoluto dell’attenzione mediatica, e ha potuto dire quel che gli passava per la testa su argomenti che in genere non prevedono una opinione contraria al politicamente corretto quali, per esempio, l’omosessualità («Lo scopo del sesso è la riproduzione, secondo il buddhismo. Gli altri buchi non creano vita. Non posso condonare questo genere di pratiche») o l’immigrazione («Bisogna avere il coraggio di dire basta, quando sono troppi, e intervenire nei loro paesi»).
Dobbiamo riconoscere che l’andazzo è cambiato sul serio, se giornalisti un tempo così solerti nel far passare certe sue dichiarazioni come innocue freddure adesso si permettono di rimbeccarlo. Che è successo? Semplice, sulla scena è apparso un avversario implacabile: Pope Francis. Sembrano appartenere a secoli lontani i tempi in cui gli abitanti di una provincia emiliana colpita dal terremoto protestavano rabbiosamente contro la visita di Benedetto XVI e nel contempo accoglievano con tutti gli onori il Lama tibetano – oggi una reazione del genere sarebbe effettivamente impensabile, sia da parte del popolaccio che della stampa.

È dunque presumibile che anche il Dalai Lama cercherà di allinearsi al nuovo corso, emendando il suo campionario dai lazzi che un anno fa facevano tanto ridere e oggi invece no? Chissà se Tenzin Gyatso vorrà accettare la sfida lanciata da Papa Francesco e competere con lui fino all’estremo e con ogni mezzo necessario, oppure se la consapevolezza di essere l’ultimo dei Lama lo obbligherà a un certo punto a ritirarsi nel silenzio e nella meditazione. Anche lui, in fondo, viene “dalla fine del mondo” ma a differenza del Pontefice (e dei suoi seguaci) non si illude che morto un Lama se ne reincarna un altro.

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