lunedì 7 settembre 2015

Soumission

«C’est triste, le naufrage d’une civilisation. C’est triste de voir sombrer ses plus belles intelligences. On commence par se sentir mal à l’aise dans sa vie, et on finit par aspirer à l’établissement d’une République islamique»
(Michel Houellebecq, La Possibilité d’une île, 2005)

A inizio dell’anno avevo acquistato via Kindle l’ultimo romanzo di Houellebecq, Soumission, in francese non solo per leggerlo prima di tutti e vantarmi su Facebook (il massimo della sfiga), ma soprattutto per evitare una incipiente “salvinizzazione” (ecco, questo è il massimo della sfiga) che aveva già mostrato i primi sintomi qualche giorno prima, quando ero entrato in una libreria a chiedere una edizione particolare del Corano e il commesso mi aveva apostrofato simpaticamente con un “Ma che devi farci, devi studiarlo per la Lega?”. Ancora oggi mi domando da cosa abbia potuto dedurre che fossi leghista: non sarà la faccia, o questa barba da bamboccione mannaro? Eppure gli algoritmi di Facebook pensano che io sia un “caso” interessante, dato che mi suggeriscono di iscrivermi contemporaneamente alla pagina di Salvini e a quella di un imam anglo-pakistano:


In ogni caso questa estate ho riletto Sottomissione, ancora in francese perché non aveva senso caricare la mia libreria con altra robaccia cartacea (un po’ di cinismo contro la bibliofilia imperante non fa mai male).
Una sinossi sbarazzina (tanto ormai l’hanno letto tutti): il romanzo è un collage (“patchwork”) delle opere precedenti: il cultural worker come protagonista c’era già ne La carta e il territorio (alcune frasi sono auto-citazioni); l’islam era presente, oltre che in Piattaforma, più o meno in tutti i suoi romanzi; l’utopia rovesciata assomiglia a quella de La possibilità di un’isola. Ci sono anche le solite pagine di sesso triste e giretti nei supermercati. I passi più interessanti sono quelli in cui parla di politica, per esempio quando analizza la dottrina economica di Mohammed Ben Abbes, il futuro premier islamico, basata sul distributismo (con tanto di citazione del “Chesterbelloc”), oppure quando va a leggersi in internet gli articoli del nuovo rettore della Sorbona che teorizzano la necessità della conversione all’islam di tutti i veri militanti radical-tradizionalisti (fioccano citazioni da Nietzsche e Guénon). Poi ci sono le solite sparate ultrareazionarie ma divertenti: per esempio, quando il protagonista si compiace di vivere a ridosso della Chinatown parigina, dove gli unici “stranieri” ammessi sono vietnamiti; oppure quando osserva (sempre con sarcasmo) come la società francese per rispetto delle sensibilità altrui abbia accettato serenamente il velo, la segregazione dei sessi e la poligamia.

Sottomissione è dunque una summa dei romanzi precedenti, ma se la ricerca del “Consolamentum” alla modernità sembra aver raggiunto il culmine, è perché la manipolazione dei simboli tradizionali ora tocca i tre momenti dello Spirito assoluto hegeliano: arte, religione e filosofia.
Al contrario ne La carta e il territorio, il protagonista risolve la sua vita nell’arte e soltanto in essa riesce a trovar pace; Houellebecq (intendo il personaggio del romanzo) invece si converte al cattolicesimo e offre una testimonianza della sua nuova vita persino attraverso una fine cruenta (rappresentazione macabra e sconvolgente di Mt 18,3 la scena del funerale, in cui il corpo dello scrittore fatto a pezzi viene messo in una bara per bambini).
Riguardo invece all’Houellebecq in carne e ossa, era intuibile che non avrebbe potuto trovar pace nella fede. Sarebbe ingiusto credere che non ci abbia provato (anche nel nuovo romanzo il protagonista tenta una conversione à la Huysmans), ma per un individuo della sua indole essere cattolico oggi è complicato: troppi complessi, troppi compromessi. Pur possedendo una tendenza naturale alla solitudine, l’autore non riesce a sottrarsi radicalmente alla dimensione sociale: il cambiamento interiore (se ha da essere) deve procedere in parallelo a una mutazione collettiva.

Da un’ottica meramente istituzionale, lo scrittore esprime un giudizio chiaramente disincantato sulle possibilità del lepenismo: nello scontro con l’islam politico il Front National perderà, perché l’identitarismo europeo, senza forza né speranza, non può competere con un’ideologia finalmente consolatoria, senza fisime, che chiede, appunto, solo la sottomissione dell’uomo a Dio (e della donna all’uomo, ma questo è un altro problema). Houellebecq non vuol fare (solo) della sci-fi neocon, ma vuole dare forma al desiderio inconscio di molti europei: una soluzione alla (o della) modernità. È stata cercata in tanti modi, attraverso le dittature, l’edonismo, la tecnocrazia; ma solo Ben Abbes sembra avere un’idea di Europa che sia anche «un véritable projet de civilisation». Nell’ombra restano le vittime sacrificali della nuova società: «Pour les Juifs, c'est évidemment un peu plus compliqué». È vero che gli ebrei, come incarnazione della modernità, non avranno parte nell’Impero a venire; ma questo è l’unico “lieto fine” che uno come Houellebecq può permettersi.

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