giovedì 24 settembre 2015

Perché la pedofilia non è ancora legale

Qualche anno fa i giornalisti svedesi scoprirono un’intera sezione della Biblioteca Reale di Stoccolma dedicata alla pedopornografia (Swedish national library in child porn scandal, “The Local”, 21 gennaio 2009): si trattava di un “lascito” degli anni ruggenti del libertinismo scandinavo, che nel 1960 condusse alla legalizzazione della pornografia minorile. Dal momento che la Kungliga Biblioteket ha l’obbligo di raccogliere qualsiasi cosa venisse stampata nel Paese, rivistacce da titoli inequivocabili come “Teenangels” e “Lolita” passarono direttamente dai negozietti per pervertiti agli archivi reali. In quegli stessi anni, la “Federazione svedese per i diritti di gay, lesbiche e transgender” (Riksförbundet för sexuellt likaberättigande) riuscì poi a persuadere il governo a creare una commissione per la depenalizzazione della pedofilia e dell’incesto (era il 1976).
La pedopornografia venne poi nuovamente vietata nel 1980, e gli svedesi preferirono lasciarsi alle spalle quella stagione di “libertà”. Tuttavia i “reperti” dell’epoca (che paradossalmente possono essere consultati da chiunque, nonostante tali pubblicazioni siano oggi proibite) ci riportano un tempo in cui la pedofilia era molto più tollerata rispetto a oggi.

Di quel tipo di clima si possono raccogliere testimonianze da tutta Europa: qualcuno ricorderà il celebre caso di Daniel Cohn-Bendit, che nel 1975 raccontò in un’autobiografia le sue esperienze erotiche in una scuola materna e nel 2009 fu costretto a scusarsi inscenando un ridicolo autodafé con cui addossò ogni colpa “agli anni ’70” (non che avesse tutti i torti, considerando cos’erano i “Verdi” tedeschi fino a pochi decenni fa).

(Una sintesi del volume di Cohn-Bendit
da S. Berni, Libri scomparsi nel nulla, 2006)
Quel tipo di “anni ‘70” arrivò pure in Italia, e basterebbe sfogliare qualsiasi rivista dell’epoca per trovare decine di testimonianze in tal senso: la “curiosità” con cui si guardava alla pedofilia era fondamentalmente la stessa che si nutre oggi per la famigerata “cultura gay”

Un episodio eclatante, che ebbe risonanza anche nel nostro Paese, fu quello riguardante il fotografo americano Will McBride, che collaborò con la psicologa Helga Fleischhauer-Hardt al primo libro pornografico per bambini, Zeig Mal!, tradotto in italiano nel 1978 da Savelli Editori come Fammi vedere! (sottotitolo: Un libro fotografico di educazione sessuale non conformista per bambini e grandi).


Le riviste facevano a gara per intervistare questo McBride; riportiamo un tipico scambio di battute, tanto per farsi un’idea:
«Qualche anno fa hai prodotto un libro sulla educazione sessuale per i bambini. È stato tradotto in varie lingue ed ha venduto un totale di quasi un milione di copie. È anche stato accusato di essere un libro pornografico, per via delle fotografie che mostrano bambini che giocano con i propri e gli altrui organi sessuali, erezioni, ecc. ecc. Che reazioni hai avuto nei vari Paesi dove è stato pubblicato? 
McBride – In Italia è presto per conoscere le reazioni del pubblico. Altrove le reazioni sono state spesso critiche e violente. Ma la cosa interessante è che gli educatori, i sociologi, pediatri, psichiatri, sessuologi, ecc., lo approvavano pienamente e lo mettevano, in molti casi, sugli scaffali delle scuole. I problemi sorgevano quando il “Pierino” lo prendeva dallo scaffale della scuola e se lo portava a casa e i genitori scoprivano che “Pierino” a scuola aveva un libro con foto “oscene”. Ci sono state parecchie reazioni negative, per esempio, nel sud degli Stati Uniti, ed anche in Europa. Si diceva, appunto, che fosse un libro pornografico»
(da P. Bompard, Un fotografo famoso ha scelto l’Italia, “Fotografare”, dicembre 1979)
Molti altri esempi si potrebbero portare, come le recensioni a riviste americane dai titoli poco originali quali “International Lolita Magazine” o “New Lolita”, oppure le dotte elucubrazioni sul ruolo di prostituta-bambina dell’allora tredicenne Brooke Shields in Pretty Baby di Louis Malle.

Discutere in modo “neutrale” di pedofilia era socialmente accettato e l’aggancio con la cultura gay, come abbiamo visto anche nel caso svedese, allora non faceva indignare le associazioni omosessuali (del resto è noto che per qualche tempo alla International Lesbian and Gay Association fu affiliata l’associazione pedofila americana NAMBLA). Perciò i pedofili potevano apparire come “compagni di strada” nella lunga battaglia per la liberazione dalla repressione sessuale; come tutto questo non abbia però condotto a una legalizzazione progressiva della pedofilia, è ancora materia di discussione.

A mio parere si possono chiamare in causa due eventualità: prima di tutto, la divergenza sempre più netta tra la “militanza” omosessuale e quella pedofila; e in secondo luogo l’attenzione che da oltre un decennio viene data alla violenza sui minori da parte del clero cattolico.

Per quanto riguarda il primo punto, è un fatto che a partire dalla metà degli anni ’80 il mondo gay si è sempre più allontanato da quello pedofilo: anche in Italia è giunto un’eco di tale dissidio, per esempio con la soppressione degli annunci pedo nella rivista gay “Babilonia”. Si potrebbe persino dire che per un lungo periodo gli omosessuali siano diventati i primi censori di questo tipo di “sottocultura”, mentre fino a un attimo prima si tendeva a considerare le tendenze “omo” e “pedo” come parte di una stessa consuetudine, genericamente definita “pederastia”.

Venendo alla seconda ipotesi, potrebbe apparire provocatorio affermare che il più grande ostacolo posto alla legalizzazione della pedofilia sia rappresentato dallo scandalo dei preti pedofili: eppure è proprio da quando si è cominciato a parlare del tema, che il dibattito ha preso una piega inaspettata.
All’accettazione dell’omosessualità a livello collettivo, avrebbe infatti dovuto seguire naturalmente (diciamo così) quello di altre “libertà” sessuali: negli anni ’90, nonostante tutto, c’era ancora grande attenzione da parte della stampa a non “demonizzare”, a non scatenare la “caccia alle streghe”. Ancora nel 2000 un noto sociologo italiano poteva scrivere che i pedofili «ci danno la possibilità di indignarci, magari di odiare, ritrovando almeno in questo, tra tanta frammentazione sociale, un motivo di unità». Dopo che il problema della pedofilia nel clero è emerso con tutto il fragore possibile, gli appelli alla sensibilità e alla comprensione sono stati messi da parte. Si trattava del resto di un’occasione ghiottissima per riaprire il Kulturkampf: che però il dibattito, come abbiamo detto, non dovesse proseguire in tal modo lo si evince, per fare un esempio, da certi articoli sulla stampa inglese con cui si tenta periodicamente di “normalizzare” la questione, e che in genere suscitano una ridda di reprimende e commenti furiosi. Se fossimo negli “anni ’70” di Cohn-Bendit, probabilmente la proposta di diventare più “tolleranti” verso la pedofilia apparirebbe più come una richiesta di routine che come un minaccioso ballon d’essai.

È difficile non riconoscere in tutto questo una manipolazione dell’opinione pubblica da parte dei media, che obbligano a una sorta di “demonizzazione selettiva” della pedofilia. Se l’attenzione viene infatti mantenuta ai massimi livelli quando si tratta del clero cattolico, ben diverso è l’atteggiamento nei confronti di altri “scandali”, quando coinvolgo la BBC o il parlamento britannico. Tale ambivalenza, oltre a essere sconfortante, genera anche la fastidiosissima doppia morale di chi da un lato insorge contro la “pedofilia clericale” e dall’altro invece avanza proposte di depenalizzazione della stessa, a patto che non sia “clericale” (un caso classico è quello dei Radicali).

La situazione ricorda l’ormai proverbiale Mexican standoff, lo “stallo alla messicana” nel quale tre contendenti si tengono a vicenda sotto tiro e nessuno può sparare all’altro senza essere colpito a sua volta.
Abbiamo infatti da una parte l’universo delle lobby gay che, dopo essersi ripulito da qualsiasi legame con la pedofilia, facendola diventare addirittura una sorta di capro espiatorio sul quale scaricare tutte le ansie e paure che un tempo erano riservate alla “pederastia” tout court, ora teme che l’eccessiva demonizzazione dell’“orco” possa portare a un nuovo “giro di vite” (come quello del 1980 in Svezia) e a un ripensamento anche su temi particolarmente cari agli omosessuali militanti quali il diritto all’adozione o la cosiddetta “educazione di genere” nelle scuole; dall’altra, invece, ci sono i propugnatori dell’“amore libero” a oltranza che vorrebbero promuovere o legalizzare «adulterio, masturbazione, orge, sadomasochismo, uso di pornografia e “gadget” sessuali (dal vibratore al viagra alle iniezioni nei corpi cavernosi), scambio di coppie, prostituzione, financo sesso con animali (se non si dà luogo a maltrattamento), e chi più ne ha più ne metta, il tutto sia in chiave etero che omo che transessuale», come scrive un sublime pensatore italiano, che però si rifiuta di aggiungere la pedofilia all’elenco appunto perché troppo “compromettente” (almeno rispetto ai tempi in cui non serviva ancora per polemizzare con la Chiesa); infine ci sono proprio i cattolici, che dovrebbero bere il calice fino alla feccia, cioè accettare la demonizzazione collettiva del clero affinché questa società conservi un residuo di repulsione per l’ultimo “atto impuro” da essa riconosciuto e giunga a considerarlo così connaturato al cattolicesimo da non poterlo mai accettare come “normale”.

Le prime a rimetterci, ad ogni modo, sono sempre le vittime, che subiscono una violenza ulteriore dallo scoperchiamento di un vaso di Pandora che non si sa più come richiudere. Le conseguenze sono imprevedibili: pena di morte solo per i preti pedofili? depenalizzazione sulla base del “consenso”? ritorno obbligato al mos maiorum? Oppure, perché no, un bel diluvio universale, così si fa più in fretta e non ci si pensa più.

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