giovedì 10 settembre 2015

La divoratrice di popoli


Osservandola da una distanza di sicurezza, la Germania assomiglia sempre di più a una gigantesca macchina divoratrice di popoli: potremmo definirla, sulla scorta di Omero (o Rabelais), una nazione demovora.
Anche la sua “governante” si presterebbe bene alla definizione di mangeuse de peuples, ma sarebbe scorretto praticare nel nostro piccolo la schwarze Magie delle gazzette, che dividono gli animi e li conquistano attribuendo le responsabilità della situazione attuale a una Merkel materna o dominatrice secondo le circostanze.
L’icona alla quale i siriani inneggiano come fosse la regina d’Europa è la stessa che qualche anno fa dichiarò il fallimento del multiculturalismo e propose una politica più severa nei confronti dei Gastarbeiter: «Si devono integrare e devono adottare la cultura e i valori tedeschi». È anche vero che, nella pratica, era richiesto solamente di offrire manodopera qualificata e conoscere la lingua (o almeno sforzarsi di impararla).
Del resto nemmeno la destra della coalizione può fare la schizzinosa di fronte alla minaccia del buco nero demografico. Negli ultimi anni uno dei massimi esperti tedeschi della questione, Herwig Birg, ha calcolato che con il tasso di fertilità attuale la popolazione tedesca si dimezzerà in meno di un secolo. Perciò un’alta percentuale d’immigrati (minimo quattrocentomila l’anno) si rende necessaria per mantenere in piedi un sistema sociale ed economico che non sembra poter funzionare in altro modo.

Nel corso degli ultimi decenni la Germania ha attinto ai serbatoi più vicini: quello turco, quello sudeuropeo e quello balcanico. Per certi versi i tedeschi non hanno fatto altro che applicare la politica del beggar-thy-neighbour anche livello demografico, garantendosi prosperità sulle disgrazie altrui: tuttavia, una volta diminuita la miseria nei Paesi di provenienza dei Kanaken – e di conseguenza anche il numero di figli pro-capite, la “demovora” si è trovata costretta a cercare carne fresca altrove. Al “raffinamento” della manodopera proveniente da Turchia, Polonia e Italia è corrisposto infatti un indiscutibile calo degli impiegabili; in particolare l’inesauribile fonte ottomana si è prosciugata nel giro di pochi anni: da una media di sessantamila neutralizzazioni all’anno (con un picco di centomila nel 1999 dovuto alla riforma della legge sull’immigrazione), si è passati agli attuali trentamila turchi germanizzati (ancora poco studiato è il fenomeno della Heimkehr da parte degli immigrati sia di prima che di seconda generazione, finora raccontato solo da qualche pellicola un po’ kitsch).

Il clamore suscitato dal libro dell’economista (di orientamento socialdemocratico) Thilo Sarrazin Deutschland schafft sich ab (“La Germania si abolisce”) ha fatto emergere rancori repressi potenzialmente in grado di far saltare per aria il modello d’integrazione tedesco. Del resto a sorprendere non è tanto la quota di foreign fighters che la Germania ha fornito alle truppe del sedicente Stato Islamico, quanto il fatto che persino una popolazione generalmente laica e ben “inquadrata” quale quella turca abbia covato al suo interno fenomeni di radicalizzazione sia religiosa che politica (vedi i “Lupi Grigi”).
Tutto questo contribuisce a offuscare la speranza di un’integrazione completa delle masse siriane oggi accolte a braccia aperte: chi scappa dalla guerra è forse ben disposto a fare i famigerati “lavori che gli autoctoni non vogliono più fare”, ma non è certo che le seconde generazioni si lasceranno ordinatamente collocare nel “sistema”.

Se quei turchi che non ne posson più di essere tedeschi hanno ancora una patria a cui far ritorno (dando vita a un altro curioso fenomeno, quello dei discendenti delle comunità sparse per il vecchio impero ottomano –tra Bulgaria, Cipro, Grecia ed ex-Jugoslavia– che hanno preferito trasferirsi in Turchia piuttosto che tornare nel loro Paese d’origine), non sappiamo se i siriani, una volta terminata la guerra civile, troveranno ancora la nazione in cui sono cresciuti e che forse, un tempo, hanno amato.
Qui non si tratta più solamente di sottrarre personale specializzato ai propri concorrenti commerciali, anestetizzando gli orgogli nazionali (altrui) con un europeismo tanto vago quanto frastornante; in questo caso si può parlare addirittura di “colonialismo demografico”, poiché vengono assorbite le energie di un popolo senza nemmeno l’illusione della reciprocità o il supporto di una “religione civile”.

Quest’ultima è una componente fondamentale delle società multietniche: una contropartita indispensabile alla rinuncia di ogni forma di “identitarismo” (che, se non “sfogato”, si manifesta in modalità demenziali, purtroppo molto meno innocue dei concorsi di karaoke tra filippini).
Der Mensch lebt nicht vom Brot allein
, questo è noto: purtroppo l’ideologia del “locomotivismo”, una cosa che non si è capito cos’è, forse un prussianesimo pensato come “finalità senza scopo” (Zweckmäßigkeit ohne Zweck) alla pari del Bello kantiano, non ha portato che crisi, disoccupazione e revanscismo.
Il tentativo di contraffare l’American Dream si è arenato di fronte a iniziative ridicole quali lo slogan “Make-it-in-Germany” e la statua di David Hasselhoff eretta innanzi alla Porta di Brandeburgo. Oltre la retorica, si percepisce ancora quella fame insaziabile di egemonia, la volontà di sottomettere i propri vicini, approfittando a seconda dei casi di una crisi economica d’oltreoceano o una guerra civile mediorientale. Il progetto della Grande Germania va portato avanti anche a costo di provocare un’altra tragedia: a un prussianesimo senza scopo si accompagna un pangermanismo senza tedeschi. Quale prossima catastrofe fornirà nuovo carburante alla Locomotiva?

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