giovedì 24 settembre 2015

In guerra con Sodoma

«Uno di questi giorni una Chiesa che rifiutasse, per ragioni evidenti, di sposare preti omosessuali, potrebbe essere accusata di violare i diritti fondamentali dell’uomo. E se tutto un Paese profondamente cattolico si unisse al rifiuto, sarebbe possibile ricorrere ai missili da crociera per piegarlo»
(Jean-Jacques Langendorf, “La grande confusione”, in Serbia ed Europa. Contro l’aggressione della Nato, Graphos, Genova, 1999, pp. 139-140)

Da qualche anno a questa parte, ogni 17 maggio i soldati della missione europea EULEX in Kosovo issano la bandiera arcobaleno davanti al loro quartiere generale per celebrare la “Giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia”. Lo stendardo serve soprattutto a ricordare, come afferma il sito ufficiale dell’Unione Europea, che «i diritti LGBT fanno parte dei “criteri di Copenaghen” per l’ingresso nella UE».

Ci sarebbero tante considerazioni da fare, ma limitiamoci a qualche osservazione (dopotutto si tratta di un sensitive issue): è giusto, in primo luogo, ricordare che fino al 2008 la bandiera arcobaleno rappresentava principalmente il pacifismo internazionale. Dopo quella data, con l’elezione di Obama a ultimo rappresentante del gioachimismo, l’arcobaleno è diventato simbolo esclusivo dei gay militanti, nuovo alibi politicamente corretto di vecchi propositi imperialistici.
Messa quindi definitivamente da parte l’ideologia pacifista, le agenzie culturali dell’“era democratica” hanno preferito porre l’accento sul connubio tra militarismo e omosessualità, catechizzando le truppe sulla “questione gay” attraverso un’intensa propaganda, come dimostrano, tanto per fare qualche esempio, i manifesti affissi negli uffici della Difesa americana e le “pubblicità progresso” inglesi sulla fedeltà dei soldati gay monogami.

(fonte)
Non è affatto paradossale, quindi, che negli ultimi anni la bandiera arcobaleno si sia trasformata nell’unico orpello che le truppe dei Paesi occidentali sono autorizzate a esibire (immaginiamo cosa sarebbe successo se qualche settimana prima i soldati avessero esposto un vessillo qualsiasi per celebrare il Primo Maggio, per non dire dei simboli religiosi).

Per comprendere come si è giunti a tale esito, è tuttavia necessario ricostruire brevemente il percorso che durante la presidenza Obama ha portato alla militarizzazione dell’omosessualità e all’omosessualizzazione del militarismo.
Nel discorso di insediamento per il suo secondo mandato, il Presidente americano mise la “questione gay” in cima alle sue preoccupazioni: «Our journey is not complete until our gay brothers and sisters are treated like anyone else under the law». A dispetto di quanto andava affermando nel 2008 («Credo che il matrimonio debba essere tra un uomo e una donna. Come cristiano, ritengo anche che questa unione sia sacra»), Obama una volta eletto cambiò repentinamente idea: se nel primo mandato si limitò a qualche iniziativa simbolica, come il “Mese dell’orgoglio lesbico, gay, bisessuale e transgender” (proclamato puntualmente ogni anno dal giugno 2009), fu a partire dal 2012 che il tema dei diritti degli omosessuali si trasformò in un vero e proprio apparato ideologico di Stato.

Non vogliamo soffermarci sui vantaggi personali che Obama ottenne dalla “svolta”, anche se la decisione di appoggiare il matrimonio gay scatenò «una nuova ondata di supporto finanziario da parte dei donatori gay e lesbiche, che erano già i più ferventi sostenitori della sua candidatura» (Gay donors thrilled by Obama gay marriage stance, “LA Times”, 9 maggio 2012), per non dimenticare gli altri benefattori che si aggiunsero alla causa: Goldman Sachs, JP Morgan, Barclays, Deutsche Bank, oltre a un gruppo di finanzieri repubblicani che investì milioni di dollari solo per l’approvazione delle nozze tra omosessuali (cfr. Gay e finanza, a Londra il summit delle grandi banche globali, “IlSole24Ore”, 9 novembre 2012; Conquista l’omosex: la tolleranza è un business, “Il Fatto Quotidiano”, 16 gennaio 2013).

Forse ancora più impressionante il fatto che lo zelo di Obama trovò piena giustificazione soprattutto in una dimensione internazionale, poiché in aggiunta al supporto politico e finanziario, gli Stati Uniti, attraverso la risoluzione ONU A/HRC/17/L.9/Rev.1 del 17 giugno 2011 (fatta presentare dal Sud Africa per impedire agli altri Paesi africani di protestare contro l’imposizione di valori “occidentali”), garantirono alla causa omosessuale anche la possibilità di avvalersi d’una “ingerenza umanitaria” verso i Paesi poco rispettosi dei diritti delle minoranze sessuale.

Questa “rivoluzione” a livelli del diritto internazionale, presentata come “storica” dalle agenzie di stampa, in verità non è stata ancora recepita, ma un giorno potrebbe trasformare in realtà il ragionamento per assurdo di Langendorf: proprio per evitare la possibilità dei “tomahawk arcobaleno”, ci si augura che la portata di tale risoluzione non venga mai afferrata del tutto...

Nessun commento:

Posta un commento